XLVI.

_Silvio a Eugenio._

. . . . . . .

Ed ecco perchè non ti ho scritto. Potrai tu farmene una colpa? Non lo

credo; mi piace crederti generoso, e il pensiero della mia debolezza

fisica, e, deggio pur dirlo, della mia passione, legittimerà agli

occhi tuoi la debolezza morale che, facendomi temere il tuo scherno,

ha contribuito non poco a prolungare il mio silenzio. Aggiungi che

soltanto oggi io ho incontrato le tue lettere; però dalla premura con

cui mi accingo a risponderti, potrai avere nuovo argomento delle mie

buone intenzioni.

Promettimi che non ti farai beffa di me; che il tuo sorriso cinico si

spunterà contro il mio cuore innamorato. Se tu sapessi quanto è bella,

se tu sapessi la immensa folla di promesse che si slancia da' suoi

occhi; se tu potessi numerare tutte le ansie che hanno combattuto il

mio petto, tutti gli spasimi della sfiducia, e le dolci frenesie della

speranza!... Oh! tutto ciò è ben dolce e ben crudele, ma è la vita.

Dì pure che io vaneggio, che sono un fanciullo incorreggibile,

ma lasciami dire alla mia volta che tu non sai vivere. Illusioni,

follie!... Sia pure, mio buon Eugenio, ma stolto ed illuso colui che

rifiuta il calice della vita, perchè non vi vede brillare in fondo

l'eternità! Non è egli forse filosofia più sana e più utile, quella

che benedice l'oggi, se ne appaga e ne vive, di quella che anticipando

il domani con boriosa audacia, s'accascia nell'inerzia, sopportando il

peso d'un'esistenza neghittosa?

Domani sia che si voglia; oggi amo, e basta. Ma io ho anche ragioni per

lusingarmi del domani, e se volessi mostrarmi audace nell'asserire,

quanto voi altri cinici lo siete nel negare, potrei dire una parola

che farebbe palpitare i cuori innamorati; e mille voci s'unirebbero

alla mia, e benedirebbero questo benefico ideale dell'amore: l'eternità

dell'amore.

Infatti tu lo sai al pari di me; non è da oggi che io amo questa

creatura; il mio affetto è passato attraverso il tempo, mascherato di

cinismo come il tuo cuore, ma non si è spento. Così i semi delle piante

passano attraverso i secoli serbando tutta la loro potenza di vita,

sospirosi dell'amplesso fecondo della terra che li farà germogliare.

Anche l'amore ha i suoi germogli.

E poi, oggi è ben altro: io posso pensare senza arrossire agli enormi

desideri che torturano dolcemente il cuore di chi ama, posso pensare

a farla mia, a' suoi baci di fuoco, al suo seno palpitante sul mio.

Nulla più s'oppone alla mia felicità. Il signor Verni è morto; il tuo

silenzio su ciò mi lascia credere che tu lo ignori. Io stesso non so

dirtene di più. Pare che il destino si compiaccia di circondare di

mistero tutto ciò che riguarda questa donna: il suo stesso sorriso

è un enigma; vicino a lei io smarrisco le mie audacie, e il suo

sguardo dolce mi affascina e m'impietosisce ad un tempo. No; non posso

ingannarmi; su quel volto sereno è scolpita una grande sventura. Questo

fantastico sentimento di pietà che si aggiunge alla mia passione ne

raddoppia l'energia. Vorrei comperare le sue lagrime col mio sangue,

vorrei travolgere il suo affanno nel mio amore, e confonderlo in esso —

il mio amore è immenso.

Non sono che poche ore che ho lasciato la sua casa, e pochi passi

soltanto mi separano da lei, e tuttavia mi pare che un abisso

sterminato di spazio e di tempo si distenda innanzi a me per isolare il

mio amore.

Un'angoscia segreta mi opprime; e mi muovo cento domande — cento

torture — a cui non posso rispondere. Perchè mai ella mi ha sorriso

più dolcemente dell'usato, nel separarci? Voleva darmi una speranza?

se così era, perchè tenersi a fianco quel benedettissimo signor W**?

Temeva ella di restar sola con me? Mio Dio! Mio Dio! La mia testa si

perde in questo labirinto...

Queste mie camere solitarie che ho già amato tanto, mi sembrano

fredde, mute come sepolcri. Ho aperto le finestre che guardano sul suo

giardino, ho riveduto il pergolato, il viale dei pini, il sedile di

sasso; tutto ciò è assai triste, assai desolato; la brina inargenta

i rami e le zolle; quella nudità della natura mi ha agghiacciato il

cuore. Una sola cosa non ha mutato; le sue finestre; esse sono sempre

là, chiuse gelosamente, colle cortine calate... E tuttavia il mio

occhio non erra smarrito sulle pareti come una volta, ma si spinge

oltre audacemente, e vede una pallida figura di donna... Il mio cuore

palpita più vivamente... Carlotta! Carlotta!

Ho avuto per un istante la pazza speranza che una finestra si aprisse a

un tratto, e che ella vi si affacciasse per rispondere all'appello del

mio cuore. Poi ho cercato la finestra della camera che ho abitato tanto

tempo; ho riveduto il mio letto, le seggiole, gli specchi, i fiorami

delle pareti... E dire che poc'anzi io era là, che vedevo la luce

attraverso quella finestra!... È finita, è finita!... la mia ragione è

minacciata da due forze opposte; impazzirò di gioia o di affanno......

Un segreto, vol. 2 · 第 21 / 60 题