sarebbe più certamente appartenuta, se fosse riuscito a metterla in
pubblico. Ambedue fecero allora alcuni giri attraverso i gruppi, che
ingombravano le sale del palazzo. La contessa di Soulanges, inquieta,
si arrestava un momento prima di entrare in ciascuna sala, e non vi
penetrava se non dopo aver teso il collo per gettare uno sguardo su
tutti gli uomini. Questa paura, che colmava di gioja il referendario,
non pareva calmata se non quando egli aveva detto alla tremante sua
compagna: — Rassicuratevi, non c'è. Giunsero così fino ad un'immensa
galleria di quadri, situata in un'ala del palazzo, e donde si godeva in
anticipazione del magnifico aspetto di un desco preparato per trecento
persone. Siccome la cena stava per cominciare, Marziale trascinò la
contessa verso un gabinetto ovale che prospettava sui giardini, ove
i fiori più rari ed alcuni arbusti formavano un boschetto profumato
sotto brillanti tappezzerie azzurre. Il mormorio della festa la veniva
a morire. Entrandovi la contessa trasalì, e rifiutò ostinatamente di
seguirvi il giovane: ma dopo aver gettati gli occhi sopra uno specchio,
senza dubbio vi vide dei testimonii, giacchè andò a sedersi con
abbastanza disinvoltura sopra un'ottomana.
— Questo gabinetto è delizioso, ella disse ammirando una tappezzeria
color del cielo tempestata di perle.
— Tutto vi respira amore e voluttà, disse il giovane estremamente
commosso.
Col favore della luce misteriosa che vi regnava guardò la contessa
e sorprese sulla sua fisionomia dolcemente agitata un'espressione
di imbarazzo, di pudore, di desiderio, che lo incantò. La giovine
donna sorrise, e quel sorriso sembrò ponesse una fine alla lotta dei
sentimenti che si urtavano nel suo cuore, prese col modo più seducente
la mano sinistra del suo adoratore, e ne levò l'anello sul quale aveva
fermata l'attenzione.
— Il bel diamante! esclamò coll'ingenuo accento d'una giovinetta che
lascia travedere le lusinghe d'un primo tentativo.
Marziale, commosso dalla carezza involontaria ma inebbriante che la
contessa gli aveva fatto levandogli il brillante, fissò su di lei
sguardi scintillanti come l'anello.
— Portatelo, le disse, in ricordo di quest'ora celeste e per amore di...
Essa lo contemplava con tale estasi, che egli non finì: le baciò la
mano.
— Me lo regalate? ella disse con aria meravigliata.
— Vorrei offrirvi il mondo intiero.
— Non scherzate? rispose colla voce alterata da una soddisfazione
troppo viva.
— Non accettate che il mio diamante?
— Non me lo riprenderete mai? chiese.
— Mai.
Ella si mise l'anello in dito. Marziale, contando su una prossima
felicità, fece il gesto di passare la mano sul corpo della contessa,
che si alzò di botto, e disse con voce chiara, senza emozione di
sorta: — Signore, accetto questo diamante con tanto minor scrupolo,
inquantochè mi appartiene.
Il referendario rimase interdetto.
— Il signor di Soulanges lo prese non ha guari sulla mia tavoletta e mi
disse d'averlo perduto.
— Siete in errore, madama, disse Marziale, piccato, l'ho avuto da
madama de Vaudremont.
— Precisamente, replicò ella sorridendo. Mio marito si è fatto prestare
da me questo anello, l'ha regalato a lei, essa ve ne ha fatto un dono;
il mio anello ha viaggiato, ecco tutto. Questo anello mi insegnerà
forse tutto ciò che ignoro e mi apprenderà il segreto di piacer sempre.
Signore, riprese, se non fosse stato mio, siate certo che non avrei
arrischiato di pagarlo così caro, giacchè, a quanto si dice, una
giovane presso voi è in pericolo. Ma ecco, continuò facendo scattare
una molla nascosta sotto la pietra, vi sono ancora i capelli del signor
di Soulanges.
E si slanciò nelle sale con tanta prestezza che pareva inutile tentare
di raggiungerla, e d'altronde Marziale confuso non era in vena di
proseguire l'avventura. Il riso di madama de Soulanges aveva trovato
un'eco nel gabinetto, in cui il giovine bellimbusto scorse fra due
arboscelli il colonnello e madama de Vaudremont che ridevano di tutto
cuore.
— Vuoi il mio cavallo per correre dietro alla tua conquista? gli disse
il colonnello.
La buona grazia con cui il barone sopportò le celie con cui
l'assalirono madama de Vaudremont e Montcornet gli valse la loro
discrezione su quella serata, nella quale il suo amico scambiò il
cavallo di battaglia con una donna giovine, ricca e bella.
Mentre la contessa di Soulanges varcava l'intervallo che separa la
Chaussée d'Antin dal sobborgo San Germano, in cui dimorava, fu in
preda alle più vive inquietudini. Prima di abbandonare il palazzo di
Gondreville ne aveva percorse le sale senza incontrarvi nè sua zia nè
suo marito, partiti senza di lei. Dei terribili presentimenti vennero
allora a tormentare la sua anima ingenua. Testimonio discreto delle
sofferenze provate da suo marito dal giorno che madama de Vaudremont
l'aveva attaccato al suo carro, sperava che un prossimo pentimento le
avrebbe ricondotto lo sposo. Era quindi con una incredibile ripugnanza
che aveva acconsentito al piano concepito da sua zia, madama di
Grandlieu, ed in quel momento temeva di aver commesso un errore.
Quella serata aveva rattristata la sua anima candida. Sgomentata da
principio dall'aria sofferente e cupa del conte di Soulanges, lo fu
ancora più dalla bellezza della sua rivale, e la corruzione del gran
mondo le stringeva il cuore. Passando sul Ponte Reale, buttò via i
capelli profanati che si trovavano sotto il diamante, già offerto come
pegno di puro amore. Pianse ricordando le vive sofferenze alle quali
era da lungo tempo in preda, e fremette pensando che il dovere delle
donne le quali vogliono ottenere la pace in casa le costringeva a
seppellire nel fondo del cuore angoscie crudeli come la sua.
— Ahimè! diceva, come possono fare le donne che non amano? Dov'è la
sorgente della loro indulgenza? Io non posso credere, come dice mia
zia, che basti la ragione per sostenerle in tali abnegazioni.
Sospirava ancora quando il suo servitore abbassò l'elegante
predella dalla quale si lanciò nel vestibolo del suo palazzo. Salì
precipitosamente le scale, e quando giunse nella sua camera, trasalì di
terrore vedendo suo marito seduto presso il camino.
— Da quando, mia cara, andate al ballo senza di me, senza prevenirmi?
chiese con voce alterata. Sappiate che una donna senza suo marito è
sempre spostata. Voi eravate singolarmente compromessa nell'angolo
oscuro in cui vi eravate cacciata.
— Oh mio buon Leone, ella disse con voce carezzevole, non ho potuto
resistere al piacere di vederti senza che tu mi vedessi. Mia zia mi ha
condotta a questo ballo, e vi sono stata ben fortunata.
Queste parole disarmarono gli sguardi del conte della loro severità
fittizia, giacchè egli si era fatto a sè stesso vivi rimproveri udendo
il ritorno di sua moglie, che senza dubbio al ballo era stata informata
di una infedeltà che egli sperava averle occultata, e giusta il costume
degli amanti che si sentono in colpa tentava, movendo pel primo querela
alla contessa, di evitare la sua collera troppo giusta. Guardò in
silenzio sua moglie che gli parve più bella che mai. Felice di vedere
suo marito sorridente e di trovarlo a quell'ora in una camera dove da
qualche tempo veniva con minor frequenza, la contessa lo guardò così
teneramente che arrossì ed abbassò gli occhi. Questa clemenza inebbriò
tanto più Soulanges in quanto che succedeva ai tormenti che aveva
provati durante il ballo; prese la mano di sua moglie e la baciò per
riconoscenza; non si trova spesso della riconosoenza nell'amore?
— Ortensia, che hai al dito che mi ha fatto tanto male alle labbra?
chiese ridendo.
— Il mio diamante, che tu dicevi perduto ed io ho ritrovato.
Il generale Montcornet non sposò madama de Vaudremont, ad onta della
buona intelligenza nella quale ambedue vissero per alcuni momenti,
giacchè essa fu una delle vittime dello spaventevole incendio che
rese eternamente celebre il balio dato dall'ambasciatore d'Austria,
in occasione del matrimonio dell'imperatore Napoleone colla figlia
dell'imperatore Francesco II.
L'ELISIR DI LUNGA VITA
AL LETTORE
Nell'esordio della vita letteraria dell'autore un amico morto da tempo,
gli fornì il soggetto di questo studio che più tardi trovò in una
raccolta pubblicata verso il principio di questo secolo; e, secondo
le sue congetture, è una fantasia dovuta al Hoffmann di Berlino,
pubblicata in qualche almanacco di Germania e dimenticata nelle opere
di lui dagli editori. La Commedia Umana è abbastanza ricca d'invenzioni
per permettere all'inventore di confessare un innocente prestito; come
il buon La-Fontaine, egli del resto avrà trattato al modo suo e senza
saperlo un fatto già narrato. Questo non fu uno di quegli scherzi di
moda nel 1830, epoca in cui ogni autore _faceva dell'atroce_, per il
piacere delle ragazze. Quando sarete arrivato all'elegante parricidio
di Don Giovanni, cercate di indovinare la condotta che in circostanze
presso a poco simili terrebbero quegli onesti che, nel secolo
decimonono, prendono danaro a vitalizio sulla fede di un catarro, e
quelli che affittano una casa ad una vecchia per tutto il resto dei
suoi giorni. Risusciterebbero essi i loro assicurati? Desidererei
che dei pesatori giurati di coscienze esaminassero qual grado di
somiglianza può esistere fra Don Giovanni ed i padri che maritano le
loro figlie a motivo _delle speranze_. La società umana che, al dire
di alcuni filosofi, cammina nella via del progresso, considera come un
passo verso il bene l'arte di attendere la morte? Questa scienza ha
creato dei mestieri onorevoli, mediante i quali si vive della morte.
Lo stato sociale di certe persone è quello di sperare una morte; la
covano, accoccolandosi ogni mattina sopra un cadavere, e se ne fanno un
guanciale per la sera: sono i coadjutori, i cardinali, i sopranumerari,
i tontinieri, ecc. Aggiungetevi molte persone delicate, che hanno
premura di acquistare una proprietà il cui prezzo è superiore ai loro
mezzi, ma che stabiliscono logicamente ed a freddo le probabilità di
vita che restano ai loro padri od alle loro suocere, ottuagenarie o
settuagenarie, dicendo: — «Prima di tre anni erediterò necessariamente
e, allora....» Un omicida ci dà meno nausea di una spia. L'omicida
ha forse ceduto a un moto di pazzia, può pentirsi, riabilitarsi.
Ma la spia è sempre spia; è spia in letto, a tavola, camminando, di
giorno, di notte; è vile ogni minuto. Si può essere omicida come è
vile una spia? Eppure non ravvisate nella società una folla di esseri
indotti dalle nostre leggi, dai nostri costumi, dagli usi, a pensare
incessantemente alla morte dei loro, ad agognarla?
Essi pensano ciò che vale una bara contrattando dei _cachemires_ per
le loro donne, salendo le scale di un teatro, desiderando di andare ai
_Bouffons_, sospirando una carrozza. Assassinano delle care creature,
incantevoli di innocenza, nel momento in cui la sera offrono loro da
baciare le fronti infantili dicendo: «Buona sera, papà!» Vedono ad
ogni momento degli occhi che vorrebbero chiudere e che si riaprono
ogni mattina alla luce come quelli di Belvidero in questo _studio_.
Dio solo sa il numero di parricidii che si commettono col pensiero!
Figuratevi un uomo che deve passare mille scudi di rendita vitalizia ad
una vecchia, e che ambedue vivono in campagna, separati da un ruscello,
ma abbastanza estranei l'uno all'altra, per potere odiarsi cordialmente
senza mancare a quelle convenienze umane che mettono una maschera sul
viso di due fratelli, di cui l'uno avrà il maggiorasco, l'altro una
legittima. Tutta la civiltà europea riposa sull'_eredità_ come sopra
un perno; sarebbe stoltezza sopprimerlo, ma non si potrebbe, come nelle
macchine che formano l'orgoglio della nostra epoca, perfezionare questa
ruota essenziale?
Se l'autore ha conservato questa vecchia formola: _Al lettore_ in
un'opera in cui cerca di rappresentare tutte le forme letterarie, si
è per fare un'osservazione relativa ad alcuni studii ed in ispecie
a questo. Ognuna delle sue composizioni è basata su delle idee più o
meno nuove, la cui manifestazione gli sembra utile; può tenere alla
priorità di certe forme, di certi pensieri, che, di poi, sono passati
nel dominio letterario, e si sono talvolta volgarizzati. Le date della
primitiva pubblicazione di ciascun studio non devono dunque riuscire
indifferenti a quelli dei lettori che vorranno rendergli giustizia.
La lettura ci procura amici sconosciuti, e quale amico è un lettore!
Abbiamo degli amici noti che non leggono una riga di nostro! L'autore
spera aver pagato il suo debito dedicando quest'opera DIIS IGNOTIS.
. . . . . . .
In un sontuoso palazzo di Ferrara, una sera d'inverno Don Juan
Belvidero, dava un festino ad un principe della casa d'Este. A
quell'epoca una festa era uno spettacolo meraviglioso che solo potevano
realizzare ricchezze da re o da gran signore. Sedute intorno ad un
tavolo illuminato da candele profumate, sette allegre dame scambiavano
dolci propositi fra ammirabili capi d'opera, i cui candidi marmi si
staccavano sulle pareti di stucco rosso e contrastavano coi ricchi
tappeti di Turchia. Vestite di seta, scintillanti d'oro e cariche
di pietre preziose che brillavano meno degli occhi loro, tutte
raccontavano energiche passioni, ma diverse come lo erano le loro
bellezze. Esse non differenziavano nè di parole nè di idee; l'aria,
uno sguardo, qualche gesto e l'accento servivano alle loro parole di
commentarii libertini, lascivi, melanconici o scherzosi.
Una pareva dire: — La mia bellezza sa riscaldare il cuore gelato dei
vecchi.
L'altra: — Amo restare sdrajata sui cuscini, per pensare con ebbrezza a
quelli che mi adorano.
Una terza, novizia di queste feste, voleva arrossire: — In fondo
del cuore sento un rimorso, ella diceva. Sono cattolica ed ho paura
dell'inferno. Ma vi amo tanto, oh tanto, che posso sacrificarvi
l'eternità.
La quarta, vuotando una tazza di vino di Chio, sclamava: — Viva
l'allegria! Ad ogni aurora io prendo una nuova vita. Dimentica del
passato, ebra ancora degli assalti della vigilia, tutte le sere
esaurisco una vita di felicità, una vita piena d'amore!
La donna seduta presso Belvidero lo guardava con occhi infocati. Era
silenziosa. — Non mi affiderei ai _bravi_ per uccidere il mio amante,
se mi abbandonasse! Poi aveva riso; ma la sua mano convulsiva rompeva
una scatola d'oro da confetti, miracolosamente scolpita. — Quando sarai
tu granduca? dimandò la sesta al principe con una espressione di gioja
omicida fra i denti, e di delirio bacchico negli occhi. — E tu, quando
morrà tuo padre? disse la settima ridendo e gettando il suo mazzo a
Don Giovanni con un gesto inebriante di civetteria. Era una innocente
giovinetta, avvezza a scherzare con tutte le cose sacre. — Ah! non me
ne parlate, gridò il giovine e bello Don Juan Belvidero, non vi è al
mondo che un padre eterno, e sventura vuole che l'abbia io.
Le sette cortigiane di Ferrara, gli amici di Don Giovanni ed il
principe stesso gettarono un grido d'orrore. Duecento anni dopo e
sotto Luigi XV la gente di buon gusto avrebbe riso di quella sortita.
Ma fors'anche sul principio di un'orgia le anime avevano ancora troppa
lucidità. Ad onta del fuoco delle candele, del grido delle passioni,
dell'aspetto dei vasi d'oro e d'argento, del fumo dei vini, ad onta
della contemplazione delle donne più incantevoli, vi era forse ancora,
nel fondo dei cuori, un po' di quella vergogna per le cose umane e
divine che lotta fino a tanto che l'orgia l'abbia annegata negli ultimi
fiotti d'un vino spumante. Tuttavia i fiori erano già appassiti, gli
occhi si inebetivano, e l'ubbriachezza guadagnava terreno, secondo
l'espressione di Rabelais, fino ai sandali. In quel momento di
silenzio, s'aprì una porta e, come al convito di Baldassare, Dio si
fece riconoscere; comparve sotto le sembianze di un vecchio domestico
dai capelli bianchi, dal passo tremante, dalle sopraciglia contratte;
entrò con aria triste, sprezzò con un'occhiata le corone, le tazze di
vermiglia, le piramidi di frutta, lo splendore della festa, la porpora
dei volti sbalorditi ed i colori dei cuscini su cui si affondavano le
candide braccia delle donne; finalmente gettò il lutto su quella follia
dicendo con voce cavernosa queste tristi parole: — Monsignore, vostro
padre è moribondo. Don Giovanni si alzò dicendo ai suoi ospiti un gesto
che può tradursi così: «Scusatemi, non sono cose che accadono tutti i
giorni.»
La morte di un padre non sorprende spesso i giovan nel mezzo degli
splendori della vita, nel seno delle follie di un'orgia? La morte è
così subitanea ne' suoi capricci come una cortigiana nelle sue collere;
ma, più fedele, non ha mai ingannato alcuno.
Quando Don Giovanni ebbe chiusa la porta della sala, camminò in
una lunga galleria altrettanto fredda quanto oscura, e si sforzò di
assumere un'apparenza teatrale; pensando alla sua parte di figlio aveva
buttata via col tovagliolo la mattana. La notte era nera. Il servitore
silenzioso che conduceva il giovine verso una camera mortuaria, faceva
scarsamente lume al suo padrone, di modo che la _morte_, ajutata dal
freddo, dal silenzio, dall'oscurità, per una reazione d'ubbriacatura
forse, potè insinuare alcune riflessioni nell'animo di questo
dissipatore, che interrogò la sua vita e divenne pensieroso come un
uomo sotto processo che s'incammina al tribunale.
Bartolomeo Belvidero padre di Don Giovanni era un vecchio nonagenario
che aveva passata la maggior parte della sua vita nei traffichi
mercantili. Avendo spesso attraversati i magici paesi dell'Oriente,
aveva acquistate immense ricchezze e cognizioni, come egli diceva, più
preziose dell'oro e dei diamanti dei quali allora più non si curava. —
Preferisco un dente ad un rubino ed il potere al sapere, diceva qualche
volta sorridendo. Questo buon padre si compiaceva nell'udire Don
Giovanni raccontargli una scappata giovanile, e diceva con aria maligna
prodigandogli l'oro: Mio caro figlio, non fare altre sciocchezze che
quelle le quali ti divertiranno. — Era il solo vecchio che provasse
piacere a vedere un giovane; l'amor paterno lo illudeva nella
contemplazione di una vita così brillante. All'età di sessant'anni
Belvidero si era innamorato di un angelo di pace e di bellezza.
Don Giovanni era stato il solo frutto di questo tardo e passeggero
amore. Dopo quindici anni il buon uomo deplorava la perdita della
sua cara Juana. I numerosi suoi servitori e suo figlio attribuivano a
questo dolore del vecchio le singolari abitudini che aveva contratte.
Rifugiato nell'ala più incomoda del suo palazzo, Bartolomeo non ne
usciva che assai di rado, e Don Giovanni stesso non poteva penetrare
nell'appartamento di suo padre senza averne ottenuto il permesso.
Se questo volontario anacoreta andava e veniva nel palazzo, o per le
vie di Ferrara, pareva in cerca di cosa che gli mancasse; camminava
tutto impensierito, indeciso, preoccupato come un uomo in lotta con
un'idea o con un ricordo. Mentre il giovane dava delle feste sontuose,
ed il palazzo rimbombava degli scoppii della sua gioja, i cavalli
scalpitavano nelle corti e i paggi questionavano giocando ai dadi sui
gradini, Bartolomeo mangiava sette oncie di pane al giorno e beveva
dell'acqua. Se gli occorreva un po' di pollame, era per darne le ossa
ad un barbone nero, suo fedel compagno. Durante la malattia, se il
suono del corno e gli abbajamenti dei cani lo sorprendevano nel sonno,
si accontentava di dire: — Ah! è Don Giovanni che rincasa.
Su questa terra non si era mai incontrato un padre così comodo e così
indulgente, quindi il giovane Belvidero, avvezzo a trattarlo senza
complimenti, aveva tutti i difetti dei fanciulli viziati; viveva con
Bartolomeo come una cortigiana capricciosa vive con un antico amante,
facendo passare un'impertinenza con un sorriso, vendendo il suo buon
umore e lasciandosi amare. Ricostruendo mentalmente il quadro dei
suoi anni giovanili, Don Giovanni si accorse che gli sarebbe stato
difficile trovare in difetto la bontà di suo padre. Sentendo in
fondo al cuore nascere un rimorso, nel momento in cui attraversava
la galleria, si sentì quasi spinto a perdonare a Belvidero d'aver
vissuto così a lungo. Tornava a sentimenti di pietà filiale, come un
ladro diventa uomo onesto per il possibile godimento di un milione
bene occultato. In breve il giovane attraversò le alte e fredde sale
che componevano l'appartamento di suo padre. Dopo aver provato gli
effetti d'un'atmosfera umida, respirata l'aria densa, l'odore stantìo
che esalava dalle vecchie tappezzerie e dagli armadii coperti di
polvere, si trovò nell'antica camera del vecchio, davanti a un letto
nauseabondo, presso un focolare quasi spento. Una lampada posta sopra
un tavolo di forma gotica, gettava a intervalli ineguali degli sprazzi
di luce più o meno forti sul letto e mostrava così la figura del
vecchio sotto aspetti sempre diversi. Il freddo fischiava attraverso le
finestre mal chiuse; e la neve sferzando i vetri produceva uno strepito
sordo. Questa scena faceva un contrasto così spiccato con quella che
Don Giovanni aveva lasciata, che non potè a meno di trasalire. Poi
ebbe freddo quando, avvicinandosi al letto, un barbaglio abbastanza
violento di luce, spinto da un soffio di vento, illuminò la testa di
suo padre; i lineamenti ne erano scomposti, la pelle aderente alle
ossa aveva delle tinte verdognole che la bianchezza del guanciale su
cui riposava il vegliardo rendeva ancora più orribili; contratta dal
dolore, la bocca semichiusa e priva di denti lasciava passare alcuni
sospiri la cui lugubre energia era sostenuta dagli urli della tempesta.
Ad onta di questi segni di distruzione, su quella testa splendeva un
carattere incredibile di potenza. Uno spirito superiore vi combatteva
la morte. Gli occhi, infossati dalla malattia, avevano una fissità
singolare. Pareva che Bartolomeo cercasse col suo sguardo di morente di
uccidere un nemico steso ai piedi del suo letto. Quello sguardo fisso e
freddo era tanto più spaventoso, in quanto che la testa restava in una
immobilità simile a quella dei cranii posti sulle tavole dei medici.
Il corpo, nettamente disegnato dalle coperte del letto, annunziava che
le membra del vecchio avevano la stessa rigidezza. Tutto era morto,
meno gli occhi. I suoni poi che uscivano dalla bocca avevano qualche
cosa di meccanico. Don Giovanni provò una certa vergogna di arrivare
al letto di suo padre morente conservando sul petto il mazzolino di una
cortigiana, e portandovi i profumi di una festa ed il sentore del vino.
— Tu ti divertivi! sclamò il vecchio, vedendo suo figlio.
Nello stesso momento la voce pura e leggiera d'una cantante che
rallegrava i convitati, fortificata dagli accordi della viola sulla
quale si accompagnava, dominò i rantoli dell'uragano, e risuonò fino
in quella funebre stanza. Don Giovanni voleva non intendere quella
selvaggia affermazione data a suo padre.
Bartolomeo disse: — Non te ne faccio un carico, figliuol mio.
Questa parola piena di dolcezza fece male a Don Giovanni, che non
perdonò a suo padre quella pungente bontà. — Che rimorso per me, padre
mio! gli disse ipocritamente. — Povero Juanino, rispose il morente con
voce sorda, sono sempre stato così buono con te, che tu non desidererai
la mia morte? — Oh, sclamò Don Giovanni, se fosse possibile rendervi
la vita dandovi una parte della mia! (Queste cose si possono sempre
dire, pensava lo scialacquatore; gli è come se offrissi il mondo alla
mia amante.) Appena finito il suo pensiero, il barbone abbajò. Quella
voce intelligente fece fremere Don Giovanni: credette di essere stato
compreso dal cane. — Sapeva bene, figlio mio, che potevo contare su
di te, gridò il moribonda Io vivrò. Va, tu sarai contento. Vivrò,
ma senza toglierti un giorno di quelli che ti appartengono. — Ha il
delirio, disse fra sè Don Giovanni. Poi aggiunse a voce alta: Si, caro
padre, voi vivrete certo, tanto come me, giacchè la vostra imagine sarà
continuamente nel mio cuore. — Non si tratta di questa vita, disse
il vecchio signore raccogliendo le sue forze per mettersi a sedere,
giacchè fu agitato da uno di quei sospetti che non nascono se non sotto
il capezzale dei morenti. Ascolta, figlio mio, continuò con una voce
affievolita da quest'ultimo sforzo, io non ho maggior voglia di morire
che tu non l'abbia di far senza innamorate, vino, cavalli, falconi,
cani ed oro. — Lo credo bene, pensò il figlio inginocchiandosi davanti
al letto e baciando una delle mani cadaveriche di Bartolomeo. Ma,
riprese a dire, padre mio, mio caro padre, bisogna sottomettersi alla
volontà di Dio! — Dio son io, replicò il vecchio brontolando. — Non
bestemmiate! gridò il giovane vedendo l'aria minacciosa che assunsero i
tratti di suo padre. Guardatevene bene; avete ricevuta rastrema unzione
ed io non potrei più consolarmi, se vi vedessi morire in peccato. —
Vuoi ascoltarmi? gridò il morente ringhiando.