— Ecco la casa, disse Kriloff mostrando a Loris un vasto fabbricato
ricco, nel quale s'aprivano alcune botteghe. Da quella del tabaccaio e
dall'altra del caffè prorompeva un gran lume.
Quando traversarono la strada, un signore uscì dalla bottega del
tabaccaio e venne loro incontro.
— Siete pedinati? chiese a Kriloff senza nemmeno salutare l'altro.
— No.
— Allora andiamo.
Entrarono nell'andito: il dwornik li vide passare dal proprio casotto,
fingendo di leggere un giornale. Salirono in silenzio quattro rami di
scale; una porta si aperse innanzi a loro, penetrarono in un'anticamera
quasi buia.
— Potete trarvi le pelliccie.
Colui, che li aveva introdotti, sembrava un popolano, basso e tarchiato,
con una larga faccia e la voce di una grande bonarietà.
Kriloff e Loris, dominati da una indefinibile preoccupazione, si
cavarono nervosamente le pelliccie rimanendo nell'eleganza delle loro
marsine, poi schiacciarono i gibus, e si tastarono involontariamente i
piastroni inamidati delle camicie. Si sarebbe detto che stessero per
entrare in una sala da ballo. Kriloff, che doveva introdurre Loris
presso il Comitato Esecutivo, col quale aveva avuto altre volte
contatto, era adesso di un pallore eccessivo: l'assassinio, commesso
dall'amico per strada con sangue freddo così spaventevole, gli faceva
temere di un'altra scena. Perchè aveva egli voluto essere presentato al
Comitato Esecutivo? Kriloff non lo sapeva ancora: Loris gli aveva
parlato confusamente di un accordo da tentarsi fra il nuovo partito
nichilista, che veniva reclutandosi fra i giovani, e l'altro caduto
nell'impotenza dopo l'uccisione di Alessandro II.
L'anticamera non aveva altro mobile che una cassapanca, sulla quale
ardeva una piccola candela. Quando Trepof ebbe accuratamente ripiegato
le loro pelliccie, prese il candelliere senza trarsi la propria, e disse
loro:
— Venite.
Traversarono due salotti, una sala da pranzo, due camere da letto:
pareva un modesto appartamento borghese. In una camera da letto videro
sospesi ad un attaccapanni alcuni abiti, un cappellino da donna; i
porta-catini avevano le salviette, l'armadio delle sante iconi era
aperto. Nella sala da pranzo alcuni bicchieri dimenticati sulla tavola,
un piccolo vaso da caffè sopra la credenziera, della quale gli sportelli
erano socchiusi, testimoniavano che l'appartamento era abitato. In
un'altra camera, più vasta, parata di carta turchina, con quattro divani
alle pareti, parecchie poltrone in mezzo, presso un piccolo tavolo di
lacca, sul quale sorgeva un samovar, e due grandi specchi incastrati nel
muro formavano come un salone. Il pavimento in legno era lustrato a
cera, molti bracci di bronzo dorato ai muri erano carichi di candele, un
lampadario con lumi a petrolio, ravvolto in un velo verde, scendeva nel
mezzo.
Trepof si appressò allo specchio di sinistra, premè con un dito sopra
una modanatura, e lo specchio girando su sè stesso scoperse un vano
buio. Egli vi si inoltrò tenendo alta la candela; era un piccolo
corridoio; si fermò ad una porticina, la spinse, e si trovarono in una
saletta.
Trepof depose la candela sopra una sedia.
— Aspettatemi qui.
Quando rimasero soli, Loris guardò Kriloff sorridendo.
— Lo specchio girante come nei romanzi! Tu lo conoscevi già?
— È la terza volta che vengo qui.
— Saranno mascherati.
— Senza dubbio.
Un lampo passò nelle pupille verdi di Loris, che si volse esaminando la
saletta.
Trepof tornò.
— Potete entrare, disse a Kriloff, e senza attendere risposta se ne andò
per dove erano entrati.
Kriloff titubava.
— Andiamo, esclamò Loris, sul cui viso traspariva come un'impazienza di
combattimento.
— Sii prudente, mormorò l'altro, e abbassando la testa quasi dinanzi ad
un pericolo inevitabile lo precedette.
Passarono in un'altra stanza egualmente senza mobili, spinsero un uscio
nero.
— Avvicinatevi, disse loro una voce, mentre un uomo con una maschera
nera sul volto, respingendo l'uscio, si scartava per lasciarli passare.
La stanza era nuda, imbiancata colla calce: non aveva in fondo che un
largo tavolo rettangolare, al quale sedevano quattro uomini vestiti
borghesemente, con una maschera nera sul viso; una sedia era vuota e
doveva appartenere a colui, che era venuto ad aprire la porta.
Loris entrò il primo, a testa alta, fissando coloro che lo aspettavano
seduti; altre due sedie stavano dinanzi alla tavola.
Quegli, che li aveva introdotti, ritornò al proprio posto lasciando
l'uscio aperto, e con un gesto invitò i due giovani a sedere.
Nessuno aveva ancora parlato.
Loris sollevando gli occhi al di sopra di colui, che sedendo nel mezzo
aveva l'aria di presiedere il comitato, vide il ritratto di Alessandro
II, e un'impercettibile sorriso sfiorò le sue labbra a quella vanità,
che aveva inspirato al comitato la bizzarra idea di sospendere il
ritratto della loro vittima nella sala segreta delle sedute.
Tre di quei cinque membri avevano la fronte calva, coi capelli
brizzolati; uno aveva una folta capigliatura di un biondo castano,
l'altro i capelli neri, radi e pettinati piattamente sulla fronte.
Evidentemente il loro travestimento non andava più in là della maschera.
Il silenzio si prolungava.
Loris seduto correttamente come nel salotto di una signora lasciava
errare uno sguardo sicuro sui cinque sconosciuti attendendo: Kriloff
invece si muoveva sulla scranna come incerto di alzarsi per parlare, e
la sua nervosità si rivelava al modo, col quale tormentava
inconsapevolmente il proprio gibus.
— Che cosa chiedete? gli si volse infine quegli, che pareva il
presidente.
Kriloff balzò in piedi rispettosamente: era sempre così pallido; posò il
gibus sulla tavola e con voce tremula rispose:
— Sono venuto a presentare il mio amico Loris Nicolaievich Repnine
secondo il permesso, che mi avete dato.
Tutti gli occhi caddero simultaneamente sopra Loris, che rimase
impassibile.
I cinque ascoltavano in atteggiamento rigido: un lume a petrolio
riparato da un cupo cappello verde lasciava i loro corpi e le loro
maschere in un'ombra fredda, che la bianchezza delle pareti sembrava
aumentare; il tappeto verde, che copriva il tavolo, era qua e là
macchiato d'inchiostro. Lo sguardo di Loris si fermò sul dito di uno
osservandovi un sottile anello matrimoniale.
— Il vostro amico ha dunque qualchecosa di importante a comunicarci?
Poi improvvisamente con voce severa:
— Saverio Alessandrovich Kriloff, siete voi sicuro della sincerità del
vostro amico? proruppe senza guardare Loris.
Questi volse il viso.
Kriloff rispose con voce ferma:
— Sì, garantisco sulla mia vita.
— La vostra garanzia non garantirebbe nulla se vi foste ingannato. Che
cosa sarebbe la vostra vita in confronto degli interessi, che avreste
compromesso? La punizione, che vi colpirebbe infallibilmente,
soddisferebbe alla giustizia senza compensare il danno. Noi siamo sicuri
della vostra onestà, la vostra intelligenza potrebbe nullameno essere
stata sorpresa.
— Siete molto prudente signore, osservò Loris.
— Che cosa vuole da noi il vostro amico?
Kriloff si volse a Loris come invocando un suggerimento.
— Mi ha pregato di ottenergli questo abboccamento, che mi avete concesso
sulla fede delle mie assicurazioni.
— E sulle nostre informazioni. Vuole egli essere dei nostri?
Kriloff cominciava a turbarsi. L'insistenza, colla quale il presidente
affettava di non accorgersi di Loris, gli accresceva l'imbarazzo; temeva
una parola provocante da questi, e non sapeva come rispondere a tale
interrogatorio.
Ma Loris intervenne.
— Al fatto, signore. Voi mi conoscete altrimenti non mi avreste
ricevuto. Se le vostre informazioni sono profonde avrete fors'anche
indovinato il perchè vi abbia fatto chiedere questo colloquio.
Nessuno si mosse.
Loris proseguì:
— Anzitutto accettate i miei complimenti. Credevo che per arrivare sino
a voi avrei dovuto passare per le vecchie farse di tutte le iniziazioni;
siete moderni.
Loris, che s'aspettava una risposta, rimase impacciato del loro
silenzio.
— Comprendo la prudenza della vostra maschera, seguitò con sarcasmo.
Il silenzio dei cinque parve diventare anche più intenso: stavano
immobili. Kriloff aveva abbassata la testa. Sulla faccia di Loris passò
un fremito.
— A che punto è la rivoluzione?
Il presidente si volse lentamente squadrandolo:
— A quale la desiderereste voi, che interrogate?
— Al punto che non aveste più bisogno delle maschere. Se il vostro
Comitato, anzichè di congiura fosse di guerra, sarebbe noto a tutta
l'Europa, e la rivoluzione in Russia sarebbe già cominciata. Poi girando
su loro un'occhiata sicura: non venni, proseguì, a domandarvi
informazioni settarie; mi sarebbero inutili, giacchè nessun vostro
attentato raggiunse mai lo scopo. Quel ritratto di Alessandro II mi dice
che pensate il contrario; nullameno a che servì quello czaricidio? Vi
esporrò limpidamente il mio pensiero. Venni a chiedere e ad offrire
alleanza. Chi sono? Dovete saperlo; i vostri amici all'estero vi avranno
informato sul mio conto; se non volli mescermi alle loro conventicole,
le conobbi; lasciatemi dire.
— Dite.
— A che servì lo czaricidio? Non fu che l'ultima fase di un duello
durato dodici anni. Vi perdeste qualche migliaio di soldati fra morti e
prigionieri, ma otteneste colla pubblicità dei processi l'apoteosi dei
patiboli, eccitaste le simpatie colle fughe dalle carceri, sollecitaste
le curiosità colle caccie ai gendarmi, mandaste all'estero molti
emigrati, disseminaste apostoli nel popolo. A che pro? Eravate una setta
contro un impero, un mollusco sopra uno scoglio. I vostri mezzi furono
la propaganda coi giornali fra un popolo che non legge, l'assassinio
politico fra un popolo che non si batte. I vostri emigrati che cosa
fecero all'estero? Riviste e libri: i più frequentarono le università
accattando diplomi per professioni. I rimasti in Russia produssero colle
mine qualche guasto, che pochi muratori bastarono a riparare.
Uno dei cinque si agitò sulla scranna.
— Dite, ripetè il presidente.
— Chiedevate allo Czar Alessandro II una costituzione; ma poteva egli
darla? Lasciamo come oggi si affermi che l'avesse già firmata alla
vigilia della morte: sarebbe stata come tutte le altre riforme concessa
con una mano ritirata coll'altra. L'esperimento di Pio IX a Roma nel
1848 vale per tutti: czarismo e papismo sono inconciliabili colla
libertà; debbono essere distrutti non modificati. Perchè chiederla
ancora nel vostro manifesto ad Alessandro III? Non si mendica al figlio,
di cui si uccise il padre; è assurdo domandare al proprio nemico di
suicidarsi: bisogna ucciderlo. Ma nessun regicidio uccise mai una
monarchia. Il nichilismo non è più che l'ultima forma del romanticismo
politico.
Loris sostò, ma una lunga corrente di pensieri lo spingeva.
— Dite, ripetè ancora il presidente.
— Alessandro II emancipando gli schiavi diede loro più di quanto voi
sappiate ancora promettere: bisognava quindi sollevare il popolo contro
l'aristocrazia, alla quale lo Czar lo condannava a pagare il riscatto
delle terre, sollevarlo coll'offa d'impossessarsi di tutte le altre; e
non lo tentaste nemmeno. Il popolo capisce i fatti e non le idee. Lo
Czar colla concessione di terre ai contadini della Polonia ha tagliato
per sempre i nervi alla rivoluzione polacca dandovi una lezione di
politica, di cui non sapeste profittare. La Russia è un impero, dentro
al quale cova una federazione: occorreva scatenarne i popoli
nell'egoismo delle loro nazionalità abbandonandoli magari alle potenze
limitrofe, delle quali l'avidità vi avrebbe servito contro lo czarismo.
La Prussia, l'Inghilterra, l'Austria, la Turchia dovevano essere i
vostri alleati. Frangete l'impero; distruggere è creare, poichè il nulla
è una astrazione. Avevate oltre cinquanta sette religiose, nelle quali
il delirio del dolore aveva rinnovato tutte le forme delle antiche
demenze, e non vi sforzaste di avventarle sulla Ortodossia governata da
un Sinodo, che è un senato in decadenza. La Russia conta anche adesso a
centinaia di migliaia i vagabondi e i pellegrini: potevano diventare un
esercito; ma non avete mai pensato che una battaglia perduta vale cento
attentati riusciti, perchè una strage è sempre più importante di un
omicidio. Vi chiudeste nella setta, v'innamoraste del mistero, e non
componeste più che un album di quadretti politici, nei quali il solito
congiurato tirava sbagliandolo sullo Czar, o la solita combriccola
scavava un tunnel per la dinamite. Le vostre reclute anzichè dalle
università dovrebbero uscire dalle caserme. Lo Czar può chiudere tutte
le università chè gli studenti non insorgeranno: essi hanno bisogno
anzitutto di laurearsi per guadagnare; ma che un villaggio si ribelli
scannando il signore o incendiando le sue case, e la rivoluzione si
propagherà. I reggimenti composti di mugiks diserteranno; il primo
colonnello in rivolta diverrà generale della rivoluzione, i cosacchi
possono fornire una cavalleria; abbiamo dozzine di nazionalità,
assorbite non fuse, che si ridesteranno: abbiamo troppo poche strade in
un territorio troppo vasto perchè il governo possa agire rapidamente
nelle repressioni, abbiamo frontiere che tutti possono violare;
l'Inghilterra vi fornirà denaro ed armi. Complicate dunque la guerra
civile colla guerra federale, spingete gli uni al saccheggio e gli altri
al campo, permettete tutto a tutti. Quando avrete distrutto la Russia
dell'impero, potete essere ugualmente tranquilli: l'avvenire la
ricostituirà, se vi spunti davvero un'idea moderna, della quale il mondo
abbia bisogno.
— Voi siete russo?
— Sono uomo: la patria nega il mondo, io lo affermo.
— Diceste che il popolo non si batte.
— Battetelo, perchè si batta. Il socialismo è per lui la terra che non
possiede, dategliela; il suo Dio è lo Czar, che glie la nega: dategli
dunque il paradiso, che questi gli contende, e il mugik non crederà più
nello Czar. Bisogna che nessun signore possa abitare la campagna.
Uccidere uno Czar a che giova per il mugik? Ammazzate i padroni delle
terre, che non appartengono al mir, fate che tutta l'aristocrazia emigri
a Mosca e a Pietroburgo, e un anno dopo tutte le terre saranno del mir.
Organizzate l'assassinio: così incominciò la rivoluzione francese, così
cominceranno tutte le rivoluzioni. Il vostro socialismo inintelligibile
al popolo è quindi inintelligente: le vostre libertà politiche non sono
che giuochi costituzionali, una maschera, che non cela nè il volto nè il
pensiero, falsificandoli entrambi. La Russia ha fame: guardatevi dal
distribuire soccorsi, avvelenate le sue piaghe invece di curarle; non
opponete mai la ragione al delirio. La febbre invece di essere una
malattia è un rimedio trovato dalla natura per ristabilire l'equilibrio,
un rogo, che ogni corpo accende spontaneamente in sè stesso per bruciare
i microbi che lo divorano. Siccome la Russia è un popolo essenzialmente
agricolo, la rivoluzione deve farsi nelle campagne e non nelle città,
alla periferia non al centro. Tutto fu errore fin qui; lo Czar riuscì
più abile di voi altri.
— Siete sicuro di saper tutto per giudicare?
— So quello che ne sa l'Europa, i fatti e le intenzioni. Lo czarismo
voleva appoggiarsi sul popolo contro le classi medie, e
coll'emancipazione vi è riuscito; voi intendevate a sollevare il popolo
contro lo czarismo, e avete fallito. La maggioranza del popolo russo
crede Alessandro II un martire dei signori. Ora è tempo di mutare: ecco
perchè sono venuto a voi. Il nichilismo, passato dallo stadio letterario
a quello settario, deve cangiarsi in partito. Voi sapete che i partiti
si reclutano nel grosso pubblico, e debbono assimilarsi tutti gli
interessi per essere capaci di tutte le trasformazioni. Ogni setta è
essenzialmente aristocratica. Aprite a tutti le vostre file e chiudete
tutti i nascondigli: chi si cela ha paura.
— Giovane! disse uno dei cinque, quello che aveva al dito il sottile
anello matrimoniale: ora insultate.
— Non avete voi le maschere, mentre io sono scoperto? Io sono sicuro del
mio pensiero, voi dubitate del vostro. L'Europa ride del nichilismo.
Un altro sussulto scosse il Comitato, ma il presidente girando intorno
un'occhiata li rattenne.
— L'Europa, proseguì Loris, gettando uno sguardo trionfante a Kriloff,
mandò rappresentanti di tutte le dinastie e di tutti i giornali a Mosca
per l'incoronazione di Alessandro III; quello era il momento per
ucciderlo; non vi riusciste. Vi vantaste di concedergli una tregua, di
cui l'Europa sorrise; non si dà quartiere al nemico, che si può
uccidere. Il vostro trionfo consiste nel costringerlo a spendere mezzo
miliardo all'anno nella polizia e ad uscire circondato da gendarmi. La
Russia soffre.
— E voi soffrite? gli domandò il presidente con glaciale ironia.
— Sì, ma ho trasformato il mio dolore in odio; io sono armato, il
problema è di armare la Russia. Finchè il dolore non diventa arma, una
rivoluzione è impossibile. La Russia soffre. Da mille anni la sua vita
si trascina nella penombra della storia; il suo popolo fu sempre
schiavo, la sua aristocrazia sempre schiava, i suoi czar sempre schiavi.
Non un'idea è russa nella storia, non un progresso è nazionale nella
nostra vita. Ciò che chiamiamo progresso russo, fu un capriccio
burocratico di Pietro il Grande e di Caterina II; la Russia non ebbe di
vivo che l'istinto socialistico e lo mantenne nel mir, ma accerchiata
dal mondo moderno la sua vita divenne tragica. Tutte le nostre sette
religiose esprimono la rivoluzione: da coloro che si stordiscono nelle
orgie idolatriche a coloro che si castrano, dai predicatori del suicidio
agli apostoli dei roghi, nei quali le madri venivano senza piangere a
gettare i bambini, tutto è dolore nella religione russa; la letteratura
vi soccombe. Calcolate quanti secoli e quanta varietà di dolori
dev'essere stata necessaria perchè tanti milioni di uomini possano
sentire e pensare così: eppure la loro vita aumenta col loro numero.
Armate dunque la loro vita dei loro dolori, gettate il popolo nella
guerra perchè ne esca sano e trionfante. Sono venuto a proporvela.
— Chi rappresentate voi per parlare così?
— Io sono la giovane Russia.
— Nessuno può dire così grande parola.
— E nessuno negarla quando si è detta.
— Che faceste voi finora?
— Giacchè diceste di essere informato sul mio conto, dovete saperlo.
— Viveste di giuoco, ribattè con voce aspra il presidente.
A questo scoppio di tempesta Kriloff alzò sbigottito la faccia: la sua
ammirazione per Loris, cresciuta a quella sovrana alterigia di attacco
contro il Comitato Esecutivo ancora più temuto dagli adepti nichilisti
che dallo Czar, gli toglieva d'immaginare come questa scena potesse
conchiudersi.
— V'ingannate, replicò Loris: avevo duopo di una somma per i primi
provvedimenti della rivoluzione, e la rubai al giuoco. Posseggo 150.000
rubli: dovetti esercitarmi sei mesi per diventare invincibile
all'_ecarté_.
A questa confessione, spaventosamente superba, tutto il Comitato fissò
Loris con ammirazione.
— Quanto avete voi in cassa, signore? Se andremo d'accordo, io sono
pronto domani a fare il mio versamento.
Il presidente non rispose, e Loris appoggiando un gomito sul tavolo
quasi per appressargli il volto e appesantire meglio il colpo:
— Sareste così borghese da giudicarmi un ladro?
Quindi volgendosi a Kriloff:
— Te lo avevo detto, sono vecchi!
A questo insulto il presidente si levò: la sua fronte, che saliva al di
sopra della maschera, aveva impallidito, i suoi occhi neri brillavano.
Loris era in piedi.
— Giovane! proruppe, ascoltate dunque la parola di un vecchio.
La sua voce era rauca.
— Se noi siamo fossili, perchè venite dunque a cercarci? Siete forse un
geologo? Invece vi credete un politico, e non siete che un letterato.
Avete elaborato un disegno nel silenzio della vostra testa, e siete
tornato in Russia per la vanità di esporcelo offrendovi alleato di un
partito, che in molti anni di lotta si è fatto un nome mondiale. Noi
abbiamo ucciso uno czar, teniamo l'altro bloccato nel proprio palazzo,
abbiamo una falange di scrittori e una moltitudine di condannati. Voi
disprezzate tutto questo; la fanciullezza della vostra superbia vi fa
credervi un messia per aver pensato alla guerra civile. Se foste nato
uomo di Stato o di guerra, sareste rimasto in Russia per riunire intorno
a voi un partito o una banda; invece emigraste, costeggiaste all'estero
tutti i nostri amici senza entrare nelle loro cospirazioni, perchè non
vi avreste potuto essere primo. Rubaste, lo diceste voi, al giuoco, per
impossessarvi di una somma, colla quale iniziare una sommossa, ma su
quella somma da molto tempo vivete con lusso. Non vi giudico, signore,
vi analizzo: sono più cortese di voi. Chi siete? Uno studente che non ha
studiato, il figlio abbandonato di un pope, un giuocatore, che le carte
hanno arricchito e le carte possono impoverire. Il vostro ingegno, sono
contento nel riconoscerlo, è di letterato: avete creato a voi stesso una
parte fra Bazaroff e Raskolnikoff, fra l'eroe di Tourguenief e quello di
Dostoiewski; se saprete scriverla, diventerete illustre nelle lettere,
se non lo saprete....
E parve arrestarsi.
— Dite, proruppe Loris violentemente pallido ripetendo la stessa parola,
colla quale il vecchio sembrava dianzi averlo sospinto.
— Non finirete molto meglio di quei due eroi da romanzo.
Kriloff si sentì girare la testa: gli parve che Loris si cercasse in
tasca il terribile ago, ma invece intese la sua voce, improvvisamente
calma e cortese per uno sforzo onnipotente di volontà, rispondere:
— Avevo prevista questa obbiezione: non facendola, signore, avreste
dovuto arrendervi ai miei argomenti. Ora ci conosciamo, più tardi
c'intenderemo.
Il presidente scosse il capo.
— La gioventù è talmente infallibile nel proprio istinto che la
vecchiezza non può essere saggia che seguendola. Vieni, Kriloff.
— Signori, seguitò, poichè voi sarete sempre informati sul conto mio, è
inutile che io vi lasci il mio indirizzo pel caso che aveste bisogno di
me. Vorreste, signore, dirmi dove potrei trovarvi all'occasione?
Il presidente, sconcertato da questo sangue freddo, titubò.
— Siccome conserverete la vostra fiducia al mio amico Kriloff, avrò il
piacere di servirmi di lui per corrispondere con voi. Egli è abbastanza
forte.
Quindi, inchinandosi loro nuovamente come dinanzi ad un circolo di
signore, stese la mano verso il ritratto dello Czar ucciso.
— Per la morte di Alessandro II, la più gloriosa impresa del vostro
partito; noi ci ritroveremo, signori, alla guerra.
— Vieni, Kriloff.
Kriloff lo seguì dopo aver salutato goffamente il Comitato.