XI.

Mentre Cesare in Oriente si apparecchiava all’ultima battaglia contro

Pompeo, in Roma il pretore Celio Rufo, un democratico e cesariano,

promulgava nuove leggi in pro dei debitori.

«Il cronico male della necessità di contrarre debiti, scrive l’Ihne, si

era acuito col deprezzamento delle proprietà, determinato a sua volta

dal timore di devastazioni militari e dal ristagnamento degli affari.

Un gran numero di ragguardevoli e minuti debitori della specie dei

Catilinari sperava in una universale estinzione dei debiti».

«Poichè molti si affrettavano a nascondere in luogo sicuro quanto

possedevano, il denaro era sparito dal commercio. Non esisteva più

fiducia», «e i proprietari si trovavano nell’impossibilità di vendere o

ipotecare le case o i latifondi allo scopo di riscattare gli eventuali

loro debiti».[118] La guerra permanente avea generato i suoi effetti

naturali, e Cesare stesso, sentendo la necessità di nuove leggi sui

debiti, prima della guerra civile, avea ordinato l’estimo di tutte le

possessioni mobili ed immobili, che dovevano, in proporzione del loro

valore, passare in mano dei creditori. Al punto, in cui gli eventi

erano precipitati, la proposta riesciva di una discutibile praticità,

ma, quel ch’è peggio, essa probabilmente non ebbe corso.

Molto più radicale invece voleva essere l’opera del pretore Celio

Rufo. Egli in una legge che presentò ai comizi centuriati, propose una

dilazione di sei anni senza decorso d’interessi, e a questa ne fece

seguire due altre, l’una condonante ai pigionali il saldo del fitto

d’alloggio arretrato, l’altra promulgante l’estinzione generale dei

debiti[119].

Il senato allora, dietro relazione del console, vota un _s. c. u._

(48).[120] Il console, incaricato dell’esecuzione, sospende Celio e

lo sostituisce con un altro pretore, lo caccia dal senato, lo strappa

dalla tribuna, mentre quegli si doleva del trattamento inflittogli, e

ne spezza pubblicamente la sedia curule.

Celio temette che ne fosse per seguire qualche grave punizione. Tentò

di evadere dalla città, ma la sorveglianza del console ne lo impedì.

Si presentò a lui, chiedendo di recarsi presso Cesare. Gli fu accordato

con l’obbligo di farsi scortare da un tribuno e col diritto di uscire,

portando seco le insegne di pretore. Per via, presso Capua, si rifiutò

di obbedire alla sua scorta, che gl’imponeva di proseguire il viaggio.

Tentò muovere un’insurrezione negli Abruzzi, dove perì ucciso dalle

milizie del console.

Una misura eccezionale dei Romani, Il senatus-consultum ultimum · 第 29 / 80 题