sentimenti umani per non morire in pace sulla fede di un tal sguardo. —
Tu meritavi un altro padre, aggiunse Don Giovanni. Oso confessarti che
nel momento in cui il rispettabile abate di San Lucar mi amministrava
il viatico, io pensava all'incompatibilità di due potenze così grandi
come il diavolo e Dio... — Oh! padre mio! — E riflettevo che quando
Satana farà pace, dovrà, se non vuol essere un gran miserabile,
stipulare il perdono dei suoi aderenti. Questo pensiero mi perseguita.
Andrai dunque all'inferno se tu, mio figlio, non adempi la mia volontà
— Ditemela subito, papà. — Appena avrò chiusi gli occhi, continuò Don
Giovanni dopo alcuni minuti, prenderai il mio cadavere, ancora caldo,
e lo stenderai su una tavola in mezzo a questa stanza. Poi spegnerai
questa lampada; deve bastare la luce delle stelle. Mi spoglierai dei
miei abiti; e mentre tu reciterai dei _pater_ e degii _ave_ sollevando
l'anima a Dio, avrai cura di umettare con quest'acqua santa i miei
occhi, le mie labbra, tutta la testa per prima, poi successivamente le
membra del corpo; ma, caro figlio mio, la potenza di Dio è così grande
che non dovrai stupirti di nulla!
Allora Don Giovanni, che sentiva avvicinarsi la morte, aggiunse con
voce terribile: — Tieni ben franca la fiala. Poi spirò dolcemente nelle
braccia d'un figlio le cui lagrime abbondanti caddero sulla sua faccia
ironica e smorta.
Era circa la mezzanotte quando Don Filippo Belvidero collocò il
cadavere di suo padre sulla tavola. Dopo averne baciata la fronte
minacciosa e i capelli grigi, spense la lampada. Il lume dolce prodotto
dal chiaro di luna, i cui riflessi bizzarri illuminavano la campagna,
permisero a Filippo di intravedere indistintamente il cadavere di suo
padre come qualche cosa di bianco in mezzo all'ombra. Il giovine imbibì
del liquore un pannolino, ed assorto nella preghiera unse fedelmente
quella testa sacra in mezzo ad un profondo silenzio. Intendeva, è vero,
dei fremiti indefinibili, ma li attribuiva agli scherzi del venticello
fra le cime degli alberi. Quando ebbe bagnato il braccio destro, si
sentì stringere fortemente il collo da un braccio giovane e vigoroso,
il braccio di suo padre! Gettò un grido straziante e lasciò cadere
la fiala che si spezzò. Il liquore svaporò. La gente del castello
accorse, munita di torcie. Quel grido li aveva spaventati e sorpresi,
come se la tromba del giudizio universale avesse scosso l'universo.
In un momento la camera fu piena di gente. La folla tremante vide Don
Filippo svenuto, ma tenuto fermo dal braccio potente di suo padre che
gli serrava il collo. Poi, cosa sopranaturale, gli astanti videro la
testa di Don Giovanni, giovane e bella come quella dell'Antinoo; una
testa dai capelli neri, dagli occhi brillanti, dalla bocca vermiglia
che si agitava spaventevolmente senza poter muovere lo scheletro cui
apparteneva. Un vecchio servo gridò: — Miracolo! E tutti gli spagnuoli
ripeterono: Miracolo! Troppo pia per ammettere i misteri della magia,
Dona Elvira mandò a cercare l'abate di San Lucar. Allorchè il priore
vide il miracolo cogli occhi proprii, risolse di approfittarne da uomo
di spirito e da abate che meglio non domandava di un aumento delle
sue rendite. Dichiarando tosto che il signor Don Giovanni sarebbe
infallibilmente canonizzato, decretò la cerimonia dell'apoteosi nel suo
convento, che d'allora in poi, disse, si chiamerebbe San-Juan-de-Lucar.
A quelle parole la testa fece un smorfia abbastanza comica.
Il gusto degli Spagnuoli per siffatte solennità è così noto, che
non deve essere difficile credere alle baldorie religiose colle
quali l'abate di San Lucar celebrò la traslazione del _beato Don
Juan Belvidero_ nella sua chiesa. Alcuni giorni dopo la morte di
quell'illustre signore, il miracolo della sua imperfetta risurrezione
si era subitaneamente narrata di villaggio in villaggio in un raggio di
oltre cinquanta leghe attorno a San Lucar, ed era già uno spettacolo
vedere i curiosi per le strade; essi vennero da tutte le parti,
ingolositi da un _Te Deum_ cantato al chiarore delle fiaccole. L'antica
moschea del convento di San Lucar, meraviglioso edifizio inalzato
dai Mori e le cui volte udivano da tre secoli il nome di Gesù Cristo
sostituito a quello di Allah, non potè contenere la folla accorsa a
vedere la cerimonia. Stipati come formiche, gli hidalgos in mantello
di velluto, armati delle loro buone spade, stavano in piedi attorno ai
pilastri senza trovar posto da piegare le ginocchia, le quali non si
piegavano che là. Incantevoli paesane, i cui corsetti disegnavano le
vaghe forme, davano il braccio a vecchi coi capelli bianchi. Giovani
dagli occhi di fuoco si trovavano a fianco di vecchie signore in gala.
Poi erano coppie ansimanti di gioja, fidanzate curiose condotte dai
loro innamorati; sposi recenti; fanciulli timidi condotti a mano.
Tutta gente ricca di colori, brillante di contrasti, carica di fiori,
smaltata, che faceva un grazioso tumulto nel silenzio della notte. Le
ampie porte della chiesa si aprirono. Quelli che, venuti troppo tardi,
restarono di fuori, vedevano di lontano attraverso le porte aperte
una scena di cui le decorazioni vaporose delle nostre opere moderne
non saprebbero dare una debole idea. Devote e peccatori, premurose di
guadagnarsi le buone grazie di un nuovo santo, accesero in suo onore
migliaia di ceri in quella vasta chiesa, lumi interessati che davano
un magico aspetto al monumento. Le nere arcate, le colonne e i loro
capitelli, le cappelle profonde e brillanti d'oro e d'argento, le
gallerie, i rabeschi saraceni, i tratti più delicati di quella scultura
gentile, si disegnavano in quella luce sovrabbondante come le figure
capricciose che si formano in un braciere ardente. Era un oceano di
fuochi, dominato nel fondo della chiesa dal coro dorato ove sorgeva
l'altar maggiore, la cui pompa avrebbe rivaleggiato con quella del sole
nascente.
Infatti lo splendore delle lampade d'oro, dei candelabri d'argento,
delle bandiere, dei pennoni, dei santi e degli _ex voto_ impallidiva
davanti alla cassa in cui si trovava Don Giovanni. Il corpo dell'empio
scintillava di pietre preziose, fiori, cristalli, diamanti, oro, piume
bianche come le ali di un serafino, e sostituiva sull'altare un quadro
di Cristo. Intorno a lui brillavano numerosi ceri che lanciavano
nell'aria onde di fuoco. Il buon abate di San Lucar, parato cogli abiti
pontificali, colla mitra tempestata di pietre preziose, il rocchetto,
il pastorale d'oro, sedeva re del coro, sopra una poltrona di un lusso
imperiale, nel mezzo di tutto il suo clero, composto d'impassibili
vecchi dai capelli d'argento, vestiti di fini camici e che lo
circondavano, simili ai santi confessori che i pittori aggruppano
intorno al Padre Eterno. Il gran cantore ed i dignitarii del capitolo,
decorati delle brillanti insegne della loro vanità ecclesiastica,
andavano e venivano in mezzo alle nubi d'incenso, simili agli astri che
circolano sul firmamento. Quando giunse l'ora del trionfo, le campane
destarono gli echi delle campagne, e quell'immensa assemblea lanciò
verso Dio il primo grido delle lodi col quale comincia il _Te Deum_,
grido sublimo! Erano voci pure e leggiere, voci di donne in estasi,
miste alle voci gravi e forti degli uomini, migliaja di voci così
potenti, che l'organo non ne dominò l'assieme ad onta dei muggiti delle
sue canne. Soltanto le note acute, giovanili, dei ragazzi del coro,
e le lunghe note di alcuni bassi, suscitarono delle idee graziose,
dipinsero l'infanzia e la forza, in quell'incantevole concerto di voci
umane confuse in un sentimento d'amore. — _Te Deum laudamus!_
Dal seno di quella cattedrale gremita di donne ed uomini inginocchiati,
il canto uscì simile ad una luce che scintilla d'un tratto nella
notte, ed il silenzio fu rotto come da un colpo di tuono. Le voci
si sollevarono colle nubi d'incenso che gettavano veli diafani ed
azzurrognoli sulle fantastiche meraviglie dell'architettura. Tutto
era ricchezza, profumo, luce, melodia. Nel punto in cui quella musica
d'amore e di riconoscenza si lanciò verso l'altare, Don Giovanni,
troppo galante per non ringraziare, troppo spiritoso per non capire la
burla, rispose con un riso terribile e si compose con dignità nella sua
cassa. Ma il diavolo avendo richiamato alla sua mente l'eventualità
che correva di essere preso per un uomo ordinario, un santo, un
Bonifacio, un Pantaleone, turbò quella melodia d'amore con un urlo
al quale si unirono le mille voci dell'inferno. La terra benediva, il
cielo malediva. La chiesa ne tremò sulle antiche fondamenta. — _Te Deum
laudamus!_ diceva l'assemblea. — Andate a tutti i diavoli, bestioni che
siete! Dio, Dio! _Carajos demonios_, animali, quanto siete stupidi col
vostro decrepito Dio!
E un torrente d'imprecazioni si sprigionò come un torrente di lave
ardenti in una eruzione del Vesuvio. — _Deus Sabaoth, Sabaoth!_
gridarono i cristiani. — Voi insultate la maestà dell'inferno, rispose
Don Giovanni, la cui bocca digrignava i denti.
Poco dopo il braccio vivo potè passare al di sopra della cassa e
minacciò l'assemblea con gesti pieni di disperazione ed ironia. — Il
Santo ci benedisce, dissero le vecchie, i fanciulli ed i fidanzati,
gente credula.
Ecco come spesso siamo delusi nelle nostre adorazioni. L'uomo superiore
si burla di quelli che lo complimentano, e complimenta qualche volta
quelli dei quali si burla in fondo al cuore.
Nel momento in cui l'abate, prosternato davanti all'altare, cantava:
— _Sancte Johannes ora pro nobis!_ udì abbastanza distintamente: —
O minchione! — Che cosa succede lassù? gridò il sottopriore vedendo
moversi la cassa. — Il santo fa il diavolo, rispose l'abate.
Allora quella testa viva si staccò violentemente dal corpo che non
viveva più e cadde sul cranio giallo del celebrante. — Ricordati di
donna Elvira, gridò la testa divorando quella dell'abate.
Quest'ultimo gettò un grido orrendo che turbò la cerimonia. Tutti i
preti accorsero e circondarono il loro sovrano. — Imbecille, di' dunque
che vi è un Dio! gridò la voce nel momento in cui l'abate, morsicato
nel cervello, spirava.
LA BORSA
Per le anime facili alle espansioni vi è un'ora deliziosa che giunge
al momento in cui la notte non è fatta ed il giorno se n'è ito. La
luce crepuscolare getta allora le sue molli tinte od i suoi riflessi
bizzarri su tutti gli oggetti e favorisce una fantasticheria che si
sposa vagamente agli effetti di luce ed ombra. Il silenzio che regna
quasi sempre in quel momento lo rende specialmente caro agli artisti
che si raccolgono, si piantano ad alcuni passi dai loro lavori cui non
possono più attendere, e li giudicano inebriandosi dei soggetto il cui
intimo significato si appalesa allora alla seconda vista del genio.
Favoriti dal chiaroscuro i ripieghi materiali dell'arte per far credere
alla realtà scompajono completamente. Se si tratta di un quadro, le
persone che rappresenta, pare camminino e parlino: l'ombra si fa ombra,
il giorno è giorno, la carne è viva, gli occhi si muovono, il sangue
scorre per le vene, le stoffe hanno dei fruscii. L'imaginazione viene
in ajuto della naturalezza d'ogni particolare, e non si vedono più che
le bellezze dell'opera. A quell'ora l'illusione regna dispotica; forse
sorge colla notte; l'illusione non è per il pensiero una specie di
notte che noi popoliamo di sogni?
L'illusione spiega allora le sue ali, trascina l'anima nel mondo
delle fantasie, mondo fertile di voluttuosi capricci, in cui l'artista
dimentica il mondo positivo, la vigilia, il domani, l'avvenire, tutto,
perfino le sue miserie, le buone come le cattive. In quell'ora magica
un giovine pittore, uomo di talento, e che nell'arte non vedeva che
l'arte, era salito sulla scala addoppiata che gli serviva a dipingere
una tela grande, alta, pressochè finita. Là, criticandosi, ammirandosi
in buona fede, abbandonandosi al corso dei suoi pensieri, si ingolfava
in una di quelle meditazioni che rapiscono l'anima e la fanno più
grande, accarezzandola e consolandola. Certo la sua fantasticheria
durò a lungo. La notte sopraggiunse. Sia ch'egli volesse discendere
dalla scala, sia che avesse fatto un movimento imprudente credendosi
sul tavolato, il fatto non gli permise un esatto ricordo del suo
accidente, cadde, battè la testa sopra uno sgabello, restò privo di
sensi e senza moto per un lasso di un tempo la cui durata non potè
conoscere. Una voce soave lo destò dalla specie di assopimento in cui
era immerso. Allorchè schiuse gli occhi, prontamente li richiuse sotto
l'impressione di una viva luce; ma attraverso il velo che avviluppava
i suoi sensi udì il bisbiglio di due donne e sentì la testa riposare
fra due giovani, timide mani Riprese in breve i sensi ed alla luce di
una di quelle lampade antiche, che diconsi _a doppia corrente d'aria_,
potè scorgere la più deliziosa testa di giovinetta che mai avesse
veduto, una di quelle teste che passano ben spesso per un capriccio
del pennello, ma che tutto ad un tratto realizzò per lui le teorie di
quel bello ideale che ogni artista si crea e dal quale ha origine il
suo talento. Il volto della sconosciuta apparteneva, per così dire, al
tipo tino e delicato della scuola di Proudhon, e possedeva pure quella
poesia che Girodet dava alle sue figure fantastiche. La freschezza,
delle tempie, la regolarità delle sopraciglia, la purezza delle linee,
la verginità fortemente scolpita in tutti i tratti di quella fisionomia
facevano della fanciulla una creazione perfetta. La taglia era svelta
e sottile, le forme delicate. I suoi abiti, benchè semplici e puliti,
non annunziavano nè ricchezza nè miseria. Ritornando in sè il pittore
espresse la sua ammirazione con uno sguardo di sorpresa e balbettò
confusi ringraziamenti.
Trovò che la sua fronte era stata stretta con un fazzoletto, e ad onta
dell'odore particolare agli studi di pittore, riconobbe l'acre sentore
dell'etere, senza dubbio adoperato per farlo riavere dallo svenimento.
Poi finì per vedere una vecchia che rassomigliava alle marchese
dell'antico regime, e che teneva la lampada dando dei consigli alla
giovine sconosciuta.
— Signore, rispose la giovinetta ad una delle domande fattele dal
pittore in quel momento in cui era tuttora nella confusione di idee
prodotte dalia caduta, mia madre ed io abbiamo udito il rumore del
vostro corpo sul pavimento, ci parve di udire un gemito. Il silenzio
susseguito alla caduta ci ha spaventate e ci siamo affrettate a
salire. Trovando la chiave alla porta ci siamo per buona sorte permesso
d'entrare, e vi abbiamo visto steso a terra senza movimento. Mia madre
andò a cercare quanto occorreva per fare una compressa e rianimarvi.
Voi siete ferito alla fronte, là, ve ne accorgete?
— Adesso sì, egli disse.
— Oh non sarà nulla, osservò la vecchia. La vostra testa, per buona
sorte, è caduta su questo mannichino.
— Mi sento infinitamente meglio, rispose il pittore, non ho più altro
bisogno all'infuori d'una carrozza per restituirmi a casa. La portinaia
andrà a cercarmene una.
Egli voleva rinnovare i suoi ringraziamenti alle due incognite, ma
ad ogni frase la vecchia l'interrompeva dicendo: — Domani, signore,
abbiate cura di applicarvi delle sanguisughe, o farvi fare un salasso,
bere qualche tazza di decotto vulnerario; curatevi, le cadute sono
pericolose.
La giovinetta guardava di soppiatto il pittore ed i quadri dello
studio. Il suo contegno ed i suoi sguardi erano di una perfetta
decenza; la sua curiosità rassomigliava a distrazione ed i suoi occhi
sembravano esprimere quell'interesse che le donne prendono, con una
spontaneità tutta grazia, ad ogni nostra sfortuna. Le due sconosciute
alla presenza del pittore sofferente sembravano dimenticare le opere
sue. Allorchè egli le ebbe tranquillate sul proprio conto, uscirono
esaminandole con una sollecitudine priva ad un tempo di enfasi e di
famigliarità, senza fargli domande indiscrete nè cercare di inspirargli
il desiderio di conoscerle. Le loro azioni ebbero l'impronta di
una natura squisita e del buon gusto. I loro modi nobili e semplici
produssero dapprima poco effetto sul pittore; ma più tardi, quando
si risovvenne di tutte le circostanze di questo avvenimento, ne fu
vivamente colpito. Arrivando al piano inferiore a quello in cui si
trovava lo studio del pittore, la vecchia sclamò con dolcezza: —
Adelaide, tu hai lasciata aperta la porta.
— Era per venire in mio soccorso, rispose il pittore con un sorriso di
riconoscenza.
— Mamma mia, voi siete discesa appena adesso, replicò la giovinetta
arrossendo.
— Volete che vi accompagniamo fino abbasso? disse la mamma al pittore.
La scala è scura.
— Grazie, signora, mi sento molto meglio.
— Tenetevi fermo alla sbarra.
Le due donne restarono sul pianerottolo per far lume al giovane
ascoltando i suoi passi.
Per comprendere tutto ciò che questa scena poteva avere di curioso e di
inatteso per il pittore, è d'uopo aggiungere che solo da alcuni giorni
egli aveva collocato il suo studio negli abbaini di quella casa, nel
luogo più oscuro e più pantanoso della via Suresne, quasi dirimpetto
alla chiesa della Maddalena, a due passi dal suo appartamento che
si trovava in via dei Campi Elisi. La celebrità che il suo talento
gli aveva acquistata, avendolo fatto uno degli artisti più cari alla
Francia, cominciava a non più sentire le strette del bisogno e godeva,
a dir suo, delle sue ultime miserie. Invece di andare a lavorare in uno
di quegli studii situati presso le barriere ed il cui modico affitto
era altra volta in rapporto colla modestia dei suoi guadagni, aveva
soddisfatto ad un desiderio che si rinnovava tutti i giorni evitando
una lunga corsa e la perdita di un tempo divenuto per lui più prezioso
che mai. Nessuno al mondo avrebbe inspirato tanto interesse come
Ippolito Schinner, se avesse acconsentito a farsi conoscere; ma egli
non confidava con leggierezza i segreti della sua vita. Era l'idolo
di una madre povera che l'aveva educato a costo delle più grandi
privazioni. La signorina Schinner, figlia d'un fittabile alsaziano,
non era mai stata maritata. La sua anima tenera era stata crudelmente
oltraggiata da un uomo ricco che non vantava troppa delicatezza
in fatto d'amore. Il giorno in cui, ancora ragazza, ed in tutto lo
splendore della sua bellezza, subì, a spese del suo onore e dei suoi
ideali, quella disillusione che ci colpisce così lentamente e così
presto, giacchè crediamo il più tardi possibile al male e ci sembra
arrivi sempre troppo presto, quel giorno fu un secolo di riflessioni,
e fu pure il giorno de' pensieri religiosi e della rassegnazione.
Ella rifiutò l'elemosina di colui che l'aveva ingannata, rinunziò al
mondo e si fece una gloria del suo fallo. Si dedicò tutta all'amore
materno chiedendogli le sue delizie in compenso dei godimenti sociali
cui rinunciava. Visse del suo lavoro accumulando nel figlio un
tesoro. Così, più tardi, un giorno, un'ora, la compensò dei lunghi
e lenti sacrificii della sua indigenza. All'ultima esposizione suo
figlio aveva ottenuto la croce della legione d'onore. Nei giornali,
unanimi in favore di un talento sconosciuto, risonavano ancora le lodi
sincere. Gli artisti stessi riconoscevano Schinner per un maestro ed i
negozianti coprivano d'oro i suoi quadri.
A venticinque anni Ippolito Schinner, cui sua madre aveva trasmessa
l'anima sua di donna, aveva, meglio che mai, compresa la sua posizione
nel mondo. Volendo rendere a sua madre le gioje di cui l'aveva privata
la società per tanto tempo, viveva per lei, sperando, mercè la gloria e
la fortuna, di vederla un giorno felice, ricca, considerata, attorniata
dagli uomini più celebri. Schinner aveva quindi scelto i suoi amici
fra gli uomini più onorevoli e più distinti. Difficile nella scelta
delle sue relazioni, voleva sempre più inalzare la sua posizione,
già così elevata per il suo talento. Costringendolo alla solitudine,
questa madre dei grandi pensieri, il lavoro cui si era dedicato nella
sua gioventù l'aveva mantenuto nelle belle credenze che sono il decoro
del primi giorni della vita. La sua anima adolescente non sconosceva
alcuno di quei mille pudori che fanno del giovane un essere a sè il
cui cuore abbonda di felicità, di poesia, di speranze vergini, deboli
agli occhi dei disillusi, ma profonde perchè semplici. Era stato dotato
di quelle maniere dolci e gentili che si addicono così bene all'anima
e seducono anche quelli che non le comprendono. Era ben fatto. La sua
voce che partiva dal cuore ne palesava agli altri i nobili sentimenti,
ed attestava nell'accento una vera modestia, un certo candore. Chi lo
vedeva, si sentiva attratto a lui da una di quelle influenze morali
che i dotti non hanno ancora esaminate a fondo; essi vi troverebbero
qualche fenomeno di galvanismo, o l'azione di non so qual fluido e
formulerebbero i nostri sentimenti con certe proporzioni di ossigeno
e di elettricità. Questi particolari faranno forse comprendere alle
persone ardite per carattere ed agli uomini bene incravattati perchè,
durante l'assenza del portinaio che aveva mandato a cercare una
carrozza in fondo alla via della Maddalena, Ippolito Schinner non
fece alla portinaja interpellanza qualsiasi sulle due persone che gli
avevano dimostrato il loro buon cuore. Ma, quantunque egli rispondesse
con dei sì e dei no alle domande, naturali in simile circostanza, che
gli vennero rivolte da questa donna sul suo accidente e sull'intervento
officioso delle inquiline del quarto piano, non potè impedirle di
obbedire all'istinto dei portinaj: essa gli parlò delle due sconosciute
secondo gli interessi della sua politica ed i giudizii sotterranei
della portineria.
— Ah! disse, è senza dubbio la signorina Leseigneur e sua madre!
Sono qui da quattro anni e non sappiamo ancora che cosa facciano. La
mattina, solo però fino a mezzodì, una vecchia servente, mezzo sorda,
e che non parla più di un muro, viene a far loro i servizii. La sera,
due o tre vecchi signori, decorati come voi, signore, di cui uno ha
carrozza e servitori ed al quale si danno da cinquanta mila lire circa
di rendita, vengono da lei e vi restano spesso molto tardi. Sono, del
resto, inquilini molto tranquilli, come voi, signore. E poi, economi,
vivono di nulla. Appena arriva una lettera, la pagano. È strano,
signore, la madre ha un nome diverso della figlia. Ah! quando vanno
alle Tuileries, la signorina è motto attraente, e non esce una volta
senza essere inseguita da giovinotti ai quali chiude la porta in
faccia, e fa bene. Il padrone di casa non permetterebbe.
La carrozza era arrivata. Ippolito non volle saperne di più e tornò a
casa sua. Sua madre, cui raccontò la sua avventura, tornò a medicargli
la ferita e non gli permise di tornare il dì dopo allo studio. Sentito
un medico, vennero date diverse prescrizioni ed Ippolito restò in
casa per tre giorni. Durante questa reclusione la sua imaginazione
disoccupata gli ricordò con vivacità, e quasi a frammenti, i
particolari della scena che aveva avuto sotto gli occhi dopo il suo
svenimento. Il profilo della giovinetta si delineava nettamente sulle
tenebre della sua visione interna: rivedeva il volto appassito della
madre e sentiva ancora lo mani di Adelaide; ricordava un gesto, che
a primo tratto l'aveva poco colpito, ma le cui grazie squisite erano
messe in rilievo dal ricordo; poi venne un momento in cui i suoni d'una
voce melodiosa abbellita a distanza dalla memoria, si ripresentarono
d'un tratto, come oggetti che dal fondo dell'acqua emergono alla
superficie. Così, il giorno in cui gli fu permesso di riprendere i
suoi lavori, tornò per tempo al suo studio; ma la visita, che aveva
incontestabilmente il diritto di fare alle sue vicine; era la vera
causa della sua premura; dimenticava già i suoi quadri incominciati.