Le ore numerate dall'insonnia non sono mai brevi; e tuttavia Silvio,
che aveva avuto le sue buone ragioni per non chiudere occhio tutta
notte, trovò che l'alba spuntava troppo più presto che non si
convenisse alla più pigra stagione dell'anno. Le battaglie del suo
cuore erano state crudeli e lunghe, ma la sua risoluzione non aveva
piegato un istante. Il primo raggio di luce penetrò nella sua stanza
gravido di nuove tempeste e di nuovi assalti. E in un baleno ripensò
tutte le accarezzate illusioni del suo spirito, melanconiche rovine
d'un audace edifizio di sogni. Pensò a Carlotta, alla mesta casa
che lo aveva raccolto, e parendogli d'uscire improvvisamente da una
lunga visione, volse gli occhi in giro per sincerarsene. Una profonda
melanconia lo invase al pensiero di dover abbandonare quelle pareti
per sempre. Quivi egli si era abbandonato alle sue fantasie d'infermo,
alle ansie dell'aspettazione, agli accasciamenti della disperanza —
quivi egli aveva sofferto, amato e sperato molto — quella camera era
stata per lui, per lui solo, tutto un mondo vastissimo che egli aveva
popolato d'immagini lusinghiere.
Nelle lunghe ore di solitudine che egli aveva passato immobile sul
suo letto, egli aveva numerato cento volte il doppio giro di scacchi
bianchi ed azzurri che si alternavano sulla volta; aveva seguito
coll'occhio i bizzarri fiorami dipinti sulle pareti fino agli stipiti
dorati degli angoli, donde era tornato indietro rifacendo senza
stancarsi mai gli stessi sentieri tortuosi. E poi in quella camera
vi erano cento altri affetti che erano sorti per opera sua, affetti
di creature enigmatiche a cui egli solo aveva dato la vita. Là era un
drago colle fauci spalancate, che fino all'arrivo di Silvio era stato
tenuto in conto d'una foglia di certa pianta strana a cui nissuno
avrebbe saputo dare un nome; altrove una testa assai burlesca d'uomo,
altrove un busto di bella donna, o un amorino senz'ali, tutta brava
gente che vivevano alla buona senz'altra pretesa al mondo che quella di
essere guardati ad un'ora determinata e dal guanciale di Silvio.
Pensate voi se dovesse essere lieve dolore abbandonare tutto ciò.
Più volte Silvio provò a drizzarsi appuntando i gomiti sul guanciale;
più volte disse a sè stesso che era tempo di mostrarsi forte, ma sempre
gliene mancò l'animo; il suo pensiero ribelle ritornava senza posa
a Carlotta, e il suo corpo ricadeva inerte sul guanciale. Un sospiro
mal represso veniva a quando a quando dal suo petto; ed egli avrebbe
certamente arrossito confessandolo a sè medesimo, ma il suo cuore
diceva assai chiaro il pentimento di aversi tolto un carico tanto
grave.
— Domani stesso partirò dalla vostra casa!...
Queste parole, indarno dissimulate, si ripetevano come un lungo eco
nel suo seno. Qual demone gliele aveva dettate? e perchè mai s'egli
non aveva saputo resistere alle tentazioni dell'orgoglio, non era,
almeno in quel momento, fatto insensibile alle lusinghe infruttuose
dell'amore?
In quel punto venne picchiato all'uscio. Il signor W..., medico e
chirurgo di Gossau, entrò sulla punta dei piedi. Il cuore di Silvio
martellò disperatamente, vedendo l'eterno sorriso e l'eterna marsina
nera dell'Esculapio.
— Come state voi?
— Benissimo, balbettò Silvio.
Il sorriso del signor W..., medico e chirurgo di Gossau, parve voler
dire: «Adagio, mio signore; prima di sentenziare con tanta sicurezza ci
ho da entrare anch'io.»
— Vediamo la lingua, disse dopo aver tastato il polso con molta gravità.
Silvio mise fuori la lingua colla maggior grazia possibile.
L'esame parve non andare a genio al signor W..., il quale fe' sentire
un debole grugnito assai espressivo.
— Abusi, abusi!... ripetè egli scotendo il capo; eccoci di nuovo colla
febbre...
E s'arrestò atteggiandosi come un punto, interrogativo. Questa volta
il suo sorriso fu molto eloquente, e fu come la sintesi d'un discorso
la cui perorazione dimostrava assai chiaro: come sarebbe stato
sconveniente che il signor W..., medico e chirurgo di Gossau, non
avesse indovinato la causa di questa ricaduta.
Ma sia che Silvio non avesse inteso l'oratorio significato di quel
sorriso, o non vi avesse posto mente, prese a dire con voce titubante
«come avesse in animo di partire....»
— Diamine! sclamò il medico.... e quando?
La lingua di Silvio incespicò più d'una volta prima di rispondere,
e ne venne fuor un «presto» così ingarbugliato, da essere quasi
irriconoscibile.
Ma, il signor W** non se ne appagò e insistè con un «per esempio?» così
netto ed aperto, che era impossibile potersene schermire.
— Fra quanto tempo credete che io possa lasciare il letto? domandò
Silvio, invece di rispondere.
— Secondo i casi.
— Nella migliore ipotesi?
— Supponendo una crisi favorevole, prestissimo.
— Prestissimo! Per esempio?
Il _per esempio?_ di Silvio fu più fortunato.
— Anche domani.
Silvio impallidì, ed aggiunse con un tremito pauroso:
— E se si trattasse d'un bisogno urgente?...
Il medico parve non comprendere. Silvio tacque un istante.
— Se io dovessi partire.... oggi?
— Oggi! Diamine!
E un nuovo grugnito dell'ottimo signor W**, medico e chirurgo di
Gossau, avvertì Silvio della difficoltà della cosa.
— Impossibile, voi dite?... interruppe questi con un impeto di
rammarico, che poteva parere un impeto di gioia.
— Non ho detto ciò....
A questo punto il rammarico di Silvio parve meglio definito.
— Ma lo dirò certamente.... È impossibile; fate conto d'avere le catene
delle Alpi alle sponde del vostro letto....
E tratto dal paragone il signor W**, medico e chirurgo di Gossau,
s'agitò come invaso da un brivido di freddo, e volse istintivamente gli
occhi al caminetto, su cui tremolavano ancora alcune scintille avanzate
dalla notte precedente.
— Dunque? insistè Silvio con uno sguardo pieno di speranza.
Il medico si strinse nelle spalle.
Silvio non disse più nulla, e parve riflettere. Il suo volto era
come irraggiato da un dolce e pago languore; ma un istante dopo la
sua fronte si oscurò, e i suoi occhi si chiusero penosamente, mentre
l'affanno usciva dal suo petto in un sospiro.
— È inutile, disse, è necessario che io parta oggi.
E senza punto badare al signor W** che se ne stava immobile per lo
stupore, fece atto di levarsi. Il medicò lo arrestò con uno sguardo di
preghiera, ed a crescervi forza aggiunse un gesto in cui era scolpito
tutto l'entusiasmo d'una perorazione. Ma quella eloquenza muta non fu
molto fortunata.
— È necessario che io parta oggi, ripetè mestamente Silvio; e poichè
il signor W** accennava di voler insistere, lo interruppe con un «è
necessario» così riciso, che a volerci trovar da ridire era qualche
cosa più che una montagna da valicare.
Infatti, il signor W** non ci trovò a ridire, e pensando che la sua
presenza non potesse riuscire che importuna, salutò ed usci dalla
camera.
Rimasto solo Silvio, che s'era drizzato a gran stento, ed aveva messo
una gamba fuori del letto, sentì a un tratto venir meno ogni energia.
Col capo inchinato sul petto, cogli occhi fissi, egli ripensava
melanconicamente per l'ultima volta le accarezzate parvenze del suo
sogno....
Il buon Giovanni lo sorprese in quell'atteggiamento.
Silvio, tratto bruscamente al suo estatico fantasiare, levò gli occhi
smarriti in volto al nuovo arrivato.
Giovanni recava una lettera; Silvio la prese senza emozione, ne ruppe
il sigillo, spiegò distratto il foglio innanzi agli occhi, e lesse una
sola parola:
«Restate.»
Una gioia suprema imporporò le sue pallide guancie; il suo cuore
batteva così violento, che quasi gli veniva meno il respiro.
— Dessa! non è vero?... balbettò tremante, fissando gli occhi
spalancati in quelli di Giovanni; e senza attendere la risposta, si
lasciò cadere con delirante abbandono sul suo guanciale.