Mentre Cesare in Oriente si apparecchiava all’ultima battaglia contro
Pompeo, in Roma il pretore Celio Rufo, un democratico e cesariano,
promulgava nuove leggi in pro dei debitori.
«Il cronico male della necessità di contrarre debiti, scrive l’Ihne, si
era acuito col deprezzamento delle proprietà, determinato a sua volta
dal timore di devastazioni militari e dal ristagnamento degli affari.
Un gran numero di ragguardevoli e minuti debitori della specie dei
Catilinari sperava in una universale estinzione dei debiti».
«Poichè molti si affrettavano a nascondere in luogo sicuro quanto
possedevano, il denaro era sparito dal commercio. Non esisteva più
fiducia», «e i proprietari si trovavano nell’impossibilità di vendere o
ipotecare le case o i latifondi allo scopo di riscattare gli eventuali
loro debiti».[118] La guerra permanente avea generato i suoi effetti
naturali, e Cesare stesso, sentendo la necessità di nuove leggi sui
debiti, prima della guerra civile, avea ordinato l’estimo di tutte le
possessioni mobili ed immobili, che dovevano, in proporzione del loro
valore, passare in mano dei creditori. Al punto, in cui gli eventi
erano precipitati, la proposta riesciva di una discutibile praticità,
ma, quel ch’è peggio, essa probabilmente non ebbe corso.
Molto più radicale invece voleva essere l’opera del pretore Celio
Rufo. Egli in una legge che presentò ai comizi centuriati, propose una
dilazione di sei anni senza decorso d’interessi, e a questa ne fece
seguire due altre, l’una condonante ai pigionali il saldo del fitto
d’alloggio arretrato, l’altra promulgante l’estinzione generale dei
debiti[119].
Il senato allora, dietro relazione del console, vota un _s. c. u._
(48).[120] Il console, incaricato dell’esecuzione, sospende Celio e
lo sostituisce con un altro pretore, lo caccia dal senato, lo strappa
dalla tribuna, mentre quegli si doleva del trattamento inflittogli, e
ne spezza pubblicamente la sedia curule.
Celio temette che ne fosse per seguire qualche grave punizione. Tentò
di evadere dalla città, ma la sorveglianza del console ne lo impedì.
Si presentò a lui, chiedendo di recarsi presso Cesare. Gli fu accordato
con l’obbligo di farsi scortare da un tribuno e col diritto di uscire,
portando seco le insegne di pretore. Per via, presso Capua, si rifiutò
di obbedire alla sua scorta, che gl’imponeva di proseguire il viaggio.
Tentò muovere un’insurrezione negli Abruzzi, dove perì ucciso dalle
milizie del console.