Quali erano le giustificazioni di tante illegalità?
Se non la più ovvia, certo la più infelice è una calunnia: colpevoli
di aspirare alla tirannide,[284] i presunti rei possono soggiacere a
qualsiasi condanna.
Che cosa i Romani intendessero per aspirazione alla tirannide, non è
ben chiaro. Se la violazione delle elementari libertà civili, conferite
dalla costituzione, il rimedio adottato dal Senato non se ne rendeva
meno colpevole; se il ripristinamento della monarchia, coloro che
accusavano o erano degli illusi in buona fede, o mentivano, sapendo di
mentire. In ambedue i casi, nessuna legge contro codesto attentato alle
istituzioni republicane giustificava quelle tali pene o procedure, di
cui dietro il _s. c. u._, usava o faceva usare il Senato.
Le altre giustificazioni ci vengono a tutt’andare ripetute,
specialmente da Cicerone, l’avvocato di ufficio della reazione, dal
«_Pro Rabirio reo perduellionis_» alle Catilinarie, dalle Catilinarie
alla Miloniana, dalle orazioni ai libri retorici.
Ma esse, più che serie giustificazioni giuridiche, non sono se non
deboli, volgari argomentazioni, incastonate entro una sentimentale
difesa del _s. c. u._, che piglia le mosse dagli effetti immaginari
dell’opera degli avversari del senato,[285] (criterio, del resto,
al quale non iscampa la succennata), e tutte s’infrangono contro la
constatazione dell’incostituzionalità di tale misura, che noi abbiamo
premesso.
1. Per opera di chiunque, privato, senatore o magistrato, è lecito
«_sceleratos viri interfici_»[286];