Ma il _s. c. u._ più noto è quello votato per la congiura di Catilina,
diretto a reprimere, non già le mene di tribuni sediziosi o di generali
a capo di eserciti, ma un colpo di mano di semplici privati.
Cicerone non vide nei Catilinari che una serqua di debitori dissoluti
ed insolvibili, una ciurma di ribaldi incendiari e (meraviglioso a
dirsi da lui, che tremava al solo nome di Catilina!) un’accozzaglia di
vili e di effeminati[82]. Ma, pur troppo, oltre ai nobili spiantati, i
quali, come gli altri che stavano al governo, non potevano ricolmare il
patrimonio con gl’introiti dello stato,[83] il grosso dei congiurati
era costituito da tutti quegli elementi della popolazione romana, di
cui il governo non avea voluto tutelare gl’interessi, sacrificandone
anzi, il più delle volte, i sostenitori, dai proletari urbani senza
tetto, senza pane e senza libertà[84], da tutti i rovinati dalle
usure[85] e dalla corruzione dei magistrati[86], dal proletariato
agricolo senza possedimenti e senza lavoro,[87] dai proscritti e
dai figli dei proscritti di tutte le guerre intestine, destituiti di
patrimonio e di dritti civili,[88] da tutti gli avversari politici
dell’oligarchia dominante[89]. «Noi combattiamo», dirà Catilina,
prima di venire all’ultima battaglia, «per la patria, per la libertà,
per la vita», i nostri nemici «per la potenza di pochi che li
signoreggiano».[90]
Al 63 egli si era presentato quale concorrente al consolato, quando,
poco prima del giorno dei comizi, Cicerone, allora console, seppe di
un’adunanza privata, in cui Catilina avea esposto il proprio programma,
e stabilito — si diceva — pel giorno delle elezioni, l’assassinio del
console che le avrebbe presiedute.
Il 20 ottobre, Cicerone, convocati i senatori, fa postergare i comizi,
e, in una nuova seduta, impone a Catilina di scolparsi.
Questi si comportò fieramente; e, con una metafora, nella quale volle
accennare agli ottimati ed al popolo, rispose che due corpi esistevano
nella republica, uno debole dalla testa mal sana, l’altro saldo, ma
senza capo[91], che, lui vivo, più non ne sarebbe mancato! Fu tosto
votato un _s. c. u._, che affidava ai due consoli, Cicerone ed Antonio,
la salvezza della republica. (ottobre 63).[92]
Il 27 ottobre[93] Catilina aveva spedito C. Manlio in Toscana, e
metteva alla rivolta Capua, la Puglia e la Marca Anconitana.
Il senato quindi invia quattro generali sui luoghi minacciati, promette
ricompense agli schiavi delatori, ricompense ed immunità ai liberi,
che avessero defezionato dall’esercito dei rivoltosi, e rimanda i
gladiatori a Capua e nelle fortezze, istituendo in Roma una guardia
civica comandata dai magistrati minori, forse dietro un’ordinanza di
_tumultus_[94].
Dopo il 7 o l’8 di ottobre (data della Iª Catilinaria), il senato
costringeva Catilina ad uscire da Roma[95].
Poco dopo, in una coi suoi, lo dichiarava nemico della patria[96], e
delegava il collega di Cicerone, Antonio, a muovere contro i ribelli,
ingiungendo a Cicerone di rimanere a custodia della città[97].
Frattanto, questi riesciva ad avere in mano i capi dei congiurati:
senatori, pretori, antichi nobili romani, lasciati da Catilina in città
— si narrava — con ordini feroci.
Sfuggendo a qualsiasi risoluzione personale, egli convocò il senato,
il quale assistette all’interrogatorio di tutti i presunti colpevoli,
ascoltò le delazioni e le denunzie, e ordinò che gli arrestati fossero
trattenuti e che il pretore Lentulo, uno dei medesimi, deponesse la
carica[98]. La loro sorte fu decisa in una prossima tornata. Colpiti
da sentenza capitale, essi caddero strozzati dai _tresviri capitales_,
sotto la sorveglianza del console.[99]
L’anno appresso, Catilina coi suoi periva combattendo contro l’esercito
di Antonio,[100] mentre, in Roma, i nuovi consoli (Silano e Murena)
proseguivano le loro inchieste sui sospetti di collusione coi
ribelli.[101]