Come Dio volle, si diede in tavola: e Ignazio ebbe un po' di respiro
fino al fritto. Ma una sua frase imprudente schiuse nel cervello di
donna Eleonora il rubinetto dell'erudizione gastronomica, e non uno
dei più valorosi mangioni, da Apicio a Brillat-Savarin, da Lucullo a
Gioacchino Rossini, fu risparmiato allo sbalordito cavalier Cipicchia.
Mancomale, verso le cinque venne il caffè.
--Delizioso!--egli disse,--mi ricorda il caffè veramente orientale che
si beve al _Florian_ di Venezia....
--Oh, può essere ben sicuro che le servo il frutto genuino della
_coffea arabica_: per questo lato, sento d'essere orientale anch'io e
professo una specie di culto per Soliman-Agà, che lo mise alla moda in
Parigi nel 1669. Del resto, oltre a una buona bevanda, io sono
convinta che il caffè è una vera medicina. Esso contiene dell'olio
volatile, dell'acido gallico, del tannino.... No: io non posso
adattarmi all'opinione di Hahnemann, che pretendeva scorgere a
dirittura un veleno nel caffè! e lei?
--Anch'io sono d'un parere contrario a quello di Hahnemann!--soggiunse
Ignazio; e si fermò, quasi per paura di essersi arrischiato fin
troppo.
Bevuto il caffè e dopo un lungo ragionamento sull'uso dei liquori
presso i diversi popoli d'Europa, donna Eleonora propose di giocare a
tarocchi.
--È un gioco prediletto alle genti italiane,--continuò Eleonora
rimescolando le carte,--e mi piace appunto per questo. Alcuni greci,
esuli da Costantinopoli, presa poi da Maometto II, fecero conoscere le
carte ai fiorentini e ai veneziani, e gli italiani introdussero il
gioco in Francia nel 1370. Carlo VI faceva alluminare stupendi mazzi
di tarocchi dal pittore Gringonneur....
La lezione fu lunga, poichè da Carlo VI si venne giù giù fino alla
riforma tentata da David nel ciclo rivoluzionario, e intanto il
cavalier Cipicchia, per dire la verità, sudava freddo. Quelle tre ore
consecutive d'erudizione implacabile cominciavano a produrre una
reazione completa nell'animo suo, e non fu senza un sospiro di
sollievo che udì donna Eleonora a dire:
--Ah, ora facciamo l'ultimo giro, chè a momenti è l'ora del treno.
L'ultimo giro fu ancora funestato da qualche reminiscenza dei giochi
fenicii e ateniesi; ma, finalmente il cavalier Cipicchia, gentilmente
accompagnato dalla vedova Barbetti e dalla cognatina, si avviò alla
stazione di Frascati e pregustò internamente la prossima ora della sua
liberazione.
--Creda pure--diceva, col suo biglietto di prima classe nel nastrino
del cappello--creda pure che in vita mia non ho mai passato una
giornata più incantevole di questa.... Ah! ecco la campana, che
annuncia la partenza del convoglio. Dunque, tante cose.... e
grazie.... grazie!
--Vogliamo accompagnarla fino al vagone.
--Oh, non permetterò....
Ma non ci fu verso, e prima che Ignazio potesse salire in un ammezzato
di prima classe, donna Eleonora esclamò:
--Pensare che la forza del vapore fu scoperta dal meccanico Antemio,
nel sesto secolo (ne parla lo storico bisantino Agatias) e che non
s'ebbe l'idea d'una locomotiva che sul finire del secolo nostro!...
E mentre il convoglio si metteva in moto, il cavalier Cipicchia udì
ancora confusamente questi nomi lanciati nell'aria:
--Papin.... Watt.... Robinson.... Stephenson....
Giunto a casa sua, Ignazio trovò Felicetta in cucina, e profondamente
commosso, l'abbracciò due o tre volte.
--Ti sei divertito?--le chiese lei, con la sua consueta espressione di
stupido candore.
--Non tanto, e tu che hai fatto?
--Una quantità di cose. Vieni a vedere quante cipolle ho comprato,
quasi per niente.
Il marito, trascinato da lei davanti a un centinaio di cipolle, si
sentì venire le lagrime agli occhi: e, intenerito, la baciò sulla
bocca dicendo:
--Tu almeno non mi dirai: la cipolla, presso gli antichi Egizii....
Il mistificatore.
Aveva un aspetto, per dir così, tondo, autorevole e venerando: Vestiva
un po' all'antica, come conviene a un uomo che ha passato la
cinquantina, ma non senza eleganza, sopratutto non senza un'estrema
pulizia. I suoi alti solini inamidati, che quasi gli segavano il collo
taurino, erano d'un candore così lustro che parevano di specchio.
Estate e inverno, portava tuba e soprabito _marron_ cupo: tuba grigia
l'estate, di feltro nero l'inverno. Si scopettava gli abiti da sè, più
volte il giorno, con una cura minuziosa addirittura incontentabile: il
suo vestiario, più che per l'uso, si logorava a furia di scopetta. Non
aveva che questa duplice manìa: scopettarsi gli abiti e mistificare la
gente. I suoi calzoni, d'una tinta chiara e immacolata, lasciavano
scorgere le calze di colore e facevano risaltare le scarpine di
coppale, ornate di un largo cappio di seta nera. Sulla sottoveste
brillava una catenina d'oro piccola e massiccia, da cui dondolava una
quantità di gingilli. Sull'addome prominente gli ciondolava un
_pince-nez_ legato in oro, di forma quasi goldoniana. Egli, inoltre,
portava sempre guanti scuri, in filo di Scozia, finissimi: poi, un
bastoncino di canna d'India, con pomo liscio d'acciaio. Un aspetto,
ripeto, autorevole tondo e venerando, tra il magistrato e il console
d'una potenza europea, tra il ricco mercante di granaglie e il
ricevitore delle gabelle, tra il banchiere ritirato dagli affari e il
proprietario di vasti latifondi a mezzadria. Tale era, in pubblico, il
signor Nicola Bonacci, che si godeva, in tranquillità solitaria, le
sue rendite modeste sì, ma per lui più che sufficienti.
Faceva la vita del vecchio scapolo, con ambizioni molto limitate, ma
in una continua e invidiabile serenità, contentandosi del sole e della
pioggia e ringraziando vivamente l'Eterno tutte le volte che riesciva
a mistificare il prossimo.
Per un pezzo, le sue persecuzioni furono dirette contro la categoria
dei portinai.
Entrava nel portone dei palazzi più aristocratici e, con fisonomia
sorridente, affabile, chiedeva al portinaio:
--Sta qua di casa il signor Geremia?
--Nossignore.
--Eppure!... non è questo il numero 43?
--Sissignore.
--Ma allora il signor Geremia sta proprio qua, al secondo piano!
--Le dico di no: al secondo piano, c'è il conte di Santafiora.
--Ma che conte di Santaflora! Vi dico che è Geremia. Non è un uomo
sulla quarantina?
--Nossignore; avrà forse trentadue anni.
--Appunto come dicevo io: trentadue anni. Allora, caro mio, è proprio
Geremia.
--Si figuri! sta qui da cinque anni.
--Cinque anni! non c'è più dubbio. Credete a me: egli è Geremia....
Figuratevi se non lo so!... l'ho visto uscire io di carcere cinque
anni fa.
La faccia del portinaio.
--A ogni modo,--proseguiva il Bonacci, imperturbabile,--non vorrei
fare equivoco. Informatevi un po' se sia veramente lui: Nicodemo
Geremia, condannato a sei anni, per falso in atto pubblico.... Domani,
ripasserò.
E usciva con passo veramente solenne.
* * * * *
Certe volte, per le strade più frequentate si avvicinava a un signore
d'apparenza ingenua, gli faceva tanto di cappello e gli diceva con
voce insinuante:
--Sarebbe tanto cortese da rendere un leggiero servizio a un
galantuomo?... a me?
Il signore, davanti a un signore d'aspetto così rispettabile,
s'affrettava a rispondere:
--Dica.... dica pure. Se è cosa ch'io possa fare!...
--S'imagini: è la cosa più semplice di questo mondo. Vede: ho due
fratelli che stanno in quella casa là, al primo piano.... e indicava
una casa qualunque, a preferenza un palazzo; poi soggiungeva:--In
questo momento, avrei bisogno urgente di parlare a mio fratello
minore: Peppino. Proprio urgenza, creda! Lei mi dirà: e perchè non
sale da suo fratello? Il perchè è semplicissimo. Sono in lite con
l'altro mio fratello: Gerolamo, e tutte le volte che mi vede cerca di
far parole, mentre io aborro i litigi, soprattutto fra parenti....
--Niente di più lodevole, di più onesto!
--Grazie. Ora, capisce, non vorrei incontrarmi per nulla con Gerolamo;
neppure vorrei ch'egli sapesse che cerco di Peppino. Lei, dunque,
dovrebbe farmi un piacere. Io resto abbasso, sul portone; lei sale,
bussa e domanda: C'è Peppino Bonaiuti?...
--Ho capito! lo fo chiamare e gli dico che lei è giù nel portone e
che....
--Ma mi raccomando! lo chiami da parte e gli parli sottovoce, chè non
senta il domestico; perchè la servitù è tutta per mio fratello
Gerolamo e non vorrei... mi capisce?
--Ho capito, ho capito!
--Bravo! le sarò tanto riconoscente.... Si ricorda? Peppino....
--.... Bonaiuti! oh, non mi sbaglio.
L'individuo entrava nel portone e cominciava a salire le scale; allora
Nicola Bonacci chiudeva con violenza il portone e s'appendeva
all'anello gridando:
--Aiuto! aiuto!
Accorrevano due o tre persone e qualche vicino s'affacciava alla
finestra.
--I ladri! un ladro!--gridava Nicola.
--Dove?
--Nelle scale.
--Bisogna chiamare le guardie!
--Chiamatele subito! oh, Dio, mi pare che dei ladri facciano forza dal
di dentro per aprire....
I cittadini zelanti s'affrettavano a prestare man forte a Nicola e
s'appendevano in cinque o sei all'anello, puntando i piedi contro lo
scalino e gli stipiti.
--Tenete forte,--diceva lui, allora--chè io corro in questura.
E via, di galoppo, svoltava subito per un vicoletto e andava in altro
punto della via per godersi la scenetta di lontano.
E la scenetta, come vi potete figurare, prendeva a poco a poco
proporzioni fenomenali.
Tutta la casa era in trambusto, mentre il disgraziato bussava
all'uscio d'un Peppino Bonaiuti imaginario. L'infelice, guardato con
diffidenza, veniva licenziato bruscamente da un servo che gli sbatteva
l'uscio in faccia. Allora, scendeva per uscire e trovava il portone
chiuso; si metteva per aprire e non poteva, mentre voci irate dal di
fuori strillavano:
--Forza! forza! che i ladri tentano di scappare!
Allora, giù per le scale una irruzione di servidorame armato d'arnesi
domestici; indi il portone si spalanca.... entrano guardie cumulative,
trovano un individuo _in attitudine sospetta_, il quale non può
giustificare la sua presenza in quel portone e.... prima che si
chiariscano bene le cose!...
* * * * *
Una domenica, d'accordo con un amico, Nicola va sul ponte di Carignano
e, dopo avere tracciato, sui muriccioli, una quantità di segni
cabalistici con un pezzo di gesso, svolge una lunga fettuccia rossa e
corre lungo il ponte, verso Sarzano, mentre l'amico, con l'altro capo
della fettuccia, corre verso la chiesa di Carignano. Intanto, i
curiosi cominciano a fermarsi.
--Che sarà?
--Uhm!
Nicola si ferma a un certo punto--dal quale non si vedeva più il suo
compagno, grazie alla linea spezzata del ponte--e comincia ad alzare
la fettuccia rossa, abbassarla, tirarla, allentarla, facendo col gesso
delle croci e dei numeri sulle selci e sul muro. Tosto, si forma
intorno a lui una straordinaria agglomerazione di curiosi.
--Che faranno?
--E chi ci capisce?
--Che vogliano, rifare il ponte per diritto?
--Ah! è probabile.
Ma Nicola zitto; soltanto, a ogni po' dava strappate alla fettuccina
con gesti di viva impazienza, borbottando:
--Ma che fa quell'altro? più su, più su!... non capisce niente!....
accid....
Poi, dà un'occhiata in giro, vede un signore attempato che guarda
tutto quell'armeggìo a bocca aperta e gli dice:
--Mi farebbe il favore di tenere un minuto questa fettuccia? il mio
compagno s'è sbagliato di posto e bisogna che vada io, se no!....
--Subito! ma si figuri!--e il signore attempato prende in mano la
fettuccina, tutto orgoglioso di prendere parte a quella inesplicabile
cerimonia dicendo:
--Devo tenerla alta o bassa?
--Alta! alta!
E Nicola attraversa rapidamente il ponte e scompare.
All'altro capo, l'amico aveva ripetuto la stessa identica scena con un
altro signore, così che due ignoti, senza saper che facessero,
restavano là, tra quei due circoli di curiosi e di sfaccendati:
restavano là col braccio teso, reggendo quella fettuccina rossa, con
una grande importanza....
Qualcuno chiedeva:
--Ma che fanno?
E loro, con supremazia e mistero:
--Son cose del governo!
* * * * *
Nicola, una sera, entra in uno di quei necessari e molto frequentati
stabilimenti, ove c'è una serie di porticine come negli stabilimenti
di bagni.
Nicola si pianta in mezzo della sala e con voce stentorea grida:
--In nome, della legge, fuori tutti!
Tosto s'ode un sordo rimescolìo dietro quelle porticine, si schiudono
e appaiono dei visi pallidi, inquieti....
Nicola passa davanti a ogni porticina e guarda una per una quelle
apparizioni spettrali, poi se ne va, dicendo con accento
autorevolissimo:
--Va bene, va bene! possono continuare!
La Marchesina Soprani.
(RICORDI D'UN ARTISTA.)
.... Dunque, come dicevo, in quell'epoca ero già un imbecille, eppure
non avevo che soli diciannove anni.
La mia faccia era una faccia come tante ce n'è: una faccia quasi senza
connotati. Segni indelebili, nessuno; tranne il vaccino, la cresima e
la patente d'asinità, debitamente autenticata, ogni tanto, dal mio
principale.
Il quale poi, per la clemenza di Dio, fingeva di essere un buon
pittore di soffitti, e non arrossiva di commettere certi affreschi
che, in tempi di minor tirannide, gli avrebbero anche fruttato la
galera.
Aveva assoldato due o tre imbrattamuri della mia forza e ci faceva
sgobbare come tanti negri, vituperando la nobiltà del nostro ingegno
con la miseria di tre lire al giorno.
Si dipingeva, allora, la palazzina del marchese Soprani. Voi la
conoscete, nevvero?... Una palazzina di alabastro, in fondo a un
prato, che mette voglia di ruzzolare sull'erba, fiancheggiata da
boschetti di cedri, d'araucarie, di palmizi, d'acacie, di magnolie e
di alberi del pepe, che, solo a guardarli, fanno sternutare ogni fedel
cristiano.
Il principale m'aveva affidato un fregio, che ricorreva torno torno ai
lacunari del saloncino. Dipingevo una collezione di puttini, così
paffuti e rosei, che facevano rabbia.
Era la mia specialità, quella dei puttini, e il principale lo sapeva.
Un amorino, condotto di mia mano, con rara diligenza, gli costava in
media non più di settantacinque centesimi. Ci era anche uno sparagno,
sulla dozzina. Eh, no!... non si potevano dir cari.
Il marchese Soprani veniva, di quando in quando, a dare un'occhiata ai
lavori. Era un bel pezzo d'uomo alto e tarchiato, con due baffi grigi
e monumentali, appuntati alla soldatesca, e che disgraziatamente
avevano preceduto l'istituzione della guardia nazionale. Un vero
peccato!
Del resto, il marchese era tagliato alla buona. Aveva modi affabili,
non disgiunti dall'alterezza del gentiluomo e divideva onestamente il
suo tabacco tra il naso e lo sparato della camicia. Non di rado,
chiacchierava con noi altri, come un semplice mortale. Ma quel suo
fare di uomo alla mano, m'ingrulliva del tutto, mi scompigliava idee,
colori e pignattini.
Anche la signora marchesa faceva, bontà sua, qualche rara apparizione.
Immaginatevi una signora più lunga del vero, gialla, stecchita, sotto
un abito di raso nero, pieno di anfrattuosità e di singolari
dimenticanze.
A mo' di compenso, erano frequenti le visite della marchesina. La
marchesina! La marchesina!... un fiore di fanciulla, una figurina
svelta e leggiadra, un profilo ideale, due occhi birboni. Due occhi
grandi così.
Si chiamava.... oh, non lo crederete!... si chiamava Veronica.
La mamma, con pietosa finzione poetica, la chiamava abitualmente col
vezzeggiativo di Nanola.
La marchesina aveva un difetto: non era bionda. Difetto complicato
dalla circostanza aggravante che non era neanche bruna. In fatto di
capelli, non per colpa sua, era così così. Ma quanto al resto!...
fate un po' il piacere; vi dico che di quelle ragazze lì, con tutte le
vostre esposizioni di Parigi, non se ne fanno più.
Come mai, da una ceppata così arrangolata come la marchesa, fosse
sbucciato un pollone tanto gentile come Nanola, che non somigliava al
babbo nè alla mamma, è uno di quei problemi di logismografia, che la
religione ammira, ma non analizza. Io non son qui per calunniare!
La marchesina era un occhio di sole e questo è positivo.
Entrava nel saloncino, con tutta disinvoltura, andava alla finestra,
guardava nel giardino, cinguettava qualche cosa, e poi si metteva a
sedere, con seducente languore, sopra una poltroncina, fingendo
dedicarsi a un lavoro all'uncinetto.
I miei puttini, frattanto, crescevano su proprio per amor di Dio, come
vitelli allevati a minuzzoli di pane. Le mie facoltà intellettuali
erano tutte assorte nella contemplazione della marchesina. Tanto è
vero che il principale in breve si accorse che gli amorini venivano a
costare due lire l'uno e perfino due lire e venticinque. Cosa
naturalissima: l'amore in rialzo.
Il principale mi voleva un gran bene, ma ci teneva assai a non
aumentare i prezzi di fabbrica. Messo in sull'avviso, mi sottopose a
una muta sorveglianza, che in quei tempi non offendeva ancora la
dignità di un libero cittadino. Ma l'occhio del padrone non ingrassò i
miei puttini.
L'effetto del sotto in su è noto da secoli parecchi; ma non potete
ideare l'effetto strano che produce una bella creatura, vista dal
sopra in giù. La teoria degli scorci ha, sotto questo punto di vista,
una grave lacuna.
E lei, la marchesina, s'era accorta della mia sordomuta ammirazione?
Bontà divina! chi è quella figlia d'Eva che non se ne avveda subito?
Le nostre occhiate s'incrociavano spesso, si chiappavano a volo, come
i lepidotteri, e allora, mentre la marchesina abbassava le ciglia sul
filondente, io, tutto rimminchionito, succhiavo il pennello, come si
succhierebbe un bastoncino di cioccolatte.
E gli amorini salivano a lire 2,65 l'uno, come in tempi di assoluta
carestia.
La sera d'un sabato, il principale, afflitto da un catarro che non mi
prometteva niente di buono, mi diede la paga. Porgendomi le diciotto
lire, che compendiavano i bisogni della vita, il brav'uomo mi disse
con aria paterna:
--Caro mio, ce la dobbiamo discorrere un pochino.
Le mie gambe provarono un rilassamento molecolare, mentre il cuore si
faceva piccino piccino.
--Che stupido!--fece il principale, con accento bonario, nello
scorgere il mio imbarazzo.--Ma va via: non farmi quella faccia lì. O
che c'è forse qualche cosa di male? sei o non sei un artista? che cosa
diavolo sei? ma che ti pare che ci sia da vergognarsi? che razza di
uomo! Ebbene, signor sì, tu ami la marchesina.
--Io?
--Sì, tu; o chi dunque? Io forse? Capisci bene che le son cose da non
potersi nascondere. Gli è come una flussione di denti. Ho visto tutto,
ho visto.
--Ma vi giuro.... parola d'onore....
--Ma che parola d'Egitto! Quando ti dico che ho visto! O vieni un po'
qui e ragiona: che male c'è? L'artista, mio caro, può pretendere alla
mano d'una regina. Michelangelo non ha forse sposato la principessa
Buonarroti?
--Questo è vero!--risposi con maravigliosa sfrontatezza.
--O dunque?
--Ma io....
--Ma tu non sei che un ragazzo. Lascia fare a me. La marchesina è
pazza per te!
--Oh questo poi!
--È pazza, ti dico. Capisco io il valore di certe occhiate. Lascia
fare a me, ti ripeto. Sono intimo del marchese e se a te manca il
coraggio, domanderò io la mano della marchesina.
--Ah questo no, principale, per amor di Dio!
--Va là! Dà retta a me; tu non t'impicciare di nulla. Parlerò io al
marchese. Anzi, vedi, voglio andar subito da lui. Chi s'addormenta su
certe cose, resta con un pugno di mosche. Il marchese lo conosco come
il palmo della mano; oggi appunto è d'un umore eccellente.
--Sentite, principale!--gridai con voce straziante, afferrandolo per
una manica;--oggi poi no!... davvero....
--Lasciami fare, lasciami fare. Sento che ho vocazione per queste
cose. Tutto sta nel saper cogliere il momento, e il momento è questo.
Tu resta qui, e a momenti sarai l'uomo più felice della
terra!--e, così dicendo, liberatosi con una strappata, si slanciò
nell'appartamento del marchese Soprani.
Dipingervi l'orgasmo dell'animo mio sarebbe cosa impossibile. Rimasi
lì, come Tenete, senza conoscenza del mondo e delle sue pompe. Le
visioni più bizzarre mi s'affollarono al cervello. Vedevo un centinaio
di Veroniche, un centinaio di marchese, un centinaio di marchesi che
ballavano la sarabanda, un'insalata di Nanole, una frittata di
principali, e poi una folla di fantasmi neri che sembravano uscieri o
mignatte, e pignattini colmi di marenghi, e sfingi alate che andavano
a passeggio coll'ombrello sotto il braccio, e gentiluomini tutti
coperti d'oro, e scope, e amorini, e pantofole ricamate, e lumini da
notte, e chitarre che piangevano, e perfino una resta di cipolle che,
senza dir nulla si trasformava in tanti abatini bigi, colla testa di
malachite e le fibbie d'argento. Ero scemo.
L'aria si abbrunava, e a poco a poco mi trovai nella più fitta
oscurità. Mi sembrò, in allora, d'essere morto di meningite e di
sorridere al maestro Rossini, che mi chiedeva gentilmente il permesso
di scrivermi una _messa di requiem_. A un tratto parve per la stanza
un brulicame di domestici in livrea che portavano in giro, su vassoi
d'argento, i miei amorini paffuti, con tanto d'etichetta sulla pancia,
che diceva: _Lire 50 l'uno_.
Ripiombavo di poi nelle tenebre, e agli sprazzi d'un lucignolo fumoso,
il fantasma di mia nonna (non mi vergogno a dirlo) mi correggeva
dolcemente, come a quei tempi felici in cui la sede dell'intelligenza
nei ragazzi era a un livello alquanto più basso del midollo spinale.
Come Dio volle, un uscio si schiuse e un fiotto di luce balenò nella
stanza. Era lui; era il principale.
--Vieni! vieni!--mi bisbigliò con voce soffocata dall'emozione;--il
marchese acconsente.... anzi, n'è felicissimo. Ma vieni, dunque! e mi
prese per mano.
Cari miei! se non mi venne un accidente, in quel punto, tutto il
merito è del mio angelo custode.
Barcollando mi lasciai trascinare alla presenza del marchese Soprani,
che stava seduto nel gabinetto da lavoro, sopra un seggiolone
patriarcale, fasciato di cuoio giallo.
I suoi baffi grigi mi parevano cresciuti d'una spanna; ma la sua
faccia era gioviale come quella del buon padre Abramo. Mi sembrava
persino che i suoi occhi fossero umidi di qualche cosa.
Figuratevi un uomo tratto al supplizio, mentre, per suo gusto,
preferirebbe una gita sul tramvai; tale ero io, in quel momento
supremo della vita.
Al mio apparire, il marchese si alzò e mi corse incontro, stendendomi
affettuosamente le mani. Non osavo credere ai miei occhi. Il sangue
m'affluiva alla testa, le tempie scottavano, uno sbarbaglio di fuochi
artificiali m'offendeva la vista. Il principale sorrideva con
tenerezza paterna e materna.
Ma, insomma--disse il marchese, scuotendomi la destra--ma, insomma,
non c'è niente da vergognarsi!... Chè, anzi, io v'ammiro e vi stimo,
come si deve stimare l'ingegno e l'onestà. Il principale m'ha detto
tutto.
--Creda, illustrissimo signor marchese....
--Oh, sì! capisco benissimo la vostra confusione. Ma non c'era da far
misteri. Si tratta di faccende intime, e quindi si spiega la generosa
riluttanza d'un animo d'artista. Ma, del resto, potevate anche
rivolgervi a me direttamente, chè, figuratevi!... Io amo tanto i
giovani d'ingegno!... E voi, tra gli altri, siete simpatico a tutti
noi.
--Oh, signor marchese....
--Ma sì, ma sì!... ve lo dico schiettamente; il vostro torto è quello
di non esservi confidato prima d'ora, al vostro principale. La vostra
condizione finanziaria non è a livello della mia, si sa, ma credete
forse che il genio sia impotente a colmare molte lacune?
--Io sono veramente confuso.... Non mi aspettavo.... E poi, capisce
bene....
--Sì, sì; capisco perfettamente!... Sempre un po' orgogliosetti,
questi artisti, e sta bene. Che bravo figliuolo! Permettete....--e
così dicendo, scosse il campanello.
Un servitore accorse alla chiamata e sparì quasi subito, dopo che il
marchese gli ebbe bisbigliato non so che cosa nell'orecchio.
In quel mentre, la marchesina Nanola fece una gaia irruzione nel
gabinetto, correndo a dare un bacio a papà. Capii subito che
quell'uscita era fatta con malizia e divorai, con uno sguardo di
profonda riconoscenza, quella fanciulla che stava per diventare la mia
fidanzata. Il principale ammiccò degli occhi, con un sorriso paterno,
materno e celestiale.
Il marchese strinse la figlia tra le braccia, le appiccicò un bel
bacione sulle guance, e le disse, con finta severità, piena di
sottintesi:
--Signorina bella! noi, si parla d'affari e la mamma vi aspetta!
La marchesina diventò rossa rossa, come una fragola, susurrò qualche
parola, fece un inchino spigliato, e con passo di lodola sparì dal
gabinetto. Ma nel passarmi rasente, mi gettò una guardatina di sbieco,
che m'andò dritta al core, come una stoccata.
Non m'ero per anco riavuto dallo stordimento di quell'occhiata,
allorchè rientrò il servitore, portando un involto voluminoso, che
consegnò al padrone.
Il marchese, sempre affabile e sorridente, sotto i baffoni grigi, mi
venne incontro, mi pose l'involto tra le mani e mi disse:
--Per ora non c'è che questo, giovanotto. Tra poco, ce ne avrò anche
delle migliori. Addio, ragazzo bello! Venite--soggiunse, rivolgendosi
al principale;--andiamo a fare i conti.
E uscirono dal gabinetto.
Io spiegazzai, con atto convulso, i giornali che costituivano
l'involucro, e con un batticuore inesplicabile, apersi il pacco
misterioso.
C'erano tre paia di scarpe usate!
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Il principale aveva pregato il marchese di regalarmi le sue scarpe
smesse, dicendogli che io non riuscivo a introdurre la spesa della
calzatura nel mio _budget_ particolare.
Da quel giorno in poi, il listino della Borsa segnò gli amorini a
settantacinque centesimi cadauno. C'era anche uno sparagno, sulla
dozzina. Eh, no!... non si potevano dir cari.