II.

Due giorni dopo il conte Ogareff era nel proprio salotto bianco, quando

un servo venne ad annunziargli la visita di Olga Petrovna.

Quantunque non fosse che d'autunno, il freddo nelle vie era molto

intenso: aveva nevicato largamente nella notte, e un'aria fumida e greve

rendeva più triste quella stagione, già per sè stessa poco gradevole in

Russia per la violenta alternativa di venti, che raggelano e sgelano con

pericolosa rapidità immense zone di neve e di acqua. Il giovane sibarita

aveva preso allora un bagno di vapore e, ravvolto in un'ampia veste da

camera di grossa lana bianca del Tibet, stava assaporando con voluttuosa

lassitudine una sigaretta, lungo disteso sopra un divano. Il salotto,

tutto bianco, aveva una strana fisonomia, pura e selvaggia. Le sue

pareti tappezzate di pelli di orso bianco, dalle quali penzolavano qua e

là come gemme le unghie inargentate, si confondevano colla volta parata

di un'indefinibile stoffa bioccosa, che si riuniva capricciosamente nel

mezzo per sostenere un antico lampadario di vetro carico di candele

trasparenti. Un tappeto bianco, grosso e duro, le formava sotto un piano

quasi troppo rigido, mentre due divani ricoperti in pelle d'orso, larghi

e bassi, sembravano due letti, cui i cuscini delle spalliere ricamati di

ceniglia e d'oro dessero un significato d'amore. Sopra un tavolino in

metallo bianco, dalla forma bizzarra di tripode, presso la finestra

velata da una doppia tenda, un samovar d'argento gorgogliava tenuemente

nel silenzio caldo del salotto, già aromatizzato dal fumo della

sigaretta. In un angolo, sopra un paravento giapponese, chiuso in una

cornice di ramoscelli di una flora sconosciuta, passava per un cielo di

argento opaco un gran volo di uccelli azzurri, rapidi e languidi, colle

gambine penzolanti e nel lungo becco roseo un insetto verde.

Olga Petrovna, respinta dal calore intenso di quell'atmosfera, s'arrestò

sotto la portiera restandovi incorniciata come un ritratto.

— Che vuoi, bella Olga? chiese il giovane conte senza levarsi dal

divano, tendendole indolentemente una mano molle e robusta.

Ella venne famigliarmente a sedergli presso la testa, sulla quale lasciò

errare la mano guantata. Il suo abito bruno pareva funebre fra tutto

quel bianco, mentre la sua faccia, rossa ancora dalle sferzate del

freddo nella strada, stentava a riacquistare tutta la propria

delicatezza.

— Nemmeno tu ci sei stato? domandò con voce quasi rauca.

— No.

— Non c'era che lui.

— Me lo sono immaginato; poi dopo una pausa: e Rodion?

— Sublime! Ha mostrato come Rissakoff i polsi rotti dalla tortura. Non

c'era quasi nessuno: già era presto.... freddo.

Olga si levò: forse la visione del patibolo le riappariva più terribile

fra quel bianco, del quale il tepore le saliva sotto gli abiti e su per

il volto a riscaldarle il sangue. A quell'ora Rodion doveva essere

disteso, col collo rotto, sopra una panca nella camera funeraria: si

sapeva che i medici dell'università dovevano fargli la necroscopia.

Mosse qualche passo su e giù pel salotto, poi si fermò davanti ad

Ogareff, che si era seduto quasi compostamente.

— Abbiamo disobbedito.

— Disobbedito?!

— Sì, all'ordine di Loris: avremmo dovuto trovarci tutti nel campo.

— Una sua guasconata, che ti ha fatto molta impressione, disse Ogareff.

Via, non pensiamoci più. Povero Rodion! ha saputo morire nobilmente;

verrà forse anche per noi l'occasione, e allora ci ricorderemo di lui

per imitarlo, se non saremo riusciti prima a vendicarlo. Adesso viviamo.

Lo Czar può interrompere la nostra vita, ma non toglierle la primavera.

Nullameno la sua voce restava malinconica: afferrò Olga per la vita e,

costringendola a sedersi sul divano, le cinse un braccio al collo.

— Sei stata a cena con Ossinskj l'altra sera? È dunque così forte, mia

bella Olga, che abbia potuto fissarti? Raccontami la tua notte bianca

fra questo bianco polare, che una volta ti piaceva tanto.

Olga alzò le spalle.

— Stanca pure di Ossinskj! esclamò l'altro.

— Di tutto.

Una profonda mestizia le apparve sul volto: si abbandonò sulla spalliera

del divano e, sostenendosi la fronte sopra una palma, si mise a pensare.

Le sue scarpine umide avevano lasciato un'orma sucida sul tappeto.

Ogareff le si sdraiò a fianco; passò del tempo.

— Perchè sei venuta? le chiese improvvisamente.

Invece di rispondere Olga disse:

— È strano. Nessuno di noi conosceva il povero Rodion, eppure ci siamo

compromessi sino all'ultimo per salvarlo; nessuno di noi conosce ancora

Loris, ed è già il nostro capo.

— Tu pensi a lui: ti avrebbe già affascinata? Perchè no? proseguì

tagliandole la risposta; l'amore è libero nella nostra teoria.

Ma ella senza levargli gli occhi in viso mormorò:

— L'amore libero non è forse che la libertà senza l'amore.

— Sei innamorata, Olga: tu sei venuta da me per chiedermi qualche cosa

di Loris. Sciaguratamente ne so quanto te. Mi pare che posi.... è

misterioso. Ho pranzato l'altra sera con lui al Caffè Inglese. Le sue

maniere sono aristocratiche, ma vi si sente ancora un po' di sforzo:

nullameno, lo riconosco, è un uomo superiore. Stassera pranzeremo

assieme.

— M'inviti?

— Pranzeremo ancora al Caffè Inglese con Kriloff; tu potresti destare

sospetti. Poi chi sa se Loris, aggiunse con lieve sorriso d'ironia, ne

fosse contento. Mi pare che non ami le donne; gli ambiziosi come lui

sono senza cuore.

— Lo credi ambizioso?

— Tremendamente. È rivoluzionario per rabbia di conquista: mi piace per

questo.

— Come te; ti sei fatto rivoluzionario per odio della aristocrazia, che

serve lo Czar. Tu sei uno scettico, ti arrischi per il piacere di

comprometterti. Ma Loris non ti ha detto nulla dei propri disegni?

Slotkin, che lo conosceva qualche anno fa, non ha voluto raccontarmi

niente della sua vita: parla di lui con molta ammirazione.

— Vuoi che ti accompagni da lui? Ho il suo indirizzo: abita piazza Isaac

N. 20, ha tutto un piccolo appartamento. Solamente non so se ci

riceverà. Ma tu stai male! esclamò improvvisamente: il supplizio di

Rodion ti ha sconvolta; aspetta, prendi una tazza di the.

Infatti Olga diventata pallida aveva le labbra tremanti e gli occhi

gonfi.

Una crisi di pianto la sollevò.

— Povero Rodion.... morto come mio padre!

Ogareff, che le aveva già offerto la tazza del the, vedendola sollevata

sorrise, e come per distrarla domandò:

— Perchè lo chiami questa volta tuo padre?

— Non lo so, è vero. Io non l'ho conosciuto, mia madre, parlando di lui,

dice sempre mio marito: ella lo amava come uomo, non come mio padre. Io

non ho nessuno. Mia madre vive della memoria di lui, e mi ha insegnato

ad odiare lo Czar, ma non mi ama.

— Così sei più libera: la tua stessa professione ti da una indipendenza

assoluta.

Ella s'alzò.

— Ho qualche visita da fare, rispose ad una sua occhiata.

— Non sei dunque venuta per me? le disse prendendole galantemente le

mani e attirandosela sul petto senza che ella resistesse.

— Tu sei innamorato della principessa ora.

— Saresti gelosa? Quale complimento! esclamò dandole un bacio.

Ella lo lasciò fare. Il calore del gabinetto li ravvicinava: erano tutti

due biondi, cogli occhi azzurri, rosei e giovani. Egli con quella lunga

veste bianca stretta alla cintura da un grosso cordone, il collo dolce

che gli si vedeva sotto la camicia smollata, sarebbe parso quasi una

donna senza quell'aria quasi fiera della faccia: ella era più piccola,

coll'abito che le guantava le spalle e il petto, i riccioli che le

sfuggivano sotto il berrettino di martora, un po' fredda e rigida come

un uomo.

— Non sederai? esclamò ricadendo sul divano e traendosela sulle

ginocchia, mentre con un braccio le stringeva più vivamente la vita e

coll'altra mano le tormentava i bottoni del corsetto. Ella ebbe ancora

un istante d'indifferenza, poi gli piegò il capo sopra una spalla

nascondendogli il viso nel collo.

Nel gabinetto bianco il samovar seguitava a gorgogliare.

Quando Olga se ne andò, gli disse:

— Mi racconterai poi che cosa ti ha detto Loris.

— Gli dirò che sei innamorata di lui.

— Per carità! gridò congiungendo le mani vivamente, con atto così

femminile che l'altro ebbe un lampo di vera meraviglia negli occhi, e

riassicurandola con un sorriso pieno di bontà le gettò un ultimo bacio

per saluto.

Ma rimase pensieroso.

Le poche parole di Olga su Loris gli avevano richiamato alla mente il

problema di questo sconosciuto, che presentatosi in mezzo a loro con

Kriloff aveva subito assunto una specie di comando. Nè Kriloff nè

Slotkin avevano saputo dire gran cosa sul conto suo: lo avevano

conosciuto studente cinque anni prima alla università di Kazan, senza

famiglia, non ricco, potente di pensiero e di coraggio; quindi era

scomparso. Più tardi aveva scritto loro dall'estero; altri nichilisti lo

avevano conosciuto in Francia giudicandolo con criteri opposti, ma

riconoscendogli una indiscutibile superiorità. Nessuno lo aveva mai

sospettato spia del governo, sebbene mostrandosi rivoluzionario non

avesse mai voluto appartenere ad alcun gruppo.

Ora pareva ricco. Perchè era tornato?

Ogareff attratto verso di lui da una simpatia, nella quale resisteva

segretamente un orgoglio di rivalità, aveva già accettato un invito al

Caffè Inglese, e nella sera doveva ritornarvi a pranzo senza che Loris

imponendoglisi nella conversazione gli avesse ancora rivelato alcun

disegno. Il suo temperamento rimasto aristocratico malgrado l'assurda

intrattabilità di tutte le idee nichiliste gli faceva sentire in Loris

il tipo ideale del rivoluzionario dominatore e signorile. Loris lo

trattava quasi con rigidezza inglese, mentre con Kriloff sembrava usare

la famigliarità sottilmente umiliante di un superiore, che nessun caso

di guerra o di lavoro potrà mai livellare coi gregari. Adesso le prime

parole di Olga gli tornavano alla memoria: ella gli aveva chiesto subito

perchè avesse mancato all'impiccagione del povero Rodion malgrado

l'invito di Loris; la giovinetta lo aveva preso per un ordine, ed aveva

obbedito. Loris era stato presente a quel supplizio, solo, impassibile.

Perchè? Non era dunque una guasconata? Perchè assistere a quel martirio,

che tutta la loro imprudente generosità non era riuscita ad impedire?

Ogareff perduto in queste riflessioni si scordava di essere aspettato al

club e di avere un appuntamento colla bella principessa Strogonoff, una

delle dame più eleganti di Pietroburgo.

Passando in victoria lungo la prospettiva Newsky vide Loris vestito con

severa eleganza, a piedi, che gli fece un cenno. Ogareff rattenne tosto

i cavalli, Loris gli si avvicinò. La fila delle carrozze arrestata un

momento oscillò: i due giovani egualmente belli e signorili attrassero

l'attenzione di molti passanti.

— Perchè non salite meco?

— Avrò l'onore di aspettarvi a casa mia sulle cinque, rispose l'altro

inchinandosi.

Alle cinque Ogareff, in marsina e cravatta bianca, era nel salotto di

Loris, che lo ricevette egualmente vestito.

— Avete fatto benissimo a vestirvi così. Il nostro pranzo al Caffè

Inglese non potrà essere sospettato.

Ogareff si inchinò freddamente aspettandosi quasi un rimprovero per non

avere assistito alla impiccagione del povero Rodion, ma s'ingannò.

— Ho dovuto affrettare l'ora del pranzo per un convegno importante, che

potrò forse comunicarvi domani. Troveremo Kriloff per strada; vi ho

fatto venir qui perchè è bene che il dwornik vi conosca. Io stesso verrò

ad una cena, che voi darete ad alcuni amici del vostro club: così li

conosceremo ed avremo relazioni sicure nel campo avversario. La vostra

tattica di non ravvisare altrove gli amici, coi quali vi trovai da

Andrea Petrovich, non è assolutamente buona, quantunque la vostra

posizione sociale vi proibisca apparentemente simili relazioni. Però

stamane avete ricevuto Olga Petrovna. È donna, e si crederà ad un

capriccio di libertino: nullameno ella è già sospetta alla polizia;

dovrete in seguito modificare le vostre relazioni.

— Come lo sapete?

— Lo so. Ora possiamo uscire: permettete che vada a mettermi la

pelliccia.

Il conte Ogareff, rimasto solo, si girò gli occhi intorno esaminando. Il

salotto aveva quel lusso volgare ed impersonale degli appartamenti, che

si affittano; sullo scrittoio nero, senza libri, entro una sottile

cornice di metallo bianco s'alzava un ritratto. Ogareff ebbe la

curiosità di guardarlo. Era una litografia di un uomo, che sorgeva in

piedi come per rispondere ad un interlocutore invisibile: un lembo di

tavola gli arrivava al petto prolungandosi oltre la cornice

assurdamente.

Loris rientrando lo sorprese intento in quel ritratto.

— Vi piace?

— Francamente, no: pare una faccia di assassino.

— Infatti è il più illustre assassino della storia, Giuda Iscariota. Un

amico mio, a Parigi, ebbe l'idea di staccare la sua figura dalla cena

degli Apostoli di Leonardo da Vinci. Guardate, seguitò togliendogli di

mano il ritratto ed appressandosi al lume: Leonardo racconta d'aver

girato lungo tempo pei vicoli di Milano cercando fra la plebe più

abbietta il tipo di Giuda. Evidentemente dalle sue parole traspare

l'intenzione d'ingiuriarlo, ma il genio del pittore ha invece trionfato

della piccineria del cattolico. Osservate quanta durezza sulla faccia di

questo uomo, che ha dovuto resistere alle illusioni di tutte le speranze

umane e divine per vendere Cristo a trenta denari, annullando per sempre

col ridicolo del prezzo il valore del nuovo Dio. Era impossibile

rispondere più superbamente alla promessa di un paradiso, che ingannava

i poveri lasciando sulla terra tutti i privilegi ai ricchi. Giuda ha

saputo uccidere Cristo, il cristianesimo non è riuscito ad inventare una

pena adeguata al deicida.

Quando uscirono tutti i fanali erano già accesi: nelle vie passava gran

gente. Kriloff, che li aspettava, finse di imbattersi in loro ad una

cantonata; era egli pure in marsina e pelliccia. I tre giovani

allungarono il passo, e furono presto al Caffè Inglese già affollato dei

soliti avventori; traversarono due grandi sale, dietro un cameriere che

li condusse in uno dei molti gabinetti, ove non era posto che per due o

tre tavole.

Il servizio era elegante, il cameriere parlava correttamente francese.

Sul principio i tre giovani rimasero soli.

Kriloff sembrava preoccupato, Ogareff diventava ogni tanto pensoso,

solamente Loris conservava la propria fredda tranquillità. A mezzo il

pranzo, un signore alto entrò nel loro gabinetto per farsi servire:

aveva l'aspetto contegnoso di un funzionario, con due lunghe fedine

rosse, la fronte un po' calva, gli occhi bianchi e gelidi; gettò uno

sguardo sui tre giovani fissando per un momento Loris. Questi ebbe un

sussulto impercettibile, che forse non sfuggì all'altro. Infatti,

scegliendo il tavolo, andò a porsi di fronte a Loris in modo da poterlo

guardare senza farne le viste.

La conversazione per un momento fu sospesa, ma Loris senza cangiare il

tono della voce si mise a parlare del povero Rodion: lo sconosciuto

involontariamente drizzò il volto ascoltando. Kriloff gettò a Loris di

sottecchi uno sguardo imprudentemente meravigliato; Ogareff anche più

imprudentemente esaminò lo sconosciuto. Era più di quanto bastava a

Pietroburgo per destare sospetti.

Loris affettando molta dottrina parlò della nuova scuola criminale

positivista, citò un autore italiano, raccontò di avere assistito ad

altre esecuzioni capitali a Parigi e di essere andato nel mattino a

quella di Rodion per farsi un'idea del sistema e del carattere russo. Ne

era rimasto contento. Non vi era gran folla: evidentemente il popolo non

osava assistere a tali spettacoli per timore della polizia, che riempiva

tutte le strade e il campo; così era impossibile formarsi un concetto

esatto delle impressioni del popolo a queste scene tanto ripetute di

supplizio politico.

Loris parlava adagio, con voce limpida e tagliente. La sua faccia, quasi

femminea, aveva una serietà aristocratica, dalla quale non trapelava

alcuna passione: qualche volta alzava la mano in un gesto compassato.

— Avete mai visto morire sul patibolo? chiese improvvisamente ai due

amici.

Ogareff, che indovinava un'intenzione riposta in questo discorso e

seguitava a sbirciare lo sconosciuto apparentemente occupato della

propria minestra, rispose:

— No.

— Eppure bisogna vederne. Occorrerebbe una rivoluzione come quella del

93 per compiere studi interessanti sulla differenza dei coraggi umani,

fra quello del gentiluomo e del mugik, del malfattore volgare e del

delinquente politico, che avendo perduta la battaglia viene immolato

come prigioniero. Sciaguratamente viviamo in tempi troppo calmi. Tutti i

criminali sono coraggiosi in faccia al patibolo, ma il loro coraggio è

fatto d'insensibilità o di iattanza, più spesso di questa che di quella;

generalmente è un complimento alla bestiale curiosità della plebe

accalcata nella piazza. Quando invece il condannato, come nel caso di

Rodion... non ho ritenuto che questo nome, sapete voi quello della sua

famiglia? si volse interrogando ad Ogareff: pare fosse uno studente; nel

caso di Rodion il coraggio viene dalla esaltazione; è una forma

religiosa dello spirito, e quindi l'esecuzione diventa martirio.

— Questa è la vera parola, rispose Ogareff compromettendosi, come se il

discorso di Loris tendesse unicamente a provare la loro intrepidezza.

— Forse! Non ho conosciuto Rodion: il suo attentato, come lo narrano i

giornali, fu una puerilità; in simili condizioni è quasi impossibile

uccidere uno czar. Più la selvaggina è importante e più è facile

sbagliarla; aggiungete, seguitò con un sorriso, che non si può essere

regicida di professione e farsi la mano a simili colpi. Ma quando il

patibolo s'innalza sopra un'idea, è sempre più alto di qualunque trono.

Quest'ultima frase fu pronunziata con tale accento di calma che fece

levare la testa allo sconosciuto: il suo sguardo s'incrociò nuovamente

con quello di Loris.

— Voi Kriloff, che siete economista, proseguì Loris mescendosi un

bicchiere di bordeaux, sapreste dirmi quanto costino al governo quegli

otto metri, li ho misurati coll'occhio, di corda colla quale è stato

impiccato Rodion, tenendo calcolo di tutte le spese di polizia, della

Terza Sezione e del resto? Quanti chilometri di ferrovia si farebbero

con quegli otto metri di corda?

— Non imitando lo czar Nicolò, che disegnò la prima ferrovia russa

tirando colla matita un rigo sulla carta geografica e moltiplicando così

tutte le difficoltà del terreno per costrurre la più stupida linea

ferroviaria del mondo, credo che con tutti gli altri metri serviti alla

impiccagione degli czaricidi negli ultimi vent'anni si costruirebbero

quasi tutte le linee, di cui il nostro commercio interno abbisogna. Non

vi è paese in Europa, ove le ferrovie costino meno che in Russia.

— Ma la polizia vi costa troppo.

Allora parlarono della ferrovia trancaucasea, della quale il generale

Annenkoff stava occupandosi: la conversazione deviò.

Ogni tanto Ogareff e Kriloff consultavano Loris con un'occhiata; ma

questi fingeva di non accorgersene. Il pranzo era alla fine. Anche

l'altro aveva già ordinato il caffè e il cognac.

— Saremo in tempo? disse Loris a Kriloff abbassando la voce in modo da

essere inteso dall'altro e lasciandosi apparire sul volto una improvvisa

preoccupazione. Consultò l'orologio. Kriloff affermò di sì: parve che un

imbarazzo si aggravasse improvvisamente sui tre giovani. Si

affrettarono, chiesero il conto; adesso si dicevano qualche parola a

mezza voce guardando con sospetto verso lo sconosciuto.

Il cameriere infilò loro le pelliccie. Appena fuori del caffè Loris si

volse e vide lo sconosciuto che s'incamminava dalla loro parte. Alcuni

fiaccheri vuoti erano a poca distanza; quindi Loris si fermò salutando

Ogareff. Lo sconosciuto si avvicinava: egli mostrò di non vederlo.

— Ci vedremo dopo, mormorò Loris; lasciatevi trovare sulla piazza del

teatro: e voltandogli le spalle salì con Kriloff sul primo fiacre.

Ogareff era tornato indietro.

Allora lo sconosciuto montò sopra un altro fiacre e li seguì: per

mezz'ora fu una caccia. Le strade erano affollate, il freddo cresceva

d'intensità perchè la notte si veniva facendo limpidissima; a un dato

punto il fiaccheraio dei due giovani parve aumentare di velocità

lasciando la grande strada del Maneggio. Si sarebbe detto che fuggisse;

l'altro pure accelerò il proprio trotto, ma non abbastanza per non

perderlo di vista ad una svoltata.

— Sferza, gridò lo sconosciuto al fiaccherista.

Ma quando questi lanciando a tutta corsa il cavallo girava lo stesso

angolo, il primo fiacchero tornava indietro vuoto e al passo; lo

sconosciuto si drizzò sui cuscini e credette di scorgere i due giovani

allontanarsi lentamente a piedi lungo il muro a sinistra. Allora ordinò

al cocchiere di rimettersi al trotto, li oltrepassò senza guardarli, lo

fece voltare alla terza strada, nella quale scese licenziandolo e

ordinandogli di proseguire. Egli invece ritornò nell'altra, accese uno

sigaro e seguitò lentamente.

La distanza fra lui e i due giovani scemava.

Loris e Kriloff, che non lo perdevano di vista, si erano accorti di

essere pedinati; ma in faccia a questo nuovo pericolo non avevano ancora

scambiato alcuna parola. Il loro passo strideva sulla neve. Ogni tanto

Kriloff sbirciava il compagno aspettando un ordine.

— Allunghiamo il passo; non lo guardare quando gli passeremo dinanzi.

Lo sconosciuto invece non resistè alla curiosità di osservarli. Loris

svoltò a sinistra. I fanali della piccola strada erano più radi,

sembrava vuota; improvvisamente si mise a cantarellare con voce tenorile

il racconto di Lohengrin all'ultimo atto, pigliando Kriloff sotto il

braccio. Nessuno di loro aveva angora rivoltata la testa.

— Ci segue, disse Loris, distinguendo il suo passo sulla neve; canta tu

ora, e sta attento.

Si fermò sbottonandosi la pelliccia per cercare il porta-sigari nella

marsina.

— Sei pur stonato? esclamò ad alta voce; se ti sentisse Ewlampia in

questo momento saresti perduto.

— Non mi sentirà, con lei parlo non canto.

— Credi che ci guadagni molto così?

Lo sconosciuto era a pochi passi.

— Hai un fiammifero? chiese Loris guardando Kriloff in modo così strano

che questi comprese.

— No, li ho dimenticati sulla tavola.

— Per Sant'Elia non fumeremo dunque sino a casa tua: un anno della mia

giovinezza per un fiammifero!

Lo sconosciuto li aveva sorpassati senza guardare.

— Perdono, signore, lo richiamò Loris salutando del cappello e andando

verso di lui colla pelliccia sbottonata, così che si vedeva il piastrone

bianco della camicia. La strada faceva un gomito, era deserta.

— Mille perdoni, avreste la bontà di darmi un fiammifero?

L'altro si volse, e prima ancora d'aver risposto trasse di tasca una

mano tendendogliela, ma la luce era così scarsa che la scatolina non si

vedeva. Loris gli si avvicinò due altri passi: aveva un sigaro fra i

denti, sporse la mano sinistra guantata, mentre coll'altra si riadattava

il gibus sulla testa.

— Volentieri, disse lo sconosciuto.

Loris vibrò il colpo.

Lo sconosciuto cadde senza gettare un grido. Kriloff sbalordito non si

muoveva; Loris proseguiva già senza voltarsi: allora Kriloff spiccò un

salto guardandosi addietro, e lo raggiunse.

— Loris...

— È già morto, ne sono sicuro. Non allunghiamo troppo il passo, sarebbe

imprudenza.

E dopo una pausa:

— Vedi, seguitò mostrandogli un lungo spillo, che rimise con flemma

entro un fodero bruno, è un grosso ago scanalato. L'idea è mia, mi è

venuta dalla siringa del Pravatz; il fodero impermeabile è pieno di

acido prussico, e chiude ermeticamente mediante un anello di gomma. Ho

fatto molte esperienze sopra dei cani: non uno che sia riuscito ad

urlare.

Kriloff atterrato abbassò la testa allungando inconsciamente il passo:

poi si guardò indietro, spiò davanti, tese in sè medesimo tutti i sensi

per cogliere un rumore di qualcuno, che si avvicinasse. Fortunatamente

la strada era vuota, ma l'altra, che la tagliava a un cento metri,

pareva più frequentata.

— Accendi dunque uno sigaro per darti un contegno, disse Loris con

accento ironico. Un'altra volta ti spiegherò il metodo di Lacenaire per

uccidere: è ancora il migliore che si sia trovato. Uccidere subito,

senza una precauzione, senza una paura, e nessuno può accorgersene.

Credi tu che domani mattina si sarebbe saputo alla Terza Sezione se io

avevo chiesto un fiammifero ad un signore, che passava per strada?

Ebbene non sapranno nemmeno che io lo abbia ucciso, perchè le due azioni

si sono compite colla stessa indifferenza.

Kriloff tornò a voltare la testa.

— Siamo in guerra, vita per vita.

Adesso un'immensa distanza li divideva, mentre il pericolo di prima li

aveva avvicinati. Loris, che se ne accorse, si fermò all'imboccatura

della nuova strada cercando cogli occhi un fiacre: lo vide, ma lungi; si

affrettarono alla sua volta.

Quando vi furono saliti, e Loris ebbe costretto Kriloff a rompere il

silenzio dando l'indirizzo al fiaccheraio, si sentirono spiritualmente

più vicini. Quel fiacchero, che li conduceva al maggiore appuntamento

della loro vita, li appaiava di nuovo.

— Ti comprendo, disse Loris piantandogli gli occhi in faccia così che il

suo sguardo lo dominò subitamente: la morte di quell'uomo ti ha fatto

paura. L'ho riconosciuto appena è entrato nel nostro gabinetto; era una

spia del governo. Mi fu segnalato dal colonnello Lavrof a Zurigo: credo

che a Ginevra una sera si sia tentato di ucciderlo.

— Davvero? rispose Kriloff, che quelle spiegazioni rasserenavano.

— Se non l'avessi ucciso, avrebbe forse indovinato dove andiamo, e

domani mattina saremmo stati tutti e due chiusi nella fortezza Pietro e

Paolo. In guerra si contano le battaglie non i morti. Adesso pensa tu a

che punto vuoi lasciare il fiacre. Credi che le adiacenze della casa

saranno sorvegliate dai loro?

— Non credo.

— Nemmeno vi saranno ridicole formalità massoniche alla iniziazione?

— Trepof me lo ha assicurato.

— Ne dubito: il nichilismo è un'ultima forma romantica.

Ma Kriloff non poteva distrarre la mente da quella uccisione:

— Il tuo ago è così sicuro? È stata la prima esperienza sopra un uomo?

Dove lo tieni?

— Qui, nella tasca della pelliccia: la puntura è fine, ma vi cascano

dentro tre o quattro goccie di acido prussico e la morte è istantanea.

Loris indovinando il desiderio di Kriloff trasse il pugnaletto di tasca.

Non era più lungo di quindici centimetri, sottile come un ago da

materassaio; una profonda scanalatura ne faceva quasi un tubetto che

finiva a lingua. Bisognava dare il colpo verticalmente, perchè l'acido

scendesse nella punta rigata da minimi solchi. Il manico era di osso

nero, come il tubetto; si sarebbe potuto portarlo nella tasca esterna

dell'abito, che tutti l'avrebbero creduto un termometro da medico.

Licenziarono il fiacre.

Erano le nove. La strada s'allungava davanti ai loro sguardi punteggiata

dai fanali nel gran silenzio della neve, sulla quale i riverberi del gas

accendevano tratto tratto come delle fiammelle: quasi tutte le botteghe

erano chiuse; passavano poche carrozze. Dal secondo piano di una casa

signorile, con cinque finestre illuminate, scesero gli accordi di un

pianoforte.

Il Nemico, vol. I · 第 8 / 18 题