— No, no, resta dinanzi a me. Perbacco! sarebbe perdere troppo il non

averti in faccia.

Finalmente la partita finì. Il gentiluomo estrasse la sua borsa,

e gettando due luigi sul tappeto, non senza mal umore: — Quaranta

franchi, giusti come l'oro, disse. Eh diavolo! sono le undici!

— Sono le undici, ripetè il personaggio muto guardando il pittore.

Il giovine, intendendo questa parola un po' più distintamente di tutte

le altre, pensò che era tempo di ritirarsi. Ritornando allora nel

mondo delle idee volgari, trovò alcuni luoghi comuni per prendere la

parola, salutò la baronessa, sua figlia, i due sconosciuti, ed uscì in

preda alle prime felicità dell'amor vero, senza cercare di analizzare i

piccoli avvenimenti di quella serata.

Il giorno dopo il giovine pittore provò il desiderio più violento di

rivedere Adelaide. Se avesse dato ascolto alla sua passione, sarebbe

andato dalle sue vicine fino dalle sei del mattino, arrivando allo

studio. Fu però ancora tanto ragionevole da attendere fin dopo mezzodì.

Appena credette poter presentarsi a madama De Rouville, discese,

suonò, ed arrossendo come una ragazza domandò timidamente il ritratto

del barone De Rouville alla signorina Leseigneur che era venuta ad

aprirgli.

— Ma entrate, gli disse Adelaide che senza dubbio l'aveva udito

discendere dal suo studio.

Il pittore la seguì, timido, sconcertato, non sapendo proferir parola

tanto la felicità lo rendeva stupido. Vedere Adelaide, udire il fruscio

della sua veste, dopo aver desiderato per tutta una mattina di essere

presso di lei, dopo essersi alzato cento volte dicendo: — Vado abbasso,

e non essere ancora disceso; era per lui vivere con tale esuberanza,

che simili sensazioni troppo prolungate gli avrebbero logorata l'anima.

Il cuore ha la potenza singolare di dare un prezzo straordinario ai

nonnulla. Che gioja non è per un viaggiatore il raccogliere un filo

d'erba, una foglia sconosciuta, se in quella ricerca ha rischiata la

vita. I nonnulla dell'amore sono così: la vecchia non era nella sala.

Quando la giovinetta vi si trovò sola col pittore, portò una sedia per

staccare il ritratto, ma accorgendosi che non poteva toglierlo via

senza mettere il piede sul tavolo, si volse ad Ippolito e gli disse

arrossendo: — Non sono abbastanza grande. Vorreste prenderlo voi?

Un sentimento di pudore, rivelato dall'espressione della sua fisionomia

e dall'accento della sua voce, era il vero motivo della sua dimanda,

ed il giovine, così comprendendola, le gettò uno di quegli sguardi

intelligenti che sono il linguaggio più dolce dell'amore. Adelaide

vedendo che il pittore l'aveva indovinata, abbassò gli occhi per un

movimento di fierezza il cui segreto appartiene alle vergini.

Non trovando una parola, e quasi intimidito, il pittore prese allora

il quadro, l'esaminò con gravità e mettendolo in luce presso la

finestra, se ne andò senza dir altro alla signorina Leseigneur che:

— Ve lo restituirò presto. Tutti e due in quel rapido istante avevano

provata una di quelle vive commozioni i cui effetti sull'animo possono

paragonarsi a quelli che produce un sasso gettato nel fondo di un lago.

Le riflessioni più dolci nascevano e si succedevano, indefinibili,

moltiplicate, senza meta, agitando il cuore come le rughe circolari che

piegano per lungo tempo l'onda diramandosi dal punto dove è caduto il

sasso. Ippolito tornò al suo studio, armato di quel ritratto. Il suo

cavalletto era già stato munito di una tela; una tavolozza era carica

di colori; i pennelli erano puliti, il luogo e l'ora opportuni.

Quindi fino all'ora del pranzo lavorò al ritratto con quell'ardore che

gli artisti mettono nei loro capricci. Ritornò la sera stessa dalla

baronessa De Rouville, e vi rimase dalle nove alle undici. All'infuori

dei differenti soggetti di conversazione, quella sera somigliò

esattamente alla precedente.

I due vecchi arrivarono alla stessa ora, ebbe luogo la stessa partita a

picchetto, dai giocatori furono dette le stesse frasi, la somma perduta

dall'amico di Adelaide fu dello stesso importo di quella perduta

il giorno prima; soltanto Ippolito, un po' più incoraggiato, osò

discorrere colla giovinetta.

Passarono così otto giorni, durante i quali i sentimenti del pittore

e quelli di Adelaide subirono quelle deliziose e lente trasformazioni

che conducono le anime all'accordo perfetto. Di giorno in giorno lo

sguardo con cui Adelaide accoglieva l'amico era divenuto più intimo,

più confidente, più gajo, più franco; la sua voce, le sue maniere

ebbero qualche cosa di più molle, di più famigliare. Tutti e due

ridevano, discorrevano, si comunicavano i loro pensieri, parlando

di sè stessi coll'ingenuità di due fanciulli che nello spazio di un

giorno hanno stretta amicizia, come se si fossero veduti da tre anni.

Schinner giocava al picchetto. Ignorante e novizio, faceva naturalmente

l'alunnato e, come il vecchio, perdeva tutte le partite. Senza essersi

ancora confidato il loro amore, i due amanti sapevano di appartenersi

l'un l'altro. Ippolito aveva esercitato con fortuna il suo potere sulla

timida amica. Molte concessioni gli erano state fatte da Adelaide la

quale, timida e devota aveva di quei falsi malumori che l'amante meno

abile e la giovinetta più primitiva inventano e di cui si servono

di continuo, come i fanciulli viziati abusano del potere che loro

dà l'amore della madre. Ogni famigliarità era cessata fra il vecchio

ed Adelaide. La giovinetta aveva naturalmente compresa la tristezza

del pittore ed i pensieri occulti nelle pieghe della sua fronte,

nell'accento brusco delle poche parole che pronunciava allorchè il

vecchio baciava senza riguardo alcuno le mani od il collo di Adelaide.

Dal canto suo la signorina Leseigneur chiedeva al suo amante stretto

conto delle menome sue azioni. Era così infelice, così inquieta quando

Ippolito non veniva; sapeva così bene rimproverarlo per le sue assenze,

che il pittore cessò di trovarsi coi suoi amici e di andare in società.

Adelaide lasciò trapelare la gelosia naturale alle donne udendo che

talvolta, uscendo da madama De Rouville alle undici, il pittore faceva

ancora delle visite e si recava nei saloni più brillanti di Parigi. Da

principio pretendeva che questo genere di vita fosse pernicioso alla

salute: poi trovò modo di dirgli, con quella profonda convinzione alla

quale danno tanta forza l'accento, il gesto, e lo sguardo d'una persona

amata: «Che un uomo obbligato a prodigare a più donne in una volta il

suo tempo e le grazie del suo spirito, non poteva essere oggetto di una

viva affezione.» Il pittore fu dunque condotto, tanto dal dispotismo

della passione che dalle esigenze di una fanciulla innamorata, a non

vivere che in quel piccolo appartamento in cui tutto gli piaceva.

Mai vi fu amore più puro e più ardente. Da una parte e dall'altra la

stessa fede, la stessa delicatezza, fecero crescere quella passione

senza l'ajuto dei sagrifizi coi quali molti cercano di provarsi il loro

amore. Fra essi esisteva uno scambio continuo di sensazioni dolci,

e non sapevano chi più ne dava e più ne riceveva. Una involontaria

tendenza rendeva sempre più stretta l'unione delle anime loro. Il

progresso di questo sentimento vero fu così rapido, che due mesi dopo

l'accidente cui il pittore doveva la felicità di avere conosciuta

Adelaide, la loro vita era diventata una vita sola. Cominciando dal

mattino la giovinetta udendo il passo del suo innamorato poteva dire

a se stessa: è là! Quando Ippolito tornava da sua madre, all'ora del

pranzo, non mancava mai di venire a salutare le sue vicine, e la sera,

all'ora solita, accorreva colla puntualità d'innamorato. La donna più

tirannica e più ambiziosa in amore non avrebbe quindi potuto fare

il menomo rimprovero al giovine pittore. Anche Adelaide godeva una

felicità, affatto pura ed illimitata vedendo realizzarsi in tutta la

sua estensione l'ideale che alla sua età è tanto naturale sognare. Il

vecchio gentiluomo veniva meno di frequente; il geloso Ippolito l'aveva

la sera sostituito al tappeto verde, nella sua costante sfortuna al

giuoco. Tuttavia, in mezzo alla sua felicità, pensando alla disastrosa

situazione di madama De Rouville, giacchè aveva avuto più di una prova

della sua miseria, non poteva spacciare un pensiero importuno. Già più

volte ritornando a casa si era detto: — Come! Venti franchi tutte le

sere! E non osava confessarsi i suoi sospetti odiosi. Impiegò due mesi

a fare il ritratto, e quando fu finito, verniciato, messo in cornice,

lo contemplò come una delle sue opere migliori. Madama la baronessa De

Rouville non gliene aveva più parlato. Era noncuranza o fierezza? Il

pittore non voleva spiegarsi questo silenzio.

Fece con Adelaide il lieto complotto di mettere il ritratto al suo

posto durante la passeggiata che sua madre faceva ordinariamente alle

Tuileries. Adelaide salì sola, per la prima volta, allo studio di

Ippolito, col pretesto di vedere il ritratto nella luce favorevole

sotto la quale era stato dipinto. Restò muta ed immobile, in preda

ad una contemplazione deliziosa in cui fondevansi in un solo tutti i

sentimenti della donna. Non si riassumono essi tutti in una giusta

ammirazione dell'uomo amato? Allorchè il pittore, inquieto di quel

silenzio, si chinò per vedere la giovinetta, essa gli stese la mano,

senza poter dire una parola; ma due lagrime eranle cadute dagli occhi.

Ippolito prese quella mano, la coperse di baci, e per un momento si

guardarono in silenzio, essendo ambedue per confessarsi il loro amore

e non osandolo. Il pittore teneva nelle sue la mano d'Adelaide ed uno

stesso calore, uno stesso movimento loro appresero che i loro cuori

battevano ambedue colla stessa forza. Troppo commossa, la giovinetta si

allontanò dolcemente da Ippolito, e disse gettandogli un'occhiata piena

d'ingenuità:

— Voi farete ben felice mia madre!

— Che? vostra madre soltanto? egli domandò.

— Oh, io lo sono anche troppo.

Il pittore abbassò la testa e rimase silenzioso, stordito dalla

violenza dei sentimenti che l'accento di questa frase svegliò nel suo

cuore. Comprendendo allora tutto il pericolo di quella situazione,

essi discesero e misero il ritratto al suo posto. Ippolito pranzò

per la prima volta colla baronessa e con sua figlia. Fu festeggiato,

complimentato da madama De Rouville con una rara bonomia. Nella

sua tenerezza, tutta in lagrime, la vecchia dama volle baciarlo. La

sera, il vecchio emigrato, aulico camerata del barone De Rouville,

col quale aveva vissuto fraternamente, fece alle sue due amiche una

visita per annunziar loro che era stato nominato vice-ammiraglio. Le

sue navigazioni terrestri attraverso la Germania e la Russia gli erano

state contate come campagne navali. All'aspetto del ritratto strinse

cordialmente la mano al pittore ed esclamò: — In fede mia! benchè la

mia vecchia carcassa non valga la pena di essere conservata, darei ben

volontieri cinquecento pistole per vedermi così somigliante come il mio

vecchio Rouville.

A questa proposta la baronessa guardò il suo amico e sorrise lasciando

scaturire dal suo volto i sintomi di una subita riconoscenza. Ippolito

credette indovinare che il vecchio ammiraglio voleva offrirgli il

prezzo dei due ritratti pagando il suo. La sua fierezza d'artista,

forse tanto come la sua gelosia, si offese di quell'idea e rispose: —

Signore, se fossi ritrattista non avrei fatto questo qui.

L'ammiraglio si morse le labbra e si mise a giocare. Il pittore

restò presso Adelaide, che gli propose di fare una partita; accettò.

Giocando, osservò in madama De Rouville un ardore pel giuoco che lo

sorprese. Mai quella vecchia baronessa aveva dimostrato un desiderio

così ardente di guadagno, nè un piacere così vivo palpando le monete

d'oro del gentiluomo. Durante la serata, brutti sospetti vennero a

turbare la felicitò di Ippolito e gli inspirarono la diffidenza. Madama

De Rouville viveva dunque del giuoco? Non giocava essa in quel momento

per soddisfare qualche debito, o spinta da qualche necessità? Forse

non aveva pagato l'affitto. Quel vecchio pareva abbastanza fino per

lasciarsi prendere impunemente il danaro. Quale poteva dunque essere

l'interesse che lui, ricco, attirava in quella povera casa? Perchè una

volta era così famigliare con Adelaide, e perchè ad un tratto aveva

rinunziato ai privilegi acquistati, forse dovuti? Queste riflessioni

gli vennero involontariamente, e l'eccitarono ad esaminare con nuova

attenzione il vecchio e la baronessa. Fu malcontento delle loro arie

d'intelligenza e degli sguardi obliqui che gettavano su Adelaide e su

lui. «Mi ingannerebbero?» fu per Ippolito un'ultima idea, orribile,

demoralizzante, ed alla quale credette quel tanto che bastava per

esserne torturato. Volle restare dopo la partenza dei due vecchi per

confermare i suoi sospetti o dissiparli. Aveva cavata la sua borsa

per pagare Adelaide; ma, in preda ai suoi pensieri tumultuosi, mise la

borsa sulla tavola e cadde in una fantasticheria che durò poco; indi,

vergognandosi del suo silenzio, si alzò, rispose ad una interrogazione

banale fattagli da madama De Rouville e si avvicinò a lei per potere,

discorrendo, meglio esaminare quel vecchio volto. Uscì in preda a mille

incertezze. Appena aveva fatti alcuni gradini, si ricordò di avere

dimenticato il danaro sul tavolo e ritornò.

— Vi ho lasciato la mia borsa? disse alla giovinetta.

— No, rispose ella arrossendo.

— La credeva là, egli riprese, mostrando il tavolo da giuoco; ma,

vergognoso per Adelaide e per la baronessa di non vedervela, le guardò

con aria inebetita che le fece ridere, impallidì e continuò tastando

il gilè: «Mi sono ingannato; l'ho senza dubbio.» Salutò ed uscì. In

uno dei lati di quella borsa vi erano quindici luigi, nell'altro degli

spiccioli. Il furto era così flagrante, così sfrontatamente negato,

che Ippolito non poteva più conservare dubbio sulla moralità delle

sue vicine. Si fermò sulla scala, la discese con pena: le gambe gli

tremavano, aveva le vertigini, sudava, gelava, e si trovava impotente

a lottare coll'atroce commozione cagionatagli dalla rovina di tutte le

sue speranze. In quel momento raccapezzò nella memoria una quantità di

osservazioni, futili in apparenza, ma che corroboravano i terribili

sospetti ai quali era stato in preda, e che servivano a riprova

della verità dell'ultimo fatto, aprendogli gli occhi sul carattere

e sulla vita di quelle due donne. Avevano dunque aspettato che fosse

consegnato il ritratto per rubare la borsa? Combinato, il furto era

ancora più odioso. Il pittore si ricordò, per sua sventura, che da

due o tre sere Adelaide, mentre sembrava esaminare con una curiosità

di ragazza il lavoro speciale della rete di seta usata, probabilmente

verificava il danaro contenuto nella borsa, con scherzi in apparenza

innocenti, ma che senza dubbio avevano lo scopo di spiare il momento

in cui la somma fosse abbastanza rilevante per essere sottratta.

— Il vecchio ammiraglio ha forse delle eccellenti ragioni per non

sposare Adelaide, ed allora la baronessa avrà cercato di... A quella

supposizione si fermò non completando nemmeno il suo pensiero che fu

distrutto da una riflessione assai giusta. — Se la baronessa, pensò,

spera di farmi sposare sua figlia, esse non m'avrebbero derubato.

Poi, per non rinunciare alle sue illusioni, al suo amore già così

saldamente radicato, tentò di cercare qualche giustificazione nel caso.

— La mia borsa sarà cascata per terra, diceva; sarà restata sulla mia

poltrona. Forse l'ho; sono tanto distratto! Si frugò convulsivamente e

non trovò la maledetta borsa. La sua memoria crudele gli raffigurava

tratto tratto la fatale verità. Vedeva distintamente la sua borsa

distesa sul tappeto; ma, non dubitando più del furto, scusava Adelaide,

dicendo che non si dovevano giudicare così lestamente i disgraziati.

Vi era senza dubbio un segreto in quell'azione così degradante. Non

voleva che quella fiera e nobile figura fosse una maschera. Tuttavia

queil'appartamento così miserabile gli parve spoglio della poesia

dell'amore che tutto abbellisce; lo vide sporco e indecente, lo

considerò come il simbolo di una vita intima senza nobiltà, disoccupata

e viziosa. I nostri sentimenti non sono, per così dire, scritti sulle

cose che ne circondano? Il mattino dopo si alzò senza aver dormito.

Il dolore del cuore, questa grave malattia morale, aveva fatto in lui

enormi progressi Perdere una felicità sognata, rinunziare a tutto un

avvenire, è un tormento più acuto di quello cagionato dalla rovina di

una felicità provata, per quanto sia stata completa: la speranza non

è forse migliore del ricordo? Le meditazioni in cui cade tutto ad un

tratto l'anima nostra sono allora come un mare senza sponde nel seno

del quale noi possiamo nuotare per un momento, ma in cui è necessario

che il nostro amore si anneghi e muoja.

È una morte orribile. Non sono i sentimenti la parte più brillante

della nostra vita? Da questa morte parziale derivano in certe

organizzazioni delicate o forti le grandi rovine prodotte dalla

disillusione, dalle speranze e dalle passioni tradite. Così fu

del giovine pittore. Uscì per tempissimo, assorto nelle sue idee,

dimenticando tutto il mondo. Per un caso che non aveva nulla di

straordinario, incontrò uno dei suoi amici più intimi, camerata

di collegio e di studio, col quale aveva vissuto meglio che con un

fratello.

— Ebbene, Ippolito, cos'hai? gli disse Francesco Souchet, giovine

scultore che aveva allora ottenuto il gran premio e doveva partire per

l'Italia.

— Sono sfortunatissimo, rispose gravemente Ippolito.

— Non è che un affare di cuore che ti possa dare affanno. Danaro,

gloria, considerazione, nulla ti manca.

A poco a poco le confidenze cominciarono, ed il pittore confessò il suo

amore. Quando parlò della via Suresne e d'una giovinetta alloggiata

ad un quarto piano: — Alto là! gridò allegramente Souchet. È una

giovinetta che vedo tutte le mattine all'Assunzione ed alla quale fo la

corte. Sua madre è una baronessa! Ci credi tu alle baronesse alloggiate

al quarto piano? Brrr!... Ah! tu sei un uomo dell'età dell'oro; ma essa

ha una figura, un'aria che dicono tutto. Come! Non hai indovinato che

cosa è alla maniera con cui tiene il suo scialle?

I due amici passeggiarono a lungo, e loro si unirono parecchi giovani

che conoscevano Souchet e Schinner. L'avventura del pittore, giudicata

di poca importanza, fu loro contata dallo scultore.

— Ed anch'esso ha veduto quella ragazza!

Furono osservazioni, risa, burle, fatte innocentemente e con tutto il

brio degli artisti, ma delle quali Ippolito soffriva orribilmente.

Un certo intimo pudore lo metteva in triste posizione vedendo il

segreto del suo cuore trattato con tanta leggierezza, la sua passione

lacerata, fatta in brandelli, una giovinetta sconosciuta e la cui vita

pareva così modesta, sottoposta a giudizii veri o falsi, pronunciati

con tanta indifferenza. Affettò di essere spinto da uno spirito

di contraddizione; chiese seriamente a ciascuno le prove delle sue

asserzioni, e gli scherzi ripresero da capo.

— Ma, caro amico, hai veduto lo scialle della baronessa? diceva Souchet.

— Hai seguito la piccina, la mattina, quando trotta all'Assunzione?

diceva Giuseppe Bridau, un birichino dello studio di Gres.

— Ah! la madre ha, fra le altre virtù, un certo abito grigio che

considero come un tipo, disse Bixion, il caricaturista.

— Ascolta, Ippolito, riprese lo scultore, vieni qui verso le quattro

ed analizza un po' gli andamenti della madre e della figlia. Se dopo

hai dei dubbii, ebbene! da te non si caverà mai nulla. Sarai capace di

sposare la figlia della tua portinaja.

In preda ai sentimenti più opposti, il pittore abbandonò i suoi amici.

Adelaide e sua madre gli sembravano esseri superiori a queste accuse,

ed in fondo al cuore provava rimorso di avere sospettata la purezza di

quella giovane così semplice e così bella.

Andò al suo studio, passò davanti alla porta dell'appartamento in cui

si trovava Adelaide, e provò il senso di dolore al cuore che non lascia

luogo ad esitanze. Amava la signorina De Rouville con tanta passione

che, ad onta del furto della borsa, l'adorava ancora. Il suo amore

era quello del cavaliere Des Grieux che ammira e purifica la sua bella

perfino sulla carretta che conduce alla prigione le donne perdute. —

Perchè il mio amore non la renderebbe la più pura di tutte le donne?

Perchè abbandonarla al male, al vizio, senza porgerle una mano amica?

Questa missione gli piacque. L'amore trae profitto da ogni cosa. Nulla

più seducente per un giovane che fare la parte del genio del bene

presso una donna. Vi è qualche cosa di romanzesco in tale impresa che

s'addice alle anime esaltate. Non è forse la massima devozione sotto

la forma più elevata, più gentile? Non vi è della grandezza nel sapere

che si ama abbastanza per amare ancora là ove l'amore degli altri si

estingue e muore? Ippolito si assise nel suo studio, contemplò il suo

quadro senza punto lavorarvi, non vedendo le figure che attraverso

alcune lagrime che gli ondeggiavano negli occhi, tenendo sempre la

tavolozza alla mano, avanzandosi verso la tela come per raddolcire

una tinta, ma non toccandola. La notte lo colse in quell'attitudine.

Svegliato dalla sua fantasticheria dall'oscurità, discese, incontrò

il vecchio ammiraglio sulle scale, gli gettò una triste occhiata

salutandolo, e fuggì. Aveva avuta l'intenzione di entrare dalle sue

vicine, ma l'aspetto del protettore d'Adelaide gli gelò il cuore e

fece svanire la sua risoluzione. Si chiese per la centesima volta quale

interesse poteva condurre quel vecchio libertino, ricco di ottantamila

lire di rendita, in quel quarto piano ove perdeva circa quaranta

franchi tutte le sere; e quell'interesse credette indovinarlo. Il

giorno dopo ed i seguenti Ippolito si ingolfò nel lavoro per cercare di

combattere la sua passione, colla foga delle idee e della concezione.

Riescì a mezzo. Lo studio lo consolò senza però arrivare a soffocare

i ricordi di tante ore carezzevoli passate presso Adelaide. Una sera,

nel lasciare il suo studio, trovò la porta dell'appartamento delle

due signore semichiusa. Vi era una persona in piedi nel vano della

finestra. La disposizione della porta e della scala non permettevano

al pittore di passare senza vedere Adelaide; la salutò freddamente,

lanciandole una occhiata indifferente; ma, giudicando dalle sue le

sofferenze di quella giovinetta, provò un sussulto interno nel pensare

all'amarezza che quello sguardo e quella freddezza dovevano gettare

in un cuore innamorato. Coronare le più dolci feste che mai abbiano

rallegrate anime pure con un dispetto di otto giorni, collo sprezzo

più profondo, più completo!... triste scioglimento! Forse la borsa

era stata trovata, e forse ogni sera Adelaide aveva aspettato il suo

amico. Questo pensiero così semplice, così naturale, fece provare

nuovi rimorsi all'innamorato. Si domandò se le prove d'attaccamento

che la giovinetta gli aveva date, se le incantevoli conversazioni,

improntate da un amore che l'aveva entusiasmato, non meritavano almeno

un'inchiesta, non valevano una giustificazione. Vergognandosi di aver

resistito per una settimana ai voti del cuore e trovandosi quasi reo

per quella lotta, la sera stessa andò da madama De Rouville. Tutti i

suoi sospetti, tutti i suoi cattivi pensieri, svanirono all'aspetto

della giovinetta pallida e dimagrata.

— Mio Dio, che avete? le disse dopo avere salutata la baronessa.

Adelaide non gli rispose, ma gli lanciò un'occhiata piena di

malinconia, un'occhiata triste, scoraggiata, che gli fece male.

— Avete senza dubbio lavorato molto, disse la vecchia, siete cambiato.

Noi siamo la causa della vostra reclusione. Questo ritratto avrà

ritardato alcuni quadri importanti per la vostra riputazione.

Ippolito fu felice di trovare una scusa così buona alla sua

indelicatezza.

— Sì, disse, sono stato molto occupato, ma ho sofferto...

A quelle parole Adelaide alzò la testa, guardò il suo amante, ed i suoi

occhi inquieti non gli rimproverarono più nulla.

La pace domestica; L'elisir di lunga vita; La borsa: Racconti scelti · 第 7 / 8 段