Don Giovanni tacque. Regnò un orribile silenzio. Attraverso i pesanti

fischi della neve, gli accordi della viola e la voce deliziosa

arrivarono ancora, deboli come lo spuntare del giorno. Il moribondo

sorrise. — Ti ringrazio di aver invitato delle cantanti, d'aver

condotto della musica. Una festa, delle donne giovani e belle, bianche

coi capelli neri! tutti i piaceri della vita. Falle restare, io sto per

rinascere. — Il delirio è al colmo, disse Don Giovanni. — Ho scoperto

un mezzo per risuscitare. Guarda! Cerca nel cassetto del tavolo,

l'aprirai spingendo una molla nascosta dal grifone. — Ci sono, padre

mio.

— Là, bravo, prendi una boccettina di cristallo di rocca.

— Eccola. — Ho impiegato venti anni a.... In quel momento il vecchio

sentì avvicinarsi la sua fine, e raccolse tutta la sua energia per

dire: appena avrò reso l'ultimo sospiro, mi strofinerai tutto con

quell'acqua, ed io risusciterò. — Ve n'è ben poca replicò, il giovane.

Se Bartolomeo non poteva più parlare, aveva ancora la facoltà di

intendere e di vedere; a quelle parole volse la testa verso Don

Giovanni con un movimento spaventosamente brusco; il suo collo restò

torto come quello di una statua di marmo dal pensiero dello scultore

condannata a guardare da un lato: i suoi occhi ingranditi contrassero

una ributtante immobilità. Era morto, morto perdendo la sua sola, la

sua ultima illusione. Cercando un asilo nel cuore di suo figlio, vi

trovava una tomba più vuota di quella che di solito gli uomini fanno

ai loro morti. Quindi i suoi capelli furono sparpagliati dall'orrore,

ed il suo sguardo convulso parlava ancora. Era un padre che si levava

dal suo sepolcro per domandare vendetta a Dio! — To'! il buon uomo è

finito, esclamò Don Giovanni.

Nella premura di presentare alla luce della lampada la boccetta

misteriosa, come un bevitore consulta la sua bottiglia alla fine del

pranzo, non aveva veduto imbianchire l'occhio di suo padre. Il cane

estatico contemplava alternativamente il padrone morto e l'elisir, come

Don Giovanni guardava tratto tratto suo padre e la fiala. La lampada

gettava delle fiamme ondeggianti. Il silenzio era profondo, la viola

muta. Belvidero trasalì credendo di vedere suo padre che si muoveva.

Intimidito dall'espressione fredda dei suoi occhi accusatori, li

chiuse, come avrebbe spinta una persiana mossa dal vento in una notte

d'autunno. Si tenne ritto, immobile, ingolfato in un mondo di pensieri.

Tutto ad un tratto uno strepito aspro, simile allo stridore di una

molla irrugginita, ruppe quel silenzio. Don Giovanni, sorpreso, per

poco non lasciò cadere la boccetta. Un sudore più freddo dell'acciajo

d'un pugnale, esci dai suoi pori. Un gallo di legno dipinto si alzò al

di sopra di un orologio e cantò tre volte. Era una di quelle macchine

ingegnose coll'ajuto delle quali i dotti di quell'epoca si facevano

svegliare all'ora fissata pei loro lavori. L'alba tingeva già in rosso

le finestre. Don Giovanni aveva passate dieci ore a riflettere. Il

vecchio orologio era più fedele al suo servizio ch'egli non lo fosse

nel compimento dei suoi doveri verso Bartolomeo. Quel meccanismo si

componeva di legno, di molle, di corde, di ruote, mentre egli aveva

quel meccanismo particolare all'uomo che chiamasi un cuore. Per non

esporsi più a perdere il misterioso liquore, lo scettico Don Giovanni

lo ricollocò nel cassetto della piccola tavola gotica. In quel momento

solenne udì nelle gallerie un sordo tumulto; erano voci confuse, risa

soffocate, passi leggieri, fruscii di seta, insomma lo strepito di una

allegra brigata che cerca di raccogliersi.

La porta si aperse, ed il principe, gli amici di Don Giovanni, le sette

cortigiane, le cantatrici, apparvero nello strano disordine in cui si

trovano delle danzatrici sorprese dal chiarore del mattino, quando il

sole lotta colle fiamme delle candele che impallidiscono. Arrivavano

tutti per dare al giovine ereditiero le consolazioni d'uso. — Oh! oh!

il povero Don Giovanni avrebbe dunque presa sul serio questa morte?

disse il principe all'orecchio della Brambilla. — Ma suo padre era un

gran buon uomo, ella rispose.

Le meditazioni notturne di Don Giovanni avevano impressa sui suoi

lineamenti un'espressione così singolare, che impose silenzio a

quel gruppo. Gli uomini restarono immobili. Le donne, i cui labbri

erano arsi dal vino, le cui gote erano chiazzate dai baci, si

inginocchiarono e si misero a pregare. Don Giovanni non potè a meno

di trasalire vedendo gli splendori, le gioje, le risa, i canti, la

gioventù, la bellezza, il potere, tutte le personificazioni della

vita, prosternarsi così davanti alla morte. Ma in questa adorabile

Italia, stravizzo e religione si accoppiavano allora così bene, che la

religione era uno stravizzo, lo stravizzo una religione. Il principe

strinse affettuosamente la mano a Don Giovanni, poi tutte le faccie

avendo formulata simultaneamente la stessa smorfia tra la tristezza

e l'indifferenza, quella fantasmagoria disparve lasciando vuota la

sala. Un bel quadro della vita! Discendendo le scale il principe disse

alla Roverbella: — Eh! chi avrebbe creduto Don Giovanni uno spaccone

d'empietà! Ama suo padre! — Avete osservato il cane nero? chiese la

Brambilla. — Eccolo immensamente ricco, soggiunse sospirando la Bianca

Cavatoline. — Che m'importa? sclamò la fiera Varenese, quella che aveva

spezzata la scatola da confetti. — Come? Che t'importa? esclamò il

duca. Coi suoi scudi adesso è altrettanto principe quanto lo sono io.

Da principio Don Giovanni, agitato da mille pensieri, ondeggiò fra

diversi partiti. Dopo avere consultato il tesoro ammassato da suo

padre, tornò la sera nella camera mortuaria coll'anima gonfia di un

terribile egoismo. Trovò nell'appartamento tutte le persone della

casa occupate a disporre gli ornamenti del letto di parata sul quale

_fu monsignore_ doveva essere espostoli giorno dopo, in mezzo ad una

superba camera ardente, curioso spettacolo che tutta Ferrara doveva

venire ad ammirare. Don Giovanni fece un segno, ed i suoi uomini si

fermarono tutti, interdetti, tremanti. — Lasciatemi solo qui, disse con

voce alterata, non vi ritornerete che al momento in cui io uscirò.

Quando non risuonarono più che debolmente i passi del vecchio servitore

che se ne andava per l'ultimo, Don Giovanni chiuse affrettatamente la

porta, e, sicuro d'essere solo, esclamò: — Proviamo!

Il corpo di Bartolomeo era steso su una lunga tavola. Per togliere agli

occhi di tutti lo schifoso spettacolo di un cadavere che l'estrema

decrepitezza e la magrezza rendevano simile ad uno scheletro, gli

imbalsamatori avevano gettato sul corpo un drappo che l'avviluppava,

meno la testa. Quella specie di mummia giaceva nel mezzo della camera

ed il drappo, naturalmente morbido, ne disegnava vagamente le forme, ma

acute, stecchite, gracili. Il volto era già segnato da larghe chiazze

violacee che indicavano la necessità di completare l'imbalsamazione. Ad

onta dello scetticismo di cui era armato, Don Giovanni tremò sturando

la magica fiala di cristallo. Quando arrivò presso alla testa, fu

anzi costretto di attendere un istante, tanto tremava. Ma quel giovane

era stato di buon'ora sapientemente corrotto dai costumi d'una corte

dissoluta; una riflessione degna del duca d'Urbino venne a dargli un

coraggio eccitato da un vivo sentimento di curiosità; gli sembrava anzi

che il demonio gli avesse suggerito queste parole che rimbombarono nel

suo cuore: _Imbevigli un occhio!_ Prese un pannolino e dopo averlo con

parsimonia intinto nel prezioso liquore, lo passò leggiermente sulla

pupilla destra del cadavere. L'occhio si aperse. — Ah! ah! disse Don

Giovanni stringendo in pugno la boccetta, come noi stringeremmo in

sogno il ramo al quale siamo sospesi al di sopra di un precipizio.

Vedeva un occhio pieno di vita, un occhio di fanciullo in una testa

da morto; la luce vi tremolava in mezzo ad un fluido giovanile e,

protetto da belle ciglia nere, scintillava simile a quei lumi isolati

che il viaggiatore vede in una campagna deserta nelle sere d'inverno.

Quell'occhio fiammeggiante pareva volesse slanciarsi su Don Giovanni,

e pensava, accusava, condannava, minacciava, giudicava, parlava. Vi

si agitavano tutte le passioni umane. Erano le preghiere più tenere;

una collera di re, poi l'amore di una giovinetta che chiede grazia

ai suoi carnefici; finalmente lo sguardo profondo che getta un uomo

nel salire l'ultimo gradino del patibolo. Scintillava tanta vita in

quel frammento di vita, che Don Giovanni spaventato rinculò, passeggiò

per la camera, senza osare di mirare quell'occhio che rivedeva sulle

pareti, sulle tappezzerie. La camera era seminata di punte piene di

fuoco, di vita, d'intelligenza. Dappertutto brillavano degli occhi che

gli abbajavano dietro. — Sarebbe risuscitato per altri cento anni,

gridò involontariamente quando, ricondotto davanti a suo padre da

un'influenza diabolica, contemplò quella scintilla luminosa.

Tutto ad un tratto la pupilla intelligente si chiuse e si riaperse

subitanea, come quella di una donna che acconsente. Se una voce avesse

gridato: «Sì!» Don Giovanni non ne avrebbe provato maggior spavento. —

Che fare? pensò. — Sì, disse l'occhio ammiccando con una sorprendente

ironia. — Ah! ah! gridò Don Giovanni, v'è della stregoneria. E

s'avvicinò all'occhio per schiacciarlo. Una grossa lagrima rotolò sulle

guancie appassite del cadavere, e cadde sulla mano di Belvidero. —

Scotta, gridò egli sedendo.

Questa lotta l'aveva estenuato come se, a somiglianza di Giacobbe,

avesse combattuto contro un angelo.

Finalmente si alzò dicendo: — Purchè non si versi sangue! Poi,

raccogliendo quel tanto di coraggio che basta per essere vile,

schiacciò l'occhio, comprimendolo con un pannolino, ma senza guardarlo.

Si udì un gemito, inatteso, ma terribile. Il povero barbone spirava

urlando. — Che sia a parte del segreto? si domandò Don Giovanni

guardando la bestia fedele.

Don Giovanni Belvidero passò per un figlio pio. Inalzò un monumento di

marmo bianco sulla tomba di suo padre, ed affidò l'esecuzione delle

sue statue ai più celebri artisti dell'epoca. Non fu perfettamente

tranquillo se non il giorno in cui la statua paterna, inginocchiata

davanti alla religione, impose l'enorme suo peso su quella fossa,

in fondo alla quale seppellì il solo rimorso che avesse sfiorato il

suo cuore nei momenti di fisica stanchezza. Inventariando le immense

ricchezze ammassate dal vecchio orientalista, Don Giovanni divenne

avaro; non aveva da provvedere a due vite umane? Il suo sguardo

profondamente scrutatore penetrò nel principio della vita sociale, ed

abbracciò tanto meglio il mondo, in quanto lo vedeva attraverso una

tomba. Analizzò gli uomini e le cose, per finirla in una volta col

passato rappresentato dalla storia, col presente raffigurato dalla

legge, coll'avvenire svelato dalla religione. Prese l'anima e la

materia, le gettò in un crogiuolo, non vi trovò nulla, e da allora

divenne _Don Giovanni_!

Padrone delle illusioni della vita, si lanciò giovine e bello nella

vita, sprezzando il mondo, ma facendosene padrone. La sua felicità

non poteva essere quella felicità borghese che si pasce di un

_lesso_ periodico, d'un buon scaldaletto per l'inverno, d'una lampada

per la notte e di pantofole nuove ogni trimestre. No, egli non si

impadronì dell'esistenza come una scimia che afferra una noce, e senza

trastullarsi a lungo, spogliò saggiamente i volgari involucri del

frutto per gustarne la polpa saporita.

La poesia ed i sublimi trasporti della passione umana non gli vennero

più tra i piedi. Non commise l'errore di quegli uomini potenti i

quali, imaginando talvolta che le piccole anime credano alle grandi,

si avvisano di scambiare gli alti pensieri dell'avvenire colla moneta

spicciola delle nostre idee vitalizie. Egli ben poteva come essi

camminare i piedi sulla terra, la testa nei cieli; ma amava meglio

stare seduto ed asciugare col suoi baci più di un labbro di donna

tenera, fresca e profumata; giacchè simile alla morte, dove passava

divorava tutto senza pudore, volendo un amore di possesso, un amore

orientale dai piaceri lunghi e focili. Non amando nelle donne che _la

donna_, si fece dell'ironia un abito naturale all'anima sua. Quando le

sue amanti si servivano di un letto per salire al cielo, ove andavano

a perdersi in un'estasi delirante, Don Giovanni ve le seguiva, grave,

espansivo, sincero quanto può esserlo uno studente tedesco. Ma diceva

io, quando la sua innamorata, folle, smarrita, diceva _noi_! Sapeva

mirabilmente lasciarsi trascinare da una donna. Era sempre abbastanza

forte per lasciarle credere che tremava come un giovine collegiale che

in un ballo dice alla sua prima ballerina: «Amate la danza?» Ma sapeva

anche ruggire a proposito, sfoderare la potente sua spada e sfracellare

i commendatori. V'era dello scherno nella sua semplicità e del riso

nelle sue lagrime, giacchè sapeva piangere come una donna quando

dice a suo marito: «Regalami carrozza e cavalli, o muojo tisica.»

Pei negozianti il mondo è una balla o una massa di biglietti in

circolazione; per la maggior parte dei giovani è una donna; per alcune

donne è un uomo; per certi individui è un salone, una consorteria, un

quartiere, una città; per Don Giovanni l'universo era lui. Modello di

grazia e di nobiltà, d'uno spirito seducente, attaccò la sua barca a

tutte le rive; ma facendosi condurre non andava che dove voleva essere

condotto. Più visse, più dubitò. Esaminando gli uomini indovinò spesso

che il coraggio era temerità; la prudenza poltroneria; la generosità

astuzia; la giustizia un delitto; la delicatezza una ingenuità; la

probità un'organizzazione; e per una fatalità singolare si accorse

che le persone veramente probe, delicate, giuste, generose, prudenti e

coraggiose, non godevano presso gli uomini considerazione di sorta. Che

gelido scherzo! si disse. Non viene da un Dio. Ed allora, rinunciando

ad un mondo migliore, non si levò mai il cappello udendo pronunciare

un nome e considerò i santi di pietra nelle chiese come opere d'arte.

In tal modo, comprendendo il meccanismo delle società umane, non

urtava mai troppo i pregiudizii, perchè non era tanto potente come il

carnefice; ma maneggiava le leggi sociali con quella grazia e quello

spirito così ben resi nella scena con Monsieur Dimanche. Fu infatti il

tipo del Don Giovanni di Molière, del Faust di Goethe, del Manfredo di

Byron o del Melmoth di Maturin. Grandi imagini tracciate dai più grandi

genii d'Europa, ed ai quali non mancarono gli accordi di Mozart come

forse la lira di Rossini. Imagini terribili che il principio del male,

esistente nell'uomo, fa eterne, e delle quali di secolo in secolo si

ritrovano alcuni esemplari; sia che questo tipo entri a trattare cogli

uomini incarnandosi in Mirabeau, sia che si accontenti di agire in

silenzio come Bonaparte, o di conglobare l'universo in un'ironia come

il divino Rabelais; oppure anco sia che rida degli esseri invece di

insultare le cose, come il maresciallo di Richelieu; e meglio ancora,

sia che si burli degli uomini e delle cose come il più celebre dei

nostri ambasciatori. Ma il genio profondo di Don Giovanni Belvidero

riassunse, in anticipazione, tutti questi genii. Si burlò di tutto. La

sua vita era uno scherno che comprendeva uomini, cose, instituzioni,

idee. Quanto all'eternità, aveva chiacchierato famigliarmente una

mezz'ora col papa Giulio II ed alla fine della conversazione gli disse

ridendo: — Se bisogna assolutamente scegliere, amo meglio credere a Dio

che al diavolo; la potenza unita alla bontà offre sempre più risorse

che il genio del male. — Sì un Dio, vuole che si faccia penitenza in

questo mondo... — Voi dunque pensate sempre alle vostre indulgenze?

rispose Belvidero. Ebbene! per pentirmi dei falli della prima mia vita,

ho in riserva tutta un'esistenza. — Ah! se intendi così la vecchiaja,

esclamò il papa, arrischii di essere canonizzato. — Dopo il vostro

inalzamento al soglio pontificio si può credere qualunque cosa.

E se ne andarono a vedere gli operaj occupati a costruire l'immensa

basilica consacrata a san Pietro. — San Pietro è l'uomo di genio che ci

ha costituito il nostro doppio potere, disse il papa a Don Giovanni, e

merita questo monumento. Ma alle volte, di notte, penso che un diluvio

passerà la spugna su di ciò e bisognerà ricominciare...

Don Giovanni ed il papa si misero a ridere: si erano intesi. Uno

sciocco sarebbe andato il giorno dopo a divertirsi con Giulio II da

Raffaello, o nella deliziosa villa Madama; ma Belvidero andò a vederlo

officiare pontificalmente per convincersi dei suoi dubbii. In un'orgia

La Rovere avrebbe potuto smentirsi e commentare l'Apocalisse.

Ad ogni modo questa leggenda non fu intrapresa per fornire materiali a

quelli che volessero scrivere delle memorie sulla vita di Don Giovanni;

è destinata a provare agli uomini onesti che Belvidero non è morto nel

suo duello con una pietra, come vogliono far credere alcuni litografi.

Allorchè Don Giovanni Belvidero raggiunse l'età di 60 anni, venne a

stabilirsi in Ispagna.

Là, nella sua tarda età, sposò una bella ed incantevole andalusa. Ma,

per calcolo, non fu nè buon padre, nè buon marito. Aveva osservato che

non siamo mai amati teneramente se non dalle donne delle quali non ci

curiamo più che tanto. Dona Elvira, santamente allevata da una vecchia

zia nel fondo dell'Andalusia, in un castello a poche leghe da San

Lucar, era tutta abnegazione e grazia. Don Giovanni indovinò che quella

giovinetta sarebbe donna da combattere lungamente una passione prima di

cedervi; sperò quindi poterla conservare virtuosa fino alla sua morte.

Fu uno scherzo serio, una partita a scacchi che voleva riservarsi di

giuocare negli ultimi suoi giorni. Forte di tutti gli errori commessi

da suo padre Bartolomeo, Don Giovanni risolse di far servire le

minime azioni della sua vecchiaja alla riescita del dramma che doveva

compiersi al suo letto di morte. Quindi la maggior parte delle sue

ricchezze restò sepolta nelle cantine del suo palazzo a Ferrara, ove

andava di raro. Quanto all'altra metà della sua sostanza, fu collocata

a vitalizio, per interessare alla durata della sua vita la moglie

ed i figli, specie di astuzia che suo padre avrebbe dovuto usare;

ma questa speculazione machiavellica non gli fu molto necessaria.

Il giovine Filippo Belvidero suo figlio divenne uno spagnuolo così

conscienziosamente religioso quanto suo padre era empio, in virtù forse

del proverbio: _a padre avaro figliuol prodigo_. L'abate di San Lucar

fu scelto da Don Giovanni per dirigere le conscienze della duchessa

di Belvidero e di Filippo. Questo ecclesiastico era un sant'uomo,

bello della persona, mirabilmente proporzionato, che aveva dei begli

occhi neri, una testa alla Tiberio, logorata dai digiuni, bianca di

macerazioni, e giornalmente tentato come lo sono tutti i solitarii.

Il vecchio signore sperava forse di potere uccidere anche un frate

prima di fluire la prima locazione della sua vita. Ma sia che l'abate

fosse abbastanza forte quanto poteva esserlo lo stesso Don Giovanni,

sia che Dona Elvira avesse più prudenza o virtù che la Spagna non

accordi alle donne, Don Giovanni fu costretto a passare i suoi ultimi

giorni come un vecchio curato di campagna senza scandali in casa.

Alle volte si divertiva a trovare il figlio o la moglie in fallo nei

doveri di religione, e voleva imperiosamente che eseguissero tutte le

obbligazioni imposte ai fedeli della corte di Roma. Finalmente non era

mai tanto felice come quando udiva il galante abate di San Lucar, Dona

Elvira e Filippo occupati a discutere un caso di conscienza.

Intanto, ad onta delle cure prodigiose che il signor Don Giovanni

Belvidero metteva per la propria conservazione, i giorni della

decrepitezza arrivarono; con quell'età dolorosa vennero gli strilli

dell'impotenza, strilli tanto più strazianti, quanto più ricchi erano i

ricordi della sua bollente giovinezza, e della sua voluttuosa maturità.

Quest'uomo in cui l'ultimo grado dell'ironia era di impegnare gli

altri a credere alle leggi ed ai principii dei quali egli si burlava,

si addormentava la sera su un _forse_! Questo modello di buon genere,

questo duca, vigoroso in un'orgia, superbo alle corti, grazioso colle

donne, i cui cuori erano stati da lui torti come un villano torce

un laccio di vimini, quest'uomo di genio aveva un catarro ostinato,

una sciatica importuna, una gotta brutale. Vedeva che i suoi denti

l'abbandonavano, come alla fine di una serata, le dame più bianche, le

meglio abbigliate se ne vanno ad una ad una lasciando la sala deserta

e smobiliata. Finalmente le ardite sue mani tremarono, le sue svelte

gambe vacillarono, ed alla sera l'apoplessia gli serrò il collo colle

sue mani adunche e glaciali. Da quel giorno fatale divenne torbido e

duro. Accusava la devozione di suo figlio e di sua moglie, pretendendo

a volte che non gli prodigassero le loro cure toccanti e delicate

colla voluta tenerezza se non perchè aveva fatto vitalizio di tutta

la sua sostanza. Elvira e Filippo versavano allora lagrime amare e

raddoppiavano le carezze al malizioso vecchio la cui voce arrocata

si faceva affettuosa per dir loro: — Amici miei, mia cara moglie,

mi perdonate, non è vero? Io vi tormento un poco. Ahimè! Gran Dio!

come si servì di me per provare queste due creature celesti! Io, che

dovrei essere la loro gioja, sono il loro flagello. — Così li incatenò

ai piedi del suo letto, facendo loro dimenticare dei mesi intieri

di impazienza e di crudeltà con un'ora in cui per essi spiegava i

tesori sempre nuovi della sua grazia e di una falsa tenerezza. Sistema

paterno che gli riescì infinitamente meglio di quello che suo padre

aveva usato con lui. Finalmente arrivò a tal grado di malattia che per

metterlo a letto bisognava manovrarlo come una feluca che entra in un

canale pericoloso. Poi il giorno della morte arrivò. Questo brillante

e scettico personaggio, la cui Intelligenza sopraviveva sola alla più

terribile delle distruzioni, vide entrare un medico ed un confessore,

le sue due antipatie. Ma con essi fu gioviale. Non aveva per sè un lume

scintillante dietro il velo dell'avvenire? Su questa tela, di piombo

per gli altri, diafana per lui, le leggiere, incantevoli delizie della

gioventù scherzavano come ombre.

Fu in una bella sera d'estate che Don Giovanni sentì l'avvicinarsi

della morte. Il cielo di Spagna era d'un'ammirabile purezza, gli

aranceti profumavano l'aria, le stelle distillavano luci vive

e fresche, la natura sembrava dargli dei pegni sicuri della sua

risurrezione; un figlio pietoso ed obbediente lo contemplava con amore

e rispetto. Verso le undici volle restar solo con quell'essere candido.

— Filippo, gli disse con una voce così tenera e così affettuosa che il

giovane trasalì e pianse di gioja. Mai quel padre inflessibile aveva

pronunciato; Filippo, in tal modo. — Ascoltami, figlio mio, continuò

il moribondo. Io sono un gran peccatore. Quindi, durante tutta la mia

vita ho pensato alla mia morte. Fui già l'amico del gran pontefice

Giulio II. Quell'illustre pontefice temette che l'eccessiva irritazione

dei miei sensi non mi facesse commettere qualche peccato mortale

nell'intervallo in cui avessi a morire e quello in cui avessi ricevuto

l'estrema unzione; mi regalò una fiala nella quale esiste l'acqua santa

già tempo scaturita dalla roccia nel deserto. Ho conservato il segreto

su questa dilapidazione del tesoro della chiesa, ma sono autorizzato a

rivelare questo mistero a mio figlio _in articulo mortis_. Troverete la

fiala nel cassetto di questa tavola gotica che non ha mai abbandonato

il capezzale del mio letto... Il prezioso cristallo potrà servirvi

ancora, mio amato Filippo. Giuratemi, per la vostra salute eterna, di

eseguire puntualmente i miei ordini.

La pace domestica; L'elisir di lunga vita; La borsa: Racconti scelti · 第 4 / 8 段