II.

Tiberio Gracco perveniva al tribunato nel 134. La sua _lex

agraria_ è del 133. Essa aveva per unico obbietto le _possessiones

italicae_ dell’_ager publicus_, sulle quali lo stato si riserbava

un dritto di proprietà. Secondo la sua legge gli antichi possessori

potevano continuare ad occupare i 500 iugeri di terreno per ogni

_pater-familias_, concessi dalla legge Licinia, più 250 per ogni

figliuolo, purchè la famiglia non ne possedesse complessivamente più di

1000. Anzichè infliggere pena alcuna ai violatori della legge Licinia,

Tiberio chiedeva che lo stato indennizzasse i possessori del dippiù,

che ora dovevano restituire[50]. Stabiliva infine che tutte queste

terre demaniali sottratte fossero spartite _viritim_ ai meno abbienti,

trenta iugeri per ogni _pater-familias_.

Si volea così creare una classe di contadini possidenti, che scemasse

il proletariato delle città e delle campagne, alla conservazione

della quale provvedeva una clausola vietante ai nuovi possessori

l’alienazione della proprietà.

Un’annuale commissione di tre membri, eletta dal popolo, dovea curare

l’esecuzione della legge.

I nobili videro in essa un attentato ai propri interessi e si rivolsero

al tribuno Ottavio, perchè ne impedisse con la sua _intercessio_ la

votazione. Tiberio, dopo lungo esitare e pregare, propose che le tribù

scegliessero tra lui ed Ottavio. Quest’ultimo fu deposto, e la legge

passò.

Il Senato, allora, cominciò ad osteggiare e calunniare Tiberio in tutto

quanto poteva; e, per dippiù, ad apporgli ad accusa la deposizione del

collega.

Tiberio si preparava a un secondo anno di tribunato[51] con delle

proposte di leggi non meno importanti della succitata: 1) riduzione

del servizio militare, 2) dritto d’appello al popolo per ogni sentenza

giudiziaria, 3) uguale numero di senatori e di cavalieri nei tribunali

penali pei reati di azione pubblica, proposte che saranno, una per una,

ripigliate dal fratello Caio.

Ma, il giorno dell’elezione, un amico di Tiberio, Flavio Flacco, lo

avvertì che i senatori divisavano di ucciderlo, non ostante un reciso

rifiuto del console.

I più intimi di Tiberio cinsero allora le toghe, e, spezzate le aste

degli incaricati a tenere a bada la folla, se ne armarono. Quelli che

erano distanti, pieni di meraviglia, chiedevano a vicenda la ragione

del fatto. Tiberio si toccò il capo con la mano, volendo accennare

al pericolo che correva. Gli avversari corsero al Senato, annunziando

ch’egli chiedeva il diadema[52]. Avendo il console nuovamente declinato

l’incarico della repressione, P. Scipione Nasica, «_princeps senatus_»,

un nobile, ferocemente avverso alla riforma demaniale, invitò i

senatori ad armarsi e seguirlo.

Una misura eccezionale dei Romani, Il senatus-consultum ultimum · 第 19 / 80 题