XXXIII.

Giorgio, arrivato come un fuggitivo a Borghignano, poche ore prima che

incominciassero i funerali di Lalla, si era chiuso solo in camera sua.

Non voleva nessuno: nè amici, nè parenti.

Quella camera, in fondo della casa, dava sul giardino; Giorgio

spalancò i vetri e le persiane, perchè si sentiva soffocare e gli

pareva che una grossa pietra gli si aggravasse sul cervello.

Egli credeva, sperava di essere vittima di un sogno terribile; il

contrasto de' suoi sentimenti era così forte, da farlo diventar matto!

Andava, veniva, tirava calci alle seggiole, le alzava afferrandole con

violenza e poi le lasciava cadere di tutto peso sul pavimento, e

richiamato alla realtà della vita, pensava, raccapricciando, ch'egli

non aveva diritto di piangere, di lamentarsi; egli non doveva altro

che imprecare e maledire. Il dolore, il suo dolore, era vile! Ma per

maggior derisione chi lo aveva offeso era fuggito lontano, non si

sapeva dove, e Lalla, che lo aveva tradito, era morta.

Dove, su chi poteva egli sfogare quell'impeto d'ira, tutto quell'odio

che si sentiva nell'anima?... Egli non poteva lamentarsi, non poteva

soffrire e nemmeno poteva vendicarsi!... Per Dio! che inferno!... che

inferno!...

Così stordito dall'angoscia, ci fu un momento in cui pensò di correre

fuori, di correre in mezzo alla gente e di confessare a tutti la sua

vergogna, per sollevare la giustizia umana e divina contro quei due

colpevoli!... Ma l'idea non era ancora balenata intera alla sua mente

che già si stringeva la fronte per trattenerla, pauroso che l'aria

sola l'avesse potuto indovinare. Affranto da quello spasimo e da

quelle angoscie, restava lì per ore ed ore come trasognato; gli pareva

impossibile di non rivedere in quella camera, riflessa da uno specchio

o sorridente fra le cortine dell'alcova, la gentile figuretta di

Lalla, e non poteva comprendere come mai quella morta che lo aveva

tradito e che lo faceva misero, infelice, potesse essere la stessa

donna ch'egli aveva amata con tanta passione e che gli era sempre

apparsa nella vita come un sorriso!--No, no, non era la stessa! La sua

Lalla era bella, era buona, era pia; invece l'altra la morta (la

ricordava bene), aveva gli occhi torvi e sbarrati, le occhiaie livide;

era deforme, era cattiva, era dannata!... No, no!... Non era quella

sua moglie; Lalla non era quella! Ma dov'era andata dunque la buona,

la soave; la sua Lalla dov'era andata?... E mentre si guardava attorno

ritrovava quella camera piena di lei... Pareva che Lalla ne fosse

uscita allor allora, e vi dovesse ritornare all'istante!

C'era il suo specchio che aveva avuto il suo ultimo sguardo: c'erano

libri, che non aveva finito di leggere!... Appesa, al capezzale, c'era

l'immagine della Madonna, ch'ella baciava sempre tutte le sere; e

Giorgio sentì ancora quel sussulto, quel fremito di bambina freddolosa

col quale ella si cacciava sotto le coperte. Allora, lusingato da

tante memorie, alzò il capo... ed ebbe un sorriso che pareva quello

che irradia, alle volte, la faccia d'un pazzo, che sia ammattito per

una sventura d'amore.

Si avvicinò alla toeletta: c'erano le spazzole, le forbici ed anche i

pettini d'avorio e di tartaruga. In uno, il pettine lungo, quello che

Lalla aveva adoperato, ravviandosi i riccioli della fronte prima di

uscire l'ultima volta per andare alla stazione, vide attortigliato

alla dentatura un filo biondo, che pareva di seta. Giorgio lo staccò

dal pettine tremando... poi se lo cacciò in fretta nel portabiglietti

che aveva addosso, guardandosi attorno, come pauroso di commettere

quella strana viltà.

Sullo scrittoio, in un elegante vasetto di porcellana, che

rappresentava un amorino stanco sotto il grave peso d'una rosa,

c'erano alcuni fiori disseccati. Guardandoli, fissandoli, l'occhio di

Giorgio tornò a sfavillare. Ma per Dio!... non gli cadrebbe nelle mani

quell'uomo maledetto?...--Voleva cercarlo in capo al mondo. Gli

avrebbe piantata la spada nel cuore; voleva vederlo spasimare prima di

vederlo morire, e quando fosse agonizzante, allora gli avrebbe detto

che Lalla era viva, era sua che si amavano pazzamente... così l'infame

sarebbe morto disperato!... Ma poi, ritornato più calmo, pensò che

quei fiori non potevano essere di colui: Lalla non li avrebbe

dimenticati!... Li prese, li cacciò in tasca, finchè pentito della sua

debolezza, distrusse i fiori e strappò, stracciò anche il

portabiglietti con tutto ciò che vi era dentro!... Ma fu un impeto

d'ira... molti agguati lo attendevano ancora. Tutto all'intorno, sulla

poltrona, vicino al letto, sul divano, c'erano i lavori di Lalla, i

trapunti, i ricami... Erano i suoi regali; e ognuno ricordava un

giorno di festa, una sorpresa cara, uno scambio dolcissimo di carezze

e di baci. Come erano mutati quei giorni!... Non poteva nemmeno

rimpiangerli; non gli doveva restare nemmeno il dolore di averli

perduti!

Fra quei ricordi c'erano ricami a fiori sul fondo tenue, color di

cielo, ed egli adesso, vedeva uscire tra le foglie, sotto i bottoni

delle rose e i calici delle campanelle selvatiche, sottili serpentelli

dalla bava velenosa. Trine antiche, preziose, coprivano il letto; ma

guardando fisso quel bianco, quei distacchi, quei disegni, ne usciva

al suo occhio un ondeggiare di linee che si sbattevano le une contro

le altre, così che la tinta pallida del filo intrecciato a poco a poco

diventava cupa e nera come il ricamo di uno strato mortuario.

--Maledetta!... Un'ora, un'ora sola fosse stata ancor viva quella

donna!....avrebbe voluto insultarla... farla soffrire!... Lo aveva

tanto offeso, e soffriva tanto, lui!... Ma pure, doveva essere stata

vinta, ingannata, chi sa con quali artifici diabolici... Egli la aveva

amata, adorata... non aveva rimorsi!... Il suo cuore, la sua mente, la

sua anima, tutto era stato in balìa di quella donna!... Perfida,

infame!... Non era bastato tutto il paradiso ch'egli le avrebbe

dato!... Era corrotta nell'anima!... Aveva il vizio nel sangue!...

Ma... E se quelle parole fossero state il delirio dell'agonia?... No,

no, no! Era la verità!... Era la verità!

Intanto, a poco a poco, di lontano, giungeva al suo orecchio un

confuso mormorio, un borbottare di preci.--Ah, venivano a prenderla.

La portavano via!... Lalla!...--Giorgio si precipitò sull'uscio; poi

si arrestò come fulminato.--Ebbene?--Che doveva importarne a

lui?--Come era morta, alla vita, non doveva esser morta anche al suo

cuore?... Sì, sì; via, fuori, lontana, lontana dalla sua casa!

Dovevano seppellirla profondamente sotto terra! Così profondamente,

che il suo cuore non dovesse sentirla più!... Piangevano? Pregavano

per lei?... Ingannava la gente anche dopo morta!... E avrebbe voluto

correre in mezzo a quelle donne genuflesse, avrebbe voluto rovesciare

quei ceri, riempiere de' suoi gridi quella desolazione, ridere in

faccia a quegli addolorati e impedire che la croce le fosse stesa

sulla bara!

Ma là, vicino alla morta, fra la gente che piangeva, avrebbe veduta

una donna pallida, muta, senza lacrime, con un bambino fra le

braccia... Era l'immagine di quell'angelo di madre, di quella martire

sublime, che gli appariva circonfusa di un divino splendore! Se

pensava a ciò che di grande, di temerario aveva fatto quella donna per

salvare sua figlia, una figlia così perfida, da permettere che la

propria colpa ricadesse sulla madre, sentiva, per Maria, più che

ammirazione, sentiva una devozione viva, profonda.

Egli la vedeva scendere per un dirupo irto di sterpi e di spine, coi

piedi che le sanguinavano, colle vesti lacere e lorde di fango. Pure,

procedeva coraggiosa, con un sorriso di speranza e di fede, cogli

occhi e col cuore in alto, nel sereno, ne' cieli, come una santa che

aspetta la sua palma di martirio. E dinanzi a quella immagine, Giorgio

si sentiva più calmo e più tranquillo. Il tumulto si acquetava, e quel

sentimento nuovo, indefinito, dolcissimo di pace e di amore ch'egli

sentiva per Maria si diffondeva anche là dove imperversava l'odio

contro chi lo aveva ingannato.

Fu così, colla tempesta nell'anima, chiuso al buio, come un condannato

o come un pazzo, senza dormire, senza prender cibo, senza svestirsi,

colla febbre nelle ossa, il pianto in gola e la disperazione nel

cuore, ch'egli passò due giorni interi. Non voleva veder nessuno. La

gente gli faceva tedio e paura: non voleva essere compianto e temeva

di essere deriso!

Il duca Prospero era partito col bambino e con Maria per Santo Fiore:

il duca gli aveva già scritto che lo aspettava, ma Giorgio non voleva

muoversi.

Quando entrò nello studio, la prima volta, si fermò un'ora, cogli

occhi fissi sul suo fermacarte antico. Gli pareva ancora di vederci

sotto quella lettera fatale...

--Perchè non aveva creduto a quella lettera? Perchè non aveva sentito

subito che gli diceva la verità?... Perchè mai non era corso in quella

casa maledetta, perchè non era penetrato in quella camera infame?...

Ah, per Dio, li avrebbe uccisi sul colpo!... Come il suo disonore era

stato diffuso pubblicamente! Ed egli aveva creduto che non fosse altro

che una calunnia del Frascolini!... No:, no; era stato qualche suo

amico... qualche suo amico che voleva salvarlo dal ridicolo, forse

qualche suo parente... Pier Luigi forse... Pier Luigi?...

no!...--Perchè no?... Che cosa era successo fra lui e Pier Luigi?...

Che cosa?...--E Giorgio rimaneva fisso, immobile, cogli occhi

istupiditi per ore ed ore, ma non era più capace di ricordarsi perchè

era andato in collera con Pier Luigi.

Una cosa sola egli aveva sempre dinanzi alla mente: Lalla. Di notte

non poteva dormire; dormiva di giorno, e se voleva avere un po' di

calma, un po' di riposo, doveva pensare a Maria e riandare il grande

sacrificio compiuto da lei, dal suo cuore. Sì... sì. C'era pure chi lo

amava sulla terra.

E il bambino?... suo figlio?--Lo aveva veduto in un momento in cui la

sua ragione e il suo cuore erano troppo sconvolti; ma poi, anche quel

bambino cominciò a farsi vivo e a tormentarlo come la memoria della

madre...---Della madre?... sì... della madre sola... perchè non era

suo quel bambino!

Ogni volta che a Giorgio balenava questo orribile pensiero, gli

salivano le fiamme al viso, e gli battevano i denti con uno spasimo

strano. In quel momento non faceva più pietà; faceva paura.

Ma un giorno gli si fisse in mente di volerlo vedere. Sì.--Voleva

vederlo per cercare su quel visino appena abbozzato un indizio, una

verità, una accusa. Titubò molto tempo prima di risolversi:--avrebbero

creduto ch'egli s'illudesse, e gli volesse bene; che lo credesse

suo!... No... no! Lo odiava; ma lo voleva vedere. Chissà che non

avesse rassomigliato a Lalla!...

Capitò a Santo Fiore una mattina, prestissimo. Tutte le finestre del

palazzo erano ancora chiuse. Attraversò il giardino, il portico, aprì

la porta del tinello, entrò e fece chiamare la Luigia. Si guardarono

senza dir motto; ma la Luigia indovinò subito perchè il signor conte

capitava lì a quell'ora, e lo condusse nella camera dove dormiva il

figliuolino.

La culla, ricchissima, era in un canto, vicina ad una grande finestra

che lasciava entrar il sole allegramente.

Il bambino dormiva, rivolto, colla bocca piegata all'ingiù e colla

cuffietta riversata all'indietro: egli lo prese e lo alzò colle due

mani; il bambino aprì gli occhi e cominciò subito a strillare. Giorgio

lo guardò fisso fisso, corrugando la fronte... gli pareva che quella

testolina s'ingrandisse a poco a poco...--Aveva i capelli lunghi...

biondi... era Lalla!

Lo ricacciò nella culla fuggì via dalla camera.

--Riparte così subito, signor conte?--gli gridò dietro la Luigia.

--Sì.

--Non vuol vedere la signora duchessa?... Sta molto male, signor

conte!... Da due giorni non si alza più dal letto.

Giorgio fissò la Luigia, che abbassò il capo e si mise a piangere; ma

tuttavia egli non si fermò a Santo Fiore.

Ritornando a Borghignano era affranto, avea il cuore spezzato; eppure

si sentiva più calmo. Maria stava male! Questo nuovo dolore, al quale

poteva abbandonarsi senza rimorso, senza vergogna e senza collera,

penetrava come un'aura di pace nella sua anima sconvolta.

Mater dolorosa · 第 42 / 45 题