Quell'uomo era uno di loro; ma avendo abitato per lungo tempo in
paesi lontani, il colore della sua pelle era passato dal rosso
al verde. Ladro, quella notte andava attorno cercando di fare
un bel colpo. Alla vista del re, coperto anch'esso di pelli, lo
aveva scambiato per uno del suo mestiere e si era fermato, non
senza un po' di timore che non fosse una fiera.
La cosa gli era andata benissimo: ed ora viveva in mezzo a
grandi tesori adorato e temuto.
Era costume in Menefal di celebrare una festa in onore di
quel Dio, rivolgendo le acque del fiume Mela verso la città
e facendole passare in mezzo al gran tempio ove il Dio doveva
benedirle prima che irrigassero e inondassero i campi.
Le acque già avevano invaso il canale in mezzo al tempio, e
Giove tratteneva col braccio l'ordigno che moderava l'impeto di
esse. La cerimonia doveva eseguirsi a porte chiuse e il popolo
era in gran parte affollato sull'argine. Il Dio sedeva in alto
circondato dai sacerdoti, coperto di ricchissime vesti.
Prima della cerimonia una deputazione eletta dal popolo doveva
verificare[46] se Giove era tuttavia in terra, o pure erasene
tornato in cielo. Ora, sia pel tempo trascorso, sia per
l'umidità prodotta dalle acque vicine, il volto del Dio aveva
perduto il suo colore verde ed era tornato rosso come quello di
tutti i suoi concittadini. Vedendo questo, la Deputazione del
popolo entrò in sospetto che i sacerdoti non avessero ucciso
Giove per mettere qualcuno di loro al suo posto. Esaminò Giove
attentamente e si convinse che il Dio era diventato un uomo al
pari di loro; allora cominciò ad urlare!
Giove, vista la mala parata, disse tra sè:
— Chi è più forte, si salvi!
Lasciato andare l'ordigno che frenava l'impeto delle acque[47],
si precipitò nel canale, nuotando contro la corrente, e uscì
fuori.
Quelli che erano dentro il tempio perirono miseramente affogati,
tutti, giovani, vecchi, donne e fanciulli.
Ma neppur Giove sì salvò. I contadini che stavano fuori colle
zappe aspettando le acque benedette, vistolo scappare, temettero
che volesse abbandonarli. Allora lo sforzarono a tornare
addietro. In quel punto l'impeto delle acque ruppe la resistenza
delle porte del tempio e la campagna fu inondata.
Perirono tutti, e Giove con essi.
Che desolazione!
Ora regna dappertutto un silenzio di morte, rotto soltanto dal
monotono scorrere delle acque del fiume.
Oh, ti confesso, caro Farina, che questa storia del Re di Menefal mi
parrebbe sempre una bella cosa, anche se non sapessi che fu scritta
_currenti calamo_, in due volte, e senza mettervi nulla del suo, da
un giovinetto di nessuna cultura; il quale, dopo, non è mai stato più
capace di comporre nulla di simile! Oggi il signor Fortunato Albertini,
che si è fatto un bel pezzo di giovane, alto, robusto, pieno di salute,
stimerebbe una vera disgrazia la ricomparsa della sua _medianità_
di cui mostrava prima tanto piacere. La coincidenza, senza dubbio,
accidentale, del ripetuto manifestarsi di essa con luttuosi avvenimenti
domestici, gli ha messo nell'animo una quasi superstiziosa avversione
perfino contro quei suoi giovanili quaderni di spiritiche leggende e
novelle. E se n'è disfatto, regalandomeli; io gliene sono gratissimo.
Qui terminerebbe questa forse troppo lunga storia del processo
di formazione del mio problema, se non avessi la buona fortuna di
poter aggiungere altri e, certamente, più ammirabili documenti, cioè
alcuni di quegli scritti accennati nella lettera del mio anonimo
corrispondente fiorentino.
Toccano essi una cima così eccelsa di concezione e di fattura, che
farebbero subito nascere il sospetto di una qualche mistificazione
letteraria, se io non potessi dire in pubblico il nome del _medium_ che
li ha scritti e così tagliar corto su ogni dubbiezza.
Il giovanetto fra i quindici e i sedici anni, piuttosto inchinevole
agli esercizii del corpo che alle agilità della mente, piuttosto
desideroso di divertimenti, di gite all'aria aperta, di guidare un
cavallo, di stancarsi sul trapezio nel giardino di casa sua, e che,
pur fumando una sigaretta, discorrendo di cose quasi puerili, coi
presenti e talvolta anche sbadigliando scrive, scrive, scrive, pel solo
misterioso impulso che gli move il braccio; quel giovanetto, di cui
parlava il mio corrispondente fiorentino, si chiama Eduardo Gordigiani.
Non ti ho già detto che si trattava di persona della cui lealtà e buona
fede non è possibile dubbitare? E avrei dovuto meglio dire: persone;
giacchè nessuno sospetterà mai che quel valente artista del prof.
Gordigiani, conosciutissimo in Firenze e fuori, e la signora Gabriella,
sua egregia consorte, abbiano voluto farsi complici di una soperchieria
del loro figliuolo, o che siano ingannati anch'essi e involontarii
ingannatori. La loro perfetta buona fede parrà patentissima quando
avrò aggiunto questo: essi mi hanno gentilmente accordato il permesso
di pubblicare i documenti da me scelti fra i tanti posti a mia
disposizione, quantunque non ignorassero che lo scopo del mio lavoro
andava poco di accordo colle loro profonde convinzioni, e quantunque
il rumore della pubblicità sia _contrario alle loro abitudini e al loro
modo di vedere_.
Le _Visioni di Fra Iacopone da Todi_, scritte con _medianità meccanica_
dal giovine Gordigiani, sono dieci finora. Ne scelgo la terza, la
sesta, la settima e la ottava, e metto a piè di pagina le spiegazioni
dei punti più oscuri, ottenute anch'esse collo stesso mezzo.
Qui il misticismo religioso regna da padrone assoluto, e l'ebbrezza
della povertà, rivelata al medio evo dal _poverello di Assisi_, vi si
effonde in tali miraggi da far provare la vertigine delle allucinazioni
e dell'estasi, da parer di vivere in un altro mondo. Infatti è
proprio un altro mondo quello che qui ribolle, scoppia e spumeggia in
trasporti, in slanci, in disfacimenti di spirito, in delirii divini.
Senti un po'.