«Io aveva lottato disperatamente col mio cuore, e mi era lusingata
d'avergli strappato per sempre ogni altra facoltà, tranne quella del
dolore. Quel giorno compresi d'aver fidato a torto sulle mie forze;
io sentivo nel mio seno la facoltà, e più ancora, il bisogno d'amare.
Anzi, ora appunto che mi sapevo indegna di questo nobile sentimento,
m'accorgevo di comprenderne per la prima volta la vera natura. Salvani
non aveva avuto che la mia innocenza, oggi io potevo dare il mio vero,
il mio primo amore.
Tuttavia non mi arresi al prepotente desiderio del mio cuore, e
combattei questa passione che divampava ogni giorno più violenta.
Il signor Verni — allora io lo chiamavo arrossendo «signore» — pareva
non vedere l'imbarazzo che mi cagionava la sua presenza, nè dal canto
suo aveva fatto nulla per suscitarlo. Rare parole ed indifferenti,
qualche sguardo smarrito che s'era incontrato alla sfuggita nel mio,
e null'altro. La mia vanità di donna non sarebbe stata certamente
lusingata dal suo contegno; ma io non era più vanitosa. La vanità è una
debolezza che esige una coscienza, non dirò pura, ma tranquilla; essa
vive e s'alimenta di cento inezie che solo la virtù senza macchia o il
vizio spudorato possono procacciarle; un'anima tormentata dal rimorso
non lo potrebbe giammai.
Dal sapere che il mio affetto era solitario e non corrisposto, ritrassi
nuovo vigore per combatterlo. Invano. Il mio cuore era più forte della
mia volontà. A poco a poco rinunziai a resistere; mi ripetei che la sua
indifferenza allontanava il pericolo della passione; che io sarei stata
libera d'amare senza temere le conseguenze cui un amore corrisposto
avrebbe potuto trascinarmi; io non sarei stata mai la sposa di
quell'uomo, ma ne sarei stata l'amante sempre. Avrei vissuto di questo
affetto; nissuno avrebbe potuto rapirlo dal mio cuore, però che nessuno
avrebbe letto nel mio cuore.
Io non mi faccio colpa di questa segreta determinazione, sebbene per
essa io mi sia trovata più debole nel momento in cui più avrei avuto
bisogno di forza — così era stabilito lassù.
Se rivolgo lo sguardo al mio passato, io non vedo che una cieca
fatalità in lotta colla mia debolezza. Le mie colpe sono, ahimè, grandi
e vere, ma i cimenti a cui fui provata furono troppo lunghi e troppo
crudeli, perchè potesse essere incerto l'esito della lotta.
Una sera io mi trovai senza avvedermene seduta vicino al _signor_
Verni. Levando gli occhi, incontrai il suo sguardo fisso sopra di me.
Non era la prima volta che io sorprendeva il suo sguardo che aveva
virtù di farmi arrossire. Quella sera però, forse perchè lontana
dall'aspettarmelo o forse perchè più debole nel sostenerlo, la mia
emozione fu così palese che egli se ne avvide. Io chinai gli occhi al
suolo, egli li tenne fissi nel mio volto; risollevandoli, toccò a lui
ad abbassarli e ad arrossire. Fu il primo segno di un'intelligenza
misteriosa fra le nostre anime; ma fu eloquentissimo. Provai un piacere
vivo, ma crudele come fitta di dolore.
La mia mente non ebbe altra immagine che quel rossore, nè altro
pensiero che a quella muta rivelazione.
Un'altra volta egli mi si fece incontro per salutarmi; indovinai dal
suo sguardo che era commosso, e la mia mano tremò nella sua; — egli la
trattenne con insensibile violenza — un solo istante, eterno per il mio
cuore. Quel giorno lo sfuggii: il suo amore era a un tempo un conforto
ineffabile ed uno spasimo atroce; quel che io sentivo al pensiero di
essere amata da lui era un sentimento indefinito di desiderio e di
paura — ma più assai di paura.
Finalmente egli mi svelò il suo affetto; fu una prova suprema,
terribile; io non so più quale linguaggio egli adoperasse, ma mi
parve un linguaggio non mai udito; l'impressione che io ne provai era
certamente affatto nuova per me. Mi tornò in mente il passato, questo
inesorabile passato che pesava sulla mia coscienza; impallidii, tremai,
non risposi; che cosa avrei potuto rispondere?
Il _signor_ Verni non si diè per vinto; insistè con cortesia squisita
ed ottenne da me delle parole smarrite, senza senso, che pure lo
colmarono di gioia. Era una gioia schietta, serena, che illuminava il
suo volto di una luce straordinaria.
Alcuni giorni dopo mi chiese il permesso di parlare di me a mio padre.
Che voleva egli dire? Poteva la mia povera mente agitata comprendere
ancora alcuna cosa di ciò che avveniva intorno a me? Mio padre mi
parlò di nozze, di nozze col _signor_ Verni. Rifiutai con voce spenta,
e poichè mio padre si meravigliava, e per la prima volta in sua vita
insisteva, dissimulando a stento la sua collera, mi gettai piangendo
nelle sue braccia.
Il _signor_ Verni non parve aversene a male; si mostrò sempre cortese
verso di me, e studiò con ogni cura tutte le vie del mio cuore. Egli
non sapeva quanto io l'amassi, quanto sarei stata felice d'essere sua!
L'amore mi guadagnò; a poco a poco tutte le mie armi di difesa
diventarono uno schermo impotente. Una cosa sola rimaneva incrollabile
in me: il proposito di non ingannare quell'uomo così generoso. Un
giorno egli era venuto a farci visita, e mio padre era assente;
trovandomi sola con lui tremai come uno stelo di giunco. Mi parlò del
suo amore. Che avrei potuto fare io, io che l'amava ardentissimamente?
Ascoltai senza interromperlo; mi chiese se io l'amassi; mi schermii
male, titubai, arrossii, un _sì_ fuggi dal mio petto. Da quel punto fui
vinta. Confessato il mio amore, io non poteva più ostinarmi nel rifiuto
della sua mano senza darne le ragioni; ed avrei io osato?...
Risposi alle nuove profferte di nozze con dei pretesti per indugiare;
accettò giubilante, sarebbe stato ai miei voleri. Mio padre era fuor di
sè dalla gioia.
Tutto ciò era avvenuto senza che quasi io ne avessi coscienza, come
opera di malia. Passarono alcune settimane, rapide come pagine d'un
libro sfogliate da una mano impaziente. Il mio supplizio divenne ogni
giorno più atroce; io comprendeva che oramai non mi rimaneva che un
partito: confessare tutto, purificarmi per questo mezzo.
Nessun'altra via erami aperta per divenire sposa di quell'uomo; portare
nel mio nuovo stato di moglie il segreto del mio passato, sarebbe stato
aggiungere un nuovo rimorso alle mie torture. Ingannare la buona fede
d'un uomo che mi amava, era ai miei occhi tale bassezza di cui non
avrei creduto giammai di potermi macchiare.
Mio padre era ricaduto improvvisamente ammalato; mi pregava colla voce
e colle lagrime: «affrettassi, non lo lasciassi morire senza dargli
il conforto di vedermi unita ad un uomo onesto.» Mi feci forza e diedi
convegno al _signor_ Verni. In quel momento era disposta ad affrontare
la vergogna; s'egli si fosse trovato innanzi a me non avrei esitato un
solo istante.
Quella fu per me una giornata d'angoscia. La ragione mi rappresentò
agli occhi le conseguenze di ciò che io stavo per fare; un basso
istinto d'egoismo e di paura ne alterò stranamente le sembianze.
Ciò che da prima era dovere prese aspetto d'eroismo; la bassezza e
l'inganno ebbero battesimo di prudenza.
Che cosa avrebbe fatto il _signor_ Verni dopo la mia confessione?
Mi avrebbe stimata per la franchezza, e il suo amore avrebbe saputo
perdonare ad un passato che infine non gli apparteneva... Ciò era
probabile. Ma se invece egli avesse sdegnato di dare la sua mano ad
una donna colpevole? Ciò era pure possibile; nella più parte dei casi
sarebbe stato anzi il partito più verisimile. E in tal caso che cosa mi
sarebbe rimasto? La vergogna della confessione, la vergogna di sapere
che un altro uomo aveva penetrato questo secreto fatale della mia vita
sciagurata. Al contrario il silenzio salvava ogni cosa; se il passato
non apparteneva che a me sola, nessuno aveva diritto di indagarne il
mistero; nè io falliva ad un dovere tacendo una colpa che la mia nuova
vita avrebbe dovuto far dimenticare a me stessa. Che se pure il signor
Verni avesse accolto la mia confessione ed accettato senza arrossire
il carico di farmi dimenticare coll'amore il tormento delle memorie,
chi poteva dire quanto tempo avrebbe durato il suo coraggio? chi poteva
dire che un giorno egli non si sarebbe pentito della sua debolezza ed
avrebbe pagato col disprezzo da prima, coll'indifferenza più tardi, la
memoria incancellabile d'una colpa?
Venne il domani; venne l'ora del convegno; venne il signor Verni.
Il mio proposito aveva resistito alla lotta; io era pallida in viso, ma
pronta a sfidare l'abbandono e il disprezzo di quell'uomo che amavo.
Egli era bello, dolce, amorevole; si rinnovarono ancora una volta nella
mia mente le indecisioni che mi avevano travagliato fino a quel punto.
Avvelenare la sua pace, uccidere forse il nostro amore, perderlo forse
per sempre! Affannoso pensiero!.... E tuttavia io mi sentiva in petto
una forza prodigiosa....
Lo feci sedere vicino a me, radunai le mie idee, cercai la frase che
poc'anzi avevo ripetuto cento volte dentro di me; la cercai spasimando,
istupidita, atterrita del mio coraggio....
Lo guardai in volto; era così sereno! ed avrei? Orribile! Orribile! ed
avrei io osato palesare a lui? e in quali termini, mio Dio?
La vergogna mi vinse; mi abbandonai piangendo sopra il divano.
— Che avete? mi domandò egli commosso.
— Che ho?
Mi rialzai con un nuovo impeto, aprii le labbra per parlare, ma la voce
mi mancò, e il fatale segreto morì soffocalo nel mio seno.»