I.

— Perchè? esclamarono simultaneamente, a voce bassa, Andrea Petrovitch

Khartof e Fedor Vassilich Karatajeff.

— Perchè? rispose rattenendosi un istante e gettando sui due

interruttori uno sguardo, dentro al quale passò come una luce bianca,

Boris Romanovitch Slotkin: perchè? Vi è forse sempre un perchè? Si può

saperlo? Perchè tocca a noi questa grande battaglia contro lo czarismo,

che dura da quasi mezzo secolo, e nella quale perdemmo tante migliaia di

martiri?

— Il progresso.... interruppe con accento ironico Fedor Vassilich

Karatajeff.

— Un'altra parola, che sembra contenere il mondo e non lo spiega:

domanderesti tu all'alone il perchè la luna acceleri continuamente il

proprio viaggio intorno alla terra? Il progresso spiega forse la meta

della umanità? Verso la giustizia? Ma, e coloro che saranno morti prima?

Perchè a Napoli in questo momento fioriscono gli aranci e nelle nostre

strade gelano perfino i discorsi? Perchè qui, a Pietroburgo, la stufa

deve sostituire il sole? Quando noi saremo morti, impiccati dopo un

processo ancora più ridicolo che ingiusto, più ingiusto che bestiale,

che differenza rimarrà fra i nostri cadaveri e quelli dei giudici, che

ci avranno condannati? A che ci servirà il progresso, nel quale tu

speri? Chi ci dirà il perchè del nostro dramma passato, perchè io

dovessi essere il vinto ed essi i vincitori? Chi ci dirà davvero che

cosa io abbia perduto, e che cosa essi abbiano guadagnato?

— Hai dunque paura? proruppe Fedor deponendo la grossa pipa sul tavolo,

ed allungandosi indolentemente sulla sedia. La sua faccia rossa, coi

piccoli occhi cilestri e la larga bocca sensuale, aveva una sprezzante

espressione di calma.

L'altro non rispose.

Andrea Petrovich andò a sedersi al pianoforte e, toccandone con la mano

sinistra i bassi, ne cavò un accordo cupo.

— Già! esclamò Slotkin: suona, ciò distrarrà il dwornik, e lo convincerà

meglio che noi siamo qui per sentire la tua opera su Boris Godunof; e

volgendosi a Fedor: mi domandavi se ho paura? Forse! non quella della

morte. Di questa è inutile temere, tanto si muore ugualmente: tutte le

agonie si assomigliano, la loro differenza non è che nel tempo. Ora che

siamo noi tre soli, aspettando gli altri, possiamo dir tutto.

— Hai paura, ripetè l'altro.

— Forse....

— Allora non parliamone più.

Andrea Petrovich Kartof stava seduto al pianoforte colle mani

abbandonate sulle coscie e la testa bassa meditando; Fedor Vassilich

Karatajeff andò a guardare dalla finestra, e Slotkin rimase presso al

tavolo pieno di libri e di fascicoli di musica, in mezzo ai quali un

grosso samovar lucente si alzava come un'urna. Nella camera vasta tre

larghi divani addossati alle pareti sembravano aspettare gli invitati,

mentre in un angolo un'alta stufa di ferro gettava dai fori ricamati

dello sportello rossastri lampeggiamenti. Due tende di mussolina

persiana, a fondo azzurro con fiori piccoli e bianchi, velavano

cupamente la luce filtrante dai doppi vetri e intercettata da una

massiccia scrivania di quercia: il pavimento a scacchi, di pino, tenuto

con poca cura, era qua e là screpolato e rispondeva con sonorità fesse

ad ogni passo; la porta era chiusa. Nell'angolo di contro alla

scrivania, sopra un bacile di legno rosso e oro, l'enorme carafa della

vodka s'ergeva fra una cintura di bicchieri a calice di varie misure.

Passò del tempo.

Il Nemico, vol. I · 第 6 / 18 题