«La fermezza della volontà mi aveva ingrandita ai miei occhi; giudicate
voi dell'accasciamento che vi succedette. Una sfiducia, tanto più
profonda quanto più saldo era stato il mio proposito, dominò il mio
spirito. Incapace dell'eroismo che purifica, (allora la confessione mi
apparì come _eroismo_) mi sentii mancare a un tratto anche la forza di
resistere ad un nuovo fallo.
Codesto è spesso il sentiero fatale della colpa; si rifiuta per
debolezza il solo rimedio che risana, si sdegna un pentimento inutile,
e si cerca la dimenticanza in quella sorgente dove si ha attinto il
rimorso. Sciagurata miseria del cuore! — non di rado il rimorso lava il
rimorso.
Desistei dalla lotta; mi assoggettai come una bambina, subii senza
riscuotermi il peso della mia apatia. Il mio amore cresceva gigante; il
cuore soffocava la coscienza.
Ebbi dei rari intervalli di vigore, degli slanci improvvisi di virtù e
di sagrifizio. Tentai molte lettere per lui, tutte incominciavano a un
modo «non posso essere vostra.» Poche andavano più oltre; le lagrime me
l'avevano sempre impedito.
Avrei voluto darmi la morte per uscire onestamente da questo supplizio.
Rinunziare al suo amore! Io l'avrei potuto. Non fu l'egoismo che me
ne trattenne, ma la vergogna, mi era impossibile di rinunziare alla
sua stima. Non v'era scampo; egli avrebbe voluto sapere le ragioni
d'un rifiuto, ne aveva diritto; e poi, mio padre, il mio povero padre
infermo, di cui avrei avvelenato le ultime ore, che avrebbe recato
nella tomba il disprezzo per la sua unica figlia...
Fu stabilito il giorno del contratto; non mi opposi. Se non che alla
vigilia di quel giorno la virtù rinnovò per l'ultima volta i suoi
assalti. Fu una notte di delirio e d'insonnia; alla mattina io aveva
preso una determinazione; col cuore gonfio dal dolore scrissi una
lettera che bagnai delle mie lagrime. Giovanni, il vecchio servitore,
il vecchio amico della famiglia, ebbe l'incarico di portarla al
signor Verni. Intanto dalla mia camera io udiva il rumore dei servi
affacendati per la cerimonia che doveva aver luogo prima del mezzodì.
Alle dieci mio padre mi chiamò a sè; si meravigliò del mio aspetto
stravolto, io non cercai di dissimularlo e piansi abbracciando la sua
fronte serena.
Alle undici venne il _signor_ Verni; riconobbi i suoi passi e dovetti
appoggiarmi al letto per non cadere. Egli entrò, era mesto, ma calmo;
il cuore mi palpitava... Mi si avvicinò, mi sorrise, mi porse la
destra. Non osai levare lo sguardo sul suo volto, tanto la vergogna
imporporava il mio. Ma il mio stupore era ancora più grande della mia
vergogna. Che cosa era adunque avvenuto? La sua calma era indizio di
perdono? Le mie idee si confondevano; tutto ciò che succedeva intorno
a me pareva non mi toccasse da vicino. Venne il notaio, vennero
molte altre persone amiche della famiglia che erano state invitate ad
assistere alla segnatura del contratto.
_Egli_ sedette vicino a me, mi disse poche parole; quali? io non le
udii; tremavo tutta.
«Oggi è il più bel giorno della mia vita,» soggiunse accostando le
labbra alle mie orecchia. Non udii altro. «Sarete mia!» Il mio cuore
non era capace abbastanza per contenere la gioia di quelle parole. Egli
dunque mi perdonava, egli mi amava ancora, egli aveva compreso il mio
strazio, e voleva farmelo dimenticare coll'amore!
Risollevai il capo come una regina; sentivo in quel momento un orgoglio
che mi veniva dalla coscienza, orgoglio nobile e grande, l'orgoglio
della virtù caduta che si risolleva pentita.
Poco dopo il notaio si rivolse verso di noi; il _signor_ Verni mi
lasciò sorridendo, lacerò il guanto della mano destra ed appose la sua
firma al contratto.
In quel punto Giovanni si affacciò alla portiera; non so qual voce
favellasse dentro di me — arcana voce e fatale; mi levai rapidissima e
gli mossi incontro.
— La lettera? domandai agitata.
— Ho corso tutta Milano inutilmente.
Ciò che io provai a quella notizia inaspettata non è descrivibile.
Tutte le torture che mi avevano straziata si rinnovarono in un punto.
Quella lettera che io credeva nelle mani di _lui_ ritentava ancora una
volta la mia debolezza. La fatalità mi trascinava alla colpa. Mi balenò
in mente il pensiero di interrompere la cerimonia, di svelare tutto in
quel momento. Mi rivolsi; tutti gli sguardi erano fissi sopra di me; il
notaio aspettava colla penna in mano; il _signor_ Verni mi sorrideva e
mi faceva segno che era venuta la mia volta.
Avrei io sfidato la maligna curiosità di tutti quegli sguardi allora
così benevoli? avrei io rinunziato per sempre a quella felicità che mi
attendeva?... Io lo dovevo, sì, lo dovevo; la mia coscienza parlava
assai chiaro; ma il cuore, questo misero cuore affranto da tante
lotte!...
Non fu che un baleno; il pensiero che quella lettera potesse pervenire
nelle sue mani troncò la mia irresolutezza.
— Dov'è la lettera?
— Eccola.
Gliela strappai di mano, e la nascosi nel mio seno; respirai più libera
e a un tempo più oppressa — io aveva risepellito il mio segreto.