fischi della neve, gli accordi della viola e la voce deliziosa
arrivarono ancora, deboli come lo spuntare del giorno. Il moribondo
sorrise. — Ti ringrazio di aver invitato delle cantanti, d'aver
condotto della musica. Una festa, delle donne giovani e belle, bianche
coi capelli neri! tutti i piaceri della vita. Falle restare, io sto per
rinascere. — Il delirio è al colmo, disse Don Giovanni. — Ho scoperto
un mezzo per risuscitare. Guarda! Cerca nel cassetto del tavolo,
l'aprirai spingendo una molla nascosta dal grifone. — Ci sono, padre
mio.
— Là, bravo, prendi una boccettina di cristallo di rocca.
— Eccola. — Ho impiegato venti anni a.... In quel momento il vecchio
sentì avvicinarsi la sua fine, e raccolse tutta la sua energia per
dire: appena avrò reso l'ultimo sospiro, mi strofinerai tutto con
quell'acqua, ed io risusciterò. — Ve n'è ben poca replicò, il giovane.
Se Bartolomeo non poteva più parlare, aveva ancora la facoltà di
intendere e di vedere; a quelle parole volse la testa verso Don
Giovanni con un movimento spaventosamente brusco; il suo collo restò
torto come quello di una statua di marmo dal pensiero dello scultore
condannata a guardare da un lato: i suoi occhi ingranditi contrassero
una ributtante immobilità. Era morto, morto perdendo la sua sola, la
sua ultima illusione. Cercando un asilo nel cuore di suo figlio, vi
trovava una tomba più vuota di quella che di solito gli uomini fanno
ai loro morti. Quindi i suoi capelli furono sparpagliati dall'orrore,
ed il suo sguardo convulso parlava ancora. Era un padre che si levava
dal suo sepolcro per domandare vendetta a Dio! — To'! il buon uomo è
finito, esclamò Don Giovanni.
Nella premura di presentare alla luce della lampada la boccetta
misteriosa, come un bevitore consulta la sua bottiglia alla fine del
pranzo, non aveva veduto imbianchire l'occhio di suo padre. Il cane
estatico contemplava alternativamente il padrone morto e l'elisir, come
Don Giovanni guardava tratto tratto suo padre e la fiala. La lampada
gettava delle fiamme ondeggianti. Il silenzio era profondo, la viola
muta. Belvidero trasalì credendo di vedere suo padre che si muoveva.
Intimidito dall'espressione fredda dei suoi occhi accusatori, li
chiuse, come avrebbe spinta una persiana mossa dal vento in una notte
d'autunno. Si tenne ritto, immobile, ingolfato in un mondo di pensieri.
Tutto ad un tratto uno strepito aspro, simile allo stridore di una
molla irrugginita, ruppe quel silenzio. Don Giovanni, sorpreso, per
poco non lasciò cadere la boccetta. Un sudore più freddo dell'acciajo
d'un pugnale, esci dai suoi pori. Un gallo di legno dipinto si alzò al
di sopra di un orologio e cantò tre volte. Era una di quelle macchine
ingegnose coll'ajuto delle quali i dotti di quell'epoca si facevano
svegliare all'ora fissata pei loro lavori. L'alba tingeva già in rosso
le finestre. Don Giovanni aveva passate dieci ore a riflettere. Il
vecchio orologio era più fedele al suo servizio ch'egli non lo fosse
nel compimento dei suoi doveri verso Bartolomeo. Quel meccanismo si
componeva di legno, di molle, di corde, di ruote, mentre egli aveva
quel meccanismo particolare all'uomo che chiamasi un cuore. Per non
esporsi più a perdere il misterioso liquore, lo scettico Don Giovanni
lo ricollocò nel cassetto della piccola tavola gotica. In quel momento
solenne udì nelle gallerie un sordo tumulto; erano voci confuse, risa
soffocate, passi leggieri, fruscii di seta, insomma lo strepito di una
allegra brigata che cerca di raccogliersi.
La porta si aperse, ed il principe, gli amici di Don Giovanni, le sette
cortigiane, le cantatrici, apparvero nello strano disordine in cui si
trovano delle danzatrici sorprese dal chiarore del mattino, quando il
sole lotta colle fiamme delle candele che impallidiscono. Arrivavano
tutti per dare al giovine ereditiero le consolazioni d'uso. — Oh! oh!
il povero Don Giovanni avrebbe dunque presa sul serio questa morte?
disse il principe all'orecchio della Brambilla. — Ma suo padre era un
gran buon uomo, ella rispose.
Le meditazioni notturne di Don Giovanni avevano impressa sui suoi
lineamenti un'espressione così singolare, che impose silenzio a
quel gruppo. Gli uomini restarono immobili. Le donne, i cui labbri
erano arsi dal vino, le cui gote erano chiazzate dai baci, si
inginocchiarono e si misero a pregare. Don Giovanni non potè a meno
di trasalire vedendo gli splendori, le gioje, le risa, i canti, la
gioventù, la bellezza, il potere, tutte le personificazioni della
vita, prosternarsi così davanti alla morte. Ma in questa adorabile
Italia, stravizzo e religione si accoppiavano allora così bene, che la
religione era uno stravizzo, lo stravizzo una religione. Il principe
strinse affettuosamente la mano a Don Giovanni, poi tutte le faccie
avendo formulata simultaneamente la stessa smorfia tra la tristezza
e l'indifferenza, quella fantasmagoria disparve lasciando vuota la
sala. Un bel quadro della vita! Discendendo le scale il principe disse
alla Roverbella: — Eh! chi avrebbe creduto Don Giovanni uno spaccone
d'empietà! Ama suo padre! — Avete osservato il cane nero? chiese la
Brambilla. — Eccolo immensamente ricco, soggiunse sospirando la Bianca
Cavatoline. — Che m'importa? sclamò la fiera Varenese, quella che aveva
spezzata la scatola da confetti. — Come? Che t'importa? esclamò il
duca. Coi suoi scudi adesso è altrettanto principe quanto lo sono io.
Da principio Don Giovanni, agitato da mille pensieri, ondeggiò fra
diversi partiti. Dopo avere consultato il tesoro ammassato da suo
padre, tornò la sera nella camera mortuaria coll'anima gonfia di un
terribile egoismo. Trovò nell'appartamento tutte le persone della
casa occupate a disporre gli ornamenti del letto di parata sul quale
_fu monsignore_ doveva essere espostoli giorno dopo, in mezzo ad una
superba camera ardente, curioso spettacolo che tutta Ferrara doveva
venire ad ammirare. Don Giovanni fece un segno, ed i suoi uomini si
fermarono tutti, interdetti, tremanti. — Lasciatemi solo qui, disse con
voce alterata, non vi ritornerete che al momento in cui io uscirò.
Quando non risuonarono più che debolmente i passi del vecchio servitore
che se ne andava per l'ultimo, Don Giovanni chiuse affrettatamente la
porta, e, sicuro d'essere solo, esclamò: — Proviamo!
Il corpo di Bartolomeo era steso su una lunga tavola. Per togliere agli
occhi di tutti lo schifoso spettacolo di un cadavere che l'estrema
decrepitezza e la magrezza rendevano simile ad uno scheletro, gli
imbalsamatori avevano gettato sul corpo un drappo che l'avviluppava,
meno la testa. Quella specie di mummia giaceva nel mezzo della camera
ed il drappo, naturalmente morbido, ne disegnava vagamente le forme, ma
acute, stecchite, gracili. Il volto era già segnato da larghe chiazze
violacee che indicavano la necessità di completare l'imbalsamazione. Ad
onta dello scetticismo di cui era armato, Don Giovanni tremò sturando
la magica fiala di cristallo. Quando arrivò presso alla testa, fu
anzi costretto di attendere un istante, tanto tremava. Ma quel giovane
era stato di buon'ora sapientemente corrotto dai costumi d'una corte
dissoluta; una riflessione degna del duca d'Urbino venne a dargli un
coraggio eccitato da un vivo sentimento di curiosità; gli sembrava anzi
che il demonio gli avesse suggerito queste parole che rimbombarono nel
suo cuore: _Imbevigli un occhio!_ Prese un pannolino e dopo averlo con
parsimonia intinto nel prezioso liquore, lo passò leggiermente sulla
pupilla destra del cadavere. L'occhio si aperse. — Ah! ah! disse Don
Giovanni stringendo in pugno la boccetta, come noi stringeremmo in
sogno il ramo al quale siamo sospesi al di sopra di un precipizio.
Vedeva un occhio pieno di vita, un occhio di fanciullo in una testa
da morto; la luce vi tremolava in mezzo ad un fluido giovanile e,
protetto da belle ciglia nere, scintillava simile a quei lumi isolati
che il viaggiatore vede in una campagna deserta nelle sere d'inverno.
Quell'occhio fiammeggiante pareva volesse slanciarsi su Don Giovanni,
e pensava, accusava, condannava, minacciava, giudicava, parlava. Vi
si agitavano tutte le passioni umane. Erano le preghiere più tenere;
una collera di re, poi l'amore di una giovinetta che chiede grazia
ai suoi carnefici; finalmente lo sguardo profondo che getta un uomo
nel salire l'ultimo gradino del patibolo. Scintillava tanta vita in
quel frammento di vita, che Don Giovanni spaventato rinculò, passeggiò
per la camera, senza osare di mirare quell'occhio che rivedeva sulle
pareti, sulle tappezzerie. La camera era seminata di punte piene di
fuoco, di vita, d'intelligenza. Dappertutto brillavano degli occhi che
gli abbajavano dietro. — Sarebbe risuscitato per altri cento anni,
gridò involontariamente quando, ricondotto davanti a suo padre da
un'influenza diabolica, contemplò quella scintilla luminosa.
Tutto ad un tratto la pupilla intelligente si chiuse e si riaperse
subitanea, come quella di una donna che acconsente. Se una voce avesse
gridato: «Sì!» Don Giovanni non ne avrebbe provato maggior spavento. —
Che fare? pensò. — Sì, disse l'occhio ammiccando con una sorprendente
ironia. — Ah! ah! gridò Don Giovanni, v'è della stregoneria. E
s'avvicinò all'occhio per schiacciarlo. Una grossa lagrima rotolò sulle
guancie appassite del cadavere, e cadde sulla mano di Belvidero. —
Scotta, gridò egli sedendo.
Questa lotta l'aveva estenuato come se, a somiglianza di Giacobbe,
avesse combattuto contro un angelo.
Finalmente si alzò dicendo: — Purchè non si versi sangue! Poi,
raccogliendo quel tanto di coraggio che basta per essere vile,
schiacciò l'occhio, comprimendolo con un pannolino, ma senza guardarlo.
Si udì un gemito, inatteso, ma terribile. Il povero barbone spirava
urlando. — Che sia a parte del segreto? si domandò Don Giovanni
guardando la bestia fedele.
Don Giovanni Belvidero passò per un figlio pio. Inalzò un monumento di
marmo bianco sulla tomba di suo padre, ed affidò l'esecuzione delle
sue statue ai più celebri artisti dell'epoca. Non fu perfettamente
tranquillo se non il giorno in cui la statua paterna, inginocchiata
davanti alla religione, impose l'enorme suo peso su quella fossa,
in fondo alla quale seppellì il solo rimorso che avesse sfiorato il
suo cuore nei momenti di fisica stanchezza. Inventariando le immense
ricchezze ammassate dal vecchio orientalista, Don Giovanni divenne
avaro; non aveva da provvedere a due vite umane? Il suo sguardo
profondamente scrutatore penetrò nel principio della vita sociale, ed
abbracciò tanto meglio il mondo, in quanto lo vedeva attraverso una
tomba. Analizzò gli uomini e le cose, per finirla in una volta col
passato rappresentato dalla storia, col presente raffigurato dalla
legge, coll'avvenire svelato dalla religione. Prese l'anima e la
materia, le gettò in un crogiuolo, non vi trovò nulla, e da allora
divenne _Don Giovanni_!
Padrone delle illusioni della vita, si lanciò giovine e bello nella
vita, sprezzando il mondo, ma facendosene padrone. La sua felicità
non poteva essere quella felicità borghese che si pasce di un
_lesso_ periodico, d'un buon scaldaletto per l'inverno, d'una lampada
per la notte e di pantofole nuove ogni trimestre. No, egli non si
impadronì dell'esistenza come una scimia che afferra una noce, e senza
trastullarsi a lungo, spogliò saggiamente i volgari involucri del
frutto per gustarne la polpa saporita.
La poesia ed i sublimi trasporti della passione umana non gli vennero
più tra i piedi. Non commise l'errore di quegli uomini potenti i
quali, imaginando talvolta che le piccole anime credano alle grandi,
si avvisano di scambiare gli alti pensieri dell'avvenire colla moneta
spicciola delle nostre idee vitalizie. Egli ben poteva come essi
camminare i piedi sulla terra, la testa nei cieli; ma amava meglio
stare seduto ed asciugare col suoi baci più di un labbro di donna
tenera, fresca e profumata; giacchè simile alla morte, dove passava
divorava tutto senza pudore, volendo un amore di possesso, un amore
orientale dai piaceri lunghi e focili. Non amando nelle donne che _la
donna_, si fece dell'ironia un abito naturale all'anima sua. Quando le
sue amanti si servivano di un letto per salire al cielo, ove andavano
a perdersi in un'estasi delirante, Don Giovanni ve le seguiva, grave,
espansivo, sincero quanto può esserlo uno studente tedesco. Ma diceva
io, quando la sua innamorata, folle, smarrita, diceva _noi_! Sapeva
mirabilmente lasciarsi trascinare da una donna. Era sempre abbastanza
forte per lasciarle credere che tremava come un giovine collegiale che
in un ballo dice alla sua prima ballerina: «Amate la danza?» Ma sapeva
anche ruggire a proposito, sfoderare la potente sua spada e sfracellare
i commendatori. V'era dello scherno nella sua semplicità e del riso
nelle sue lagrime, giacchè sapeva piangere come una donna quando
dice a suo marito: «Regalami carrozza e cavalli, o muojo tisica.»
Pei negozianti il mondo è una balla o una massa di biglietti in
circolazione; per la maggior parte dei giovani è una donna; per alcune
donne è un uomo; per certi individui è un salone, una consorteria, un
quartiere, una città; per Don Giovanni l'universo era lui. Modello di
grazia e di nobiltà, d'uno spirito seducente, attaccò la sua barca a
tutte le rive; ma facendosi condurre non andava che dove voleva essere
condotto. Più visse, più dubitò. Esaminando gli uomini indovinò spesso
che il coraggio era temerità; la prudenza poltroneria; la generosità
astuzia; la giustizia un delitto; la delicatezza una ingenuità; la
probità un'organizzazione; e per una fatalità singolare si accorse
che le persone veramente probe, delicate, giuste, generose, prudenti e
coraggiose, non godevano presso gli uomini considerazione di sorta. Che
gelido scherzo! si disse. Non viene da un Dio. Ed allora, rinunciando
ad un mondo migliore, non si levò mai il cappello udendo pronunciare
un nome e considerò i santi di pietra nelle chiese come opere d'arte.
In tal modo, comprendendo il meccanismo delle società umane, non
urtava mai troppo i pregiudizii, perchè non era tanto potente come il
carnefice; ma maneggiava le leggi sociali con quella grazia e quello
spirito così ben resi nella scena con Monsieur Dimanche. Fu infatti il
tipo del Don Giovanni di Molière, del Faust di Goethe, del Manfredo di
Byron o del Melmoth di Maturin. Grandi imagini tracciate dai più grandi
genii d'Europa, ed ai quali non mancarono gli accordi di Mozart come
forse la lira di Rossini. Imagini terribili che il principio del male,
esistente nell'uomo, fa eterne, e delle quali di secolo in secolo si
ritrovano alcuni esemplari; sia che questo tipo entri a trattare cogli
uomini incarnandosi in Mirabeau, sia che si accontenti di agire in
silenzio come Bonaparte, o di conglobare l'universo in un'ironia come
il divino Rabelais; oppure anco sia che rida degli esseri invece di
insultare le cose, come il maresciallo di Richelieu; e meglio ancora,
sia che si burli degli uomini e delle cose come il più celebre dei
nostri ambasciatori. Ma il genio profondo di Don Giovanni Belvidero
riassunse, in anticipazione, tutti questi genii. Si burlò di tutto. La
sua vita era uno scherno che comprendeva uomini, cose, instituzioni,
idee. Quanto all'eternità, aveva chiacchierato famigliarmente una
mezz'ora col papa Giulio II ed alla fine della conversazione gli disse
ridendo: — Se bisogna assolutamente scegliere, amo meglio credere a Dio
che al diavolo; la potenza unita alla bontà offre sempre più risorse
che il genio del male. — Sì un Dio, vuole che si faccia penitenza in
questo mondo... — Voi dunque pensate sempre alle vostre indulgenze?
rispose Belvidero. Ebbene! per pentirmi dei falli della prima mia vita,
ho in riserva tutta un'esistenza. — Ah! se intendi così la vecchiaja,
esclamò il papa, arrischii di essere canonizzato. — Dopo il vostro
inalzamento al soglio pontificio si può credere qualunque cosa.
E se ne andarono a vedere gli operaj occupati a costruire l'immensa
basilica consacrata a san Pietro. — San Pietro è l'uomo di genio che ci
ha costituito il nostro doppio potere, disse il papa a Don Giovanni, e
merita questo monumento. Ma alle volte, di notte, penso che un diluvio
passerà la spugna su di ciò e bisognerà ricominciare...
Don Giovanni ed il papa si misero a ridere: si erano intesi. Uno
sciocco sarebbe andato il giorno dopo a divertirsi con Giulio II da
Raffaello, o nella deliziosa villa Madama; ma Belvidero andò a vederlo
officiare pontificalmente per convincersi dei suoi dubbii. In un'orgia
La Rovere avrebbe potuto smentirsi e commentare l'Apocalisse.
Ad ogni modo questa leggenda non fu intrapresa per fornire materiali a
quelli che volessero scrivere delle memorie sulla vita di Don Giovanni;
è destinata a provare agli uomini onesti che Belvidero non è morto nel
suo duello con una pietra, come vogliono far credere alcuni litografi.
Allorchè Don Giovanni Belvidero raggiunse l'età di 60 anni, venne a
stabilirsi in Ispagna.
Là, nella sua tarda età, sposò una bella ed incantevole andalusa. Ma,
per calcolo, non fu nè buon padre, nè buon marito. Aveva osservato che
non siamo mai amati teneramente se non dalle donne delle quali non ci
curiamo più che tanto. Dona Elvira, santamente allevata da una vecchia
zia nel fondo dell'Andalusia, in un castello a poche leghe da San
Lucar, era tutta abnegazione e grazia. Don Giovanni indovinò che quella
giovinetta sarebbe donna da combattere lungamente una passione prima di
cedervi; sperò quindi poterla conservare virtuosa fino alla sua morte.
Fu uno scherzo serio, una partita a scacchi che voleva riservarsi di
giuocare negli ultimi suoi giorni. Forte di tutti gli errori commessi
da suo padre Bartolomeo, Don Giovanni risolse di far servire le
minime azioni della sua vecchiaja alla riescita del dramma che doveva
compiersi al suo letto di morte. Quindi la maggior parte delle sue
ricchezze restò sepolta nelle cantine del suo palazzo a Ferrara, ove
andava di raro. Quanto all'altra metà della sua sostanza, fu collocata
a vitalizio, per interessare alla durata della sua vita la moglie
ed i figli, specie di astuzia che suo padre avrebbe dovuto usare;
ma questa speculazione machiavellica non gli fu molto necessaria.
Il giovine Filippo Belvidero suo figlio divenne uno spagnuolo così
conscienziosamente religioso quanto suo padre era empio, in virtù forse
del proverbio: _a padre avaro figliuol prodigo_. L'abate di San Lucar
fu scelto da Don Giovanni per dirigere le conscienze della duchessa
di Belvidero e di Filippo. Questo ecclesiastico era un sant'uomo,
bello della persona, mirabilmente proporzionato, che aveva dei begli
occhi neri, una testa alla Tiberio, logorata dai digiuni, bianca di
macerazioni, e giornalmente tentato come lo sono tutti i solitarii.
Il vecchio signore sperava forse di potere uccidere anche un frate
prima di fluire la prima locazione della sua vita. Ma sia che l'abate
fosse abbastanza forte quanto poteva esserlo lo stesso Don Giovanni,
sia che Dona Elvira avesse più prudenza o virtù che la Spagna non
accordi alle donne, Don Giovanni fu costretto a passare i suoi ultimi
giorni come un vecchio curato di campagna senza scandali in casa.
Alle volte si divertiva a trovare il figlio o la moglie in fallo nei
doveri di religione, e voleva imperiosamente che eseguissero tutte le
obbligazioni imposte ai fedeli della corte di Roma. Finalmente non era
mai tanto felice come quando udiva il galante abate di San Lucar, Dona
Elvira e Filippo occupati a discutere un caso di conscienza.
Intanto, ad onta delle cure prodigiose che il signor Don Giovanni
Belvidero metteva per la propria conservazione, i giorni della
decrepitezza arrivarono; con quell'età dolorosa vennero gli strilli
dell'impotenza, strilli tanto più strazianti, quanto più ricchi erano i
ricordi della sua bollente giovinezza, e della sua voluttuosa maturità.
Quest'uomo in cui l'ultimo grado dell'ironia era di impegnare gli
altri a credere alle leggi ed ai principii dei quali egli si burlava,
si addormentava la sera su un _forse_! Questo modello di buon genere,
questo duca, vigoroso in un'orgia, superbo alle corti, grazioso colle
donne, i cui cuori erano stati da lui torti come un villano torce
un laccio di vimini, quest'uomo di genio aveva un catarro ostinato,
una sciatica importuna, una gotta brutale. Vedeva che i suoi denti
l'abbandonavano, come alla fine di una serata, le dame più bianche, le
meglio abbigliate se ne vanno ad una ad una lasciando la sala deserta
e smobiliata. Finalmente le ardite sue mani tremarono, le sue svelte
gambe vacillarono, ed alla sera l'apoplessia gli serrò il collo colle
sue mani adunche e glaciali. Da quel giorno fatale divenne torbido e
duro. Accusava la devozione di suo figlio e di sua moglie, pretendendo
a volte che non gli prodigassero le loro cure toccanti e delicate
colla voluta tenerezza se non perchè aveva fatto vitalizio di tutta
la sua sostanza. Elvira e Filippo versavano allora lagrime amare e
raddoppiavano le carezze al malizioso vecchio la cui voce arrocata
si faceva affettuosa per dir loro: — Amici miei, mia cara moglie,
mi perdonate, non è vero? Io vi tormento un poco. Ahimè! Gran Dio!
come si servì di me per provare queste due creature celesti! Io, che
dovrei essere la loro gioja, sono il loro flagello. — Così li incatenò
ai piedi del suo letto, facendo loro dimenticare dei mesi intieri
di impazienza e di crudeltà con un'ora in cui per essi spiegava i
tesori sempre nuovi della sua grazia e di una falsa tenerezza. Sistema
paterno che gli riescì infinitamente meglio di quello che suo padre
aveva usato con lui. Finalmente arrivò a tal grado di malattia che per
metterlo a letto bisognava manovrarlo come una feluca che entra in un
canale pericoloso. Poi il giorno della morte arrivò. Questo brillante
e scettico personaggio, la cui Intelligenza sopraviveva sola alla più
terribile delle distruzioni, vide entrare un medico ed un confessore,
le sue due antipatie. Ma con essi fu gioviale. Non aveva per sè un lume
scintillante dietro il velo dell'avvenire? Su questa tela, di piombo
per gli altri, diafana per lui, le leggiere, incantevoli delizie della
gioventù scherzavano come ombre.
Fu in una bella sera d'estate che Don Giovanni sentì l'avvicinarsi
della morte. Il cielo di Spagna era d'un'ammirabile purezza, gli
aranceti profumavano l'aria, le stelle distillavano luci vive
e fresche, la natura sembrava dargli dei pegni sicuri della sua
risurrezione; un figlio pietoso ed obbediente lo contemplava con amore
e rispetto. Verso le undici volle restar solo con quell'essere candido.
— Filippo, gli disse con una voce così tenera e così affettuosa che il
giovane trasalì e pianse di gioja. Mai quel padre inflessibile aveva
pronunciato; Filippo, in tal modo. — Ascoltami, figlio mio, continuò
il moribondo. Io sono un gran peccatore. Quindi, durante tutta la mia
vita ho pensato alla mia morte. Fui già l'amico del gran pontefice
Giulio II. Quell'illustre pontefice temette che l'eccessiva irritazione
dei miei sensi non mi facesse commettere qualche peccato mortale
nell'intervallo in cui avessi a morire e quello in cui avessi ricevuto
l'estrema unzione; mi regalò una fiala nella quale esiste l'acqua santa
già tempo scaturita dalla roccia nel deserto. Ho conservato il segreto
su questa dilapidazione del tesoro della chiesa, ma sono autorizzato a
rivelare questo mistero a mio figlio _in articulo mortis_. Troverete la
fiala nel cassetto di questa tavola gotica che non ha mai abbandonato
il capezzale del mio letto... Il prezioso cristallo potrà servirvi
ancora, mio amato Filippo. Giuratemi, per la vostra salute eterna, di
eseguire puntualmente i miei ordini.