Nel momento in cui una passione rompe i suoi ritegni, si trovano del

piaceri inesplicabili che comprendono quelli che hanno amato. Così

alcuni comprenderanno perchè ii pittore salì lentamente gli scalini del

quarto piano, ed avranno la chiave del segreto delle pulsazioni che si

succedettero nel suo cuore al momento in cui vide la porta bruna del

modesto appartamento abitato dalla signorina Leseigneur. Quella ragazza

che non portava il nome di sua madre aveva destate mille simpatie nel

giovine pittore; voleva vedere fra loro certe analogie di posizione

e le regalava le sventure della sua origine. Lavorando, Ippolito si

lasciò andare colla massima compiacenza a pensieri d'amore, e, per uno

scopo che non sapeva bene spiegarsi, fece molto strepito per obbligare

le due dame ad occuparsi di lui come egli si occupava di loro. Si

trattenne fino tardi nello studio, vi pranzò; indi verso le sette

discese dalle sue vicine.

Nessun pittore di costumi ha osato iniziarci, forse per pudore, ai

secreti veramente curiosi di certe esistenze parigine, ai misteri di

quelle abitazioni d'onde escono toelette così fresche e così eleganti,

donne brillanti che, ricche in apparenza, lasciano in casa vedere

dappertutto i segni di una fortuna equivoca. Se la pittura è qui

disegnata con troppa franchezza, se vi trovate delle lungaggini, non ne

accusate la descrizione che forma, per così dire, corpo colla storia;

giacchè l'aspetto dell'appartamento abitato dalle due vicine ebbe una

grande influenza sui sentimenti e sulle speranze di Ippolito Schinner.

La casa apparteneva ad uno di quei proprietarii in cui è insito un

orrore profondo per le riparazioni e gli abbellimenti, uno di quegli

uomini che considerano la loro posizione di proprietario parigino come

uno stato. Nella gran catena delle specie morali questa gente tiene

il mezzo fra l'avaro e l'usurajo. Ottimisti per calcolo, sono fedeli

allo _statu quo_ dell'Austria. Se parlate di smuovere un infisso od

una porta, di praticare la più necessaria delle innovazioni, i loro

occhi brillano, la loro bile si commuove, si impennano come cavalli

spaventati.

Quando il vento ha rovesciato qualche comignolo dei loro camini, sono

ammalati e si privano di una serata al _Ginnasio_ od alla _Porta San

Martino_, a motivo delle riparazioni. Ippolito, che a proposito di

certi abbellimenti da praticare nel suo studio aveva avuto gratis

la rappresentazione di una scena comica col signor Molineux, non si

meravigliò delle intonazioni nere ed untuose, delle tinte oliacee,

delle macchie ed altri accessorii abbastanza disgustosi che decoravano

le stanze. Quelle stigmate di miseria non sono del resto senza poesia

agli occhi di un artista.

La signorina Leseigneur venne ella stessa ad aprire la porta. Vedendo

il giovine pittore, lo salutò; poi, nello stesso tempo, con quella

destrezza parigina e con quella presenza di spirito che è un dono della

fierezza, si rivolse per chiudere la porta di una tramezza a vetri

attraverso la quale Ippolito avrebbe potuto vedere alcune biancherie

stese sopra corde al di sopra di fornelli economici, un vecchio letto

di cinghie, la bragia, il carbone, i ferri da stirare, la fontana

filtrante, il vasellame e tutti gli utensili necessarii all'economia

domestica di una casa ristretta. Alcune cortine di mussolina abbastanza

pulite nascondevano questo _cafarnao_, parola d'uso per designare

famigliarmente questa specie di laboratorio, del resto male illuminato

dalla scarsa luce presa a prestito da una corte vicina. Col rapido

colpo d'occhio degli artisti, Ippolito vide la destinazione, i mobili,

l'assieme e lo stato di questa prima camera divisa in due. La parte

rispettabile, che serviva contemporaneamente d'anticamera e di sala

da pranzo, era coperta da una vecchia tappezzeria color aurora ad

orli vellutati, senza dubbio fabbricata da Reveillon, i cui buchi

e le macchie erano stati accuratamente dissimulati mediante ostie

da suggellare. Delle incisioni che rappresentavano le battaglie

d'Alessandro, lavoro di Lebrun, ma colle cornici dalle dorature

scolorite, decoravano simmetricamente le pareti. Nel mezzo di questa

camera vi era un tavolo d'acajù massiccio, di forma antica e dagli orli

logori. Una piccola stufa, il cui tubo dritto o senza gomito era appena

visibile, si trovava dinanzi al camino il cui focolare conteneva un

armadio.

Per uno strano contrasto, le sedie presentavano qualche traccia di

uno splendore passato: erano di acajù scolpito; ma il marocchino

rosso del sedere, i chiodi dorati e la passamanteria mostravano

cicatrici numerose come quelle dei vecchi sergenti della guardia

imperiale. Questa stanza serviva da museo a certe cose che non si

incontrano se non in tale specie di famiglie anfibie, oggetti senza

nome che partecipano ad un tempo al lusso ed alla miseria. Fra le

altre curiosità Ippolito vide un cannocchiale magnificamente ornato,

sospeso al di sotto del piccolo specchio verdastro che decorava il

camino. Per fare il pajo con questo strano mobile vi era tra il camino

e la tramezza una misera credenza dipinta in acajù, quello fra tutti

i legnami che meno si riesce a simulare. Ma il pavimento rosso e

sdrucciolevole, ma i logori tappetini collocati davanti alle sedie,

ma i mobili, tutto risplendeva per quella proprietà di manutenzione

che da un falso bagliore alle cose vecchie, meglio rilevandone i

difetti, l'età, i lunghi servizii. Regnava in quella stanza un sentore

indefinibile risultante dalle esalazioni del cafarnao mescolate

ai vapori della sala da pranzo ed a quelli della scala, benchè la

finestra fosse semiaperta e l'aria della strada agitasse le tende di

percallo, accuratamente distese, in modo da nascondere gli stipiti

in cui gli inquilini precedenti avevano segnata la loro presenza con

diverse incrostazioni, specie di affreschi domestici. Adelaide aprì

prontamente l'uscio dell'altra camera in cui introdusse il pittore

con certo piacere. Ippolito, che aveva già veduto presso sua madre

gli stessi sintomi d'indigenza, li osservava colla singolare vivacità

d'impressione che caratterizza i primi acquisti della nostra memoria,

ed entrò meglio che altri non l'avrebbe fatto nei particolari di

questa esistenza. Riconoscendo gli oggetti della sua età infantile,

questo buon giovine non sentì di questa miseria occultata disprezzo, nè

orgoglio del lusso che aveva conquistato per sua madre.

— Ebbene, signore! spero che non sentirete più gli effetti della

vostra caduta? gli disse la vecchia, levandosi da una vecchia poltrona

collocata all'angolo del camino, e presentandogli una sedia.

— No, signora. Vengo a ringraziarvi delle premure che mi avete usato, e

sopratutto la signorina che m'ha udito cadere.

Dicendo questa frase, satura dell'adorabile stupidità che danno

all'anima i primi turbamenti dell'amor vero, Ippolito guardava la

giovinetta. Adelaide accendeva la lampada a doppia corrente d'aria,

allo scopo di far scomparire una candela inastata sopra una gran bugia

di rame e adorna di scanalature sporgenti per l'abbondanza dello scolo.

Fece un lieve saluto, andò a riporre la bugia nell'anticamera, ritornò

per collocare la lampada sul camino e sedette presso sua madre, un

po' indietro del pittore, per poterlo guardare, con suo comodo dandosi

l'aria di essere occupatissima del contegno della lampada la cui fiamma

sotto l'influenza dell'umidità di un vetro sporco, gettava faville

dibattendosi con un lucignolo nero e mal tagliato. Vedendo il gran

specchio che ornava la caminiera, Ippolito vi gettò prontamente gli

occhi per ammirare Adelaide. La piccola astuzia della giovinetta non

servì dunque che ad imbarazzarli ambedue. Discorrendo colla signora

Leseigneur, giacchè Ippolito le dava a caso questo nome, esaminò la

sala, ma con prudenza e di soppiatto. Il focolare era così pieno di

ceneri, che si vedevano appena le figure egiziane degli alari in ferro.

Due tizzoni cercavano di riunirsi avanti un ceppo, interrato con tanta

cura come fosse il tesoro d'un avaro. Un vecchio tappeto d'Aubusson,

ben rattoppato, ben ripulito, logoro come l'abito di un invalido, non

copriva tutto il pavimento smorzandone appena il freddo. I muri avevano

per ornamento una tappezzeria rossastra che figurava una stoffa di

damasco a disegni gialli. Nel mezzo della parete opposta a quella in

cui si trovavano le finestre, il pittore vide una apertura segreta

e le pieghe fatte nella tappezzeria dalle due porte di un'alcova ove

senza dubbio andava a dormire la signora Leseigneur. Un canapè situato

dinanzi a questa apertura segreta la mascherava imperfettamente. In

faccia al camino v'era un tavolo d'acajù molto bello, i cui ornati

non mancavano nè di ricchezza nè di buon gusto. Un ritratto appeso al

di sopra rappresentava un militare d'alto grado: ma la scarsità della

luce non permise al pittore di distinguere a quale arma appartenesse.

Quell'orribile sgorbio pareva, del resto, fatto in China anzichè a

Parigi. Alle finestre alcune tende di seta rossa erano scolorite come

i mobili tappezzati in giallo e rosso che guarnivano questa sala a

doppio uso. Sul marmo del tavolo, una preziosa guantiera di malachite

sosteneva una dozzina di tazze da caffè magnificamente dipinte e

senza dubbio fatte a Sèvres. Sul camino troneggiava l'eterna pendola

dell'Impero, un guerriero che guida i quattro cavalli d'un carro la

cui ruota porta ad ogni raggio la cifra di un'ora. Le candele dei

candelabri erano gialle pel fumo, e ad ogni angolo dell'intelajatura

si vedeva un vaso di porcellana nel quale si trovava un mazzo di fiori

artificiali, pieni di polvere ed ammuffiti. Nel mezzo della stanza

Ippolito osservò un tavolo da giuoco in pieno assetto e delle carte

nuove. Per un osservatore vi era un non so che di desolante nello

spettacolo di questa miseria imbellettata come una vecchia che vuol far

dire il falso al suo viso. A questo spettacolo ogni uomo di buon senso

si sarebbe proposto in segreto e ili primo acchito questa specie di

dilemma: O queste due donne sono la stessa probità, o vivon d'intrighi

e di giuoco. Ma, vedendo Adelaide, un giovane puro come Schinner doveva

credere all'innocenza la più perfetta e dare le cause più onorevoli

all'incoerenza del mobilio.

— Figlia mia, disse la vecchia alla giovinetta, ho freddo, fateci un

po' di fuoco e datemi il mio scialle.

Adelaide andò in una camera attigua alla sala e ritornò portando a sua

madre uno scialle di cascemir che, nuovo, aveva dovuto essere di gran

valore, essendone indiani i disegni; ma, vecchio, senza freschezza e

tutto a rattoppi, armonizzava coi mobili. La signora Leseigneur vi si

avviluppò in modo assai artistico e coll'abilità di una vecchia che

vuol far credere alla verità delle sue parole. La giovinetta corse

lestamente al cafarnao e ritornò con una manciata di legna minuta che

gettò bravamente sul fuoco per riattizzarlo.

Sarà molto difficile tradurre la conversazione che ebbe luogo fra

queste tre persone. Guidato dal tatto che si acquista colle disgrazie

provate dall'infanzia, Ippolito non osava permettersi la menoma

osservazione relativa alla posizione delle sue vicine, vedendo intorno

a sè i sintomi di un imbarazzo così mal celato. La più semplice

domanda sarebbe stata indiscreta, e non doveva essere fatta che

dopo un'amicizia già antica. Tuttavia il pittore era profondamente

preoccupato di questa miseria celata, la sua anima generosa ne

soffriva; ma sapendo ciò che ogni specie di pietà, anche la più amica,

può avere di offensivo, si trovava impacciato nel disaccordo che

esisteva fra i suoi pensieri e le sue parole. Le due donne parlarono

dapprima di pittura indovinando benissimo gli imbarazzi segreti che

produce una prima visita; esse forse li provavano e la natura dei loro

spirito fornì loro mille risorse per farli cessare. Interrogando il

giovine sui procedimenti materiali dell'arte sua, sui suoi studii,

Adelaide e sua madre l'incoraggiarono a discorrere. Gli indefiniti

i nonnulla della loro conversazione, animati dalla benevolenza,

condussero in modo affatto naturale Ippolito a fare alcune osservazioni

o riflessioni che dipingevano la natura dei suoi costumi e dell'animo

suo. I dispiaceri avevano prematuramente avvizzito il volto della

vecchia, che una volta senza dubbio era stata bella; ora non le

rimanevano più che i tratti salienti, i contorni, in una parola lo

scheletro di una fisionomia il cui insieme indicava una gran finezza,

molta grazia nel muovere gli occhi nei quali si trovava l'espressione

particolare alle dame dell'antica corte e che non si saprebbe definire.

Questi lineamenti, così fini, così delicati, potevano ben anche

denotare dei cattivi sentimenti, far supporre l'astuzia e l'inganno

femminile portato ad un alto grado di perversità anzichè mostrare

le delicatezze di un'anima bella. In fatto il volto delle donne ha

una cosa che mette in imbarazzo l'osservatore volgare, che cioè vi è

impercettibile la differenza fra la franchezza e la doppiezza, il genio

dell'intrigo e il genio del cuore. L'uomo dotato di vista penetrante

indovina queste gradazioni inafferrabili, prodotte da una linea più o

meno curva, da una fossetta più o meno marcata, da una sporgenza più o

meno tonda o prominente.

L'apprezzamento di questi diagnostici è tutto riservato all'intuizione,

che sola può far scoprire quello che altri ha interesse ad occultare.

Il volto di questa signora era il _fac simile_ dell'appartamento

che abitava; pareva altrettanto difficile sapere se quella miseria

occultava dei vizii od un'alta probità, come il riconoscere se la

madre d'Adelaide era un'antica civetta abituala a lutto pesare, tutto

calcolare, tutto vendere, o una donna piena di nobiltà e di qualità

amabili. All'età di Schinner il primo movimento del cuore è di credere

al bene. Quindi, contemplando la fronte nobile e quasi sdegnosa di

Adelaide, guardando quegli occhi pieni d'anima e di pensieri, respirò,

per così dire, i soavi e modesti profumi della virtù. Nel mezzo della

conversazione colse il destro di parlare dei ritratti in generale, per

avere il diritto di e sa- minare l'orribile pastello di cui tutte le

tinte erano impallidite, e da cui era in gran parte caduta la polvere.

— Senza dubbio voi avete affetto a questa pittura a motivo della

rassomiglianza, mie signore, giacchè il disegno è orribile, disse

guardando Adelaide.

— È stato fatto a Calcutta in gran fretta, rispose la madre con voce

commossa.

Contemplò lo schizzo informe con quell'abbandono profondo che deriva

dai ricordi di felicità quando si ridestano e piombano sul cuore come

una rugiada benefica alle cui fresche impressioni amiamo abbandonarci;

ma nell'espressione del volto della vecchia signora apparvero altresì

le traccie di un eterno cordoglio. Almeno il pittore volle interpretare

così l'attitudine o la fisionomia della sua vicina, presso la quale

andò a sedersi.

— Madama, aggiunse, qualche tempo ancora, od i colori di questo

pastello saranno scomparsi. Il ritratto non esisterà più che nella

vostra memoria. Là voi vedrete una figura che vi è cara, gli altri

non ne capiranno più nulla. Volete permettermi di riportare quella

figura sulla tela? Vi sarà fissata più durevolmente che sulla carta.

Accordatemi, in grazia della nostra vicinanza, il piacere di farvi

questo servizio. Vi sono momenti in cui un artista ama sollevarsi dalle

sue grandi composizioni con lavori di minore portata: il rifare questa

tosta Rara per me una distrazione.

La vecchia udendo queste parole trasalì, n Adelaide gettò sul pittore

uno di quelli sguardi concentrati che pajono uno zampillo dell'anima.

Ippolito voleva appartenere alle sue due vicine con qualche vincolo

ed acquistarsi il diritto di mescolarsi alla loro esistenza. La sua

offerta rivolgendosi alle più vive affezioni del cuore, era la sola

che gli fosse possibile fare; accontentava il suo orgoglio d'artista, e

non aveva nulla d'offensivo per le due dame. Madama Leseigneur accettò

senza entusiasmo nè rammarico, ma con quella conscienza delle grandi

anime che sanno l'importanza dei vincoli che si stringono con simili

obbligazioni e che ne fanno un magnifico elogio, una prova di stima.

— Si, ella disse; e quello dei capitani di vascello. Il signor De

Ruvilie, mio marito, è morto a Batavia in seguito ad una ferita

ricevuta in un combattimento contro un vascello inglese che incontrò

sulle coste d'Asia. Egli montava una fregata di cinquantasei cannoni

e la _Revenge_ era un vascello di novantasei. La lotta fu affatto

ineguale, ma egli si difese così coraggiosamente che vi durò Ano alla

notte e potè mettersi in salvo. Quando tornai in Francia, Bonaparte

non era ancora al potere, e mi fu rifiutata una pensione. Allorchè

ultimamente la sollecitai di nuovo, il ministro mi disse con durezza

che se il barone De Ruville fosse emigrato, l'avrei conservato! che

oggi sarebbe senza dubbio contrammiraglio; finalmente Sua Eccellenza

Ani per oppormi non so qual legge sulle prescrizioni. Questo passo, al

quale alcuni amici mi avevano spinta, non lo feci che per la mia povera

Adelaide. Ho sempre provato ripugnanza a stendere la mano in nome di un

dolore che toglie ad una donna la voce e le forze. Non amo questa stima

pecuniaria di un sangue versato irreparabilmente...

— Mamma mia, la conversazione su questo soggetto ti fa sempre male.

A queste parole d'Adelaide la baronessa Leseigneur De Rouville chinò la

testa e tacque.

— Signore, disse la giovinetta ad Ippolito, io credevo che il lavoro

dei pittori in generale non facesse gran fracasso.

A tale questione, Schinner arrossì pensando al rumore che aveva fatto.

Adelaide non insistè e gli risparmiò una bugia, alzandosi d'un tratto

allo strepito d'una carrozza che si fermava alla porta; passò nella sua

camera, dalla quale ritornò tosto con due candellieri dorati guerniti

di candele incominciate che prestamente accese, e senza attendere il

suono del campanello apri l'uscio della prima stanza di cui abbassò

la lampada. Il suono di un bacio ricevuto e dato rimbombò Ano nel

cuore di Ippolito. L'impazienza che il giovine provava di vedere colui

Che trattava così famigliarmente Adelaide non Ai soddisfatta tanto

presto. I sopraggiunti ebbero colla giovinetta una conversazione a

voce bassa che egli trovò molto lunga. Finalmente la signorina De

Rouville ricomparve seguita da due uomini, il cui abito, la fisionomia

e l'aspetto erano tutta una storia. In età di circa sessanta anni il

primo portava uno di quegli abiti, inventati credo da Luigi X VII!

allora regnante, o nel quale il più difficile problema abbigliativo era

stato risolto da un sarto che doveva restare immortale. Questo artista

conosceva, per certo l'arte delle transizioni che costituì tutto il

genio di quell'epoca politicamente così mobile. Non è forse merito

assai raro quello di saper giudicare i proprii tempi?

Questo abito, che i giovani d'oggi possono ritenere una favola, non era

nè civile nè militare e poteva passare a volta a volta per militare e

per civile. Dei fiori di giglio ornavano le risvolte delle due falde

posteriori.

I bottoni dorati erano pur essi a dori di giglio. Sulle spalle, due

striscio vuote aspettavano delle spalline inutili. Questi due sintomi

di milizia eran là come una petizione senza postilla. Nel vecchio,

sulla bottoniera del suo abito di panno turchino fiorivano diversi

nastri. Egli aveva senza dubbio in mano il suo tricorno guernito di

un nastro d'oro, giacchè i nivei ricci dei suoi capelli incipriati

non presentavano traccia della pressione d'un cappello. Pareva non

avesse più di cinquantanni e sembrava godere di una robusta salute.

Pure accusando il carattere leale e franco dei vecchi emigrati, la

sua fisionomia dinotava anche i costumi libertini e facili, le gaje

passioni e la noncuranza di quei moschettieri una volta così celebri

nei fasti della galanteria. I suoi gesti, il suo portamento, le sue

maniere, annunziavano che non voleva correggersi, nè del suo realismo,

nè della sua religione, nè dei suoi amori.

Una figura veramente fantastica teneva dietro a queste pretensioso

_voltigeur de Louis XV_ (era il nomignolo dato dai bonapartisti

a questi nobili avanzi della monarchia) ma per ben dipingerla

bisognerebbe farne la parte principale del quadro di cui non è che un

accessorio. Figuratevi un individuo secco e magro, vestito come il

primo, ma che non ne era, per così dire, che il riflesso o l'ombra.

L'abito nuovo nell'uno era vecchio e sdruscito nell'altro.

La cipria del capelli sembrava meno bianca nel secondo, l'oro dei fiori

di giglio meno splendente, i tentativi di spalline più disperati e più

raggrinzati, l'intelligenza più fiacca, la vita più di quella del primo

inoltrata preso il termine fatale. Finalmente, realizzava quel motto

di Rivarol su Champcenetz: «È il mio Chiaro di luna.» Egli non era che

il bis dell'altro, un bis pallido e meschino, giacchè correva fra i

due tutta la differenza che esiste fra la' prima e l'ultima tiratura

di una litografia. Questo vecchio muto fu un mistero pel pittore e

restò sempre un mistero. Il cavaliere — era cavaliere — non parlò e

nessuno parlò a lui. Era un amico, un parente povero, un uomo che si

attaccava al vecchio galante come una damigella di compagnia presso una

vecchia signora? Teneva il mezzo fra il cane, il pappagallo e l'amico?

Aveva salvato le sostanze o soltanto la vita del suo benefattore? Era

il _Trim_ di un altro capitano Tobia? Altrove, come dalla baronessa

De Rouville, eccitava la curiosità senza mai soddisfarla. Chi poteva,

sotto la Ristorazione, ricordarsi l'attaccamento che prima della

Rivoluzione legava questo cavaliere alla donna del suo amico, morta da

vent'anni?

Il personaggio che pareva il più nuovo di questi due avanzi, si inoltrò

con galanteria verso la baronessa De Rouville, le baciò la mano, e

si sedette presso di lei. L'altro salutò e si collocò presso il suo

tipo, ad una distanza rappresentata da due sedie. Adelaide venne ad

appoggiare i gomiti sullo schienale della poltrona occupata dal vecchio

gentiluomo, imitando, senza saperlo, la posa che Guerin ha data alla

sorella di Didone nel celebre suo quadro. Benchè la famigliarità del

gentiluomo fosse quella di un padre, pel momento parve che le sue

libertà spiacessero alla giovinetta.

— Ebbene, mi fai il broncio? disse gettando su Schinner uno di quegli

sguardi obliqui pieni di finezza e di malizia, sguardi diplomatici

la cui espressione tradiva la prudente inquietudine, la curiosità

cortese delle persone bene educate che vedendo uno sconosciuto sembra

domandino: — È dei nostri?

— Ecco il nostro vicino, gli disse la vecchia mostrandogli Ippolito. Il

signore è un celebre pittore il cui nome vi deve essere noto malgrado

la vostra indifferenza per le arti.

Il gentiluomo riconobbe la malizia della sua vecchia amica

nell'omissione del nome, e salutò il giovane.

— Certamente, egli disse, ho inteso parlar molto dei suoi quadri

all'ultima esposizione. Il talento ha dei bei privilegi, signore,

aggiunse guardando il nastro rosso dell'artista. Questa distinzione,

che noi dobbiamo conquistare al prezzo del nostro sangue e di lunghi

servizii, voi l'ottenete da giovani; ma tutte le glorie sono sorelle,

aggiunse portando la mano alla sua decorazione di San Luigi.

Ippolito balbettò alcune parole di ringraziamento, e ricadde nel

suo silenzio accontentandosi di rimirare con entusiasmo la bella

testa della giovinetta che l'aveva incantato. In breve si immerse

in quella contemplazione senza più pensare alla miseria profonda

dell'appartamento. Per lui il volto di Adelaide si staccava da

un'atmosfera luminosa. Rispose brevemente alle domande che gli furono

rivolte e che fortunatamente capì, grazie a una facoltà singolare

dell'anima nostra, il cui pensiero può, qualche volta, in certo modo

raddoppiarsi. A chi non è accaduto d'essere assorto in una meditazione

voluttuosa o triste, di ascoltarne nell'interno la voce ed assistere

ad una conversazione o ad una lettura? Ammirabile dualismo che spesso

ajuta a compatire i nojosi. Feconda e ridente la speranza gli versò

mille pensieri di felicità, e non volle più nulla osservare intorno

a sè. Dopo un certo lasso di tempo si accorse che la vecchia dama e

sua figlia giocavano col vecchio gentiluomo. Quanto al satellite di

colui, fedele alla sua condizione di ombra, si teneva in piedi dietro

l'amico, il cui giuoco lo preoccupava, rispondendo alle mute domande

che gli faceva il giuocatore con delle piccole smorfie approvative, che

ripetevano i movimenti interrogatorii dell'altra fisionomia.

— Du Holga, perdo sempre, diceva il gentiluomo.

— Scartate male, riprese la baronessa De Rouville.

— Ecco tre mesi che non ho potuto guadagnarvi una partita sola, egli

riprese.

— Ha gli assi il signor conte? domandò la vecchia dama.

— Sì, ancora uno segnato, egli disse.

— Volete che vi dia un consiglio? diceva Adelaide.

La pace domestica; L'elisir di lunga vita; La borsa: Racconti scelti · 第 6 / 8 段