Il terzo _s. c. u._ fu votato a proposito dei tumulti suscitati dal
tribuno Saturnino e dal pretore Glaucia.
Benchè le fonti contemporanee siano destituite di ogni senso storico,
e ci manchi perfino il racconto di Livio, si deve ritenere che, se i
nuovi difensori dei _populares_ ereditarono la tradizione politica dei
Gracchi, non così può dirsi della loro onestà morale.
L. Apuleio Saturnino, poco prima del 100[62], avea corso il rischio di
essere espulso dal Senato; il che l’indusse ad aspirare per la seconda
volta al tribunato, cogliendo l’occasione che il pretore Glaucia
avrebbe presieduto i comizi.
Riescì, per contro, Q. Nunnio, suo avversario politico. Ma Glaucia e
Saturnino lo tolsero via di mezzo, e, la dimane, all’alba, prima che
il popolo s’adunasse, i loro partigiani elessero quest’ultimo tribuno.
Era la seconda volta ch’egli copriva tale carica[63]; e da un canto
la corruzione e l’inettezza della classe dominante, palesatesi nella
guerra Giugurtina e nei numerosi processi intentatile dai democratici,
dall’altro, le numerose e gravi ribellioni di schiavi in Sicilia ed
altrove, tanto più pericolose, in quanto ognuna di esse reclutava
i suoi militi tra i malcontenti d’ogni classe e d’ogni partito,
(carattere tipico, come vedremo, della congiura di Catilina), avevano
imposto sempre più alla coscienza dei ben pensanti la necessità delle
riforme sociali e politiche propugnate dai Gracchi.
Benchè cronologicamente distinte, è bene considerare complessivamente
le leggi apuleie, sia perchè questo del secondo tribunato fu l’anno
della maggiore attività di Saturnino, sia perchè egli vi ripetè e
rifuse le sue anteriori proposte, in maniera da renderne malagevole
ogni tentativo di distinzione[64].
Esse vanno a costituire una _lex frumentaria_ e una _coloniaria_.
La prima scemava il prezzo del frumento, che ogni cittadino potea
ricevere dallo stato, da 6 e 1/3 di asse, tariffa stabilita dalla
_lex sempronia_ a 5/6 di asse (_semisses et trientes_) per moggio. La
seconda proponeva che coloro, i quali avevano combattuto sotto Mario,
venissero spediti come coloni in Africa con 100 iugeri di terreno per
ciascuno.
Quest’ultima aveva uno scopo più strettamente politico. Mario, nel
suo primo consolato (107), per fornirsi di numerosi soldati, che gli
sarebbero occorsi nelle guerre di Numidia e di Gallia, aveva ridotto a
4000 assi il _minimum_ necessario pel servizio militare, e, più tardi,
vi aveva ammesso tutti i nulla tenenti (_capitecensi_), comprendendovi
i _socii italici_,[65] e promettendo bottino e assegnazioni demaniali.
Adesso si trattava di soddisfare agli impegni.
Va però da sè come, nè la riforma mariana, nè tali conseguenze erano
state suscitate unicamente o principalmente dalle ambizioni dei
riformatori.
Le condizioni storiche ed economico-sociali di Roma ne aveano
determinato la politica verso un certo indirizzo, e codesta politica
avea reagito sulle prime, sì da imporre a Mario le riforme che avea
introdotto.
Ad alcune proposte concernenti l’Africa, Saturnino ne aggiungeva
un’altra di assegnazione dell’_ager Gallicus_, di recente conquistato
da Mario, non ancora provincia romana, a coloni romani e italici.
Se questo non fosse bastato, imponeva che il governo si obligasse ad
acquistare le proprietà principali, private e limitrofe.
Caratteristica di queste leggi è: 1) il non aver di mira le
_possessiones_ dell’_ager publicus_, occupate da privati, come era
stato nelle sempronie, ma il demanio provinciale ancora indiviso;
2) il concedervisi indistintamente il dritto d’iscrizione ai _socii
italici_, cosa del resto naturale, in quanto costoro figuravano tra i
veterani[66].
Quasi ad abbassare l’autorità del Senato, Saturnino avea aggiunto la
clausola, — anch’essa da votarsi —, che, se il popolo avesse accettato
le sue proposte, i senatori, entro cinque giorni, avrebbero dovuto
giurare di sottostarvi, pena la destituzione ed una multa di venti
talenti.
Il proletariato urbano era avverso; ma, non ostante le reciproche
violenze, le leggi furono approvate per l’accorrere dei soldati
mariani, tra cui abbondava la popolazione rurale.
Allo scadere dell’anno Saturnino veniva creato tribuno per la terza
volta, avendo a collega un sedicente figlio di T. Gracco.
Al tempo stesso, Glaucia e Memmio si presentavano avversi candidati al
consolato, a cui il primo non avea dritto di concorrere, non essendo
ancora scorso il biennale intervallo di legge dalla sua carica di
pretore.
_More solito_, Memmio fu tolto di mezzo. La popolazione urbana insorse.
Glaucia e Saturnino si ritirarono sul Campidoglio. Il Senato allora, su
proposta di Emilio Scauro, _princeps senatus_, votò un _s. c. u._,[67]
con il quale s’incaricavano i consoli C. Mario e L. Valerio di salvare
la libertà e le leggi, e si concedeva loro di scegliersi ausiliari tra
i pretori e i tribuni (luglio 100)[68]. Questi, all’infuori di Glaucia
e Saturnino, furono tutti invitati, e tutti risposero all’appello[69].
Mario armò il popolo[70]. Ai nobili e alla popolazione urbana si
aggiunsero i cavalieri, e la sedizione fu spenta nel sangue. Le case di
Saturnino furono demolite[71].