Cesare incarnava quell’ideale di democratico in armi da generale,
cui l’esperienza di circa un secolo avea fatto intravedere ai partiti
popolari come unico strumento di salvezza e di vittoria, e che essi da
Mario a Sertorio, da Sertorio a Lepido, da Lepido a Catilina, aveano
indarno inseguito[424].
Ma, pur troppo, nè il male era così rimediabile, come ai tempi di Caio
Gracco, nè Cesare, preoccupato dei suoi sogni ambiziosi, tentò tutte le
vie adatte e possibili di riforma.
La legge agraria del 59 è estranea alla sua dittatura _reipublicae
constituendae_, durante la quale, il problema agrario non fu certo
primo tra i suoi pensieri. Egli, del resto, trovava il demanio
pressocchè esaurito, dopo che Silla ne avea dispensato la maggior parte
fra i veterani, i quali, costretti al celibato[425], non aveano, alla
loro morte, potuto impedire l’alienazione della propria _possessio_,
e quindi la ricostituzione dei latifondi. Non avendo, anzi, avuto il
coraggio di violare le proprietà, formatesi dopo tali ripartizioni, ne
ripetè il metodo, e la sua legge riescì quasi del tutto a favore dei
veterani dell’esercito suo e di Pompeo[426].
Se Cesare, da questo lato, contaminò la quistione economica con
interessi d’ambizione personale, non estirpò dall’altro, e forse non lo
poteva, la concorrenza, che gli schiavi facevano al lavoro libero.
Senza una simile misura non si sarebbe mai potuto procedere a risultati
fruttuosi. I piccoli proprietari non avrebbero potuto reggere alla
concorrenza dei latifondisti; nè, falliti, avrebbero trovato lavoro.
Rimaneva a Cesare il compito di far fiorire le industrie, inaugurare
il sistema rappresentativo e romperla, una volta per sempre, con la
funesta politica militarista[427]; ma era impresa troppo ardua per
le sue forze: Cesare e i Cesari furono costretti a lasciare che il
problema economico sociale di Roma venisse risolto dalle elemosine
delle _frumentationes_ imperiali, dalle leggi restrittive e dalle
invasioni barbariche[428].
La riforma Cesariana, eliminatrice dei conflitti politici, si esplica
invece nel campo politico.
La nuova creazione è la monarchia militare[429].
Al di sopra del senato e dei magistrati, si inaugura una nuova
magistratura: la magistratura imperiale. Il suo potere deriva dai
comizi del popolo e dall’approvazione del senato, ma essa compendia in
sè i dritti costituzionali dell’uno e dell’altro.
L’_imperator_ è pontefice massimo, tribuno, console, censore,
proconsole, e, dal senato come dal popolo, à avuto trasmesso il diritto
di decidere della pace e della guerra, di disporre degli eserciti,
del pubblico tesoro, di nominare i proconsoli, parte degli impiegati
municipali di Roma etc.
Se così i comizi, e quindi le classi meno elevate della cittadinanza,
per avere trasmesso troppe delle loro competenze, cessano di
partecipare direttamente alla vita pubblica, peggio accade, sotto
Cesare, al senato, che cominciò allora a scontare i suoi torti,
ridotto, quale dovea essere, a consiglio di stato.
Entro tali termini, codesto potere, il quale, sovrattutto,
rappresentava gli interessi delle classi elevate, si trovò incapace
d’inaugurare resistenza alcuna, venendo anzi assorbito dall’altro,
sempre più invadente, della magistratura imperiale.