XIII.

Agli idi di marzo del 44, Cesare moriva assassinato in seguito alla

nota congiura degli _optimates_.[123]

Ma costoro, i quali illudevano che tale violenza fosse sufficiente a

svegliare nel popolo, insieme con l’antico amore verso le istituzioni,

nuovo sdegno contro il morto dittatore, che le avea in gran parte

violate, dovettero restare ben attoniti al bieco silenzio, da cui

furono circondati, quando, poco dopo l’eccidio, si diedero a percorrere

le strade di Roma coi pugnali stillanti sangue nella destra.

Tale episodio, che più tardi diede agio a Cicerone di declamare non so

che sentenze sui fatali effetti della corruzione dei popoli, bastò a

suscitare nuove speranze tra le file degli scorati cesariani.

L’autorità dell’estinto era stata singolare.

Cogliendo occasione dalla gravità delle circostanze sociali e

politiche, sospinto in gran parte dai suoi sogni ambiziosi, egli aveva

assommato in sè quasi tutti i poteri dello stato.

L’esempio era pericoloso, e, non poteva non prevedersi che voglie

analoghe sarebbero, alla sua morte, risuscitate in uomini di analogo

temperamento. Infatti, non mancarono i candidati alla eredità del

dominio: da un lato M. Antonio, il più favorito degli amici del

dittatore, il sostenitore della sua politica interna, il compagno delle

sue imprese estere; dall’altro il diletto figlio adottivo, l’erede

universale delle proprie sostanze, C. Cesare Ottaviano. La lotta

combattuta con criteri eminentemente politici fra Cesare e Pompeo

risuscitava tra le file di uno dei due partiti, degenerando in un

conflitto di miseri interessi personali.

Antonio, pel primo, in virtù di una «_lex de actis Caesaris

confirmandis_», pubblica le postume _leges iuliae_, fra cui ne

interpola altre di fattura propria, scaltra macchina di guerra per

ischiacciare gli antichi nemici, assicurarsi nuovi amici, e legare più

saldamente ai propri gl’interessi di quei partiti, che tanto avevano

sostenuto il suo predecessore.

Una scorsa al contenuto delle più importanti fra le medesime non può

non rendercene avvisati.

A base di tutto stava una legge agraria e una coloniaria (_de colonis

in agros deducendis_), ambedue aventi lo scopo di favorire i veterani

dell’esercito, sia col distribuire gli scarsi avanzi delle terre

demaniali italiche, sia col rendere tali nuove _possessiones_ ancora in

potere di privati.

Di eguale importanza era una legge giudiziaria, colla quale si

stabiliva che nei tribunali penali alle due decurie dei senatori e dei

cavalieri fosse aggiunta altra dei centurioni[124], e ciò allo scopo

di far guadagnare agli ufficiali dell’esercito una notevole influenza

nello stato.

Una nuova legge _de vi_ conferiva ai presunti rei per attentati

alla sicurezza della republica e per lesa maestà l’appello ai comizi

centuriati, e stabiliva, in luogo della morte, come massimo di pena,

l’esilio e la confisca di metà degli averi.

Per isbarazzarsi di Lepido, foriero di probabili ostacoli, al quale

avea promesso il pontificato, Antonio ripigliò la legge, per la quale

Cesare avea deferito al popolo la scelta del titolare a codesta suprema

magistratura; ed il popolo, interpetre dei di lui desideri, rimandò

Lepido ad altri uffici.

Come si vede, siamo ancora nel programma democratico dei tempi andati,

rincarato di una leggera tinta militarista, che vi avea introdotta

Cesare, e, prima di lui, Pompeo, il quale, a sua volta, l’aveva

ereditato da Silla e da Mario.

Ma se questa era l’opera di Antonio, poco meno abile ci appare quella

di Ottaviano, il quale, non potendo gareggiare nel campo legislativo,

dove già altri l’aveva con tanta fortuna preceduto, risponde con un

atto d’abnegazione, soddisfacendo, colla vendita dei beni mobili ed

immobili di sua proprietà, al legato di Cesare, che lasciava trecento

sesterzi per testa ai 150000 cittadini, che ricevevano grano dallo

stato.

Della sorte dei due uomini, forse allora egualmente favoriti

dai _populares_ e dall’esercito, rimaneva arbitro il partito

conservatore, il quale metteva capo al suo _leader_ intellettuale,

M. Tullio Cicerone. La vittoria sarebbe toccata a chi avesse saputo

guadagnarselo.

Coerente al proprio passato ed a quello del suo partito, Cicerone

scelse come primo bersaglio quello dei due uomini che più gli appariva

temibile, e attaccò subito Antonio per la succitata legge _de vi_ e

per l’altra _iudiciaria_[125]. In pari tempo Ottaviano, pur fermo a

garantire con la sua persona e col suo passato prossimo e remoto le

proprie simpatie politiche, capiva che contro Antonio bisognava a sua

volta servirsi di Cicerone.

Questi, il 20 dicembre, con la terza Filippica induceva il senato a

confermare la Gallia Cisalpina a quel Decimo Bruto, che era stato uno

dei congiurati, di cui approvava le leve fatte contro Antonio; e, al

tempo stesso, faceva decretare dal senato onori e rendimento di grazie

ad Ottaviano e alle legioni disertate da Antonio.

Uguale, se non migliore resultato, egli otteneva con la 5ª Filippica

(1 gennaio 43), colla quale avea proposto che Bruto fosse dichiarato

benemerito della patria, e fatto stabilire che si erigesse ad Ottaviano

una statua; che gli s’accordasse la dignità senatoria e il diritto di

chiedere le altre magistrature dieci anni prima dell’età prescritta, lo

si rimborsasse delle spese patite per l’arrolamento delle soldatesche

al servizio della republica e si esentassero quelli tra i suoi soldati,

già disertori di Antonio, da ulteriore servizio militare, promettendo

inoltre una prossima spartizione di terre demaniali.

La questione, su cui l’oratore e il senato non si trovarono pienamente

d’accordo, fu quella dell’invio di un’ambasceria ad Antonio. Una

decisione definitiva non si potè avere che con un notevole ritardo. In

essa fu stabilito d’intimare ad Antonio: 1) che lasciasse le legioni

e la Gallia Cisalpina, in cambio della quale avrebbe ricevuto la

Macedonia; 2) che levasse subito l’assedio a Decimo Bruto, che già

s’era chiuso a Modena; 3) che, entro un termine prescritto, ripassasse

con l’esercito al di qua del Rubicone.[126]

Quanto ai suoi soldati, essi erano obligati a tornare in patria sotto

minaccia di essere dichiarati _hostes publici_.[127]

Le risposte di Antonio non furono meno recise. Egli prometteva: 1)

di ritirarsi dalla Gallia _togata_, non già dalla _chiomata_; 2) di

licenziare l’esercito, salvo sei legioni, sino al giorno, in cui Cassio

e M. Bruto avessero, in qualità di consoli o di proconsoli, occupato

le loro province; 3) chiedeva che il senato accordasse ai suoi soldati

i medesimi onori, che erano stati accordati a quelli di Ottaviano, e,

oltre a riconoscere la già avvenuta distribuzione dei territori campano

e leontino, assegnasse loro nuovo bottino e terre demaniali.

Chiedeva altresì: 1) che fossero mantenute le leggi sue e dei colleghi

fondate sui chirografi e i comentari di Cesare; 2) che fosse concessa

immunità ai settemviri[128] pei loro atti trascorsi; 3) che infine non

si facesse inchiesta sui tesori del tempio di Opi, dove, secondo i suoi

avversari, si celava uno sperpero di ben sette milioni di sesterzi.

Ma nè Ottaviano, nè il senato potevano annuire a tali contro-proposte.

Ogni tentativo di conciliazione era esaurito; non rimaneva che intimare

la guerra, e così fu fatto.

Venne immediatamente votato un _s. c. u._, pel quale si raccomandava

ai consoli Irzio e Pausa e al propretore[129] Ottaviano la difesa

della republica (gennaio 43).[130] Il _s. c. u._ era stato preceduto

da un altro di _tumultus_[131]. Tutto il popolo romano prese le armi.

Per ricolmare l’esausto erario ogni cittadino contribuì 1/25 dei

propri beni, ciascun senatore pagò quattro oboli per ogni tegola delle

case possedute in città, mentre universali contribuzioni d’armi e di

forniture militari sopperivano all’urgenza della circostanza.

I voti di Cicerone potevano dirsi esauditi, se non fosse stato il

cattivo esito dei suoi tentativi per far dichiarare Antonio nemico

dello stato. Contro di lui prevalse, oltre alle ripetute intercessioni

tribunizie,[132] l’eloquenza del suocero di Cesare, L. Calpurnio

Pisone; e tale gioia non gli fu concessa, se non dopo la totale

disfatta di Antonio in Gallia e il suo raccozzamento con Lepido[133].

La dichiarazione d’_hostis publicus_ fu allora, come sempre,

accompagnata dalla confisca dei beni[134].

Una misura eccezionale dei Romani, Il senatus-consultum ultimum · 第 31 / 80 题