JACOBUS

Il poter dare una così felice interpretazione artistica dei mistici

rapimenti del medio-evo sarebbe certamente una stupenda prova

d'ingegno, anche quando chi la facesse, non che giovanissimo e di poca

cultura, fosse maturo di anni e d'intelligenza e, filologo e artista,

avesse il suo medio evo e gli scrittori mistici di quell'epoca tutti

sulla punta delle dita.

Ebbene; la cosa parrà più prodigiosa ancora, allorchè vedrassi

lo stesso giovane _medium_ spiccare un gran salto indietro, dal

medio evo ai tempi quasi favolosi della guerra troiana o a quelli

gloriosamente epici della battaglia delle Termopili; allorchè, invece

delle solite amplificazioni classiche e delle vuote declamazioni di

scuola, darà lunghi brani di cronache improntati da una vivissima e

schietta intuizione di quei remotissimi tempi, lumeggiati con inattesa

originalità di particolari e singolare efficacia di parola.

Dài per soggetto a un bravo poeta la morte di Patroclo o quella di

Ettore, e le reminiscenze omeriche e virgiliane gli rifioriranno

involontariamente nella immaginazione e nello stile; sarebbe anzi

strano che il contrario avvenisse.

Leggi intanto questi due brani di una specie di Cronaca _della guerra

di Troia_ scritta, colla solita _medianità_ meccanica, dal giovane

Gordigiani, e rimasta disgraziatamente incompiuta.

Nella Iliade, Patroclo muore in battaglia. Appena Apollo lo spogliò

delle invincibili armi di Achille,

Fra l'una e l'altra spalla lo trafisse

Coll'asta, da vicin, di Panto il figlio

L'audace Euforbo.

Non così audace però da potergli tener fronte.

Anzi dal corpo ricovrando il ferro

Si fuggì pauroso, e nella turba

Si confuse il fellon, che di Patròclo

Non sostenne la vista. Da quel colpo

E più dall'arte dell'avverso Dio

Abbattuto l'eroe si ritirava

Fra i suoi compagni ad ischivar la morte.

Ed Ettore veduto il suo nemico

Retrocedente e già di piaga offeso,

Fra le file vicino gli si strinse,

Nell'imo casso immerse l'asta e tutta

Dall'altra parte riuscir la fece.

Risuonò nel cadere.......

È l'idealità eroica della leggenda. Non ti parrà ora di sentire una

voce umile ma verace come la testimonianza di chi ha veduto coi propri

occhi?

Avvenne a Patroclo, che distendendo le vele per dar agio al

vento di condurlo, mancatogli un piede cadde e di cimiero dètte,

anzi a tal punto fu stordito, che fu detto e si ritenne alcun

tempo per morto. Esculapio non ancora era nato, e gli convenne

guarire senza verun aiuto: non però dalla parte dell'antico

amico, il quale informato dell'accaduto si tolse le pesanti

armature sol ritenendo la spada in cinta, e a lui sen venne a

nuoto. E allo scrittore saria bello descriver il furore di lui

tanto inoltrato, che traversato il braccio umido di mare, non lo

potè ispegnere. Ell'era rabbia di non esser informato, unita al

dolore di ciò che diguastar non si potea.

Infelicissimo! Achille mirava lo amico dolente del male, e

poicchè pericolava grandemente di morte, giurò al suo Dio laro

che se conservato gli fusse, ei a solo avrebbe affrontato la

Troiana porta: in caso di cattivo successo avrebbe raggiunto

l'estinto, cosa che gli sarebbe gradito molto.

Baciò Patroclo in fronte e si ritrasse a pregare per il

riuscimento di quello che voleva conseguire.

Ma ecco Ettore che, arrampicatosi di soppiatto sulla nave, protetto

dall'oscurità della notte, penetra nella cabina.

Il barbaro misnudo giunse frettoloso alla soglia di una

stanzuccia, ove gemeva Patroclo, non più della ferita, ma

di vedersi fermo; e febbribilmente scotea lo braccio di arma

sprovvisto. Fu allora che levato in quel punto lo teneva, quando

fermò lo sguardo nell'apparso: «Giugni: almeno ch'io mora di

arma, non di caduta vilissima.»

Ed era spento il lume che pronunziato così ebbe.

Nella Iliade Ettore muore anche esso sul campo. Achille, nel punto di

finirlo, lo schernisce e lo minaccia:

Stolto! restava sulle navi al mio

Trafitto amico un vindice, di molto

Più gagliardo di lui: io vi restava!

Io che qui ti distesi. Or cani e corvi

Te strazieranno turpamente, e quegli

Avrà pomposa dagli Achei la tomba.

E a lui così l'eroe languente: Achille,

Per la tua vita, per le tue ginocchia,

Per li tuoi genitori, io ti scongiuro

Deh, non far che di belve io sia pastura

Alla presenza degli Achei: ti piaccia

L'oro e il bronzo accettar che il padre mio

E la mia veneranda genitrice

Ti daranno in gran copia, e tu lor rendi

Questo mio corpo, onde l'onor del rogo

Dai Teucri io m'abbia e dalle teucre donne.

Leggi la drammaticissima scena che siegue attaccando col brano

precedente; par côlta sul fatto!

Barbaro! se ragionato tu avessi prima del misfatto e informato

su chi operavi, noto ti sarebbe che il trucidato fu già nemico

vostro, ma il più dolce e pacato.

E tremolante sulle staffe si diresse al ponte: e non fu in tempo

di veder le stelle, che ombra apparia molto spiccata, non alta

ma larga per molto: sostenea in membro lama scintillante di

rosso porporino. Piantò il barbaro all'inaspettata venuta, e

gravosa sotto la colpa chinò la fronte, come volpe cui beccar

raggiugne.

«Maladrin, ove ti sei ridotto?» E silenzioso mantenendosi

l'altro, continua: «Questa sia tua tomba, tu che lordata

l'hai..... ma..... che mi balena l'ombra?..... Tal luogo è

rubicondo: tua lama ove intrisa l'hai? Rispondi pur anco e

ti faccio....[71] in eterno.» — E ratto prende il braccio

dell'avvilito. «Vieni!» e lo trascina — Sia nota pria

all'universa flotta la prigionia della volpe: vieni! (ripete)

che l'aria intera ti conosca micidial bestia perfida, o tu

sei morto!» — E vigoroso un pugno trasecolar il fece — Cade il

prigione sempre muto: si rialza e tira oltre. «Malora a te!»

dice il conduttore, e queste parole ultime furon men sonore,

perchè pronunziate all'aperto. Unico il centro, e molti i rai

eran diretti sul barbaro, e ovunque iva era seguito: onde fu la

forma un circolo che attorno iva alla torre di comandamento —

E giunge al cospetto di Agar, il quale studioso in se, rizzasi

allo inaspettato clamore, e non sì tosto grida. «Morto costui!»

al che Achille risponde: «Meglio l'ignominia innanzi a costei

(morte): costei...... e non potea più dire. Troncandosi di poi:

«ov'è l'amico ch'io non veggio?» e via.

Venite meco, anagnosti, e vederete ove Achille va: al luogo ove

scoprì il barbaro appunto, e va più oltre: al punto ove Patroclo

morto se ne stava. Ed ecco come operò. Il corpo prende, in sulle

spalle il pone e se ne torna al convito ove lo posa nel mezzo,

e sclama: «ecco il gallo dalla volpe ucciso».

_Agar._ «Dicci lo schifo tuo nome.»

Tace il prigione, cui non cocevan i rai potenti su lui

indirizzati, anzi scivolavan sul suo nudo corpo quale fosse di

ferro coperto: stupendo pel suo disprezzo.

_Achille._ «Non tu lo dirai?»

Tace.

Spiritismo? · 第 18 / 27 题