--_Ci_ troverai!...
--Vuol riposare?--chiese cortesemente il segretario;--sono ancora
libere io camere dei suoi amici: il 14 e il 15. Quale desidera?
--I miei amici!--ripetè Mario, con voce sepolcrale:--no.... non sono
stanco e poi devo ripartire adesso, adesso: fate venire un legno.
Questa volta, lo sventurato Mario acchiappò il _diretto_ e giunse a
Firenze alle nove e venti di sera; alle dieci, le sue gambe, tremanti
sotto un corpo affranto, salivano le scale dell'_Hôtel Washington_.
Sul primo ripiano c'era Augusto con le braccia aperte: dalla
ringhiera, al secondo ripiano, si spenzolava Giacinta, che gridava con
tenerezza:
--Mario! Mariuccio!
Augusto abbracciò fortemente l'amico e gli bisbigliò all'orecchio:
--Bada: che lei crede che tu arrivi da Orvieto.
--Grazie!--mormorò Mario, coi denti stretti, e salì ancora.
Giacinta gli buttò le braccia al collo, baciucchiando quella faccia
smunta e intrisa di fuliggine.
--Cattivaccio!--gli disse, poi--ne ho passato delle inquietudini!...
se non era per Augusto che cercava distrarmi!... son finiti o no,
questi affari benedetti? Io, poi, t'ho da raccontare tante cose....
--Ah, sì?
--Quel che è successo, in questi giorni!... figurati che, quando siamo
arrivati a Bologna, ci hanno preso per marito e moglie....
--Ah, questa è graziosa tanto,--esclamò Mario, con un riso cadaverico.
Non si è mai abbastanza ignoranti.
Fra i cavalieri della corona d'Italia, Ignazio Cipicchia era il più
infelice di tutti, a causa del suo matrimonio con Felicetta Cobianchi,
per quanto lei, poveraccia, osservasse scrupolosamente i suoi doveri
di donna, di cittadina, di sposa e di futura madre di famiglia.
Il cavaliere Ignazio Cipicchia, deponendo le sue sofferenze morali nel
gilé d'un amico d'infanzia, gemeva con accento malinconico:
--Ho sposato un'oca, credi, una vera oca.... ma che dico? Le oche
hanno un'intelligenza qualsiasi, hanno perfino un posto nella
storia.... Felicetta, invece, non è nemmeno un'oca.... io non ho il
diritto di classificare questa santa donna in nessuna specie del regno
animale, nè tra i vertebrati, nè tra gl'invertebrati....
--Ma che fa, tutta la giornata, in casa? non fa niente? non sa far
nulla?
--Al contrario: purtroppo, ella sa far tutto: dalle calze allo
stufatino d'agnello, dai più ignobili lavori all'uncinetto fino ai
senapismi.... ma ella non sa dire quattro parole sopra un argomento
qualsiasi, che non abbia relazione colle faccende domestiche. Tutto
ciò che eleva lo spirito, per lei non esiste affatto. Vuoi escire? (le
ho detto ieri) andremo alla _Società orchestrale_. Sai che mi ha
risposto? (_contraffacendo la voce_): "Grazie! preferisco restare a
casa a far la pulizia delle camere". Si direbbe, quasi, che lo scopo
della sua esistenza, invece di uno scopo, non sia che una scopa....
--Ma, caro mio, dopo tutto, mi pare una buona moglie.
--Ecco, dove tu sbagli. Non è una moglie, quella è una serva, una
serva eccellente, una serva inarrivabile, ma infine una serva. Credevo
di sposare una signorina e invece ho sposato una cuoca. Invece di una
luna, m'è toccata, amico mio, una frittata di miele. Io avrei voluto
dare a Felicetta tutto il mio tesoro d'affetti; volevo aprirle il mio
cuore, e invece lei non sa aprire che la credenza. In casa mia c'è una
lindura, un ordine, atroci, detestabili. I pranzi sono regolati con
una spaventosa regolarità. Alle otto di sera Felicetta sbadiglia:
alle nove ha sonno: alle nove e un quarto dorme e russa. Ah, non ne
posso più!
--Perchè non la porti a teatro?
--Ci ho pensato: ma s'addormenta lo stesso, alla metà del prim'atto.
Non la posso neanche portare in società, perchè mi ci faccio rosso per
lei. Figurati: non sa dire altro che _come sta?... grazie,
altrettanto_.... Vedi? a certi momenti, preferirei quasi che non fosse
tanto virtuosa, ma un po' meno bestia, perdinci!
Questo intimo sfogo del cavaliere Ignazio Cipicchia, basta a spiegare,
se non a giustificare, l'entusiasmo con cui, una sera, in casa
Menichelli, fece conoscenza con la signora Eleonora Barbetti, vedova
del sempre compianto professore Lorenzo Barbetti, che in suo vivente
stampò dottissimi opuscoli, non conosciuti, come al solito, che in
Germania.
Dieci anni di convivenza matrimoniale erano stati sufficienti perchè
la signora Eleonora si conformasse a quella misteriosa e comune legge
psico-fisiologica, secondo la quale i coniugi finiscono a
rassomigliarsi, così nel morale come nel fisico. La signora Eleonora,
a trentaquattr'anni, riassumeva in sè la duplice personalità del
professore Barbetti e di sua moglie: ella era come un'incarnazione
buddistica del connubio Barbetti, col naso di Lorenzo, e la voce
argentina di Eleonora, coi bei denti bianchi d'Eleonora e le citazioni
classiche del professore defunto.
Appena avvenuta la presentazione nelle forme consuete, donna Eleonora
soggiunse:
--Cipicchia!... lo scultore?
--Nossignora: lo scultore è mio cugino.
--Allora: avvocato?
--Neppure: io non fo niente.
--Niente? male. Schiller, il grande Schiller, dice: L'ozio non è che
il disprezzo della vita.
Il cavalier Cipicchia rimase dolcemente atterrito, davanti a questo
miracolo di donna, che gli esplodeva freddamente una massima di
Schiller come se niente fosse, e pensò:
--Dio! che felicità passare la propria esistenza al fianco d'una
signora, una vera signora, che ha il grande Schiller sulla punta delle
dita! Felicetta al posto suo m'avrebbe detto: non fai niente? e perchè
non mi gratti un po' di formaggio?
Istintivamente il cavalier Cipicchia sentì nel cuore un misto
d'ammirazione e d'affetto per la vedova Barbetti, provò un senso acuto
di rispetto e di desiderio per quella donna così colta, e fece di
tutto, anche delle vigliaccherie, per discorrere tutta intera la
serata con lei....
Ah, era proprio una donna che comandava l'ammirazione.
A ogni momento, citava Seneca, Pascal, Leibnizio, Larochefoucauld,
Hegel, Rousseau, Schopenhauer....
Sì, o signori: persino Schopenhauer.
Tornando a casa, il cavalier Cipicchia, nello slacciarsi la cravatta,
guardò la paffuta Felicetta, che russava a bocca aperta, e mormorò con
accento di profonda commiserazione:
--Donna virtuosa ma inconsapevole, hai tu il più lontano sospetto che
l'umanità abbia avuto un filosofo che si chiama Schopenhauer?... oh,
anima confinata tra le matassine e la pignatta, tante cose non seppe
Pico della Mirandola, quante tu ne ignori e ne ignorerai!
Poi, si coricò anche lui, dormì e sognò che la signora Barbetti gli
traduceva e gli spiegava, una per una, le settantamila pelli di bue
dello _Zendavesta_.
Per quindici giorni di seguito, il cavaliere Cipicchia fece una corte
onesta sì, ma ostinata, implacabile, alla vedova Barbetti, che sera
per sera lo seppelliva sotto cumuli enormi d'erudizione
enciclopedica. A poco a poco, le relazioni divennero alquanto più
intime, sebbene sempre nei limiti della convenienza, e per un momento
parve che l'austera e dotta epidermide di donna Eleonora vibrasse di
oscillazioni simpatiche all'avvicinarsi del cavalier Cipicchia.
Occhiate languide, sorrisi, e piccole strette di mano s'intercalavano,
per così dire, nel testo delle disquisizioni scientifiche o
filosofiche di donna Eleonora: poichè Ignazio non era padrone di
metter bocca sopra una cosa, o un coso, o un caso qualunque, che lei
non avesse pronto il suo commento dottorale, d'un'erudizione
inesorabile.
Più che una donna, era una cattedra.
La cosa, anzi, prese tal piede, che il cavalier Cipicchia, nelle
espansioni versate nel solito gilé dell'amicizia, in capo a due
settimane ebbe a dire:
--È un portento, quella donna!... non ho mai sentito nulla che....
anzi, se proprio l'ho a dire, è persino troppo.
--Davvero?
--Ah sì, troppo!
Il grido partiva dal cuore, e Ignazio Cipicchia aveva ragione: per
quanto varia, l'erudizione di donna Eleonora diventava assolutamente
asfissiante.
In una bella giornata di maggio, la signora Eleonora vedova Barbetti,
piena di mellifluità sentimentale, invitò il cavaliere Cipicchia a un
pranzetto intimo e idiliaco, in una modesta palazzina ch'ella aveva in
affitto a Frascati.
Il cavaliere rimase quasi spaventato da questa audace partita di
piacere silvestre, ma in fin de' conti pensò:
--Le mie intenzioni sono pure: non si tratta che d'un amore
intellettuale: io sono un uomo serio: lei è una signora seria....
troppo seria.... troppo!
Così che, malgrado i perfidi lenocinii dell'ottobre e della campagna,
il cavalier Cipicchia si recò a Frascati con la coscienza tranquilla e
anche un pochino lusingato dal pensiero che forse un idilio platonico,
sotto le olmate laziali, avrebbe finalmente elevato quelle due anime
un tantino nell'azzurro, al disopra delle massime filosofiche e
dell'archeologia scientifica.
Quel giorno, c'era un po' di Catullo, un po' di Orazio, nel cavalier
Cipicchia.
Ma, tutto sommato, forse, un Orazio.... Fiacco.
Alle tre, giunse al villino Barbetti, con un caldo formidabile, sotto
il sole scottante, che lo faceva andare in acqua dal sudore. Donna
Eleonora, insieme con una sua cognatina, femmina magra, muta e
insignificante, lo accolse con un sorriso quasi angelico e fece
portare dei rinfreschi nel salotto, ch'era a pianterreno.
--Ah, qui si sta bene:--esclamò Ignazio, rifiatando e lasciandosi
cadere sopra un sofà,--carino tanto, questo salotto! anche il
pianoforte!
--Il pianoforte prima di tutto, poichè la musica è il più dolce
nutrimento dello spirito. La religione deve più a Sant'Ambrogio per i
canti sacri, che a San Paolo per le sue lettere. Il quartetto del
monaco Ubaldo, nel decimo secolo, è un'armonia di paradiso....
Ignazio si sentì piccino piccino, davanti a una signora che osava
rimontare al decimo secolo, e s'arrischiò a balbettare:
--Ah, è vero: la musica sacra: ho inteso, in San Pietro, la famosa
messa di Palestrina....
--È bella sì, ma omai un po' volgaruccia. Ha sentito mai la messa che
Guglielmo di Machault ha composto per la consacrazione di Carlo V?
--Io no.
--E io neppure: ma me la figuro. Mi parli dei canoni di Giovanni
Tinctor, di Giacomo Hobrecht; mi parli dei _mottetti_ del Deprés,
stampati a Venezia 1502, coi tipi d'Ottavio Petrucci: mi parli....
Il cavalier Cipicchia non parlò dei _mottetti_, ma tentò abilmente
sviare tanta onda musicale, guardando l'orologio a pendolo e dicendo:
--Perbacco! son già le tre e mezzo, non credevo: ma andrà bene
quell'orologio lì?
--Si figuri! è nientemeno che un orologio di Wagner, del celebre
Wagner, che non s'occupava che di grossa orologeria, ma poteva ben
competere coi Lepaute, coi Bréguet, coi Romilly, coi Rivaz, coi
Deturtre, eccetera, eccetera. Già, ho sempre avuto una passione per i
buoni orologi, non m'è riuscito di trovarne uno lavorato da Galilei,
ma mio nonno mi ha lasciato un orologio, fatto, nientemeno, da
Huyghens.
--Huyghens! nientemeno....--mormorò Ignazio, che sentiva questo nome
per la prima volta.
--Già: l'inventore della molla a spirale. Ne parla l'Hugenil
nell'_Horologium oscillatorium_, e anche il Thiout, nel suo _Trattato
d'orologeria_....
--Ah, sì: è verissimo.
Ignazio altro non disse per paura di compromettersi, e donna Eleonora
visto che la conversazione languiva, soggiunse:
--Qualche minuto ancora e andremo a tavola. Si sa: in campagna si
pranza di buon'ora. Vuole, intanto, fare un giretto in giardino?
--Ma si figuri! con tutto il piacere.
E dato il braccio a donna Eleonora, il cavalier Cipicchia si trovò, da
lei guidato, in un rettangolo di terreno, ornato di poche piante
intisichite che facevano rabbia, ma per compenso dovette sorbire tutta
una dissertazione sui giardini degli antichi greci e degli antichi
romani, con l'inevitabile citazione dei _giardini odoriferi_
d'Aristofane, e della lettera nella quale Plinio il giovane descrive
la sua villa sulle pendici toscane. Tutto un corso completo di _ars
topiaria_, con terribili divagazioni botaniche sulla famiglia delle
piante dicotiledoni e monopetali, e una menzione speciale del
_ligustrum japonicum_ e della _syringa vulgaris_ (fior di lilla) che
fu introdotta in Europa verso la metà del settecento.