Filippo guardò suo padre. Don Giovanni era troppo al fatto dei

sentimenti umani per non morire in pace sulla fede di un tal sguardo. —

Tu meritavi un altro padre, aggiunse Don Giovanni. Oso confessarti che

nel momento in cui il rispettabile abate di San Lucar mi amministrava

il viatico, io pensava all'incompatibilità di due potenze così grandi

come il diavolo e Dio... — Oh! padre mio! — E riflettevo che quando

Satana farà pace, dovrà, se non vuol essere un gran miserabile,

stipulare il perdono dei suoi aderenti. Questo pensiero mi perseguita.

Andrai dunque all'inferno se tu, mio figlio, non adempi la mia volontà

— Ditemela subito, papà. — Appena avrò chiusi gli occhi, continuò Don

Giovanni dopo alcuni minuti, prenderai il mio cadavere, ancora caldo,

e lo stenderai su una tavola in mezzo a questa stanza. Poi spegnerai

questa lampada; deve bastare la luce delle stelle. Mi spoglierai dei

miei abiti; e mentre tu reciterai dei _pater_ e degii _ave_ sollevando

l'anima a Dio, avrai cura di umettare con quest'acqua santa i miei

occhi, le mie labbra, tutta la testa per prima, poi successivamente le

membra del corpo; ma, caro figlio mio, la potenza di Dio è così grande

che non dovrai stupirti di nulla!

Allora Don Giovanni, che sentiva avvicinarsi la morte, aggiunse con

voce terribile: — Tieni ben franca la fiala. Poi spirò dolcemente nelle

braccia d'un figlio le cui lagrime abbondanti caddero sulla sua faccia

ironica e smorta.

Era circa la mezzanotte quando Don Filippo Belvidero collocò il

cadavere di suo padre sulla tavola. Dopo averne baciata la fronte

minacciosa e i capelli grigi, spense la lampada. Il lume dolce prodotto

dal chiaro di luna, i cui riflessi bizzarri illuminavano la campagna,

permisero a Filippo di intravedere indistintamente il cadavere di suo

padre come qualche cosa di bianco in mezzo all'ombra. Il giovine imbibì

del liquore un pannolino, ed assorto nella preghiera unse fedelmente

quella testa sacra in mezzo ad un profondo silenzio. Intendeva, è vero,

dei fremiti indefinibili, ma li attribuiva agli scherzi del venticello

fra le cime degli alberi. Quando ebbe bagnato il braccio destro, si

sentì stringere fortemente il collo da un braccio giovane e vigoroso,

il braccio di suo padre! Gettò un grido straziante e lasciò cadere

la fiala che si spezzò. Il liquore svaporò. La gente del castello

accorse, munita di torcie. Quel grido li aveva spaventati e sorpresi,

come se la tromba del giudizio universale avesse scosso l'universo.

In un momento la camera fu piena di gente. La folla tremante vide Don

Filippo svenuto, ma tenuto fermo dal braccio potente di suo padre che

gli serrava il collo. Poi, cosa sopranaturale, gli astanti videro la

testa di Don Giovanni, giovane e bella come quella dell'Antinoo; una

testa dai capelli neri, dagli occhi brillanti, dalla bocca vermiglia

che si agitava spaventevolmente senza poter muovere lo scheletro cui

apparteneva. Un vecchio servo gridò: — Miracolo! E tutti gli spagnuoli

ripeterono: Miracolo! Troppo pia per ammettere i misteri della magia,

Dona Elvira mandò a cercare l'abate di San Lucar. Allorchè il priore

vide il miracolo cogli occhi proprii, risolse di approfittarne da uomo

di spirito e da abate che meglio non domandava di un aumento delle

sue rendite. Dichiarando tosto che il signor Don Giovanni sarebbe

infallibilmente canonizzato, decretò la cerimonia dell'apoteosi nel suo

convento, che d'allora in poi, disse, si chiamerebbe San-Juan-de-Lucar.

A quelle parole la testa fece un smorfia abbastanza comica.

Il gusto degli Spagnuoli per siffatte solennità è così noto, che

non deve essere difficile credere alle baldorie religiose colle

quali l'abate di San Lucar celebrò la traslazione del _beato Don

Juan Belvidero_ nella sua chiesa. Alcuni giorni dopo la morte di

quell'illustre signore, il miracolo della sua imperfetta risurrezione

si era subitaneamente narrata di villaggio in villaggio in un raggio di

oltre cinquanta leghe attorno a San Lucar, ed era già uno spettacolo

vedere i curiosi per le strade; essi vennero da tutte le parti,

ingolositi da un _Te Deum_ cantato al chiarore delle fiaccole. L'antica

moschea del convento di San Lucar, meraviglioso edifizio inalzato

dai Mori e le cui volte udivano da tre secoli il nome di Gesù Cristo

sostituito a quello di Allah, non potè contenere la folla accorsa a

vedere la cerimonia. Stipati come formiche, gli hidalgos in mantello

di velluto, armati delle loro buone spade, stavano in piedi attorno ai

pilastri senza trovar posto da piegare le ginocchia, le quali non si

piegavano che là. Incantevoli paesane, i cui corsetti disegnavano le

vaghe forme, davano il braccio a vecchi coi capelli bianchi. Giovani

dagli occhi di fuoco si trovavano a fianco di vecchie signore in gala.

Poi erano coppie ansimanti di gioja, fidanzate curiose condotte dai

loro innamorati; sposi recenti; fanciulli timidi condotti a mano.

Tutta gente ricca di colori, brillante di contrasti, carica di fiori,

smaltata, che faceva un grazioso tumulto nel silenzio della notte. Le

ampie porte della chiesa si aprirono. Quelli che, venuti troppo tardi,

restarono di fuori, vedevano di lontano attraverso le porte aperte

una scena di cui le decorazioni vaporose delle nostre opere moderne

non saprebbero dare una debole idea. Devote e peccatori, premurose di

guadagnarsi le buone grazie di un nuovo santo, accesero in suo onore

migliaia di ceri in quella vasta chiesa, lumi interessati che davano

un magico aspetto al monumento. Le nere arcate, le colonne e i loro

capitelli, le cappelle profonde e brillanti d'oro e d'argento, le

gallerie, i rabeschi saraceni, i tratti più delicati di quella scultura

gentile, si disegnavano in quella luce sovrabbondante come le figure

capricciose che si formano in un braciere ardente. Era un oceano di

fuochi, dominato nel fondo della chiesa dal coro dorato ove sorgeva

l'altar maggiore, la cui pompa avrebbe rivaleggiato con quella del sole

nascente.

Infatti lo splendore delle lampade d'oro, dei candelabri d'argento,

delle bandiere, dei pennoni, dei santi e degli _ex voto_ impallidiva

davanti alla cassa in cui si trovava Don Giovanni. Il corpo dell'empio

scintillava di pietre preziose, fiori, cristalli, diamanti, oro, piume

bianche come le ali di un serafino, e sostituiva sull'altare un quadro

di Cristo. Intorno a lui brillavano numerosi ceri che lanciavano

nell'aria onde di fuoco. Il buon abate di San Lucar, parato cogli abiti

pontificali, colla mitra tempestata di pietre preziose, il rocchetto,

il pastorale d'oro, sedeva re del coro, sopra una poltrona di un lusso

imperiale, nel mezzo di tutto il suo clero, composto d'impassibili

vecchi dai capelli d'argento, vestiti di fini camici e che lo

circondavano, simili ai santi confessori che i pittori aggruppano

intorno al Padre Eterno. Il gran cantore ed i dignitarii del capitolo,

decorati delle brillanti insegne della loro vanità ecclesiastica,

andavano e venivano in mezzo alle nubi d'incenso, simili agli astri che

circolano sul firmamento. Quando giunse l'ora del trionfo, le campane

destarono gli echi delle campagne, e quell'immensa assemblea lanciò

verso Dio il primo grido delle lodi col quale comincia il _Te Deum_,

grido sublimo! Erano voci pure e leggiere, voci di donne in estasi,

miste alle voci gravi e forti degli uomini, migliaja di voci così

potenti, che l'organo non ne dominò l'assieme ad onta dei muggiti delle

sue canne. Soltanto le note acute, giovanili, dei ragazzi del coro,

e le lunghe note di alcuni bassi, suscitarono delle idee graziose,

dipinsero l'infanzia e la forza, in quell'incantevole concerto di voci

umane confuse in un sentimento d'amore. — _Te Deum laudamus!_

Dal seno di quella cattedrale gremita di donne ed uomini inginocchiati,

il canto uscì simile ad una luce che scintilla d'un tratto nella

notte, ed il silenzio fu rotto come da un colpo di tuono. Le voci

si sollevarono colle nubi d'incenso che gettavano veli diafani ed

azzurrognoli sulle fantastiche meraviglie dell'architettura. Tutto

era ricchezza, profumo, luce, melodia. Nel punto in cui quella musica

d'amore e di riconoscenza si lanciò verso l'altare, Don Giovanni,

troppo galante per non ringraziare, troppo spiritoso per non capire la

burla, rispose con un riso terribile e si compose con dignità nella sua

cassa. Ma il diavolo avendo richiamato alla sua mente l'eventualità

che correva di essere preso per un uomo ordinario, un santo, un

Bonifacio, un Pantaleone, turbò quella melodia d'amore con un urlo

al quale si unirono le mille voci dell'inferno. La terra benediva, il

cielo malediva. La chiesa ne tremò sulle antiche fondamenta. — _Te Deum

laudamus!_ diceva l'assemblea. — Andate a tutti i diavoli, bestioni che

siete! Dio, Dio! _Carajos demonios_, animali, quanto siete stupidi col

vostro decrepito Dio!

E un torrente d'imprecazioni si sprigionò come un torrente di lave

ardenti in una eruzione del Vesuvio. — _Deus Sabaoth, Sabaoth!_

gridarono i cristiani. — Voi insultate la maestà dell'inferno, rispose

Don Giovanni, la cui bocca digrignava i denti.

Poco dopo il braccio vivo potè passare al di sopra della cassa e

minacciò l'assemblea con gesti pieni di disperazione ed ironia. — Il

Santo ci benedisce, dissero le vecchie, i fanciulli ed i fidanzati,

gente credula.

Ecco come spesso siamo delusi nelle nostre adorazioni. L'uomo superiore

si burla di quelli che lo complimentano, e complimenta qualche volta

quelli dei quali si burla in fondo al cuore.

Nel momento in cui l'abate, prosternato davanti all'altare, cantava:

— _Sancte Johannes ora pro nobis!_ udì abbastanza distintamente: —

O minchione! — Che cosa succede lassù? gridò il sottopriore vedendo

moversi la cassa. — Il santo fa il diavolo, rispose l'abate.

Allora quella testa viva si staccò violentemente dal corpo che non

viveva più e cadde sul cranio giallo del celebrante. — Ricordati di

donna Elvira, gridò la testa divorando quella dell'abate.

Quest'ultimo gettò un grido orrendo che turbò la cerimonia. Tutti i

preti accorsero e circondarono il loro sovrano. — Imbecille, di' dunque

che vi è un Dio! gridò la voce nel momento in cui l'abate, morsicato

nel cervello, spirava.

LA BORSA

Per le anime facili alle espansioni vi è un'ora deliziosa che giunge

al momento in cui la notte non è fatta ed il giorno se n'è ito. La

luce crepuscolare getta allora le sue molli tinte od i suoi riflessi

bizzarri su tutti gli oggetti e favorisce una fantasticheria che si

sposa vagamente agli effetti di luce ed ombra. Il silenzio che regna

quasi sempre in quel momento lo rende specialmente caro agli artisti

che si raccolgono, si piantano ad alcuni passi dai loro lavori cui non

possono più attendere, e li giudicano inebriandosi dei soggetto il cui

intimo significato si appalesa allora alla seconda vista del genio.

Favoriti dal chiaroscuro i ripieghi materiali dell'arte per far credere

alla realtà scompajono completamente. Se si tratta di un quadro, le

persone che rappresenta, pare camminino e parlino: l'ombra si fa ombra,

il giorno è giorno, la carne è viva, gli occhi si muovono, il sangue

scorre per le vene, le stoffe hanno dei fruscii. L'imaginazione viene

in ajuto della naturalezza d'ogni particolare, e non si vedono più che

le bellezze dell'opera. A quell'ora l'illusione regna dispotica; forse

sorge colla notte; l'illusione non è per il pensiero una specie di

notte che noi popoliamo di sogni?

L'illusione spiega allora le sue ali, trascina l'anima nel mondo

delle fantasie, mondo fertile di voluttuosi capricci, in cui l'artista

dimentica il mondo positivo, la vigilia, il domani, l'avvenire, tutto,

perfino le sue miserie, le buone come le cattive. In quell'ora magica

un giovine pittore, uomo di talento, e che nell'arte non vedeva che

l'arte, era salito sulla scala addoppiata che gli serviva a dipingere

una tela grande, alta, pressochè finita. Là, criticandosi, ammirandosi

in buona fede, abbandonandosi al corso dei suoi pensieri, si ingolfava

in una di quelle meditazioni che rapiscono l'anima e la fanno più

grande, accarezzandola e consolandola. Certo la sua fantasticheria

durò a lungo. La notte sopraggiunse. Sia ch'egli volesse discendere

dalla scala, sia che avesse fatto un movimento imprudente credendosi

sul tavolato, il fatto non gli permise un esatto ricordo del suo

accidente, cadde, battè la testa sopra uno sgabello, restò privo di

sensi e senza moto per un lasso di un tempo la cui durata non potè

conoscere. Una voce soave lo destò dalla specie di assopimento in cui

era immerso. Allorchè schiuse gli occhi, prontamente li richiuse sotto

l'impressione di una viva luce; ma attraverso il velo che avviluppava

i suoi sensi udì il bisbiglio di due donne e sentì la testa riposare

fra due giovani, timide mani Riprese in breve i sensi ed alla luce di

una di quelle lampade antiche, che diconsi _a doppia corrente d'aria_,

potè scorgere la più deliziosa testa di giovinetta che mai avesse

veduto, una di quelle teste che passano ben spesso per un capriccio

del pennello, ma che tutto ad un tratto realizzò per lui le teorie di

quel bello ideale che ogni artista si crea e dal quale ha origine il

suo talento. Il volto della sconosciuta apparteneva, per così dire, al

tipo tino e delicato della scuola di Proudhon, e possedeva pure quella

poesia che Girodet dava alle sue figure fantastiche. La freschezza,

delle tempie, la regolarità delle sopraciglia, la purezza delle linee,

la verginità fortemente scolpita in tutti i tratti di quella fisionomia

facevano della fanciulla una creazione perfetta. La taglia era svelta

e sottile, le forme delicate. I suoi abiti, benchè semplici e puliti,

non annunziavano nè ricchezza nè miseria. Ritornando in sè il pittore

espresse la sua ammirazione con uno sguardo di sorpresa e balbettò

confusi ringraziamenti.

Trovò che la sua fronte era stata stretta con un fazzoletto, e ad onta

dell'odore particolare agli studi di pittore, riconobbe l'acre sentore

dell'etere, senza dubbio adoperato per farlo riavere dallo svenimento.

Poi finì per vedere una vecchia che rassomigliava alle marchese

dell'antico regime, e che teneva la lampada dando dei consigli alla

giovine sconosciuta.

— Signore, rispose la giovinetta ad una delle domande fattele dal

pittore in quel momento in cui era tuttora nella confusione di idee

prodotte dalia caduta, mia madre ed io abbiamo udito il rumore del

vostro corpo sul pavimento, ci parve di udire un gemito. Il silenzio

susseguito alla caduta ci ha spaventate e ci siamo affrettate a

salire. Trovando la chiave alla porta ci siamo per buona sorte permesso

d'entrare, e vi abbiamo visto steso a terra senza movimento. Mia madre

andò a cercare quanto occorreva per fare una compressa e rianimarvi.

Voi siete ferito alla fronte, là, ve ne accorgete?

— Adesso sì, egli disse.

— Oh non sarà nulla, osservò la vecchia. La vostra testa, per buona

sorte, è caduta su questo mannichino.

— Mi sento infinitamente meglio, rispose il pittore, non ho più altro

bisogno all'infuori d'una carrozza per restituirmi a casa. La portinaia

andrà a cercarmene una.

Egli voleva rinnovare i suoi ringraziamenti alle due incognite, ma

ad ogni frase la vecchia l'interrompeva dicendo: — Domani, signore,

abbiate cura di applicarvi delle sanguisughe, o farvi fare un salasso,

bere qualche tazza di decotto vulnerario; curatevi, le cadute sono

pericolose.

La giovinetta guardava di soppiatto il pittore ed i quadri dello

studio. Il suo contegno ed i suoi sguardi erano di una perfetta

decenza; la sua curiosità rassomigliava a distrazione ed i suoi occhi

sembravano esprimere quell'interesse che le donne prendono, con una

spontaneità tutta grazia, ad ogni nostra sfortuna. Le due sconosciute

alla presenza del pittore sofferente sembravano dimenticare le opere

sue. Allorchè egli le ebbe tranquillate sul proprio conto, uscirono

esaminandole con una sollecitudine priva ad un tempo di enfasi e di

famigliarità, senza fargli domande indiscrete nè cercare di inspirargli

il desiderio di conoscerle. Le loro azioni ebbero l'impronta di

una natura squisita e del buon gusto. I loro modi nobili e semplici

produssero dapprima poco effetto sul pittore; ma più tardi, quando

si risovvenne di tutte le circostanze di questo avvenimento, ne fu

vivamente colpito. Arrivando al piano inferiore a quello in cui si

trovava lo studio del pittore, la vecchia sclamò con dolcezza: —

Adelaide, tu hai lasciata aperta la porta.

— Era per venire in mio soccorso, rispose il pittore con un sorriso di

riconoscenza.

— Mamma mia, voi siete discesa appena adesso, replicò la giovinetta

arrossendo.

— Volete che vi accompagniamo fino abbasso? disse la mamma al pittore.

La scala è scura.

— Grazie, signora, mi sento molto meglio.

— Tenetevi fermo alla sbarra.

Le due donne restarono sul pianerottolo per far lume al giovane

ascoltando i suoi passi.

Per comprendere tutto ciò che questa scena poteva avere di curioso e di

inatteso per il pittore, è d'uopo aggiungere che solo da alcuni giorni

egli aveva collocato il suo studio negli abbaini di quella casa, nel

luogo più oscuro e più pantanoso della via Suresne, quasi dirimpetto

alla chiesa della Maddalena, a due passi dal suo appartamento che

si trovava in via dei Campi Elisi. La celebrità che il suo talento

gli aveva acquistata, avendolo fatto uno degli artisti più cari alla

Francia, cominciava a non più sentire le strette del bisogno e godeva,

a dir suo, delle sue ultime miserie. Invece di andare a lavorare in uno

di quegli studii situati presso le barriere ed il cui modico affitto

era altra volta in rapporto colla modestia dei suoi guadagni, aveva

soddisfatto ad un desiderio che si rinnovava tutti i giorni evitando

una lunga corsa e la perdita di un tempo divenuto per lui più prezioso

che mai. Nessuno al mondo avrebbe inspirato tanto interesse come

Ippolito Schinner, se avesse acconsentito a farsi conoscere; ma egli

non confidava con leggierezza i segreti della sua vita. Era l'idolo

di una madre povera che l'aveva educato a costo delle più grandi

privazioni. La signorina Schinner, figlia d'un fittabile alsaziano,

non era mai stata maritata. La sua anima tenera era stata crudelmente

oltraggiata da un uomo ricco che non vantava troppa delicatezza

in fatto d'amore. Il giorno in cui, ancora ragazza, ed in tutto lo

splendore della sua bellezza, subì, a spese del suo onore e dei suoi

ideali, quella disillusione che ci colpisce così lentamente e così

presto, giacchè crediamo il più tardi possibile al male e ci sembra

arrivi sempre troppo presto, quel giorno fu un secolo di riflessioni,

e fu pure il giorno de' pensieri religiosi e della rassegnazione.

Ella rifiutò l'elemosina di colui che l'aveva ingannata, rinunziò al

mondo e si fece una gloria del suo fallo. Si dedicò tutta all'amore

materno chiedendogli le sue delizie in compenso dei godimenti sociali

cui rinunciava. Visse del suo lavoro accumulando nel figlio un

tesoro. Così, più tardi, un giorno, un'ora, la compensò dei lunghi

e lenti sacrificii della sua indigenza. All'ultima esposizione suo

figlio aveva ottenuto la croce della legione d'onore. Nei giornali,

unanimi in favore di un talento sconosciuto, risonavano ancora le lodi

sincere. Gli artisti stessi riconoscevano Schinner per un maestro ed i

negozianti coprivano d'oro i suoi quadri.

A venticinque anni Ippolito Schinner, cui sua madre aveva trasmessa

l'anima sua di donna, aveva, meglio che mai, compresa la sua posizione

nel mondo. Volendo rendere a sua madre le gioje di cui l'aveva privata

la società per tanto tempo, viveva per lei, sperando, mercè la gloria e

la fortuna, di vederla un giorno felice, ricca, considerata, attorniata

dagli uomini più celebri. Schinner aveva quindi scelto i suoi amici

fra gli uomini più onorevoli e più distinti. Difficile nella scelta

delle sue relazioni, voleva sempre più inalzare la sua posizione,

già così elevata per il suo talento. Costringendolo alla solitudine,

questa madre dei grandi pensieri, il lavoro cui si era dedicato nella

sua gioventù l'aveva mantenuto nelle belle credenze che sono il decoro

del primi giorni della vita. La sua anima adolescente non sconosceva

alcuno di quei mille pudori che fanno del giovane un essere a sè il

cui cuore abbonda di felicità, di poesia, di speranze vergini, deboli

agli occhi dei disillusi, ma profonde perchè semplici. Era stato dotato

di quelle maniere dolci e gentili che si addicono così bene all'anima

e seducono anche quelli che non le comprendono. Era ben fatto. La sua

voce che partiva dal cuore ne palesava agli altri i nobili sentimenti,

ed attestava nell'accento una vera modestia, un certo candore. Chi lo

vedeva, si sentiva attratto a lui da una di quelle influenze morali

che i dotti non hanno ancora esaminate a fondo; essi vi troverebbero

qualche fenomeno di galvanismo, o l'azione di non so qual fluido e

formulerebbero i nostri sentimenti con certe proporzioni di ossigeno

e di elettricità. Questi particolari faranno forse comprendere alle

persone ardite per carattere ed agli uomini bene incravattati perchè,

durante l'assenza del portinaio che aveva mandato a cercare una

carrozza in fondo alla via della Maddalena, Ippolito Schinner non

fece alla portinaja interpellanza qualsiasi sulle due persone che gli

avevano dimostrato il loro buon cuore. Ma, quantunque egli rispondesse

con dei sì e dei no alle domande, naturali in simile circostanza, che

gli vennero rivolte da questa donna sul suo accidente e sull'intervento

officioso delle inquiline del quarto piano, non potè impedirle di

obbedire all'istinto dei portinaj: essa gli parlò delle due sconosciute

secondo gli interessi della sua politica ed i giudizii sotterranei

della portineria.

— Ah! disse, è senza dubbio la signorina Leseigneur e sua madre!

Sono qui da quattro anni e non sappiamo ancora che cosa facciano. La

mattina, solo però fino a mezzodì, una vecchia servente, mezzo sorda,

e che non parla più di un muro, viene a far loro i servizii. La sera,

due o tre vecchi signori, decorati come voi, signore, di cui uno ha

carrozza e servitori ed al quale si danno da cinquanta mila lire circa

di rendita, vengono da lei e vi restano spesso molto tardi. Sono, del

resto, inquilini molto tranquilli, come voi, signore. E poi, economi,

vivono di nulla. Appena arriva una lettera, la pagano. È strano,

signore, la madre ha un nome diverso della figlia. Ah! quando vanno

alle Tuileries, la signorina è motto attraente, e non esce una volta

senza essere inseguita da giovinotti ai quali chiude la porta in

faccia, e fa bene. Il padrone di casa non permetterebbe.

La carrozza era arrivata. Ippolito non volle saperne di più e tornò a

casa sua. Sua madre, cui raccontò la sua avventura, tornò a medicargli

la ferita e non gli permise di tornare il dì dopo allo studio. Sentito

un medico, vennero date diverse prescrizioni ed Ippolito restò in

casa per tre giorni. Durante questa reclusione la sua imaginazione

disoccupata gli ricordò con vivacità, e quasi a frammenti, i

particolari della scena che aveva avuto sotto gli occhi dopo il suo

svenimento. Il profilo della giovinetta si delineava nettamente sulle

tenebre della sua visione interna: rivedeva il volto appassito della

madre e sentiva ancora lo mani di Adelaide; ricordava un gesto, che

a primo tratto l'aveva poco colpito, ma le cui grazie squisite erano

messe in rilievo dal ricordo; poi venne un momento in cui i suoni d'una

voce melodiosa abbellita a distanza dalla memoria, si ripresentarono

d'un tratto, come oggetti che dal fondo dell'acqua emergono alla

superficie. Così, il giorno in cui gli fu permesso di riprendere i

suoi lavori, tornò per tempo al suo studio; ma la visita, che aveva

incontestabilmente il diritto di fare alle sue vicine; era la vera

causa della sua premura; dimenticava già i suoi quadri incominciati.

La pace domestica; L'elisir di lunga vita; La borsa: Racconti scelti · 第 5 / 8 段