_Silvio a Carlotta._
«Non crediate che io vi scriva per farvi rimprovero. In compenso
dell'ospitalità e delle cure che m'avete fatto prodigare nella vostra
casa, io vi perdono il male che avete cagionato al mio cuore. Il vostro
silenzio mi aveva detto l'indifferenza; oggi vi avete aggiunto il
disprezzo. Nè io me ne dolgo; una speranza gagliardamente alimentata
mi ha suggerito l'audacia che vi ha offeso; però se il mio contegno mi
ha meritato la vostra collera, il mio cuore non domandava che la vostra
pietà.
Voi foste forse giusta, ma spesso la giustizia è crudele. Sia pure; poi
che il rapido corso di molti mesi non ha saputo ispirare ed alimentare
nel vostro cuore altro sentimento che l'indifferenza e il disprezzo, io
saprò rinunziare un'altra volta al mio sogno, a quel sogno che, dacchè
vi conobbi, fu la sola mia vita: essere amato da voi. Un sacro dovere
si frappose un tempo fra voi e me; vi lasciai col cuore straziato, ma
confortato da una stolta e fallace compiacenza: forse il vostro cuore
mi aveva fatto l'elemosina del compianto; forse i vostri occhi mi
avevano fatto elemosina d'una lagrima....
Oggi è ben altro.
Assai probabilmente non mi rivedrete più; partirò domani stesso dalla
vostra casa, e domani stesso lascierò questo paese. Spero di poter
andare abbastanza lontano, perchè voi non abbiate così facilmente la
spiacevole sorpresa d'incontrarvi un'altra volta con me.
Questo io debbo fare per voi; lo posso, e mi basta. Se la mia
riconoscenza non può dimostrarvisi che a questo patto, non potrete,
spero, accusarmi d'ingratitudine. Che se le baldanze mie vi hanno
tratta in inganno sui miei sentimenti, l'avvenire vi dirà forse quanto
profondamente io vi stimi e vi abbia stimato sempre.»