Una lugubre notizia commosse ad un tratto tutta la città di
Borghignano. Al gran Caffè arrivò, una mattina, come una saetta, in
mezzo ad un crocchio di persone che non volevano saperne di
malinconie; ma la violenza fu così viva, così inaspettata, che si
guardarono in faccia l'un l'altro sbalorditi. Poi ci fu chi pianse,
chi si tuffò in un cupo silenzio e chi, stringendosi la fronte, voleva
come svegliarsi da un brutto sogno A poco a poco, il triste annunzio
corse per ogni via, penetrò in ogni casa, commosse tutti i cuori.
Che colpo! Che disgrazia!... Che tragedia per quella povera famiglia!
Non tutti volevano credere a quanto si narrava: forse era uno sbaglio,
una confusione, un equivoco di nomi di casati!... No.--C'era pur
troppo chi assicurava con profonda amarezza, che la catastrofe non
lasciava dubbio, speranze.
La Della Valle, la contessa Della Valle, Lalla, era morta!
Correvano in folla alla casa sventurata in cerca di notizie. Il
portiere, prima di sera, era rimasto senza voce. Aveva cominciato col
narrare ai primi arrivati tutti i particolari della gran disgrazia,
inventando anche del suo; ma poi, visto che i curiosi si
moltiplicavano all'infinito, tagliò corto, limitandosi a scrollare il
capo, a sospirare ed a piagnucolare, davanti ad ogni nuovo arrivato.
Le commozioni del funebre annunzio sollevarono un entusiasmo postumo
intorno alle virtù e alle doti del cuore e della mente della povera
morta.
A Borghignano le debolezze della duchessina per il marchese di Vharè
erano state dimenticate, ed ora si ricordava soltanto e si portava ad
esempio il suo amore per Giorgio, per la mamma e per il babbo ch'essa
idolatrava. Non era più una donnina simpatica, piacente: diventava
addirittura una bellezza straordinaria.--Così intelligente! Così
buona! Così giovane!--Non aveva ancora vent'anni, la poverina!
Il giorno dei funerali era atteso con molta ansietà: dovevano essere
splendidi, e uno della Giunta assicurava che i pompieri, in quella
circostanza, avrebbero sfoggiato l'uniforme nuova, che erano tutti
curiosissimi di vedere.
La salma della contessa Della Valle sarebbe arrivata a Borghignano due
giorni dopo che vi era giunta la notizia della sua morte: Lalla
sarebbe stata un'ultima volta, e per poche ore, in casa Della Valle, e
di là sarebbe stata condotta al cimitero.
L'_Omnibus_, aveva pubblicati i telegrammi di condoglianza spediti dal
Re al senatore d'Eleda e al deputato Della Valle, e dalla Regina alla
duchessa Maria; e questo fatto raddoppiò l'entusiastico dolore della
Bertù, della Calandrà e della Prefettessa, che piangevano Lalla come
fosse stata la loro amica più cara, e levavano al cielo le sue opere
di beneficenza, la sua divozione, il suo spirito, la sua bellezza. Gli
occhi rossi, i sospiri, i lamenti erano diventati di prescrizione, e
si fecero vedere in teatro, tutte tre, vestite di nero, _tenuta_ che
la sera dopo fu imitata da molte signore della _buona società_ di
Borghignano. Era diventato di moda l'essere parente di quella morta
che aveva fatto tanto colpo. O bene o male, trovavano tutti la maniera
d'essere cugini, magari in terzo grado, dell'una o dell'altra famiglia
e andavano, venivano, si cacciavano in ogni luogo, in chiesa o in
teatro, sul corso o al caffè, per il gusto, per l'ambizione di farsi
vedere in lutto. I due Lastafarda approfittarono subito di quella
scusa per poter mettere il nastro nero sulla tuba cenere (in gran voga
a Milano), e si vedeva sul corso il grave _Adamastor_, anch'esso con
nappe di seta nera. Povero _Adamastor_! In quel rimpianto ufficiale di
circostanza, era il solo che ci avesse sotto il bruno degli ornamenti,
anche l'aria melanconica e afflitta.
L'_Omnibus_, in quella circostanza, assecondò la generale commozione.
Al primo annunzio della triste novella il Frascolini era rimasto come
fulminato; ma poi, a poco a poco rinvenne, si acquetò e ne sentì come
un senso di sollievo, come un gran peso che gli fosse levato dal
cuore. La duchessina non avrebbe più fatto all'amore col Vharè, egli
non l'avrebbe più veduta al braccio di suo marito non sarebbe più
stato tormentato da quello spasimo che lo spingeva a correrle dietro e
a fuggirla, non avrebbe più sofferto quella gelosia e quella brama
acuta, pungente, che lo straziava, che lo faceva delirare, che gli
metteva il diavolo addosso. Le perdonò dunque il male che gli avea
fatto, si lasciò commuovere per la sua fine immatura e cominciò a
scrivere un articolo necrologico, forbito, conciso e commovente.
Buttò giù due, tre, quattro colonne di roba, le stracciò, ne scrisse
molte altre; capovolse l'articolo, della coda ne fece il cappello e
del cappello la coda; ma l'insieme non tornava; la sua testa aveva le
vertigini e il suo cuore era in sussulto. Allora pensò che la
necrologia gliela avrebbe portata uno dei soliti redattori onorari
dell'_Omnibus_, e intanto pubblicò i telegrammi del Re e della Regina,
promettendo, per l'indomani, di parlare più diffusamente delle virtù e
dei pregi della Nobile Estinta,--perchè in quel giorno era costretto a
deporre la penna per il troppo vivo cordoglio.
Povera Lalla!... in quei mesi aveva tutto dimenticato; era felice, non
sognava che il paradiso per deporlo ai piedi del suo Giorgio, se ne
sentiva ricompensata con altrettanto amore... e proprio allora che
benediva la vita come il sorriso, la felicità e l'amore, era morta!
Il parto era stato difficile, l'avevano operata. Però tutti i
consulenti di quel letto di puerpera, assicuravano che la contessa si
sarebbe salvata; e infatti fu presto tranquilla e parve riaversi. Il
bambino era un bambinone tondo e roseo, grasso e rabbioso, con un gran
ciuffo di capelli biondi sulla fronte. Prospero Anatolio lo aveva
preso subito fra le braccia, guardandolo ben bene, cercando in quel
mostriciattolo il _tipo_ dei d'Eleda, e ve lo trovò certamente, perchè
si sentì preso all'improvviso dall'affetto di nonno, e per la prima
volta, dopo le contrarietà che aveva subite a proposito del viaggio in
Sicilia, cessò d'essere di malumore.
Ma in mezzo a tante speranze e a tanti sorrisi, quando più nessuno
tremava per lei, Lalla moriva, colta quasi a tradimento da una febbre
spietata. Tutto ciò che mente e cuore umano potevano ideare per
trattenere una creatura sulla terra, tutto ciò fu fatto, fu tentato,
ma inutilmente; e pochi giorni dopo che la duchessa Maria con Prospero
erano arrivati a Nervi non c'era più da poter sperare che in un caso o
nella provvidenza divina.--I medici parlarono chiaro, senza ambagi,
senza pietà malintesa, e a Lalla, coi singhiozzi serrati in gola e con
una disperazione tenuta nascosta a forza di schianti, si era dovuto
consigliare un confessore.
Lalla, esterrefatta, fissò negli occhi suo padre che, per debito di
coscienza, era stato il solo che aveva potuto trovar le parole in quel
momento; poi, senza muover la testa guardò attorno per la stanza: vide
Giorgio, ma lo fuggi collo sguardo; ella cercava sua madre e la
riconobbe dall'altra parte del letto, ritta, immobile, come una santa
di marmo. L'ammalata la guardò, la fissò lungamente, ostinatamente,
cogli occhi colmi di parole, di sgomento e di disperazione. Maria
comprese quello sguardo, sentì quella preghiera che le veniva rivolta,
vide in quegli occhi lo spavento di morire dannata, e la consolò
coprendola di baci, di lacrime, confortandola a sperare nel perdono di
Dio, con singulti che assicuravano alla morente il perdono di chi ella
avea tanto offeso sulla terra.
Lalla si confessò, ricevette l'Eucaristia... ma rimase inquieta,
affannosa, e domandò che il prete non uscisse dalla camera. Lo voleva
lì, sempre vicino, per poterlo chiamare ancora prima di morire. E ci
fu un istante in cui forse ancora si poteva sperare. In quell'ultimo
giorno di una giovane vita, il male si prese un'ora di tregua; il
medico sorpreso, ma non illuso, si lasciò sfuggire che poteva esservi
ancora un miracolo, e subito tutta la casa esultò di gioia... ma fu
l'ironia crudele della morte.
Lalla ritornò a peggiorare, e verso sera aveva ancora poche ore, forse
pochi minuti da vivere.
Per altro era in sè; le durava l'inquietudine, l'affanno la
disperazione nel viso acceso e scarno, e pareva invocare ancora un
filo di speranza, ancora un filo di vita; poi tornò cogli occhi
impauriti a fissare il prete, e con un cenno del capo lo chiamò vicino
e gli parlò a stento, a tratti, con ansia, come se le parole,
uscendole dalla gola, le sollevassero il cuore. Ma ad un certo
momento, il prete non la intese più; allora egli affrettò le sue
preghiere, le fece il segno in fronte coll'olio santo e tornò a
ritirarsi nel cantuccio in fondo alla camera. Poco dopo, Lalla
riapriva gli occhi, e tornava a fissare lo sguardo in quella figura
nera, che si moveva adagio, nell'ombra, barbottando preghiere. Maria,
buttata, distesa attraverso il letto, sui piedi della figliuola, aveva
spasimi convulsi... e il duca Prospero--povero duca--si era
allontanato gemendo. Il suo cuore paterno non poteva resistere a tanto
strazio, non poteva vedere la sua Lalla a morire.
Giorgio, invece, da molte ore, non aveva più una lacrima. Era
disfatto. Con tremiti, con respiri strozzati a mezzo, inginocchiato
accanto al letto, stringeva le mani della morente, fredde e umide, fra
le sue che bruciavano, e ne baciava le dita coprendole, difendendole
dalla morte, col tepore delle carezze. Lalla moveva appena il capo sui
guanciali, ma non si lamentava più, quando verso le dieci ore di
notte, ad un tratto, sembrò rinvenire: era l'ultimo urto della lotta
disperata contro la morte. Spalancò gli occhi... e le parve che la
figura nera del prete, staccandosi dal fondo buio, lentamente si
avvicinasse al suo letto: non era vero, ma lo vide quel prete, lo
sentì piegarsi su di lei e mormorare parole di minaccia, di
maledizione, di comando... Allora, cadendo col capo verso Giorgio, con
faticosa respiro e con voce fioca, mormorò piano le ultime parole...
irrigidì, la bocca aperta... sembrò che il misero corpo assecchito si
allungasse per l'ultimo spasimo.... Lalla era spirata!
Giorgio si alzò di colpo: egli pure aveva l'aspetto di un cadavere. Ma
la vita sinistramente balda, gli si riversò tutta in un grido che ebbe
un eco spaventoso in quella stanza, in tutta quella casa, e fissò la
morta con uno sguardo terribile, in cui non c'era più nè dolore, nè
pietà, nè rimpianto!
Lalla era spirata a tempo per non conoscere l'odio di Giorgio: nel
delirio dell'agonia, essa gli aveva tutto confessato; tutto. In quelle
ultime parole c'era la sua colpa e il sacrificio di sua madre...
Al grido, all'urlo di Giorgio, Maria comprese che Lalla era morta, e
all'uomo che aveva perduta la moglie volle recare, unico conforto,
tutto ciò che gli rimaneva di lei: suo figlio. Ma Giorgio vedendo
quella creaturina innocente, sentì sollevarsi nel cuore un impeto di
odio e di ferocia. Lo prese, lo strappò, lo strinse e, per Dio, lo
avrebbe strozzato!... Ma in quel punto i suoi occhi s'incontrarono
negli occhi di Maria. Fu un lampo... barcollò... volle parlare... La
voce gli uscì rotta... inarticolata.... Senza guardarlo più, si lasciò
togliere il bambino dalle mani, e lui che da tante ore non poteva più
piangere, scoppiò in un pianto dirotto e fuggì da quella camera.