Tace.
_Achille_, al beccaro: «Feriscilo!»
Un pugnale lo trafigge nel costato: spilla il sangue, e non un
grido.
_Achille_, insistendo: «Il tuo nome!»
Tace.
_Achille_, al beccaro: «Feriscilo!»
Il pugnale entra.
Prigione freme e tace.
_Agar_ ad Achille: «Non tu credi che il dirà?»
_Achille._ «Lo dirà».
_Prigione._ «Chi sa!»
Achille vuole slanciarsi sul misero, ed è trattenuto dai
circostanti. E il suo magnifico corpo di uomo rassomigliava a
tigre cui ferro trattiene, e anela.
_Achille._ «Sapran fartelo dire i figgimenti.»
Al beccaro fa segno che operi. Che si ode? Un fremito
doloroso, gemiti, e debole nascere compassione che riconosciuta
l'inferiorità si ritira, (sta bene, ma sta male espresso: —
compassione volle farsi avanti, ma si vide debole e ritarossi
ben tosto — ).
Il prigione cade, e non esala l'anima senza dir pria «E torre
crudelmente le parole!» Sonorissimo segue di poi: «Ettore!»
Quale il fulmine cadendo non si tosto lo scorge il presente[72]
fu la parola ripetuta dall'ecco della stanza e si stanziò
si rapida negli orecchi che non la si vide — Come l'acqua in
rapidissimo colle presto vassene, ma gran contento fu provato,
e lo sgomento della trista operazione prese di poi il seggio.
Adunque non vi dirò della processione attorno alle mura del
morto Ettore, operata da Achille — Malgrado la mia debolezza
spero averete inteso Ettore da beccaro ucciso fu, e non
esanime ma vivente, e scornato condotto intorno alla torre di
comandamento della nave. Onore a Achille non più beccaro.
Faccio come la ape, che va da calice odoroso e flagrante di
verità.
Io, narratore del tutto, salgo dell'albero maestro in sulla
vetta, e poggiando la schiena contro, miro e odo — Che
cosa miro? Miro a traverso l'opaco e denso velo di notte
le forme delle galee nimiche che se ne tornano al lido. Odo
i loro lamenti, o meglio un indistinto susurrio, e, (forse
immaginazione) mi ferisce direttamente un nome: quello di
Ettore! Ettore! che i figli implorano ed han lasciato: e i
galeanti ripetono: Ettore!
Odo, e questo ai piedi miei, salmi recitar per un defunto,
Patroclo appunto, e a questi frammiste imprecazioni e
stupidamento, e pronunziato Ettore! egli, egli... Achille
pronunzia: «Ettore! egli, egli!» quasi stupefatto che un nemico
aborrito abbia potuto così operare sul dolcissimo amico del cor
suo. Larga la scena debole il narratore.
«Core mio (prosegue Achille) tu sei intero, ed è spezzato quello
di Patroclo.»
Veggo le mie piante illuminate dal basso repentinamente, e
guardo giù per vedere numero di fiaccole e colla accese girare
ostinatamente intorno alla nave, e cantano i salmi, Plutone! è
ripetuto:
Ma questo che viene appresso è più nuovo, più originale ancora e più
perfettamente greco.
Le Termopili!
Qualcuno ne ha fatto perfino della coreografia in versi; chi poi non vi
ha declamato sopra?
Qui invece si narra.
Ho un grande episodio da narrarvi se tempo ti basta.
«O figli di Licurgo (grida il mio duca Leonida) chi viene alle
calde porte?» Domanda, e lascia all'eco dei monti di Beozia la
cura di ripetere.
Liscinio è accanto a me. Dai ventimila fanti molti se ne
staccano, ch'io stimo a ventimila: non meno che tutti.
«Io dico (soggiunge Leonida) venire a morte!
— Venire a morte! — ripete l'eco, quasi assumesse la
responsabilità di farcelo entrare ben dentro in mente.
Leonida vede alcune spalle: quindicimila volti lo guardano,
quasi lui dovesse tutti consigliarli: E non cessa, ma dice:
«Amate ricevere le frecce che vi renderanno meglio? Un tumulo si
inalzi, e sia di prodi; chi fra questi sarà?»
Ventimila tornano a lui.
«Tutti prodi!» si grida — «Tutti prodi vi stimo, e non sareste
di Sparta, l'Eurota non v'avrebbe bagnati.»
Così dispiego io. Lui dicea: «Comando che ognuno dinanzi a me
passi, e non mi saluti — Sia così.»
La processione dura, e io a Liscinio nel qual tempo dico: «mezzo
è il mio core, a te ho dato l'altra parte: io non te la chiedo:
ma potrò io morire, potrò io battermi? dammelo, dammelo.......
Non me lo dare anzi: vieni meco e vedrai il resto.»
Liscinio in braccio prendo e sono per passare di fronte a
Leonida, che ben trecento sono, che dico? quattro centinaia sono
scelti: non più ne vuole; pur me chiama inoltre.
E rimembro.
«Eineucalion, tu sei un bravo, (era vero!) vieni avanti..... Ma
e chi è costui che porti al braccio?»
«È il mio mezzo core, rispondo.
«Vieni tu solo, che più non ne voglio: osò dirmi.