Agli idi di marzo del 44, Cesare moriva assassinato in seguito alla
nota congiura degli _optimates_.[123]
Ma costoro, i quali illudevano che tale violenza fosse sufficiente a
svegliare nel popolo, insieme con l’antico amore verso le istituzioni,
nuovo sdegno contro il morto dittatore, che le avea in gran parte
violate, dovettero restare ben attoniti al bieco silenzio, da cui
furono circondati, quando, poco dopo l’eccidio, si diedero a percorrere
le strade di Roma coi pugnali stillanti sangue nella destra.
Tale episodio, che più tardi diede agio a Cicerone di declamare non so
che sentenze sui fatali effetti della corruzione dei popoli, bastò a
suscitare nuove speranze tra le file degli scorati cesariani.
L’autorità dell’estinto era stata singolare.
Cogliendo occasione dalla gravità delle circostanze sociali e
politiche, sospinto in gran parte dai suoi sogni ambiziosi, egli aveva
assommato in sè quasi tutti i poteri dello stato.
L’esempio era pericoloso, e, non poteva non prevedersi che voglie
analoghe sarebbero, alla sua morte, risuscitate in uomini di analogo
temperamento. Infatti, non mancarono i candidati alla eredità del
dominio: da un lato M. Antonio, il più favorito degli amici del
dittatore, il sostenitore della sua politica interna, il compagno delle
sue imprese estere; dall’altro il diletto figlio adottivo, l’erede
universale delle proprie sostanze, C. Cesare Ottaviano. La lotta
combattuta con criteri eminentemente politici fra Cesare e Pompeo
risuscitava tra le file di uno dei due partiti, degenerando in un
conflitto di miseri interessi personali.
Antonio, pel primo, in virtù di una «_lex de actis Caesaris
confirmandis_», pubblica le postume _leges iuliae_, fra cui ne
interpola altre di fattura propria, scaltra macchina di guerra per
ischiacciare gli antichi nemici, assicurarsi nuovi amici, e legare più
saldamente ai propri gl’interessi di quei partiti, che tanto avevano
sostenuto il suo predecessore.
Una scorsa al contenuto delle più importanti fra le medesime non può
non rendercene avvisati.
A base di tutto stava una legge agraria e una coloniaria (_de colonis
in agros deducendis_), ambedue aventi lo scopo di favorire i veterani
dell’esercito, sia col distribuire gli scarsi avanzi delle terre
demaniali italiche, sia col rendere tali nuove _possessiones_ ancora in
potere di privati.
Di eguale importanza era una legge giudiziaria, colla quale si
stabiliva che nei tribunali penali alle due decurie dei senatori e dei
cavalieri fosse aggiunta altra dei centurioni[124], e ciò allo scopo
di far guadagnare agli ufficiali dell’esercito una notevole influenza
nello stato.
Una nuova legge _de vi_ conferiva ai presunti rei per attentati
alla sicurezza della republica e per lesa maestà l’appello ai comizi
centuriati, e stabiliva, in luogo della morte, come massimo di pena,
l’esilio e la confisca di metà degli averi.
Per isbarazzarsi di Lepido, foriero di probabili ostacoli, al quale
avea promesso il pontificato, Antonio ripigliò la legge, per la quale
Cesare avea deferito al popolo la scelta del titolare a codesta suprema
magistratura; ed il popolo, interpetre dei di lui desideri, rimandò
Lepido ad altri uffici.
Come si vede, siamo ancora nel programma democratico dei tempi andati,
rincarato di una leggera tinta militarista, che vi avea introdotta
Cesare, e, prima di lui, Pompeo, il quale, a sua volta, l’aveva
ereditato da Silla e da Mario.
Ma se questa era l’opera di Antonio, poco meno abile ci appare quella
di Ottaviano, il quale, non potendo gareggiare nel campo legislativo,
dove già altri l’aveva con tanta fortuna preceduto, risponde con un
atto d’abnegazione, soddisfacendo, colla vendita dei beni mobili ed
immobili di sua proprietà, al legato di Cesare, che lasciava trecento
sesterzi per testa ai 150000 cittadini, che ricevevano grano dallo
stato.
Della sorte dei due uomini, forse allora egualmente favoriti
dai _populares_ e dall’esercito, rimaneva arbitro il partito
conservatore, il quale metteva capo al suo _leader_ intellettuale,
M. Tullio Cicerone. La vittoria sarebbe toccata a chi avesse saputo
guadagnarselo.
Coerente al proprio passato ed a quello del suo partito, Cicerone
scelse come primo bersaglio quello dei due uomini che più gli appariva
temibile, e attaccò subito Antonio per la succitata legge _de vi_ e
per l’altra _iudiciaria_[125]. In pari tempo Ottaviano, pur fermo a
garantire con la sua persona e col suo passato prossimo e remoto le
proprie simpatie politiche, capiva che contro Antonio bisognava a sua
volta servirsi di Cicerone.
Questi, il 20 dicembre, con la terza Filippica induceva il senato a
confermare la Gallia Cisalpina a quel Decimo Bruto, che era stato uno
dei congiurati, di cui approvava le leve fatte contro Antonio; e, al
tempo stesso, faceva decretare dal senato onori e rendimento di grazie
ad Ottaviano e alle legioni disertate da Antonio.
Uguale, se non migliore resultato, egli otteneva con la 5ª Filippica
(1 gennaio 43), colla quale avea proposto che Bruto fosse dichiarato
benemerito della patria, e fatto stabilire che si erigesse ad Ottaviano
una statua; che gli s’accordasse la dignità senatoria e il diritto di
chiedere le altre magistrature dieci anni prima dell’età prescritta, lo
si rimborsasse delle spese patite per l’arrolamento delle soldatesche
al servizio della republica e si esentassero quelli tra i suoi soldati,
già disertori di Antonio, da ulteriore servizio militare, promettendo
inoltre una prossima spartizione di terre demaniali.
La questione, su cui l’oratore e il senato non si trovarono pienamente
d’accordo, fu quella dell’invio di un’ambasceria ad Antonio. Una
decisione definitiva non si potè avere che con un notevole ritardo. In
essa fu stabilito d’intimare ad Antonio: 1) che lasciasse le legioni
e la Gallia Cisalpina, in cambio della quale avrebbe ricevuto la
Macedonia; 2) che levasse subito l’assedio a Decimo Bruto, che già
s’era chiuso a Modena; 3) che, entro un termine prescritto, ripassasse
con l’esercito al di qua del Rubicone.[126]
Quanto ai suoi soldati, essi erano obligati a tornare in patria sotto
minaccia di essere dichiarati _hostes publici_.[127]
Le risposte di Antonio non furono meno recise. Egli prometteva: 1)
di ritirarsi dalla Gallia _togata_, non già dalla _chiomata_; 2) di
licenziare l’esercito, salvo sei legioni, sino al giorno, in cui Cassio
e M. Bruto avessero, in qualità di consoli o di proconsoli, occupato
le loro province; 3) chiedeva che il senato accordasse ai suoi soldati
i medesimi onori, che erano stati accordati a quelli di Ottaviano, e,
oltre a riconoscere la già avvenuta distribuzione dei territori campano
e leontino, assegnasse loro nuovo bottino e terre demaniali.
Chiedeva altresì: 1) che fossero mantenute le leggi sue e dei colleghi
fondate sui chirografi e i comentari di Cesare; 2) che fosse concessa
immunità ai settemviri[128] pei loro atti trascorsi; 3) che infine non
si facesse inchiesta sui tesori del tempio di Opi, dove, secondo i suoi
avversari, si celava uno sperpero di ben sette milioni di sesterzi.
Ma nè Ottaviano, nè il senato potevano annuire a tali contro-proposte.
Ogni tentativo di conciliazione era esaurito; non rimaneva che intimare
la guerra, e così fu fatto.
Venne immediatamente votato un _s. c. u._, pel quale si raccomandava
ai consoli Irzio e Pausa e al propretore[129] Ottaviano la difesa
della republica (gennaio 43).[130] Il _s. c. u._ era stato preceduto
da un altro di _tumultus_[131]. Tutto il popolo romano prese le armi.
Per ricolmare l’esausto erario ogni cittadino contribuì 1/25 dei
propri beni, ciascun senatore pagò quattro oboli per ogni tegola delle
case possedute in città, mentre universali contribuzioni d’armi e di
forniture militari sopperivano all’urgenza della circostanza.
I voti di Cicerone potevano dirsi esauditi, se non fosse stato il
cattivo esito dei suoi tentativi per far dichiarare Antonio nemico
dello stato. Contro di lui prevalse, oltre alle ripetute intercessioni
tribunizie,[132] l’eloquenza del suocero di Cesare, L. Calpurnio
Pisone; e tale gioia non gli fu concessa, se non dopo la totale
disfatta di Antonio in Gallia e il suo raccozzamento con Lepido[133].
La dichiarazione d’_hostis publicus_ fu allora, come sempre,
accompagnata dalla confisca dei beni[134].