III.

La vittoria dei plebei poteva sembrare completa. Ma, allora stesso,

per un processo già preparato, che si elaborava in quella parte

dell’economia romana, che ne avea formato e ne formava la base

principale, (l’agricoltura), e veniva mostruosamente affrettato dalla

politica estera dello stato, si apriva il campo ad una nuova lotta di

carattere più spiccatamente economico.

Quale sia stato codesto processo noi l’abbiamo visto, studiando

le cause, che avevano, sin dai Gracchi, promosso in Roma una più

intensa agitazione agraria Ma ciò che allora non dicemmo, ed è adesso

indispensabile aggiungere, si è che la politica estera dei Romani,

come avea promosso la catastrofe dell’agricoltura, avea del pari

snaturato il carattere originario dell’economia nazionale. Le nuove

conquiste e le immense ricchezze, che ne provenivano, crearono capitali

indipendenti dai redditi della terra, come non era mai avvenuto per il

passato, e aprirono innumerevoli e svariate fonti di speculazioni[359].

In questo nuovo campo di sfruttamento i più fortunati furono

naturalmente i trionfatori della pressochè contemporanea crisi

agraria[360], e, con essi, quelli, cui l’amministrazione romana poneva

più agevolmente a contatto delle nuove fonti dell’oro.

Se non che, l’origine stessa del recente indirizzo economico era tale

da non renderlo in nulla paragonabile, nella sua natura e nei suoi

effetti, alla grande industria e al libero scambio della nostra età.

Sviluppatosi sovra un terreno di conquiste militari, esso non diede

che un’economia di saccheggio e di bottino, una cuccagna per gli

avventurieri dell’istante, senza che di tutto ciò potessero risentire

beneficio alcuno gli strati inferiori della società[361].

I nuovi rapporti, che per tali processi dell’economia nazionale si

venivano a stabilire fra suolo o proprietari e lavoratori, fra capitale

o capitalisti e nullatenenti, determinarono le nuove classi sociali.

Da un lato i detentori della proprietà terriera, tutti latifondisti,

insieme coi grossi speculatori (gli _optimates_); dall’altro, i

proletari urbani e rurali (i _populares_) con[362] i popoli sottomessi

a Roma, carichi di quasi tutti gli oneri e sforniti di quasi tutti i

dritti dei veri cittadini, (i _peregrini_).

Le nuove classi mettevano capo, una o più di esse, a uno o più dei

poteri costituiti.

Cominciamo dal senato.

Benchè, almeno sotto la republica, non occorresse, per legge un censo

prestabilito, pure i senatori erano di regola scelti tra i cittadini,

possidenti almeno il censo equestre del tempo: 400000 sesterzi[363].

Ne erano formalmente esclusi: 1) i _libertini_ e i loro figli[364],

disposizione, che, tenuto conto del numero e della sorte dei debitori

insolvibili, di cui abbiamo discorso, veniva ad eccettuare una

porzione non dispregiabile della cittadinanza; 2) i _municipes sine

suffragio_[365], costituiti dagli abitanti delle città latine o di

altri comuni italici, a cui Roma avea concesso una cittadinanza

incompleta; 3) gli _infames_[366], i colpevoli cioè di atti o

professioni, ritenute disonoranti, e i condannati per determinati

reati, civili o penali, privati o pubblici[367], od anche politici,

tutte condizioni molto più facili a riscontrarsi fra le classi sociali

meno abbienti; 4) i capitalisti speculatori, componenti l’altra

frazione della classe dominante, che s’aggiungeva ai grossi proprietari

di latifondi[368].

Il senato era quindi il rappresentante più schietto della più turchina

aristocrazia del suolo, e, nei suoi atti, non avrebbe potuto se non

difendere e sostenere gl’interessi della medesima.

I comizi centuriati, campo d’elezione dei magistrati maggiori,

ordinari e straordinari, comprendevano diciotto centurie di _equites_

con un censo massimo, e ottanta, costituenti la prima classe della

cittadinanza, con 100000 assi. Altre quattro classi, in 90 centurie,

comprendevano i cittadini, possidenti da 75000 a 12500 assi di censo.

Una sola centuria, non catalogata fra le classi comprendeva l’enorme

moltitudine dei _capite censi_, di quelli cioè tra i proletari, i

quali, tutt’altro che nulla-tenenti, possedevano un censo inferiore

a 12500 assi, insieme coi _libertini_, gli artigiani (_opifices_ e

_sellularii_); due, i fabbri in legno e in bronzo, votanti con la

seconda classe; due, i _tubicines_ e i _cornicines_, votanti con la

quarta[369].

La votazione, facendosi per centurie, gli è evidente come fossero le

due prime classi quelle, che, in ogni caso, decidevano del risultato.

E, quasi si volesse scongiurare la protesta delle possibili votazioni

in contrario della minoranza, si procedeva gerarchicamente dagli

_equites_ alle classi inferiori, sì che il voto si arrestava, appena

le prime 97 centurie si fossero trovate d’accordo, numero, per cui

bastavano gli _equites_ e le centurie della prima classe[370].

Al 241, la costituzione dei comizi centuriati subì una riforma, nella

quale, benchè in gran parte, non siamo ridotti che a delle congetture,

pare non venissero gran fatto modificate le condizioni dei cittadini

meno abbienti.

Le cinque classi furono ripartite, ciascuna in 70 centurie, accanto

alle quali persistettero immutate le 18 centurie dei cavalieri

e l’unica dei _capite censi_. Il dritto del primo voto passò dai

cavalieri ad una centuria, tratta a sorte fra i componenti della prima

classe, dopo la quale avrebbero votato i cavalieri, e via di seguito,

sì da aversi la maggioranza, appena arrivati alla terza classe, ai

possessori, cioè, di 50000 assi, dopo i quali la votazione si sarebbe

arrestata[371].

Ne segue che, non ostante le apparenze più liberali e democratiche, le

decisioni dei comizi centuriati rappresentavano sempre la volontà e gli

interessi di quelle classi, che avevano accesso al senato.

Una misura eccezionale dei Romani, Il senatus-consultum ultimum · 第 71 / 80 题