E la lotta s’ingaggia su tutte le quistioni, cui dava adito il problema
sociale del tempo. Cominciamo dall’economica.
Al 133, Tiberio Gracco propone e fa approvare dai comizi tributi
una legge agraria. Il senato rifiuta lo stipendio ai triumviri
incaricati dell’esecuzione, e, più tardi, col farli menomare del potere
giudiziario, indispensabile all’opera loro, li costringe all’inazione.
Al 124, C. Gracco ripresenta la legge, ed il senato vi scatena contro
la concorrenza demagogica di Livio Druso; il console Opimio è pronto
a dare ascolto agli auguri, che giudicano la divinità contraria
all’istituzione della principale colonia transmarina, Cartagine, ed
entrambi, benchè approvata, non dànno esecuzione della legge.
Al 104, Lucio Marcio Filippo è costretto a ritirare la sua _rogatio_
agraria.
Al 100 Saturnino, contro la volontà del senato, fa votare una legge
_frumentaria_ e una _coloniaria_, e questo le abroga l’una dopo
l’altra.
Uguale sorte tocca alle leggi Tizia (99) e Livia (91).
Il console Cicerone, con la piena adesione del senato, mette in iscacco
la nuova legge agraria di P. Servilio Rullo (64), costringendo il
proponente a ritirarla, sorte uguale a quella che consoli, senato e
aristocratici faranno toccare alla _Flavia_ del 60, finchè un’identica
proposta non metterà Cesare in rottura col senato (59).
Di leggi agrarie, non contraddette nè abrogate dall’aristocrazia, non
conosciamo se non quelle, che, a loro volta, annullavano qualcuna delle
già votate negli interessi del popolo minuto: una del 121, la Thoria
del 118 o 109, la Bebia del 111[382].
Non diversamente accade nel campo politico.
Tiberio Gracco si presenta al suo secondo tribunato, annunziando quel
corpo di leggi, che condurrà in porto il fratello Caio, ed il senato si
affretta a toglierlo di mezzo.
Caio ottiene l’abbreviamento del servizio militare, il divieto
d’arrolamento dei cittadini inferiori a diciassette anni, l’indennità
per le forniture militari, tutte riforme in pro dei _populares_.
Rimaneggia sostanzialmente l’ordine della votazione nei comizi
centuriati, togliendone, per quanto era possibile, l’originario
spirito timocratico; fa stabilire per plebiscito che le riscossioni
dei numerosi tributi asiatici si appaltassero in Roma, il che avrebbe
fatto la fortuna degli speculatori della capitale, avversi all’ordine
senatorio, ed il solito Opimio ne annulla durante la sua assenza le
leggi. Propone la cittadinanza romana pei Latini, insieme con la latina
per gli Italici, e l’aristocrazia, per bocca del console Caio Fannio
e del tribuno Livio Druso, gliel’avversa dinnanzi ai comizi tributi, i
quali, poichè adesso si trattava di gente che non vi era rappresentata,
la respingono sdegnosamente, mal sopportando di dovere far parte anche
ad altri dei propri dritti di cittadini. Senato e consoli terminano
coll’assassinare il tribuno e sterminare con le armi ed i processi i
componenti delle classi sociali, che quegli avea rappresentato[383].
M. Livio Druso il giovane ripropone al 91 la legge relativa alla
cittadinanza dei confederati italici, e gli si oppone il console
Filippo, feroce partigiano della supremazia dell’ordine equestre, che
quegli è costretto ad imprigionare.
Il senato la permette, solo perchè con essa si accompagnava l’esca
lusinghiera della restituzione del diritto di giudicare nei _iudicia
publica_, già da Caio Gracco trasmesso ai cavalieri. Ciò non per tanto,
fattasi tosto palese l’astuzia della concessione, il senato medesimo
annullava la legge e Druso periva assassinato[384].
Tre anni dopo, Sulpicio Rufo propone che i nuovi cittadini,
(gl’Italici, fedeli durante le ribellioni del 91 e dell’88, e quegli
altri, che si erano allora sottomessi), fossero ripartiti in tutte
le 35 tribù, anzichè in otto soltanto, come, sotto la minaccia del
pericolo imminente, aveano stabilito le leggi Iulia del 90 e la Plautia
Papiria dell’89, condizione necessaria per non rendere irrisoria la
concessione; ed il senato induce i consoli a sospendere i comizi.
Silla, uno dei medesimi, schiaccia con l’esercito l’agitazione,
assassina Sulpicio, costringe Mario, uno dei più cospicui tra i
democratici, a scampare dalla morte colla fuga, e condanna alla pena
capitale dodici dei più noti loro amici politici, vietandone l’appello
al popolo[385].
Silla stesso, all’88 e all’83[386], compieva nella costituzione
repubblicana una riforma, ch’era agli antipodi di quella di Caio
Gracco. Restituiva di bel nuovo in vigore l’ordine di votazione e
l’assetto serviano dei comizi centuriati; stabiliva un censo per
l’elezione dei consoli, pretori e censori, e vietava ai tribuni di
convocare i comizi tributi, e di presentarvi proposte, che non avessero
riscosso l’approvazione del senato[387].
L’iniziativa in materia di legge tornò così ai comizi centuriati,
mentre, tra l’altro, s’elevavano i poteri del senato, ritogliendosi al
popolo il diritto di prorogare annualmente l’_imperium_ dei governatori
di province, i quali sarebbero rimasti in carica finchè il senato non
ne avesse designato i successori, e sopprimendo il potere regolatore
dei censori sul medesimo. Oltre alle proscrizioni, con cui il
reazionario generale li aveva perseguitati, l’ultimo tracollo al ceto
dei cavalieri fu offerto dalla soppressione degli appalti dei tributi
asiatici[388].
La restaurazione sillana, come in parte l’esito delle precedenti
agitazioni legali, riescirono di tremenda lezione alla democrazia, la
quale, sin d’allora, cominciò a sperare soltanto nell’azione energica
di un generale a capo d’esercito, speranza che avea concepita sin dai
tempi di Mario, e che fu coronata dall’opera di Cesare.
La loro lotta politica smesse quindi l’antica tattica, e da agitazione
legalitaria, assurse a rivoluzione extralegale.
Aprono il fuoco Sertorio in Spagna, Lepido in Etruria, ed il senato
si libera dell’uno con l’invio di Pompeo (77-2)[389]; dell’altro, con
quello di Pompeo medesimo e Q. Catulo[390]. (77)
Segue al 71-0 la coalizione dei generali, Pompeo e Crasso, con la
democrazia, per mezzo dei quali s’impone al senato il silenzio e si
abroga la costituzione Sillana[391].
Indi è la volta dei Catilinari in Etruria (63), dei quali il senato si
sbarazza con l’invio di M. Antonio[392], e finalmente quella di Cesare,
che, reduce dai trionfi gallici, la spunta coll’oligarchia republicana
e inaugura la monarchia militare[393].
Poco meno accanita è la lotta nel campo giudiziario, nel quale i capi
della democrazia ereditano dai Gracchi la tattica di insinuare la
discordia tra i due ordini dell’aristocrazia: latifondisti (senatori) e
capitalisti (cavalieri).
Caio Gracco conferisce al popolo il dritto di giudicare e condannare
i magistrati, che avessero colpito qualche cittadino, non osservando
le garanzie statutarie; impone per le condanne a morte l’obligatoria
ratificazione dei comizi, e, nei tribunali penali per reati d’azione
pubblica, sostituisce ai senatori i cavalieri[394] (123).
Una _rogatio_ Servilia del console Cepione ridona ai senatori
l’esclusivo privilegio dei giudizi (106).
C. Servilio Glaucia ritorna all’ordinamento gracchiano (100-104). La
legge _Plautia_, dell’89 permette a ciascuna tribù di eleggere nel
proprio seno 15 giurati. Silla, all’81, per la legge Cornelia, abolisce
di nuovo i tribunali dei cavalieri e ripristina i senatorii. Una legge
Aurelia del 70, del periodo cioè della reazione democratica contro la
restaurazione sillana, ripartisce l’amministrazione della giustizia
penale tra senatori, cavalieri e _tribuni aerarii_, cittadini con un
censo inferiore all’equestre, probabilmente di 300000 sesterzi[395];
finchè, al 58, Clodio fa votare un plebiscito, riproducente quello
di Caio Gracco, per cui si autorizzava il popolo ad esiliare quei
magistrati, che avessero condannato a morte dei cittadini senza aver
provocato l’assenso dei comizi[396].
Così nel campo sacerdotale. Al 145, il tribuno Caio Licinio Crasso avea
presentato un progetto di legge, tendente a sostituire alla cooptazione
il suffragio dei comizi tributi nell’elezione dei titolari dei collegi
sacerdotali. Combattuta dall’aristocrazia, la proposta abortì[397].
Al 104, il tribuno Domizio Enobarbo ne ripiglia il tentativo, che, non
ostante le antiche ostilità, riesce a condurre in porto[398]. La legge
Domizia viene abrogata da Silla[399], finchè al 63, con l’aiuto di
Cesare, il tribuno T. Azio Labieno la rimette in vigore[400].
Le elezioni consolari, come del resto le tribunizie e le pretorie,
sono, ogni anno, teatro di lotte accanite.
Scegliendo, per esempio, il decennio 65-53, troviamo al 64 Catilina
e Antonio contro Cicerone, candidato dell’aristocrazia; al 63,
Catilina stesso contro Silano e Murena, noti conservatori; al 61 e 60,
Pupio Pisone e L. Afranio, imposti da Pompeo, allora rappresentante
della democrazia, non ostante la viva opposizione del senato; al
59, G. Cesare con L. Lucceo contro il candidato dell’aristocrazia,
L. Calpurnio Bibulo; al 58, A. Gabinio e C. Pisone Cesonino, l’uno
ufficiale di Pompeo, l’altro, suocero di Cesare, imposti dai triumviri,
Crasso, Cesare e Pompeo; al 55, Crasso stesso e Pompeo contro il nobile
Domizio Enobarbo; al 54, Domizio Enobardo medesimo, vittorioso contro
gli sforzi della coalizione democratico militare, capitanata da Crasso
e Pompeo; al 53, Planco Ipseo con Metello Pio Scipione contro il feroce
reazionario Milone.
E la classe dominante, per mezzo dei poteri, a cui metteva capo, non
solo rivolgeva i suoi colpi contro i candidati dei _populares_, ma ne
attaccava le associazioni politiche.
Rispetto alle medesime grava presso gli storici il tradizionale
pregiudizio di considerarle quale covo impuro di raggiri elettorali,
mentre un’interpetrazione più positiva della loro funzione politica e
sociale, insieme con l’esame degli attacchi, a cui esse furono segno,
basterebbe per riabilitarle.
Infatti al 68 o 64, un _s. c,_ sopprimeva le nuove associazioni di
proletari, _che fossero ritenute contra rempublicam_.[401] Al 58,
Clodio richiamava in vita le antiche, inaugurandone delle nuove[402];
ma, immediatamente dopo, un nuovo s. c. tornava a scioglierle (56),
minacciandone i membri della pena _de vi_[403]. Non era dunque la
corruzione elettorale, come gli storici han sempre mostrato di credere,
ma l’organizzazione democratica, che il senato mirava ad infrangere,
ed è un ben curioso, ma eloquente contrasto quello, che gli ultimi 150
anni della republica romana ci offrono tra i _s. c.ª de sodaliciis_,
tendenti a prevenire le insurrezioni e le organizzazioni politiche,
promossi tutti dagli _optimates_[404], e le leggi de _ambitu_, tendenti
a reprimere il broglio elettorale, partite tutte dai _populares_[405].
Era ben prevedibile che la classe sociale, la quale godeva da parecchi
secoli il privilegio, il potere e l’agiatezza, ed ora si ritrovava
minacciata da avversari, che le davano battaglia sul terreno stesso
della costituzione, escogitasse pel principale dei suoi organi
politici, il senato, qualche nuovo mezzo di difesa e di offesa, qualche
ripiego, per cui, in date circostanze, potesse fare a meno delle leggi.
Di antichi, non poteva rammentarne che uno solo, straordinario sì, ma
non extra-legale: la dittatura _seditionis sedandae causa_. Salvochè
quest’arme, spesso pericolosa, perchè a doppio taglio, avea finito con
ispuntarsi.