La vittoria dei plebei poteva sembrare completa. Ma, allora stesso,
per un processo già preparato, che si elaborava in quella parte
dell’economia romana, che ne avea formato e ne formava la base
principale, (l’agricoltura), e veniva mostruosamente affrettato dalla
politica estera dello stato, si apriva il campo ad una nuova lotta di
carattere più spiccatamente economico.
Quale sia stato codesto processo noi l’abbiamo visto, studiando
le cause, che avevano, sin dai Gracchi, promosso in Roma una più
intensa agitazione agraria Ma ciò che allora non dicemmo, ed è adesso
indispensabile aggiungere, si è che la politica estera dei Romani,
come avea promosso la catastrofe dell’agricoltura, avea del pari
snaturato il carattere originario dell’economia nazionale. Le nuove
conquiste e le immense ricchezze, che ne provenivano, crearono capitali
indipendenti dai redditi della terra, come non era mai avvenuto per il
passato, e aprirono innumerevoli e svariate fonti di speculazioni[359].
In questo nuovo campo di sfruttamento i più fortunati furono
naturalmente i trionfatori della pressochè contemporanea crisi
agraria[360], e, con essi, quelli, cui l’amministrazione romana poneva
più agevolmente a contatto delle nuove fonti dell’oro.
Se non che, l’origine stessa del recente indirizzo economico era tale
da non renderlo in nulla paragonabile, nella sua natura e nei suoi
effetti, alla grande industria e al libero scambio della nostra età.
Sviluppatosi sovra un terreno di conquiste militari, esso non diede
che un’economia di saccheggio e di bottino, una cuccagna per gli
avventurieri dell’istante, senza che di tutto ciò potessero risentire
beneficio alcuno gli strati inferiori della società[361].
I nuovi rapporti, che per tali processi dell’economia nazionale si
venivano a stabilire fra suolo o proprietari e lavoratori, fra capitale
o capitalisti e nullatenenti, determinarono le nuove classi sociali.
Da un lato i detentori della proprietà terriera, tutti latifondisti,
insieme coi grossi speculatori (gli _optimates_); dall’altro, i
proletari urbani e rurali (i _populares_) con[362] i popoli sottomessi
a Roma, carichi di quasi tutti gli oneri e sforniti di quasi tutti i
dritti dei veri cittadini, (i _peregrini_).
Le nuove classi mettevano capo, una o più di esse, a uno o più dei
poteri costituiti.
Cominciamo dal senato.
Benchè, almeno sotto la republica, non occorresse, per legge un censo
prestabilito, pure i senatori erano di regola scelti tra i cittadini,
possidenti almeno il censo equestre del tempo: 400000 sesterzi[363].
Ne erano formalmente esclusi: 1) i _libertini_ e i loro figli[364],
disposizione, che, tenuto conto del numero e della sorte dei debitori
insolvibili, di cui abbiamo discorso, veniva ad eccettuare una
porzione non dispregiabile della cittadinanza; 2) i _municipes sine
suffragio_[365], costituiti dagli abitanti delle città latine o di
altri comuni italici, a cui Roma avea concesso una cittadinanza
incompleta; 3) gli _infames_[366], i colpevoli cioè di atti o
professioni, ritenute disonoranti, e i condannati per determinati
reati, civili o penali, privati o pubblici[367], od anche politici,
tutte condizioni molto più facili a riscontrarsi fra le classi sociali
meno abbienti; 4) i capitalisti speculatori, componenti l’altra
frazione della classe dominante, che s’aggiungeva ai grossi proprietari
di latifondi[368].
Il senato era quindi il rappresentante più schietto della più turchina
aristocrazia del suolo, e, nei suoi atti, non avrebbe potuto se non
difendere e sostenere gl’interessi della medesima.
I comizi centuriati, campo d’elezione dei magistrati maggiori,
ordinari e straordinari, comprendevano diciotto centurie di _equites_
con un censo massimo, e ottanta, costituenti la prima classe della
cittadinanza, con 100000 assi. Altre quattro classi, in 90 centurie,
comprendevano i cittadini, possidenti da 75000 a 12500 assi di censo.
Una sola centuria, non catalogata fra le classi comprendeva l’enorme
moltitudine dei _capite censi_, di quelli cioè tra i proletari, i
quali, tutt’altro che nulla-tenenti, possedevano un censo inferiore
a 12500 assi, insieme coi _libertini_, gli artigiani (_opifices_ e
_sellularii_); due, i fabbri in legno e in bronzo, votanti con la
seconda classe; due, i _tubicines_ e i _cornicines_, votanti con la
quarta[369].
La votazione, facendosi per centurie, gli è evidente come fossero le
due prime classi quelle, che, in ogni caso, decidevano del risultato.
E, quasi si volesse scongiurare la protesta delle possibili votazioni
in contrario della minoranza, si procedeva gerarchicamente dagli
_equites_ alle classi inferiori, sì che il voto si arrestava, appena
le prime 97 centurie si fossero trovate d’accordo, numero, per cui
bastavano gli _equites_ e le centurie della prima classe[370].
Al 241, la costituzione dei comizi centuriati subì una riforma, nella
quale, benchè in gran parte, non siamo ridotti che a delle congetture,
pare non venissero gran fatto modificate le condizioni dei cittadini
meno abbienti.
Le cinque classi furono ripartite, ciascuna in 70 centurie, accanto
alle quali persistettero immutate le 18 centurie dei cavalieri
e l’unica dei _capite censi_. Il dritto del primo voto passò dai
cavalieri ad una centuria, tratta a sorte fra i componenti della prima
classe, dopo la quale avrebbero votato i cavalieri, e via di seguito,
sì da aversi la maggioranza, appena arrivati alla terza classe, ai
possessori, cioè, di 50000 assi, dopo i quali la votazione si sarebbe
arrestata[371].
Ne segue che, non ostante le apparenze più liberali e democratiche, le
decisioni dei comizi centuriati rappresentavano sempre la volontà e gli
interessi di quelle classi, che avevano accesso al senato.