XLVII.

_Silvio a Carlotta._

«Che cosa devo pensare di voi? È la terza volta che vengo in casa

vostra per rivedervi, ed è la terza volta che mi si dice che voi non

siete in casa. Io non ho dubitato un istante che ciò fosso vero; non

ne ho dubitato, e non ne dubito, ve lo giuro; ma un vago timore si

è impossessato di me, e non so aver pace in nissun modo. Che cosa è

dunque avvenuto? che cosa sta per avvenire, mio Dio?

Lo so, è una strana audacia la mia; pure vi scongiuro, toglietemi da

quest'affanno; ditemi che la vostra assenza è affatto casuale, che non

si rannoda con alcun dolore, con alcuna circostanza penosa; soprattutto

che io non vi ho parte alcuna.

Ho pensato di scrivervi, perchè non oserei presentarmi alla vostra

casa con questo dubbio; perchè un nuovo tentativo di rivedervi fallito

getterebbe forse nel mio cuore dei fallaci sospetti sulla vostra

lealtà; perchè forse, se una dura verità deve partire dal vostro

labbro, voi stessa troverete più facile mezzo affidandola ad una

lettera. Rispondetemi adunque, ve ne prego. Qualunque sia la sentenza

con cui risponderete al voto del mio cuore, io saprò obbedirvi, io

saprò forse rassegnarmi ad una sciagura su cui il mio pensiero osa

appena arrestarsi: «riperdervi per sempre.»

Soprattutto siate franca, e procurate di rispondere liberamente a

questa domanda che io vi faccio per l'ultima volta col cuore affranto

dalla lunga speranza: «Volete voi esser mia?»

Un segreto, vol. 2 · 第 22 / 60 题