Dal 381 alla seconda metà del II. sec. non si riscontra nelle fonti
traccia alcuna di _s. c. u.ª_
Il primo che vi seguì fu votato 260 anni dopo, e precisamente contro
Caio Gracco. Se non che, essendo questo preceduto da un tentativo di
_s. c. u._ contro Tiberio, e non potendosi l’opera di Caio spiegare
senza quella del fratello, sarà bene rifarsi dalle origini della
questione.
Da Tiberio[43] ebbe principio una serie importantissima di proposte
e di riforme economico-sociali concernenti i bisogni più vitali della
società romana del suo tempo.
La ricchezza[44] della popolazione della republica era fondata, non già
sul commercio o sull’industria, l’uno e l’altra di uno sviluppo scarso
e primitivo, sibbene sull’agricoltura. Se non che un numero svariato
di cause aveano, sin da prima della seconda metà del IIº secolo a.
C., mutato sostanzialmente gli antichi rapporti fra il suolo e i suoi
detentori, come fra i detentori medesimi. Anzi tutto le continue guerre
ed il lungo servizio militare distoglievano dai lavori campestri e
decimavano il numero dei possidenti, tra i quali, come censiti[45],
si reclutavano, in massima parte, le legioni. Tale condizione si
era aggravata negli ultimi anni, durante i quali le guerre si erano
combattute in regioni lontane od estere: nord Italia, Spagna ed Africa.
Lo scarso prodotto delle possessioni era stato contemporaneamente
colpito dalla concorrenza del grano della Sicilia, della Spagna e della
Sardegna, di recente conquistate, e dal fatto che l’approvvigionamento
dell’esercito, fonte d’enormi guadagni, toccava in pratica ai più
grossi possidenti, i quali figuravano tra le persone più cospicue della
capitale, arrogandoselo per avere in mano il governo, o facendosene
conferire l’incarico.
A rimediare a tanto danno occorrevano dei capitali, coi quali lavorare
con metodi progrediti la terra. Ma la scarsezza, in cui i piccoli
possidenti se ne trovavano, importava il loro assoggettamento ai grandi
detentori di proprietà fondiaria, i quali, cominciando col rendersene
creditori, terminavano collo spogliarli dei propri beni per via di
espropriazioni, che riescivano più numerose e più inique durante
l’assenza del _pater-familias_, quando non si opponevano più limiti
alla violenza del ricco vicino.
Spesso l’espropriazione era volontaria. I grandi possidenti, che,
giusta la tradizione o le leggi romane, subivano il divieto di
riversare il proprio capitale nelle industrie e nel commercio, erano
sempre pronti a comperare lotti di terra, con cui arrotondare i propri
latifondi; e le disperate condizioni del piccolo possidente rendevano
questo proclive a cedere alle condizioni meno peggiori il proprio
possesso.
D’altro canto l’affidamento dell’agricoltura in mano degli schiavi,
capaci di un lavoro prolungato e numeroso, ma al cui sostentamento
potevano solo sopperire i più grossi possidenti, non aveva che
accelerato la scomparsa della piccola proprietà, sostentata dallo
scarso lavoro individuale dell’assente proprietario, e perciò incapace
a resistere alla concorrenza.
Cicerone, che era pure un aristocratico e un conservatore, confesserà
che al suo tempo il vasto suolo della republica era nelle mani di
duemila cittadini.[46] Tutti i rimanenti o figuravano come veterani tra
le file dell’esercito, o dalle campagne erano accorsi alla capitale,
dove la vita costava relativamente poco, a costituire quel proletariato
urbano, che sarà la piovra e la zavorra della vita pubblica e privata
della republica e dell’impero.
Esso, mentre da un canto era reclutato fra i contadini, vittime della
concorrenza della piccola con la grande proprietà, veniva altresì
costituito dalle classi lavoratrici, sia agricole, sia industriali,
ormai soccombenti dinnanzi all’irrompere del lavoro servile, molto
più comodo[47] e meno costoso del libero. E qui, nella capitale, esso
viveva da parassita dei privati e dello stato, il quale, sebbene non
avesse ancora ricorso alle _largitiones_ e alle _frumentationes_, era
già costretto a comperare il grano dalle province per rivenderlo ad un
prezzo inferiore al costo.
Le funeste conseguenze della formazione di eserciti, costituiti in
gran parte di veterani, non erano ancora palesi. Lo erano invece,
pur troppo, quelle altre, a cui portava il sistema di agricoltura a
schiavi, l’unico capace di profitto.
Il ricco latifondista non viveva più nella campagna, ma in città,
abbandonando quella al _villicus_, il capo degli schiavi, il quale
mirava a trarre dalla terra per sè e pel suo padrone il maggior frutto
con la maggior fatica dei suoi dipendenti e la minor quantità possibile
di capitale affidatogli. Gli schiavi, dal canto loro, eludevano il
lavoro, ogni volta che lo avessero potuto, dandosi più alla rapina
che all’agricoltura, e, noncuranti o senza esperienza, coltivavano
male o maltrattavano i buoi e gli istrumenti[48]. L’agricoltura, ogni
anno, presentava una produzione geometricamente decimata e sempre più
insufficiente ai bisogni della popolazione.
Peggiori poi erano i ripentagli, a cui la schiavitù metteva la
sicurezza dello stato.
Sempre pronti alla ribellione, perchè quotidianamente torturati, gli
schiavi si prestavano facile istrumento in mano di ambiziosi o di
nemici; o, se questi fossero mancati, non tralasciavano di spiare le
occasioni di ribellarsi per conto proprio.[49]
Così al 198 si era sollevato il Lazio, al 196 l’Etruria, al 185
l’Apulia, al 134 la Sicilia, per terminare al 133 con la ribellione
collettiva di Minturnae, Sinuessae, Delo, l’Attica, Pergamo, Nuceria,
Bruzzio.
Rimedio contro tutto ciò era la stabile ricostituzione del ceto dei
contadini allo scopo di far rifiorire l’agricoltura nazionale. E a
ciò pareva che le condizioni stesse di Roma offrissero facile la via,
stante l’esistenza di numerose terre demaniali.
Lo stato romano infatti possedeva la larga proprietà stabile dell’_ager
publicus_, costituito dai territori conquistati. Di essa, una parte
era _adsignata viritim_ a privati o usata quale _ager colonicus_,
una era dotazione del culto, una era concessa ai singoli cittadini
con la riserva del diritto di proprietà, e una, serbata ai bisogni
pubblici, veniva data in affitto o in uso a privati, sotto prescrizione
d’imposta, o istituzione di monopoli, o diritto a riscossione di
gabelle.
In senso ristretto, con la qualifica di _ager publicus_, si indicavano
appunto queste due ultime forme di possessione, ed esse concernevano le
leggi agrarie.
Se non che, il possesso del suolo demaniale era rimasto accumulato
nelle mani di quella stessa classe della cittadinanza, che avea
confiscato tutte le proprietà rustiche d’Italia.
Una legge Licinia del 167 avea vietato la possessione di più di
cinquecento iugeri di terreno demaniale per ogni _pater familias_;
ma era stata presto elusa dai nobili, i quali, cominciato col far
comparire di possederne di meno, mentre altri occupava per loro il
soprappiù, aveano terminato per violarla apertamente.
Occorreva per lo meno spostare tale situazione con nuovi espedienti
legislativi ed a ciò si rivolgeva l’opera del partito radicale.