Scadeva a Cesare il secondo quinquennio del preconsolato[108], dopo
il quale, secondo il parere del senato, egli avrebbe dovuto deporre
la carica ed il comando dell’esercito, mentre, secondo lui, e secondo
molti degli ottimati, avrebbe potuto tenere l’una e l’altro sino alle
elezioni consolari[109].
Così avrebbe evitato un intervallo di vita privata, accessibile ad
accuse e a processi, solito sfogo di rappresaglie politiche.
Dopo parecchie violente discussioni in senato e privati reciproci
messaggi, Cesare, da Ravenna, dove, reduce dalle Gallie, si trovava ad
invigilare le vicende della capitale, inviò al senato un _ultimatum_,
dichiarandosi, checchè facesse Pompeo, allora luogotenente delle
Spagne, pronto a congedare otto e persino nove delle sue legioni,
purchè il senato gli concedesse il comando della Gallia Cisalpina e
dell’Illirico fino alle prossime elezioni consolari.[110]
Era un tornare alle solite. La questione giuridica celava infatti una
più grave questione politica.
Cesare aveva esordito sposando una figlia di Cinna, e, dopo essersi
rifiutato ad obbedire agli ordini del dittatore Silla, che gl’imponeva
il divorzio, avea, contro il volere del medesimo, mantenuto la carica
sacerdotale conferitagli da Mario.
Poco prima della congiura catilinaria, egli era stato la mente
ispiratrice di quell’abile disegno di legge agraria presentato da P.
Servilio Rullo, che, a giudizio del Mommsen, «doveva preparare alla
democrazia una posizione eguale a quella fatta a Pompeo dalle proposte
gabino-manilie».[111] Della congiura di Catilina egli era stato senza
dubbio simpatizzante, ed egli solo avea sostenuto, a viso aperto, la
difesa degli imputati, come, dopo la loro condanna, avea osteggiato
fieramente Cicerone. Console al 59, egli aveva ripresentato la legge
agraria di Rullo[112] e l’anno appresso un plebiscito, che gli avea
concesso per un quinquennio la luogotenenza della Gallia Cisalpina, gli
avea offerto i mezzi di raccogliere i frutti che si aspettava dal suo
consolato, ed incarnare finalmente l’ideale suo e del partito: l’impero
della democrazia per mezzo delle proprie legioni di generale.
I suoi successi nelle Gallie non avevano servito che a rinfocolare
tale speranza. Adesso era venuto il momento di tirare le somme, ed era
questa la catastrofe che il senato tentava di scongiurare, ritogliendo
a Cesare le legioni.
Quanto a Pompeo, il quale non aveva mai seriamente appoggiato il
partito radicale, e ne aveva ricevuta alleanza solo perchè talvolta si
era schierato contro quello senatorio, avea, poco a poco, girato la
propria posizione, e ciò che più ve l’aveva determinato, erano state
le vittorie di Cesare in Gallia e la sua misera contesa con Clodio in
Roma.
Il convegno di Lucca del 56 avea per un momento eliminato i palesi
rancori, ma, al 52, Pompeo, creato in realtà dittatore, oltre a
perseguitare giudiziariamente alcuni degli antichi partigiani di
Cesare ed emanare una nuova legge _de ambitu_, nella quale era agevole
intravedere un pericoloso attacco personale contro il proconsole
delle Gallie, lo aveva trascurato nella scelta del collega, e — fatto
ancora più grave — egli si era riconfermata per altri cinque anni la
luogotenenza della Spagna. Quando poi la questione giuridica era stata
posta all’ordine del giorno del Senato, la coalizione di Pompeo con il
partito aristocratico era già un fatto compiuto.
L’_ultimatum_ di Cesare, come del resto le sue anteriori proposte,
accolte con entusiasmo dal popolo, a cui erano state notificate dai
tribuni Curione ed Antonio, trovò vivissima opposizione da parte
dei consoli e del senato, che lo respinse a grande maggioranza, e
votò invece la proposta di Scipione, suocero di Pompeo, colla quale
si minacciava a Cesare la qualifica di traditore e nemico pubblico,
qualora, entro un dato termine, non avesse deposto la carica e
l’esercito[113].
Al s. c. fu opposta l’_intercessio_ dei tribuni. Il senato allora
decreta il lutto pubblico[114], e si riconvoca per decidere sul divieto
tribunizio.
Nuova _intercessio_ e nuove proteste. L’assemblea, scioltasi fra il
tumulto, viene riconvocata la sera da Pompeo, che eccita i senatori
a rifiutare ogni partito più temperato. I tribuni, vista inutile la
loro opera, anzi pericolosa la loro permanenza in Roma, tanto più
che il console ve li costringeva, riparano presso Cesare, ed il 7
gennaio veniva votato un _s. c. u._, col quale si affidava ai consoli,
pretori, tribuni e proconsoli, residenti in città, la difesa della
repubblica.[115]
Pochi giorni dopo, il senato si recava da Pompeo fuori del _pomerium_,
e, dopo aver proclamato _tumultus_,[116] iniziava i preparativi per la
guerra: 1) leve in tutta Italia, sì da raccogliere 130 mila soldati; 2)
arrolamento di mercenari da nazioni estere; 3) concessione del denaro
pubblico a Pompeo; 4) tasse municipali d’armi e di danaro, e, se questo
non bastasse, contribuzione privata; 5) espoliazioni degli arredi
dei tempî; 6) conferimento a privati di due province pretorie e due
consolari.
Senza nemmeno riconfermare loro l’_imperium_ con una deliberazione
popolare[117], si dà principio alla guerra.