I tre non parlavano più.

A un tratto Fedor, che nascosto sotto la tenda guardava dalla finestra,

disse:

— Vengono: suona, Andrea Petrovich.

Questi attaccò energicamente una marcia.

— Quanti sono?

— Martino Ivanovich Kepskj, Sergio Nicolaievich Lemm: Sergio ha il

violino. Vanno adagio.... Oh! Ecco! vengono anche Michele Ossinskj e

Ogareff.

E si ritrasse. Fedor stringeva il crescendo della marcia con troppa

nervosità alterandone il ritmo così che quelli, che stavano per

arrivare, si fermarono sotto le finestre sorridendo.

— È da un pezzo che Andrea Petrovich storpia così la propria marcia

trionfale? chiese Dmitri Alessandrovich Ogareff al dwornik, che

passeggiava in sentinella, secondo gli ultimi regolamenti di pulizia

urbana, dinanzi al portone della vasta casa.

— No: ha cominciato ora. Vorrebbe dirmi vostra Alta Nobiltà quando la

grande opera sarà finita? Mia nipote Catia Ivanovna ha già imparato la

romanza del primo atto, che vostra Alta Nobiltà ebbe la degnazione di

trasmetterle per mano mia.

— Sta tranquillo, mio caro Giacomo Martinovich Clemens, rispose il

giovane conte Ogareff battendogli famigliarmente la mano sulla spalla,

l'opera sarà finita entro l'anno. Tu sai, perchè sei figlio di cantante

e zio di cantante, che un'opera in musica è un'impresa piena di

difficoltà: il nostro giovane Andrea Petrovich supererà Glinka, ma è

pigro come uomo e incontentabile come artista; d'altronde Fedor

Vassilich va rimutando ancora le scene del libretto. Ora andiamo su per

concertare un quintetto. Debbono arrivare altri amici; uno avrà seco il

violoncello, l'altro il flauto. Viva la Santa Russia, Giacomo

Martinovich: il giorno che la Russia possederà la propria grande opera

musicale come l'Italia, la Germania e la Francia, avrà conquistato

sull'Europa il primato.

— Viva la Francia! proruppe a bassa voce il dwornik: vostra Alta Nobiltà

conosce le mie opinioni; la Russia non ha che tre nemici, i nichilisti,

i tedeschi e gli ebrei: i nostri migliori amici sono in Francia.

— Eccoti per una bottiglia di champagne: la berrai alla gloria di Boris

Godunof e al trionfo di tua nipote, che vi canterà da principessa Marina

Mniscek; e gettando un marengo nel berretto di pelo, che il grosso

portinaio fu pronto a trarsi, passò oltre con Ossinskj. Ma sul limitare

della porta si fermò, fingendo di accendere lo zigaro, per gettare una

rapida occhiata lungo la strada a sinistra. Sulla sua bella bocca di

adolescente apparve un sorriso.

— Ah! esclamò: ecco qua il violino col flauto. Mio caro Giacomo

Martinovich, i nostri due amici sono puntuali: tua nipote, la bella

Catia Ivanovna, comparirà presto sulla scena del teatro imperiale. Essa

è bianca come la nostra neve vergine e più bella delle nostre più belle

sere, quando poco oltre mezzanotte spunta il sole. Tu amico mio, Michele

Ossinskj, che sogni la gloria del Michelangelo italiano, dovresti farle

la statuina.

— Se l'ho pensato! questi si rivolge guardando il portinaio con un

sorriso: ma la bellezza di Catia è ancora un mistero così per voi,

Giacomo Martinovitch, che l'adorate, come per noi che la ammiriamo in

silenzio; forse solamente l'angoscia della prima sera, quando canterà

davanti al padre nostro, lo Czar, potrà rivelare coll'invisibile bulino

della passione il rilievo della sua maschera.

— Maschera?! interruppe il dwornik fra meravigliato ed offeso.

— Maschera, intervenne il conte Ogareff gittandosi dietro un'occhiata ai

due suonatori, che avanzavano negligentemente, è una parola di studio.

Gli scultori chiamano così l'impronta della fisonomia che ottengono col

gesso.

— Ah!

— Per ora, seguitò lo scultore accarezzando il portinaio coll'accento

della sua pronunzia di Piccolo Russo, dolce come il provenzale, non ho

osato disegnare che il costume di vostra nipote per l'opera. Ho dovuto

faticare, sapete, mio caro, proseguì prendendolo famigliarmente per un

bottone dell'abito; tutte le opere di Kostomarof e di Solovief non mi

hanno bastato: lo studio delle sante iconi di Roublef, il nostro grande

pittore, aggiunse ammiccando degli occhi perchè il dwornik era un

settario del Raskol e facendogli colle due dita un invisibile segno di

croce, contrassegno e simbolo della setta, mi ha giovato un po' più, e

nullameno è insufficiente. Al museo etnografico Dachof di Mosca la

raccolta dei vestiti russi antichi non serve a nulla; però vedrete come

sarà Catia. La vogliamo irresistibilmente bella per quella sera: sarà

l'immagine della nostra Russia, della nuova musica e della nuova

scultura: la bellezza del corpo come espressione di quella dell'anima.

Intanto che il portinaio, arrossendo di piacere a questi complimenti,

voltava le spalle alla strada, i due suonatori erano già arrivati, e ad

un gesto rapidissimo del conte Ogareff, avevano risposto con un cenno

negativo.

— Mio caro dwornik, primo dwornik di Pietroburgo, zio della bella Catia

Ivanovna, la futura Adelina Patti della Santa Russia, proruppe con un

accento gaio il conte Ogareff, la musica purifica l'anima ma asciugando

il corpo. Eccoti un biglietto da venticinque rubli: comprerai alla

bottiglieria francese _Drummond et Fils_ quattro bottiglie di Sauterne,

quindi passa da papà Razumikhine, lo conosci eh! fatti dare una grande

carafa di vodka di Odessa. Ci porterai su tutto; oggi è gran prova.

— Vostra Alta Nobiltà mi permetterà di venire ad ascoltare un pezzo,

solamente uno?

— No per San Sergio: ti conosco, vecchio mio, lo diresti alla bella

Catia; e il conte Ogareff volgendosi ai due nuovi arrivati: su dunque,

voi altri; e tu, Giacomo, tira via e più che al passo. Io stesso starò

ad aspettarti facendo la tua fazione.

Un sorriso passò negli occhi dei tre giovani, ma il dwornik, già

ubbriacato dai complimenti alla nipote e dal danaro regalatogli, non se

ne avvide.

— Farò presto.

— Lo spero bene: non voglio andare per te in prigione, se passerà la

guardia.

La grande casa a quattro piani, bucherellata da una infinità di

finestre, era più bianca di quella prima neve distesa sulla strada come

una grossa sabbia, e sulla quale l'orina dei cavalli e l'orma delle

scarpe avevano già lasciato frequenti macchie disgustose. La strada, nè

larga nè lunga, pareva soffocare sotto il cielo di un turchino plumbeo,

davanti al quale gli occhi si abbassavano involontariamente, e oltre il

quale nessuna immaginazione avrebbe potuto cercare i fantasmi vaganti

dietro l'azzurro di tutti i cieli meridionali. Il freddo era intenso,

benchè l'inverno non fosse ancora incominciato.

Il giovane Conte Ogareff, ravvolto in una ricca pelliccia di volpe

turchina, coll'ampio bavero abbassato e un piccolo berretto di astracane

sulla testa bionda, ricciuta e brinata dal gelo, era rimasto nel mezzo

della porta guardando con calma affettata a dritta e a sinistra.

Mostrava poco più di vent'anni: aveva l'aria oltremodo signorile, e

l'eleganza del suo corpo s'indovinava anche dentro quella grossa

pelliccia, lunga sino a mezzo gli stivali e chiusa da alamari di seta,

sotto ai quali correva un doppio orlo di pelo. I suoi stivali, di pelle

lucida impermeabile, calzavano un piede di donna: nella mano nascosta da

un forte guanto di camoscio foderato di pelo nero, che chiudeva col

proprio orlo il piccolo vano lasciato dai polsini della camicia sotto le

maniche della pelliccia, stringeva una piccola canna dal pomo d'oro.

Fece qualche passo nell'atrio.

La moglie del portinaio era assente, o sepolta nella seconda stanza

presso la stufa non si mostrava.

Ogni tanto qualche accordo di pianoforte e di violino scendeva dalle

camere del secondo piano, ove stavano raccolti gli amici per la grande

opera di Andrea Petrovich su Boris Godunof; ma o attendessero altri, o

volessero assaggiar le bottiglie prima di cominciare la prova, nessun

pezzo vero era stato ancora suonato.

I radi passanti trottarellavano entro le pelliccie, col bavero rialzato

e il berretto sugli occhi, facendo stridere la neve o sollevandola ad

ogni passo come una polvere greve: s'affrettavano lungo i muri in

silenzio; appena qualche saluto e qualche parola. Dirimpetto all'enorme

casa un'altra se ne alzava egualmente silenziosa e senza botteghe.

Un landau chiuso passò al trotto di due vigorosi cavalli neri: l'alito

delle loro bocche saliva nell'aria come un fumo; una forma bianca si era

piegata un istante agli sportelli per guardare il bel giovane, che

fumava una sigaretta dondolandosi elegantemente sugli stivali. Poi altre

carrette, due drowski seguirono; una slitta scivolò agitando nell'aria

la propria campana, coi cavalli come spaventati.

La sera non era lontana.

Quell'attesa cominciava ad irritare il bel giovane: sul suo viso, che

avrebbe voluto mantenersi calmo, passavano a volta a volta impazienze

quasi di paura. Tornò nell'atrio, s'accostò al casotto della portineria,

spiò: nessuno! Cinque o sei inquilini lo salutarono rispettosamente

nell'uscire cercando non senza meraviglia il dwornik cogli occhi: alcuni

altri non furono meno sorpresi di non scorgerlo rientrando.

Finalmente, al secondo piano, un accordo più vigoroso parve preludere a

un pezzo d'opera; egli uscì, tornò a passeggiare sulla strada fermandosi

sotto le finestre; guardò il proprio grosso orologio d'oro a

_remontoir_.

Quando Giacomo spuntò all'angolo con due grandi fagotti, uno nella mano

e l'altro sotto il braccio sinistro, il conte gli andò incontro.

— Per San Sergio, quanto hai tardato! Peccato che non sia passata una

guardia per farti la contravvenzione; io stesso l'avrei firmata.

— Vostra Alta Nobiltà avrebbe pagato per me, rispose con un fine sorriso

il portinaio sotto la lunga barba grigia: ero fuori per i suoi ordini.

— Almeno il vino hai saputo sceglierlo? Non ti hanno ingannato sulle

marche?

— Ho detto il nome di Vostra Alta Nobiltà per precauzione.

— Andiamo, andiamo.

L'andito era vuoto: a sinistra salirono quattro rami di scale in legno,

umide e buie, delle quali gli scalini, levigati dall'uso e resi lubrici

dalla neve lasciatavi dalle scarpe degli inquilini, presentavano più di

un pericolo, e si fermarono al secondo piano. V'erano tre porte;

batterono a quella di mezzo: un mugik in camiciotto rosso, vecchio,

calvo, con una lunga barba bianca si presentò umilmente. Era un servo di

Andrea Petrovich.

Molte voci nell'altra stanza si acquetarono tosto.

— Andrea Petrovich, smetti di suonare, gridò con voce allegra il conte

Ogareff: Giacomo Martinovich salito colle bottiglie sta ascoltando. È

capace di vantarsi con tutti gl'inquilini di avere assistito alla prima

rappresentazione della tua opera.

— Non permettergli dunque di entrare, s'intese dall'interno una voce

gaia tra uno scoppio di riso: dagli a bere come alla Peri di Moore,

sulla porta del paradiso.

— Sciocco! La Peri piangeva.

— Io sono generoso, Giacomo Martinovich Clemens, gridò Fedor: bevete;

piangerete un'altra volta per qualcuno peggiore di me.

— Porta la tua scodella, disse il conte Ogareff al mugik.

Questi rientrò nella stanza attigua alla cucina, e ne tornò con una

ciottola rossa, di legno, capace di oltre un litro: il conte ve ne versò

dalla carafa forse mezzo, e porgendolo al portinaio:

— Alla salute della bella Catia! Attendiamo quassù altri due amici: sono

Anatolio Fomitich Giskoff e un giovane maestro francese, che ha già dato

un'opera propria a Parigi; guai se li accompagni!

— Vostra Alta Nobiltà non dubiti.

— _Allons, partons pour la Sirie_, gli intimò sorridendo il conte

Ogareff.

Giacomo Clemens votò d'un fiato la ciottola e, prosternandosi in un

inchino troppo umile anche per essere fatto al nipote di un ministro di

stato, intuonò colla sua bella voce di basso, che avrebbe fatto onore ad

un diacono di Santa Sofia, la vecchia canzone francese, nella quale egli

metteva patriotticamente tutti gli ideali di conquista russa in Oriente.

— Tu, si rivolse il conte al mugik, mentre chiudeva l'uscio dietro al

portinaio ma in modo da essere inteso da questo, attendi un mio ordine

per sturare le bottiglie; se la prova non riuscisse, per San Sergio, non

beveranno.

Nell'altra stanza il silenzio seguitava.

Quando il giovane conte entrò rigettandosi famigliarmente la pelliccia

dalle spalle e scoprendosi in tutta l'eleganza della moda, con un

soprabito nero attilato e calzoni scuri entro gli stivali di pelle

lucida, tutti lo guardarono simpaticamente. Erano seduti intorno al

tavolo: Andrea Petrovich padrone di casa stava al piano, Sergio

Nicolaievich Lemm era accanto a Kepskj, che aveva deposto il proprio

violino sulla cassa del pianoforte: il poeta Fedor lungo disteso sopra

un divano sembrava dormire, Boris Slotkin col corpo sottile e la testa

grossa rigettata sulla spalliera della sedia guardava insistentemente al

soffitto, quasi per sottrarsi ai discorsi che già s'erano fatti, e

stavano per ricominciare; mentre Michele Romanovich Ossinskj, che aveva

accompagnato il giovane conte Ogareff, di lui non meno giovane, si era

avvicinato alla stufa e si scaldava le mani con atti nervosi.

— Nessuna notizia, Dmitri Alessandrovich? domandarono simultaneamente

più voci ma con scoraggiamento maggiore della curiosità.

— Nessuna.

— Povero Rodion! mormorò Fedor levandosi in sussulto dal divano.

Il samovar acceso mandava un alito leggiero di fumo cantando la canzone

del the, piena di gorgogli, dai quali ogni tanto saliva uno strido

sommesso.

— Un altro, un altro ancora, poi altri daccapo, fino a quando? Forse per

sempre! È lungo questo martirologio, seguitò Fedor scuotendo amaramente

la testa e agitando una mano quasi a minaccia: chi ne conosce l'origine?

La Russia è come un immenso lido, sul quale si siano accavallate tutte

le invasioni. Gli Ural, che ci dividono dall'Asia, sono così poco alti

che la schiuma delle invasioni orientali rimbalzando alle loro falde e

sorvolando le loro creste è sempre discesa sul nostro versante. Da

quando è cominciato il martirio del popolo russo? Come il popolo ebreo,

esso è entrato nella storia mediante una cattività: la sua vita comincia

dall'indietreggiare nel passato dei Tartari, nei quali spira l'ultima

idea e s'acqueta l'ultima passione orientale. Il cammino della nostra

storia è segnato dai Kourganes delle steppe, sepolcri di tribù

dimenticate, sui quali i pastori accendono i fari per la marcia del loro

gregge. Che cosa è stata la Russia nella storia del mondo? La nostra

razza, che chiamiamo slava dal nome della gloria, mentre i latini dal

nostro nome trassero quello di schiavi, che cosa ha fatto al momento che

Alessandro colla falange macedone sventrava l'Oriente illuminandolo

colla cultura greca, quando Roma riaprendo la strada di Alessandro

riuniva tutto il mondo intorno a sè medesima, quando oltre il raggio del

pensiero greco-romano l'Oriente accumulava più vaste conquiste, più

numerose religioni, più colossali arti, scienze più misteriose e

filosofie più profonde che nell'Occidente? Che cosa accadeva nelle

nostre steppe? Greggi di uomini e di animali vi pascevano: le pecore vi

abbassavano la testa verso l'erba e i pastori verso la terra; l'uomo era

più schiavo della bestia. Non abbiamo poemi, perchè la nostra prima vita

fu senza gloria, monotona e sconsolata come la steppa.

— Vuoi tu farci una accorante lezione di storia? gridò Martino Ivanovich

Kepskj.

— Non s'insegna ciò che non è, rispose amaramente Fedor.

— Tu neghi la Russia?! Beviamo piuttosto, ribattè alzando sdegnosamente

le spalle Michele Ossinskj ed appressando la propria tazza alla

chiavetta del samovar.

— Si nega forse il dolore? Come si è formata la Russia? Sotto l'Orda

mongolica. I primi Kniaz, discendenti di Rurik, furono i servi più

abbietti della Orda d'oro. Quale differenza fra San Luigi re di Francia

e Sant'Alessandro Newskj! Poi l'Orda si dissipa e la Russia riappare: ma

l'Orda svaporando come un'acqua immonda lascia una fondiglia,

l'aristocrazia di Mosca. Le due piccole democrazie di Nowgorod e di

Pskof spirano sotto la nuova tirannia; fra l'Oriente antico e

l'Occidente europeo la Russia rimane senza storia nel passato e senza

storia nell'avvenire. Ah! perchè dico questo? Perchè soffoco. Non c'è

aria in Russia; l'arte non vi ha mai respirato. La Russia non ha una

statua, un quadro, un poema, una tragedia, non un nome nelle scienze,

non un posto nella filosofia. Tutto è sconfinato e uniforme nella

Russia, le idee vi si diluiscono: vi abbiamo il socialismo da mille

anni, e siamo ancora al mir; il nostro governo è un'amministrazione

minuta sino all'invisibile e nullameno più grossolana dell'impero

stesso. Vi sono canti finnici e canti ucranici, non vi è nulla di russo;

tanto peggio per Ralston che pretende il contrario.

— Tu sogni nel passato, disse Kepskj: la Russia di questo secolo non è

più la Russia antica.

— Perchè il dolore vi si è fatto più acuto nelle coscienze di pochi. Si

congiura, ecco tutto. Il popolo vi guarda senza comprendervi; la sua

anima ha mille anni di servitù. Noi gli promettiamo una libertà, che non

sappiamo nemmeno dipingergli: la pittura non è arte russa.

— Tu disperi dunque? intervenne Ossinskj.

— No, ma il dolore è troppo. La Siberia è un continente popolato di

prigionieri, la nostra politica rivoluzionaria è un martirologio: non

un'idea, non una forza, sulla quale appoggiarsi; l'arte l'avrebbe

trovata d'istinto. La Russia non ha arte.

— Che! gridò Andrea Petrovich: i nostri grandi....

— Lascialo sfogare, disse Ogareff picchiando colla costola di un libro

nel ventre del samovar per chiamare il servo.

— Stappa le bottiglie e porta i bicchieri. Quale libro russo, seguitò,

vale una bottiglia di vino francese? La Russia siamo noi, che osiamo

negarla: in quattrocento anni la Russia non ha saputo conquistare

Bisanzio. Noi siamo un popolo di accattoni.

— Governato da ladri.

Boris Slotkin portò la carafa della vodka sul tavolo presso il samovar

versandosene un enorme bicchiere:

— Ecco la vita russa: la Russia non ha trovato altro per resistere allo

sconforto della propria inanità.

Il vecchio mugik entrò colle bottiglie, e si ritirava mutamente.

— Resta, mio vecchio Pietro: tu non capisci, tu! Vuoi della vodka o del

vino?

Il mugik guardò alla carafa senza rispondere: nullameno tutti restavano

cupi.

— Rodion dunque morirà: tutto il partito è incapace di salvarlo.

— Non si può dunque scrollare questo infame impero, che soffoca tutto?

— Aspetta.

— Sono mille anni che la Russia aspetta.

— Sì, andate a scuola, proseguì con rabbia crescente Fedor, studiate la

storia, il diritto, le scienze; non ve ne mostrano che i frantumi,

nullameno quanto basta per comprendere il resto. Uscite di scuola:

l'aria, il sole, la neve, la vostra vita, la vita dei vostri, tutto è

dello Czar. Proibito di pensare: pena di morte a chi parla: permesso di

scrivere, purchè si menta. I tuoi grandi, Andrea Petrovich, i tuoi

grandi scrittori russi! Tu li credi grandi? Già.... Puskin! guarda i

suoi Zingari; sono zingari quelli? Da lui comincia il pietismo, che ora

delira in Tolstoi. Lermontoff? un Byron meno la sincerità della passione

e l'originalità del romanticismo. Dostoiewski? un malato che racconta

delle malattie. Negrassoff? un lirico, che ha saputo tacere quando per

parlare bisognava morire. Tolstoi? che falsifica il mugik, facendone

l'apoteosi, e cerca nel cristianesimo la rivoluzione dell'avvenire.

Tcherniscewski? Mettilo fra Proudhon e Marx, e vedi che miseria di

economista ne esce. _Che fare?_ Intanto non fare romanzi come il suo, e

non rispondere così poveramente a Stuart Mill. Herzen? Ecco che cosa può

essere un Mazzini russo: un retore eloquente e voltabile; l'esilio,

assicurandogli l'impunità, non basta a comunicargli la costanza.

Tourguenief? uno squisito dilettante di letteratura; impara l'arte

all'estero per dipingere paesaggi e scene russe a distanza. Gogol e

Ostrowsky? ecco la satira russa, un riso che non castiga e non diverte.

Bielinsky? la critica idealista di un'arte che manca. Solo la Polonia ha

poeti, perchè la Polonia odia la Russia e si batte contro di essa. Non

possediamo che una leggenda mondiale, Mazzeppa, e ne dobbiamo a Byron e

a Hugo i versi più belli. Io sputo sulla Santa Russia.

— Viva la Russia, proruppe Ossinskj.

— Dove la servitù può durare mille anni senza una guerra servile, e la

tirannia abbassarsi sotto l'imbecillità senza impiccolirsi. La storia

russa non ha che una grande figura: Napoleone I al Kremlino.

— Noi bruciammo Mosca.

— Scempiaggini! La neve sola distrusse la grande armata. Senza la

corazza di ghiaccio la Russia cadrebbe ferita a morte nel primo

combattimento. Quando si ha la disgrazia di nascere russi, bisogna

congiurare per farsi uccidere, altrimenti si è costretti a suicidarsi

per sfuggire alla nausea di sè stessi. Io sputo sulla Russia.

— Viva la Russia e morte allo Czar! proruppe a bassa voce, con occhi

scintillanti, Ossinskj.

L'altro alzò sprezzantemente le spalle.

— Morte allo Czar! ripetè il conte Ogareff, alzando un bicchiere colmo

di Sauterne.

— Già, siamo ai brindisi! replicò Fedor con inflessione così insultante

nella voce che tutti impallidirono: ecco il coraggio russo!

— Tu insulti dunque?

— Sì, perchè odio me stesso prima di tutto; mi vergogno di essere russo.

In quel momento Andrea Petrovich, che aveva seguito con visibile

compiacenza la discussione, si torse verso la tastiera e, sorridendo

ironicamente a se stesso, suonò le prime battute della grande marcia di

Glinka nell'opera, — _La vita per lo Czar_ —.

— Tieni, gridò Fedor lanciandogli alla testa senza colpirlo un bicchiere

d'acquavite.

Tutti sorrisero.

— La tua musica russa! Non a Pietroburgo certamente Rossini avrebbe

potuto scrivere il Guglielmo Tell.

— Un'opera sopra un uomo che non ha mai esistito, ecco l'arte! osservò

con voce stridula, ghignando, Sergio Nicolaievich Lemm.

— E che in Russia non esisterà mai. La Russia, che non ha saputo

immaginare un Guglielmo Tell, non avrà mai un Garibaldi.

— La Russia, replicò Ossinskj, ha tutto ciò che voi altri le negate.

— Io, intervenne Ogareff, le nego anzitutto l'aristocrazia: dietro di

essa si sarebbe formato il popolo. La Russia non ha nobiltà; il suo

patriziato non fu mai che di cortigiani e di impiegati, vili i primi,

ladri i secondi; l'uno e l'altro tutti due.

— Meglio così! insistè Ossinskj, tanto a quest'ora sarebbe corrotta come

tutte le altre aristocrazie d'Europa. Basta guardare la Russia sulla

carta....

— Sulla carta di Rittich?! adesso ci farai tu una lezione di geologia,

perchè tuo zio fu amico di Krapotkine. Krapotkine! un geologo di cui

l'Europa sorride, un rivoluzionario che scrive declamazioni a freddo

nella tranquillità di Londra.

— Non rispetti dunque nessuno?

— Nessun russo.

— E i nostri morti, i soli martiri moderni?

— Tu credi ingenuamente che l'Europa ci ammiri, perchè in trenta

attentati siamo finalmente riusciti ad uccidere un Alessandro II? Noi

valiamo meno degli antenati di Ogareff: essi uccisero più di uno Czar

senza tanti sforzi, con un complotto di palazzo. Intanto chi salva

Rodion?

— L'epoca dei martiri non è ancora passata.

— Rettorica.... Chi non vince ha torto. Lasciamoli alle religioni i

martiri, buoni per farne dei santi quando arrivano finalmente coloro,

che vincono. La Russia è vile.

— Più della China, proruppe Ogareff. Nessun popolo ha per il proprio

tiranno la fede del popolo russo, ed è un popolo già socialista nelle

proprie istituzioni. Perchè congiuriamo? Pel popolo no certo.... almeno

io. Io odio lo Czar e l'aristocrazia, che lo sostiene, non amo un

popolo, che adora il proprio tiranno e serve a tutti.

— Bisogna educarlo, disse Boris Slotkin.

— Ufficio di pedanti: preferisco ritentare l'impresa di Rodion. Egli ha

sbagliato lo Czar perchè il revolver gli ha tremato nella mano.... Forse

era troppo freddo quella mattina, aggiunse ironicamente.

— Sei tu adesso, Ogareff, che fai della rettorica; ma il silenzio stesso

del popolo russo fra il garrito di tutte le nazioni europee non dice

abbastanza che il mondo moderno non ha che un'aspettazione, la Russia?

Che facemmo, Fedor, nel passato? Nulla: ecco il nostro orgoglio; tutte

le nazioni sono esauste, noi siamo vergini. Che faremo? Tutto. La Russia

avrà Dante e Shakespeare, Michelangelo e Galileo, Darwin e Hegel; noi

supereremo tutti. Fonderemo Oriente ed Occidente seppellendo autocrazia,

monarchia, aristocrazia, democrazia sotto la formula nuova del

socialismo, che solo in Russia può trionfare. La rivoluzione

dell'avvenire, maggiore di tutte le altre sommate insieme, deve

prorompere da un popolo vergine; il vecchio mondo non può che

rigenerarvisi, e non tutto; molte nazioni vi scompariranno. Che cosa è

l'Italia? La sede dell'ultimo papato e l'ospizio delle prime arti. La

Francia si è consunta nella sua doppia missione di unità monarchica al

medio evo e di rivoluzione borghese in questo secolo. L'Inghilterra non

è che la prima unità mondiale del commercio, ottenuta col monopolio e

destinata a perire sotto la libertà di commercio. La Germania è una

nazione di allevatori di idee, sempre ultimi nei fatti. Noi ci formiamo.

Siamo plagiari, tu credi, Fedor? I bambini lo sono forse? Siamo

senz'arte? Ieri sì, oggi no; domani tutta l'arte sarà russa, perchè

l'unico materiale nuovo d'arte è russo. Fra mezzo secolo saremo oltre

duecento milioni: chi ci resisterà? Duecento milioni di uomini moderni!

Gli Czar saranno allora lontani come i Kan di Tartaria lo sono adesso

per noi. Ecco perchè tutto quanto ha un'anima oggi in Russia è con noi,

pensa, soffre, odia di un odio fatto di amore, è pronto a morire con

noi. Sì, Rodion morrà, e dopo di lui moriranno altri ancora, ma la

Russia trionferà sul mondo e pel mondo. Ebbene, la nostra vita di ora è

più bella di quando la libertà e la giustizia avranno trionfato. Chi sa

se la felicità non annoi! Io preferisco la mia epoca; posso essere

ucciso, ma posso uccidere affrettando la creazione di un mondo. La creta

sotto la stecca dà mille volte più piacere del marmo sotto lo scalpello;

il marmo dura, e la creta si sforma facilmente. Che importa? L'uomo non

può gustare l'infinito della bellezza e dell'amore che in un attimo.

— Bravo! esclamò Andrea Petrovich.

— Chi dubita? Chi dispera fra noi? seguitò con accento entusiasta

Ossinskj: tu, Slotkin, sei pessimista, eppure resisti: tu, Ogareff,

disprezzi il popolo e arrischi tutto per lui: tu, Fedor, insulti l'anima

russa, perchè non la senti ancora pari a sè medesima e alla gloria del

proprio avvenire: tu, Lemm, sei uno studente proletario come me, che ha

ricusato di entrare nello tchin per non servire a coloro, i quali

aggravano la miseria del popolo: tu, Kepskj, hai disertato il ricco

negozio di tuo padre per diventare medico e curare le piaghe della

povera gente senza speranza di guadagno: tu, Andrea, ascolti nel

silenzio del popolo le voci del suo spirito come Chopin....

— No, Chopin era un malato, rispose con impeto Andrea Petrovich, era un

romantico. La musica sola può esprimere il sentimento russo di questo

secolo. Fedor, tu hai ragione; tutto è assimilazione e imitazione in

Russia. Noi viviamo di fronte al patibolo; solo la musica, essendo o

prima o dopo la parola, può dare la voce di questa crisi, che è una

tempesta sotterranea.

Ma Lemm si alzò, e mescendosi un gran bicchiere di acquavite guardò

dileggiando il denso fumo delle pipe.

La stanza sembrava invasa da una nuvola, il samovar si era spento: i

bicchieri, sparsi sul tavolo, lo avevano largamente macchiato, mentre il

calore della stanza saliva ad infiammare tutte le teste già eccitate dai

discorsi e dal bere.

— Chi salva Rodion? esclamò da capo Fedor con ostinazione di amore.

Anche tu, Ogareff, perchè dargli un cavallo simile?

— Me lo rinfacci? Lo sai pure: venne da me Petrovskj a chiedermi il

miglior cavallo; lo diedi.

— L'aiutante dello Czar, che cavalcava dietro la sua carrozza, ha

nullameno potuto raggiungerlo; l'aiutante aveva un cavallo inglese. Che

cosa valgono i cavalli russi? ripetè due o tre volte con caparbietà

pessimista. D'altronde Rodion ha avuto torto: perchè ritentare sullo

Czar il colpo fallito da Mirsky contro il generale Drenteln? Ah era

bello! incontrare a cavallo, trottando, la carrozza dello Czar,

freddarlo con un colpo di revolver e salvarsi al galoppo.... Troppo

bello.... Povero Rodion!...

E questo nome ricadeva ogni tanto sulla conversazione spegnendola.

La sera calava sulla strada: nella vasta stanza l'aria non era più che

un fumo, nel quale si confondevano mobili e persone, ma nullameno tutti

seguitavano a fumare. Ogareff si era seduto famigliarmente sul tavolo,

Andrea Petrovich non aveva lasciato il pianoforte, Lemm era andato ad

appoggiarsi alla scrivania. Così piccolo e poveramente vestito, spariva

quasi entro una vecchia giacca troppo ampia, che gli faceva una figura

goffa; ma la sua faccia acuminata di volpe, a certi momenti, quando la

luce della finestra vi cadeva di sbieco, diventava sinistra.

— Che facciamo qui? chiese improvvisamente: tu, Ogareff, mi avevi detto

che avresti tentato un espediente tuo per salvare Rodion.

— L'ho fatto; aspetto la risposta qui.

— Qui!

— Oh! esclamarono in coro: da chi? Perchè non dirlo subito? Come lo

sapevi tu solo, Sergio Nicolaievich?

— Aspettiamo, disse solennemente Ogareff.

— La solita parola russa, aspettiamo: ribattè Fedor.

— Finiscila dunque colle tue impazienze di artista, gli si volse Lemm.

Tutti così voi altri creatori di frasi; credete di aver fatto qualche

cosa quando l'avete detta, come se i fatti potessero svolgersi nella

vita colla stessa imbecillità compiacente, colla quale si atteggiano nei

vostri libri. L'arte non è che virtù d'istrioni e vizio di parassiti.

— Tu ebreo puoi dire così.

— Io, ebreo, ti dico che l'arte è il più vile dei lussi, perchè non ha

mai divertito che i padroni; una statua di Michelangelo non vale un'oca,

che almeno possa cuocere. L'italiano Sobrero, inventando la

nitroglicerina, è stato più utile di Dante: domandalo al cadavere di

Alessandro II. Dante ha potuto sognare di scendere all'inferno, Sobrero

vi ha cacciato davvero Alessandro II. Finiamola una volta con queste

aristocrazie delle arti e delle scienze: il popolo ha bisogno di ben

altro, il paradiso deve essere sulla terra.

— Tu ne farai una cucina.

— Sarà sempre meglio che un tempio o un museo.

— Perchè non piuttosto una banca? replicò Fedor piccato.

— Vuoi dunque dirmi che sono nato ebreo? e la sua voce, invece di

alzarsi, si assottigliò in un sibilo.

Tutti lo guardarono: parvero temere una contesa. Ma Sergio Nicolaievich

Lemm, sempre appoggiato alla scrivania, seguitò:

— È vero, sono ebreo. Gli ebrei hanno fondata la oligarchia dei

capitalisti per diventare i tiranni dei tiranni. Siccome non hanno

patria, non concepiscono lavoro e capitale che nella forma più astratta

e potente del denaro. Vedi, anche in ciò sono un popolo monoteista; ma

questo popolo ha almeno ucciso un Dio, quello che oggi ancora adorano

tutte le nazioni civili. Riconoscigli questo merito; colla morte di

Cristo ha fornito un tema non ancora esaurito a tutti i poeti.

— Alla salute degli antichi deicidi, proruppe Ogareff alzando il

bicchiere.

Ma nessuno rispose.

Evidentemente quella seduta, omai troppo lunga, cominciava ad

opprimerli. Si erano riuniti presso Andrea Petrovich per parlare di

Rodion, lo studente, che aveva attentato alla vita di Alessandro III, e

che nessuno di essi conosceva personalmente, nemmeno Ogareff, quantunque

si fosse temerariamente compromesso cedendogli il migliore dei propri

cavalli sulla semplice richiesta di un altro studente. Ma secondo il

solito non avevano che ciarlato. Erano tutti giovani; Slotkin, il più

vecchio, passava di poco i venticinque anni, e non era ascritto neppure

egli al nichilismo. Ma la veemenza delle loro opinioni, infiammate dai

ricordi dei grandi drammi nichilisti, li preparava forse inconsciamente

a qualche non lontana catastrofe, sebbene nel rilassamento sopravvenuto

al partito dopo l'uccisione di Alessandro II, e nella ripresa tremenda

delle persecuzioni poliziesche, nessuna impresa fosse ancora stata loro

proposta.

Diventati amici a scuola e costretti a vivere separati dalle diversità

delle loro condizioni, non si riunivano che rade volte con molte

precauzioni in casa di Andrea Petrovich per concertare qualche pezzo

della sua Opera su Boris Godunof, o dal conte Ogareff al primo piano del

suo magnifico palazzo sulla prospettiva Newsky.

— Chi porterà questa risposta? tornò a domandare Lemm.

— Olga Petrovna.

— Naturalmente non verrà, osservò Lemm, che aveva per le donne un

disprezzo anche più violento che per l'arte.

L'altro invece di rispondere andò a gittarsi sul divano.

— Io dormo.

Si fece silenzio: la camera era diventata quasi buia.

Allora Andrea Petrovich cominciò a suonare. Alle prime battute un

brivido corse per la stanza, nella quale solo la luce rossastra della

stufa si agitava a quando a quando sinistramente. Andrea Petrovich stava

colla testa curva sulla tastiera, volgendo le spalle a tutti, immobile

nell'ombra. Poi un'eco lontana di tamburi parve scandire la marcia

funebre di Rodion guidato al patibolo da un battaglione di fanteria. Si

sentiva il passo dei soldati battere in cadenza sulla neve col rullo

scordato dei tamburi, mentre dalle campane delle chiese cadevano

rintocchi d'agonia per l'aria fredda del mattino sul brusio della strada

piena di popolo, che non osava parlare. Solo qualche singhiozzo

scoppiava ogni tanto, soffocato indarno fra le dita convulse, intanto

che i vicini sbalzavano sulle punte dei piedi per nascondere all'occhio

vigile dei gendarmi quel pietoso. Poi una frase larga e poderosa riempì

improvvisamente tutta la strada: le finestre, prima chiuse paurosamente,

si gremivano di un'altra moltitudine pallida di una notte d'insonnia,

cogli occhi ancora gonfi ed intenti nel condannato, che si avanzava a

testa nuda, nudo sotto la lunga camicia bianca. Nessuno poteva parlare,

nessuno si muoveva; una pietà disperata sollevava simultaneamente tutti

i cuori mandando dal profondo di tutte le anime a tutte quelle labbra

frementi un saluto supremo di amore. Quella morte, inventata dall'uomo

colla condanna di un altro uomo, annientava istantaneamente nella

orribilità del proprio mistero ogni coscienza. Perchè quel solo aveva

voluto morire per amore della vita di tutti? E la musica, alta sul rullo

dei tamburi, ondulava lungo la strada bagnando le fronti scoperte di

quella moltitudine come un vapore intirizzente. Improvvisamente

nell'azzurro del mattino la luce rutilò. Perchè compiangere dunque? La

morte era più bella così. Infatti, all'apparire della forca nello sfondo

della strada, una frase trionfale di guerra erompendo da quella musica

di dolore e coprendolo il rullo dei tamburi sollevò tutta quella folla

ad un urlo di ovazione. La morte era scomparsa, il martire splendeva

nell'apoteosi del trionfatore. Invano i tamburi regolavano ancora

sommessamente il passo dei soldati, che lo scortavano al patibolo;

invano la gente restava allineata ai muri coll'immobilità delle statue,

e la distanza dalla forca scemava mentre qualche nota del dolore di

prima passava ancora attraverso le fanfare vittoriose come un uccello

notturno sperso nel meriggio. La marcia funebre diventata marcia

trionfale scrollava tutto colla propria sonorità; vi si sentivano ancora

le ultime grida dei vincitori salienti dal fracasso delle rovine fra lo

squillo giovanile dei coscritti capitati alla vittoria in quella prima

battaglia.

— Ah! scoppiarono gridando Ogareff, Ossinskj e Karatajeff, come

avventandosi in quell'ombra cupa della stanza verso una luce invisibile.

Ma la marcia non era finita. Il rullo dei tamburi tornò a battere in

cadenza sullo scalpiccio affievolito dei soldati, che si arrestavano

disponendosi a quadrato intorno alla forca: un rumorìo di voci oppresse

si acquetò subitamente, s'intesero degli scoppi come di finestre

spaventate che si chiudessero; poi i tamburi alzarono daccapo il loro

rullo, lo crebbero, lo mantennero, lo mantennero, lo mantennero....

Il condannato non aveva potuto parlare.

S'udì un singhiozzo: era il poeta Fedor che piangeva.

Poi disse:

— Ora sono sicuro; nessuno può salvarlo. Tu, Andrea Petrovich, non

avresti potuto scrivere per lui questa marcia funebre se non fossi stato

certo della sua morte.

— Potremo almeno accendere il lume, osservò Kepskj.

— Tant'è andarcene tutti, tornò a dire Lemm, che non si era mosso dalla

scrivania: Olga Petrovna non verrà.

— Attendetemi, ribattè Ogareff con impazienza; e così al buio, afferrata

la pelliccia dal divano, uscì sbattendo duramente l'uscio.

— Bella congiura che facciamo qui! mormorò Stolkin, che non aveva ancora

parlato: se capitasse la polizia, sarei curioso di sapere che cosa

risponderemmo. La scusa della tua opera, Andrea Petrovich, mi pare magra

assai; anzitutto, nemmeno hai cominciato a scriverla.

Un silenzio si appesantì sulla stanza. Lemm dalla finestra spiava nella

strada, per la quale passavano frettolosamente poche ombre; i fanali non

v'erano ancora accesi. Andrea Petrovich era andato nella cucina per

ordinare al servo di portare un grosso lume a petrolio: quando questi

entrò, Lemm chiuse nervosamente gli scuri della finestra. Allora tutti

si guardarono. Il tavolo troppo bagnato di vino e d'acquavite, nel

calore della stanza, esalava un acre odore di bettola; le pelliccie

erano gettate sui divani e sulle sedie con poca cura: la cassa del

violino di Kepskj, nera, stava ancora al medesimo posto sul pianoforte,

e l'astuccio del flauto era appoggiato ad una bica di libri sul

ringhierino della scrivania.

— C'è ancora della vodka? domandò Ossinskj per rompere il silenzio.

— Sì.

— Finiamo la carafa.

— Aspetta, disse Andrea Petrovich esaminando le bottiglie del Sauterne:

vediamo se fosse rimasto un bicchiere di vino per Olga Petrovna.

— Non verrà, s'ostinò a ripetere Lemm.

Ma come a smentirlo s'intese aprire l'uscio sulla scala: tutti tacquero.

Ogareff e Olga Petrovna entrarono; Ogareff era più pallido di lei.

— Nulla? domandò soffocatamente Fedor.

Ogareff non rispose. Tutti avevano già compreso.

— Lasciatemi sedere, disse Olga Petrovna niente meravigliata di essere

accolta come un uomo, senza quella qualunque galante cortesia, che le

donne giovani e belle sono abituate a trovar sempre. Fedor in piedi le

allungò una sedia, mentre Andrea Petrovich, riuscito finalmente ad

empire quasi un bicchiere preso a caso sul tavolo fra quelli ove tutti

avevano bevuto, glie lo porgeva.

— Ecco, incominciò Olga Petrovna slacciando gli alamari della sua corta

pelliccia e staccandosi dalla testa bionda il berrettino di lontra; voi,

Lemm, lo sapete; credo di avervelo detto altra volta. Tre mesi fa salvai

dalla difterite il figlio unico di Elia Romanovich Teghew, carceriere

nella fortezza Pietro e Paolo: sua moglie Polia è affetta da una

metrite, l'ho in cura anche lei; l'ho quasi guarita. Oh! esclamò, ma è

caldo qui dentro! e si alzò per trarsi la pelliccia; Fedor l'aiutò

tirandole simultaneamente ambe le maniche per di dietro.

— Buono il vostro vino! Elia Romanovich è ancora più pazzo per sua

moglie Polia che per il suo piccolo Sergio; io glie l'ho resa, mi

capite, si rivolse a Lemm, del quale la faccia scarna esprimeva nella

sua fissità una ironia malevola. Elia Romanovich non poteva usare di

Polia.

— Ora.... interruppe Slotkin.

Ma Olga senza badargli seguitò:

— Ero d'accordo con Ogareff; egli mi aveva detto: offri sino a

trentamila rubli in contanti, subito, ad Elia Romanovich se acconsente a

far fuggire Rodion. Il disegno era questo: Rodion è nella medesima

cella, ove rimase due anni Krapotkine, e vi è guardato a vista da un

soldato perchè non si suicidi; il soldato riceve la muta ogni sei ore.

Nel lungo corridoio, ove dà la cella di Rodion, un altro soldato monta

in sentinella colla baionetta inastata e il fucile carico. Elia

Romanovich, quando porta da mangiare ai condannati, è sempre

accompagnato da un secondino carico di una cesta. Avevamo pensato così:

Rodion sulle dieci di sera avrebbe finta una leggera indisposizione, e

pregato il sergente di guardia, che andrebbe a cambiargli il piantone,

di chiedere una tazza di brodo. Eravamo sicuri che la domanda sarebbe

stata esaudita dal direttore perchè Rodion deve essere impiccato

posdomani.

Olga si fermò: la voce le tremava, il suo bel viso pallido, un po'

slavato, si velò improvvisamente di dolore; parve che un nodo le

stringesse la gola.

— Tira via, Olga, le disse a denti stretti Ossinskj che, allungati i

gomiti sulla tavola fra i bicchieri, colla faccia sopra ambe le palme,

le divorava convulsivamente sul viso quel racconto.

— È stato inutile: il disegno era questo. Elia Romanovich avrebbe

offerto a Rodion, come per compassione, anche una piccola bottiglia di

vino; Rodion ne avrebbe versato prima un bicchiere al piantone, poi un

altro al secondino, deponendo la bottiglia e fingendo di volerne bere il

resto dopo la tazza di brodo; nel vino ci sarebbe stata una forte dose

di cloralio. Quindi Elia Romanovich avrebbe aiutato Rodion a mettersi

gli abiti del secondino caduto addormentato come il piantone: sarebbero

usciti dalla cella. Elia sarebbe disceso giù alla portineria; sulle

dieci il picchetto è tutto nella stanza di guardia, a fianco della

porta, e giocano. Elia avrebbe detto forte al sergente, schiudendo

l'uscio: usciamo con Ivano Gravilitich a prendere dei sigari e della

vodka. La sentinella avrebbe aperto senza sospetto, fuori nella

strada....

Olga si volse con uno sguardo dolce ad Ogareff:

— Ci saresti stato tu colla tua telega e i tuoi cavalli più veloci.

Tutti guardarono Ogareff seduto sul divano colla fronte fra le mani.

— Ebbene, impossibile! Ha ricusato i trentamila rubli! Gli avevo già

portati i passaporti falsi per lui, per la moglie e il piccolo Sergio;

l'ho minacciato di abbandonare la cura di Polia, che ricadrebbe

ammalata, così che egli non potrebbe più usarne; gli ho rinfacciato la

guarigione del piccolo Sergio, che il suo medico Bouslaief aveva

spacciato prima che io lo visitassi; ho pregato, ho pianto. È stato

inutile.

— Vigliacco! mormorò Fedor.

— Sì, vigliacco: ha paura.

— Rodion sa del tentativo? chiese Kepsky.

— No.

— Quale opinione dovrà farsi del partito!

— Per un soldato, che muore, la guerra non s'arresta, ribattè Ossinskj.

Nessuno più parlò, ma una impazienza si dipinse sulle faccie di tutti.

Evidentemente il loro convegno era terminato dopo quell'infelice

comunicazione, per la quale Ogareff li aveva radunati in casa di Andrea

Petrovich. Un profondo abbattimento umiliava ora il giovane conte,

rendendolo come dubbioso di risollevare il volto. Salvare Rodion a lui

sconosciuto, e pel quale si era temerariamente compromesso prestandogli

mediante una finta vendita ad un sensale ignoto il proprio migliore

cavallo; salvarlo, mentre lo stesso Comitato Esecutivo l'abbandonava,

sarebbe stato il suo trionfo presso gli amici, e il suo ingresso forse

nel Comitato medesimo, che nessuno di loro ancora conosceva.

— Ogareff, disse con voce commossa Fedor: tu piangi!

L'altro, per non mostrare le lagrime, si mise a frugare nella pelliccia

rigettata sulla spalliera del divano, cercandovi il porta-sigarette.

Olga gli abbracciò il collo per di dietro dandogli un bacio sulla

guancia.

— Mio caro Dmitri, quanto sei buono!

— La seduta accademica è levata, proruppe con la sua vocina sardonica

Lemm.

— Un momento, ribattè Ogareff con un sussulto nervoso sotto la sferzata,

sciogliendosi con poca galanteria da quell'abbraccio: i suoi occhi,

ancora bagnati di lagrime, gettavano fiamme. Leo Kriloff non si è ancora

veduto: aspettiamo, forse ci recherà qualche notizia.

— Quale? Tutto è perduto, intervenne Slotkin appoggiando con un'occhiata

Lemm.

— Chi ha maggior paura può uscire pel primo, disse Ogareff alteramente,

dominandoli tutti colla signorilità di una posa involontariamente

scultoria: quindi si curvò sul lume a petrolio per accendervi un grosso

sigaro d'avana, che finalmente aveva trovato in una tasca.

— Accademia letteraria e parata teatrale, replicò Lemm senza mostrarsi

offeso; sediamoci dunque per l'ultimo atto.

Ma gli altri restavano in piedi nervosi. Ossinskj s'era accostato ad

Olga e, cingendole famigliarmente la vita, le domandava con chi

passerebbe la sera.

— Ho due malati ancora da visitare.

— Vuoi venire a cena con me al Recreo? questa sera vi si annunzia una

nuova ballerina spagnuola.

Olga accettò con un sorriso, guardandolo nei begli occhi neri.

Il disordine della stanza si era fatto più vivo. Alcuni stavano seduti

come a disagio sulle sedie, mutandovi incessantemente posa senza

potervisi calmare: Ossinskj, col viso rosso per la troppa vodka bevuta,

era tornato alla stufa quasi per equilibrare nel calore della sua

irradiazione l'ardore, che gli bruciava le vene: Kepskj seduto sopra un

divano si batteva la pipa sul ginocchio. Slotkin gironzava intorno alla

scrivania torturandone i libri, mentre Fedor in piedi, col ventre

appoggiato allo spigolo della tavola, fissava nella fiamma del lume a

petrolio gli occhi lucenti e sbarrati.

— Siamo tutti vili, esclamò. Il Comitato Esecutivo chi lo conosce? Chi

lo compone? Perchè non salva Rodion come salvò Krapotkine, Vera

Zassulic, Giovanni Bokanosky, Leo Deuc e Jacopo Stefanovich? Gli

studenti delle università dovrebbero essere già insorti per Rodion. Noi

che non siamo niente, che non siamo nemmeno in rapporto col Comitato

Esecutivo, che cosa facciamo qui a parlare di Rodion? Abbiamo paura: tu,

Slotkin, ne hai forse meno di noi, seguitò con amaro sorriso, perchè hai

osato almeno dire con noi ciò che non osiamo confessare a noi stessi.

Sì, abbiamo paura; bisognava già aver fatto qualche cosa. Tu, Ogareff,

sei migliore di noi; hai tentato di agire solo, arrischiando tutto. Hai

ragione, siamo vili.

— Piangi, piangi, bambino, gli rispose sprezzantemente Lemm, i poeti son

tutti così: tu hai paura della morte di un altro.

In quel momento suonò il campanello della porta: Andrea Petrovitch e

Ogareff si slanciarono contemporaneamente fuori della stanza, tutti gli

altri ammutolirono. Kepskj e Lemm si misero le mani in tasca, forse

tastando un'arma.

— Tanto meglio se fosse la polizia! mormorò Fedor.

Si udivano dall'altra stanza le voci di Andrea Petrovich e del dwornik:

poi scesero tutti, Ogareff e Pietro il mugik lasciando l'uscio aperto.

Che cosa era? Slotkin, appoggiato alla scrivania, stese la mano verso

gli scuri della finestra per aprirne uno e spiare sulla strada, ma si

rattenne. Quell'attesa di appena un minuto diventava insopportabile.

— Suona, sussurrò con voce strozzata a Kepskj, indicandogli il violino

sulla cassa del pianoforte.

Questi scrollò le spalle come giudicando inutile l'espediente, ma

nullameno si alzò; la sua mano girando la chiavetta nella piccola

serratura, della quale la piastrina intagliata d'ottone spiccava sul

nero della cassa come un gioiello, tremava. Molte voci salivano.

Kepskj s'affrettò. Le prime note furono tremule, le voci arrivavano già

all'uscio. Allora Kepskj pallidissimo si avvicinò al tavolo e,

atteggiandosi a vero suonatore, attaccò vigorosamente l'aria del gran

duetto d'amore nel terzo atto del Faust, mentre gli altri gli si

stringevano attorno. Olga Petrovna, quasi obliata in quel momento, ma

più indifferente di tutti, si accomodava un riccio sulla fronte.

— Aspetta dunque, Kepskj, gridò Andrea Petrovich dal pianerottolo:

finalmente è arrivato Kriloff col violoncello.

Kepskj abbassò il violino senza che alcuno rispondesse: s'intese il

rumore di una gran cassa che sbatteva nell'uscio entrando, poi la voce

del dwornik che salutava Ogareff fra un rumore di passi, e finalmente

l'uscio si chiuse. Il mugik entrò colla grande cassa del violoncello

sulla schiena; dietro di lui, a gruppo, tornarono Ogareff, Andrea

Petrovich, Leo Kriloff e un altro.

Slotkin fu il primo a gridare:

— Tu Loris! e si slanciò per abbracciarlo.

— No, questi ribattè: per ora non sono Loris Nicolaievich Repnine, bensì

Monsieur Leon Blondel parigino, maestro di musica e direttore

d'orchestra; così almeno abbiamo detto con Kriloff al dwornik.

— Tornato da quando? domandò l'altro, al quale la voce fredda del nuovo

arrivato parve imporre rispetto.

— Presentami invece a questi signori, che non ho l'onore di conoscere, e

dei quali sono venuto a fare la conoscenza.

Era vestito di un'elegante pelliccia di martora dorata e teneva il

berretto di schoner in mano, girando sull'assemblea uno sguardo

dominatore. I suoi occhi, di un colore indefinibile in quella luce

fumida della stanza, erano pieni d'iridi e di fosforescenze come quelli

dei gatti. Pareva assai giovane. I suoi lineamenti femminili, che una

tenuissima e rada lanuggine alle labbra e alle guancie non bastava a

virilizzare, acquistavano dall'energia dei sopracigli, di un colore più

carico e leggermente aggrottati sotto la fronte alta e ripida, una

durezza quasi antipatica. La mano, colla quale teneva il berretto, era

sguantata, corta e larga, ma secca e nervosa come un artiglio.

Tutti lo fissavano: Olga Petrovna si era alzata involontariamente.

Slotkin gli presentò tutti quei giovani pronunciando semplicemente il

loro nome: a quello di Olga Loris rispose collo stesso lieve inchino del

capo, all'altro di Ogareff alzò la mano come per dire: è inutile, e

salutò il giovane con un sorriso.

Nessuno aveva teso la mano: si sarebbe detta una presentazione di

studenti ad un superiore.

— Ora, disse Loris, prima che Slotkin spiegasse a tutti chi egli fosse,

dovremo scambiarci gli indirizzi. Il mio non posso darlo ancora: sono

sceso all'Hotel de Londres, ma non ci resterò.

— Arrivi di lontano? chiese Slotkin.

— Da Parigi, rispose senza voltarsi. Avevo scritto a Kriloff: non ne

avevi dunque parlato a questi signori? Tanto meglio! Sarà più facile

intenderci. L'ultimo attentato di Rodion mi ha persuaso della necessità

di ritornare in Russia. Ho saputo tutto a Parigi: chi era Rodion, come

concepì l'attentato, chi ve lo spinse: so chi ora l'abbandona. Voi non

conoscevate Rodion, signori, e il suo sguardo girò sulla piccola

assemblea; nullameno siete i soli a Pietroburgo, che si radunino per

constatare che non vi è nessun mezzo di salvarlo.

— Proprio nessuno? chiese Fedor, già soggiogato dal tono di quelle

parole.

— Vi fosse pure, bisognerebbe rifiutarlo.

Nella stanza corse un fremito. Kriloff, che aveva finalmente aperta la

cassa del violoncello, si volse anch'egli; Olga Petrovna incontrando lo

sguardo di Loris abbassò il proprio.

— Quando si attenta alla vita di uno Czar bisogna esser sicuri di non

sbagliare il colpo, altrimenti si rende spregevole la propria idea e

simpatico il tiranno, che si doveva uccidere. Rodion ha meritato la

morte: lo Czar non avrebbe che a graziarlo, perchè il ridicolo lo

costringesse a suicidarsi. Noi andremo ad assistere alla sua esecuzione

nel campo di Smolensko; è necessario che nessuno per ora ci sospetti.

Un'impiccagione, esaminata a sangue freddo, basterà a guarire quanto

rimane in voi del vecchio romanticismo nichilista.

Kriloff, che meglio di ogni altro, conosceva Loris, lo guardò stupefatto

di ammirazione: Ogareff ed Ossinskj si consultarono con uno sguardo,

Lemm come affascinato fece un passo verso di lui.

Egli pareva già intimo loro e, per lungo unanime accordo, maggiore di

loro.

Fedor smarrito spiò nel volto di Olga: non osava rispondere.

Allora Kriloff, piegandosi sulla cassa aperta del violoncello, ne trasse

molte copie di uno stesso libro, che depose sulla tavola. Era l'ultima

opera — _Paroles d'un révoltè_ — del principe Krapotkine, stampata a

Parigi e introdotta in Russia chi sa con quali rischi.

Loris gettò un'occhiata sopra un volume.

— Ancora un libro, disse lentamente: il loro tempo è passato come quello

dei regicidii; le rivoluzioni non si fanno con mezzi così piccoli.

Rodion, come Solovieff, trascorse la notte prima dell'attentato in un

postribolo: i tiratori svizzeri si frenano invece con un mese di dieta e

di castità per concorrere al gran premio nazionale.

S'interruppe con un gesto sprezzante.

— Avete le vostre carte da visita signori? Vi farò avvisare da Kriloff e

da Slotkin dove si potrà radunarci. Ora sarà meglio che usciate per non

destare sospetti. Come siete soliti, in questa casa, a regolare la

vostra ritirata?

Tutti si affrettarono a trarre i biglietti da visita: Olga, che non lo

aveva, scrisse colla matita il proprio indirizzo sotto quello di

Ossinskj.

— Io, disse Lemm, parto forse domani per Mosca.

— Ci sarà da fare colà; e gli stese la mano, che l'altro strinse con

evidente soddisfazione.

Cominciò la partenza: Loris, in piedi presso la porta, ricevette il

saluto di tutti. Quello del conte Ogareff fu più amabile; evidentemente

Loris distingueva il giovane conte dagli altri.

Andrea Petrovich, che non aveva ancora parlato, appena rimasto solo con

Kriloff e con Loris, sentì come un imbarazzo: l'improvvisa autorità di

quel nuovo arrivato, conosciuto solamente da Kriloff e da Slotkin,

accettata senza protesta da tutti, gli si aggravava sul capo.

Ma Loris scorgendo molte copie del volume di Krapotkine sul tavolo,

malgrado che ognuno di quelli se ne fosse andato nascondendone più di

una sotto gli abiti, gli disse:

— Gettatele subito nella stufa; è inutile compromettersi per simili

scempiaggini.

L'altro ubbidì, quasi con troppa fretta, senza che Kriloff s'opponesse.

— Ora scendiamo dal dwornik per spiegargli come io non abbia potuto

dirigere nessun pezzo della vostra opera su Boris Godunof.

La spiegazione fu delle più facili.

Nella strada, al lume di un fanale, scorsero una figura d'uomo ferma

nello sforzo di accendere indarno più d'un fiammifero per bruciare la

punta dello sigaro.

— È Ogareff, mormorò Loris.

Poi, quando gli furono vicini:

— Ci aspettavate, conte?

L'altro, che non s'aspettava di essere chiamato con questo titolo,

sorrise.

— Volevo pregarvi di venire a pranzo da me.

— Sarà meglio che accettiate voi il mio invito: ci faremo vedere in un

camerino del Caffè Inglese. La prudenza è adesso di rigore.

Il Nemico, vol. I · 第 7 / 18 题