Povero Vharè!... I suoi affari precipitavano a rotta di collo! Ormai,
da vario tempo, non viveva più altro che del credito; ma il credito,
per chi lo gode, è come una rete: strappata una maglia, si rompe tutto
l'ordito.
A Torino, quando successe l'incontro suo colla contessa Della Valle,
non si era recato per le feste della Mostra, ma per tentare una grossa
operazione di credito che gli era stata scovata e indicata da un
agente di cambio: operazione che, riuscendo, gli doveva fornire il
denaro necessario per poter far fronte a due o tre scadenze imminenti
e per pater passare quel resto dell'inverno a Nizza o a Monaco. Ma il
sovventore, richiesto dell'imprestito, mentre dapprima si era mostrato
molto condiscendente, riservandosi soltanto un par di giorni per la
risposta definitiva, quando Giacomo si presentò la seconda volta, non
si lasciò più vedere e gli fe' rispondere che si trovava spiacente di
non poterlo servire, stante il mancato incasso di una forte somma su
cui aveva fatto assegnamento. Il Vharè non era un novellino, e capì
subito che il capitalista, prima di concludere, aveva voluto assumere
informazioni, e che queste erano state cattive.
In un altro momento, anche quel brutto incaglio non gli avrebbe dato
un gran colpo, ma allora lo avvilì profondamente. Era il quarto
rifiuto in quindici giorni e intanto crescevano le difficoltà,
cresceva il bisogno, e la fine dell'anno si avvicinava, sdrucciolando
via le settimane, con la velocità tutta particolare, colla quale il
tempo passa, corre, vola per i debitori. Si diede attorno di qua, di
là, ridusse l'ammontare della somma, abbreviò il termine della
scadenza, ma non ci fu verso: a quanti domandava danari, tutti
rispondevano picche.
Fatta la pace e partita Lalla per Santo Fiore, dopo la promessa
scambievole di trovarsi a Roma ai primi di dicembre, Giacomo,
riscaldato anche da questa impensata avventura, tornò daccapo al
lavoro, con un'alacrità ed un'accortezza che sarebbero state degne di
miglior successo. Da Torino passò a Genova, da Genova a Milano, da
Milano a Padova, ma sempre collo stesso esito infelice; ragion per cui
dovette in breve ritirarsi a Borghignano, avendo finiti i quattrini
anche per quelle corse disperate. A Borghignano aveva casa sua, e per
qualche tempo il piccolo credito, tanto per vivacchiare, non gli
sarebbe mancato.--E all'avvenire? Oh, all'avvenire il marchese di
Vharè non ci voleva pensare, perchè in tal caso avrebbe perduto anche
l'appetito; l'unica cosa buona che gli rimanesse.
Tuttavia, egli si conservava filosofo, e non si mostrava nè sgomento,
nè triste, tanto più che dovendo tirarla innanzi col credito, avrebbe
colla melanconia accresciuta la sfiducia. Il Vharè, del resto,
conosceva gli uomini e le donne; e mentre si sarebbe guardato bene dal
lasciar scorgere a' suoi amici le perturbazioni del proprio bilancio,
a Lalla, invece, gliene scrisse tosto a Santo Fiore, scherzandovi
sopra e confidandole che dubitava, per quell'inverno, di poterla
raggiungere a Roma, temendo di doversi fermare a Borghignano ad
ammirare il trotto di _Adamastor_ e le pelliccie nuove dei Tangoloni;
a far la corte alla Bertù, a confidarlo alla Calandrà ed a tentare con
Gianni Rebaldi la sorte del _tresette_. Ma chiudeva la lettera
dicendole che la sua vita d'adesso, egli, ad ogni costo, non l'avrebbe
cambiata con nessun altro perchè sentiva ogni contentezza, ogni
gaudio, ogni felicità, pensando a Lei, colla certezza cara che gli
volesse un po' di bene.
E il Vharè sapeva pure che confidando queste sue strettezze alla
duchessina, in una forma brillante, non le avrebbero fatta cattiva
impressione; anzi, era alcunchè di nuovo, di originale, di simpatico;
mentre invece, se Lalla ne avesse sentito parlare da altri, ed egli
avesse voluto farne un mistero, allora, forse, correva il rischio di
scapitarci assai.
I debiti sono come la canizie: portata con disinvoltura può ancora
piacere, ma volendo nasconderla coi cerotti e le tinture diventa
ridicola. Certamente egli non contava tutto alla duchessina, ma
lasciava scorgere quel tanto del suo _deficit_ che presentava qualcosa
d'artistico e che non offendeva il gentiluomo. Oh, il Vharè si sarebbe
guardato bene, per esempio, dal confidarle che gli era minacciato un
protesto e che pranzava a credito. Dinanzi all'usciere e all'appetito,
i debiti, anche per una duchessina sentimentale, diventano _borghesi_
e non hanno più nessuna attrattiva.
Appena successo a Torino il riavvicinamento fra Giacomo e Lalla, era
subito cominciato fra loro un attivissimo scambio di lettere, ed era
stata la prima Lalla a scrivere, ad onta delle sue ripugnanze, e della
sua prudenza. Svegliandosi alla mattina, placidamente, accanto a
Giorgio, dopo aver assorbito la sera innanzi col Vharè il delizioso
thè della riconciliazione, essa provò il prepotente bisogno di un
altra voluttà: quella di scrivere.--Perchè?...
Giorgio doveva alzarsi e uscire presto per affari e le aveva dato un
bacio solo e discretissimo, per via dell'emicrania di cui Lalla si era
già lamentata la sera innanzi.
--Ancora _bobo?_...--le aveva domandato, sorridendole, come ad una
bambina, appena la vide muoversi e aprire gli occhi.--Ancora
_bobo?_...
--Sì... molto, molto.--Lalla si era scostata sospirando, e Giorgio,
dopo aver sospirato alla sua volta, si era alzato adagino per
lasciarla quieta e se n'era andato.
Lalla rimase rannicchiata a godersi il delizioso calduccio del letto,
e così tranquilla che non si sentiva respirare. Ma non dormiva:
pensava, riandava tutti gli avvenimenti della sera innanzi. Essa non
era soddisfatta. La realtà era molto al di sotto di quanto l'aveva
immaginata, ed era meravigliata e mortificata perchè lo stordimento
era cessato troppo presto. Il sangue tornava calmo e freddo, il cuore
non batteva più violentemente, i ricordi non si affollavano
tumultuosi, ma si schieravano ad uno ad uno, lentamente, chiari,
precisi, in quella camera d'albergo, colle pareti vuote, di carta
gialla... Pensava, riandava ricordando in ogni particolare quanto era
successo, dall'incontro sulle scale, alla porta rimasta aperta.
Pensava, ricordava tutto ciò, mentre le voci e i passi dei camerieri e
il rumore e i suoni dell'albergo rendevano ancor più volgare quel suo
ridestarsi ad una vita che avrebbe dovuto essere una vita nuova e
tragica, agitata e sconvolta da terrori e da emozioni potenti... e che
non era invece altro che la sua vita solita, solitamente tranquilla.
Allora, in quel tepido dormiveglia, soffrì l'uggiosa impressione di
chi entra di giorno in un teatro: quel vuoto, quel buio freddo, l'oro
sbiadito dello stucco e del cartone, davano a Lalla un'uggia
fastidiosa, strana, e cominciava lì, appunto, il suo rimorso, da tutto
quel malcontento, da tutto quel disinganno...
Lalla sentì il bisogno di muoversi, di _arrischiare_, di gettarsi a
capofitto nella sua avventura, in cerca di emozioni più forti, che
dovevano stordirla, eccitarla, inebriarla e così soffocare il
persistente borbottìo della sua coscienza e del suo pudore. Sì, anche
il pudore ci soffriva in tutta quella calma, anche il pudore sentiva
il bisogno di coprirsi, di nascondersi in mezzo alle fiamme della
passione: e però, credendo di poter ingannare sè stessa e sperando di
poter riuscire a convincersi che si era abbandonata perchè vi era
stata trascinata, vinta dall'amore, dall'amore il più forte, il più
ardente, si alzò di colpo col desiderio e la risoluzione di commettere
una grande imprudenza e scrisse una lettera al _suo amante_.
Non era _lui_ il padrone e l'arbitro della sua vita?... E con un
caratterino minuto, fermo, regolare, riempì quattro paginette di carta
profumata; ma, quando fu alla firma, pensò che non c'era bisogno di
firmare... la solita prudenza cominciò ad avere il sopravvento e Lalla
volle rileggere la lettera. Allora trovò che diceva troppo, la
stracciò, la buttò sul fuoco, aspettò che fosse affatto distrutta e
poi, preso un altro foglietto, scrisse due righe sole:
«Mi ami tanto?... Ho bisogno che tu me lo dica sempre, che tu non mi
lasci mai sola a riflettere... «Mi ami tanto tanto?... «_Sempre:_
ricordati!
«L.».
Giacomo, prima di pranzo, andò a farle una visita, com'erano rimasti
intesi, e la trovò sola. Allora, siccome lei partiva all'indomani, si
fece promettere ch'egli le avrebbe scritto a Santo Fiore, dirigendo le
lettere, chiuse in una busta suggellata e senza indirizzo e segnate
con numero progressivo, in un'altra busta diretta a miss Dill. Le era
penoso un tal passo, ma ormai indietro non potea più tornare. In
quanto a lei avrebbe scritto a Giacomo direttamente.
A Santo Fiore, combinato lo scambio coll'istitutrice, alla quale Lalla
non diede nessuna spiegazione, e passato l'orgasmo pauroso delle prime
lettere ricevute, ella se ne fece una piacevole abitudine e le
aspettava con impazienza e le leggeva con grande interesse. A Santo
Fiore essa non aveva altre distrazioni. Là, sola sola, pensava a
Giacomo di frequente e alla vita che a Roma avrebbero fatta insieme.
Certo, in quell'inverno, gli adoratori le sarebbero ritornati tutti
intorno, e lei voleva vendicarsi del loro abbandono. Ma poi, in mezzo
ai più bei disegni, cambiò, a un tratto, d'umore, diventò nervosa,
lunatica... poi capitò la lettera del Vharè a mandar tutto in fumo, e
così in dicembre partì per Roma, lamentandosi di dover essere in
viaggio tutto l'anno.
Ci pativa anche perchè la Bertù, la Calandrà e tutti gli altri
pettegoli avrebbero creduto che il Vharè rimanesse a Borghignano per
la Soleil. Nè una tale supposizione sarebbe stata fuori di luogo e
Lalla stessa, in fondo al cuore, non era affatto senza sospetti. Il
Vharè si mostrava nella sua lettera troppo di buon umore; e se non si
fermava apposta, certo la presenza della Soleil gli avrebbe reso meno
spiacevole quel domicilio forzato. Così, la rabbietta e un po' di
gelosia, suscitarono nella sua testolina bizzarra un altro di quei
fuochi di paglia che in lei divampavano ad un tratto e con strani
chiarori.
Pensò ad un pretesto per non tornare più a Roma in quell'inverno,
quando lei e Giorgio sarebbero ritornati a Borghignano per passar il
Natale con la mamma. E un pretesto non solo, ma una ragione eccellente
non le mancava. Era una ragione, per altro, che Lalla non avrebbe
voluto mettere in campo; che anzi le ripugnava di adoperare in tale
occasione; ma poi finì col servirsene, quando si vide costretta a
farlo in mancanza di meglio, e quando capì che, ormai, per il timore
ed anche un pochino pel rimorso, aveva taciuto anche troppo.
Confessò il suo segreto alla mamma abbracciandola e arrossendo; alla
mamma che, dopo averla ascoltata tremando, si strinse la figliuola al
cuore e diede ella stessa, povera Maria, la cara novella a Giorgio,
con un sorriso che appariva fra le lacrime, come un raggio di sole che
attraversa la tempesta.
Giorgio impallidì dalla commozione e abbracciò la sua Lalla, abbracciò
Maria senza poter dire una parola: la gioia gli serrava la gola.
Prospero Anatolio si mise a piangere dalla consolazione, poi prese il
cappello e infilata la porta andò a partecipare all'Arcivescovo il
miracoloso avvenimento. Ritornato a casa, regalò mille lire alla
Congregazione di Carità, e a Lalla una collana di diamanti, approvando
pienamente il suo desiderio di rimanere tranquilla a Borghignano,
tanto più che, in tal caso, egli era sicuro che vi si sarebbe fermata
anche la Giulia. Nella famiglia d'Eleda, da quel giorno in poi, non si
parlò più d'altro, non si fecero progetti, preparativi, auguri che non
fossero diretti all'atteso Prosperino. Il solo, che non prendeva parte
a tanto giubilo era Pier Luigi. Sicuro!... Pier Luigi confrontava le
date e sogghignava; ed alla Calandrà, che pianino discorrendo con lui,
aveva fatto un'osservazioncella piuttosto impertinente:--Mah,--rispose
il vecchio cinico, alludendo a Giorgio:--Chi si contenta gode; chi si
contenta!
Lalla, come aveva voluto, rimase dunque a Borghignano; e mentre
Giorgio andava continuamente innanzi e indietro da Roma, ella perdeva
il tempo e la pace a commettere imprudenze col Vharè, spinta dalla sua
gelosia per la Soleil. Adesso però, la duchessina, per quanto facesse,
non poteva ricuperare, tutto intero, il cuore di Giacomo. Egli era
tornato daccapo, approfittando della buona occasione: la contessa
Lalla era sempre simpatica, egli le voleva sempre bene, ma non le
credeva più. Quando Lalla fuggì via da lui, piantandolo in quel brutto
modo, essa aveva distrutta la sua ultima illusione, aveva distrutto il
suo ultimo amore, destandolo, bruscamente da un sogno romantico; e il
Vharè era troppo uomo e troppo esperto per riaddormentarsi di nuovo.
Le bambinerie della duchessina, che una volta lo avevano commosso e
sedotto, ora lo tenevano in sospetto; e dal candore, dalla grazia, dai
timidi abbandoni e dalle ingenue sorprese della sua innamorata egli
vedeva sorgere e far capolino quella finissima civetteria che, per una
volta tanto, era pur riuscita a canzonarlo, e molto bene.
Oltre a ciò, che sarebbe bastato anche da solo, c'era poi un altro
sentimento, nuovo e profondo, che lo divideva da Lalla: la disistima.
Per quanto corrotto, per quanto dissoluto, l'amante è sempre, per la
donna che gli si abbandona, il suo giudice più rigido e più spietato,
quando la passione si acqueta e la verità comincia a farsi strada. Il
marito, l'offeso, non può essere più implacabile. Il Vharè vedeva,
adesso, tutta la colpa che Lalla commetteva giocherellando colle sue
ariette fanciullesche, da null'altro spinta che da un leggero
capriccio, e tutto ciò lo allontanava insensibilmente da lei,
riavvicinandolo, invece, a poco a poco, alla Soleil. In fine, l'amore
della Soleil era grande e sincero, mentre Lalla era stata spinta
soltanto dalla vanità e dalla curiosità; l'una si era donata, l'altra
si era fatta rubare. Si sa: quando l'amore se ne va, la logica
ritorna.
Bisogna anche aggiungere, ch'egli aveva abbandonata la Soleil dopo
aver vissuto insieme per ben tre anni, e l'aveva piantata senza un
motivo, anzi peggio, mettendosi assolutamente dalla parte del torto;
bisogna aggiungere che s'incontravano, si rivedevano allora per la
prima volta dopo quell'abbandono, e che il legame del marchese di
Vharè colla _diva_ non era stato uno dei soliti amoretti del
palcoscenico.
Quando Giacomo conobbe la Desirée Soleil, questa ormai pareva
inaccessibile e inafferrabile. Co' suoi straordinari e insperati
trionfi si era sentita così pienamente felice da non aver bisogno
d'altre emozioni: e poi la virtù le era allora consigliata anche dal
medico, per conservar la voce.
Tuttavia essa non negava di aver avuto amanti: soltanto, dichiarava di
non volerne più.
L'arrivare al suo cuore non era dunque facile impresa. Era una donna
d'ingegno e d'esperienza, conosceva il mondo e le seduzioni, danari ne
guadagnava tanti quanti ne voleva spendere, ed anche così
inflessibile, era festeggiata e aveva adoratori fino alla noia. Anzi,
questo suo, era forse il modo migliore per averne moltissimi. Si
consolavano a vicenda della comune sconfitta, si deridevano l'un
l'altro e continuavano a sperare tutti insieme ed ognuno per proprio
conto. D'altra parte, la Soleil era buona, amabile, piena di spirito,
tollerava qualche allusione un po' arrischiatella e aveva il tratto di
una gran dama. Il corteggiarla era di moda; il diventare uno de' suoi
intimi voleva dire essere una persona del bel mondo, un uomo d'ingegno
o una celebrità del giorno, e però i suoi innamorati, non potendo
giungere fino al suo cuore, si accontentavano di essere ricordati ai
suoi occhi, ottenendo di farle porre i loro ritratti in un _album_
ch'ella teneva esclusivamente per le fotografie degli _amici_, e nel
quale, variando ad ogni _piazza_, figuravano, s'intende, tutti i
giovanotti più eleganti delle varie città ove cantava.
Non la lasciavano mai; si davano la posta a casa sua, a quell'ora
precisa ch'ella prometteva la sera innanzi di essere visibile; e
quando usciva dalla sua camera, ancora in vestaglia ed in pianelle,
trovava il salotto già pieno di adoratori. Gli amici anticipavano
sempre di qualche minuto: i loro orologi correvano per due motivi: per
arrivare più presto a vederla, e per tenersi d'occhio l'un l'altro.
Dalla Soleil bevevano _cognac_ squisito, ch'era stato regalato alla
_diva_ da un ricco signore di Bordeaux, tanto perdutamente innamorato,
da unirle al bariletto che le mandava ogni tre mesi, la formale
domanda della sua mano; fumavano sigarette turche, speditele da un
_pascià_, pure innamorato perdutamente, il quale continuava a
rinnovare l'offerta di licenziare per lei il proprio _harem_; facevano
il chiasso con una chitarra di un nobile Idalgo che tutte le notti, a
Madrid, le cantava sotto le finestre:
In Castiglia e nei tesori
Dell'Alhambra e dei re mori
Non v'è gemma per mia fè
Che rifulga così splendida
Come gli occhi a Desirée.
E infine facevano musica sopra un piano-forte che le era stato
regalato dall'imperatore del Brasile, il quale la chiamava sempre--il
mio piccolo canarino--e le voleva bene come ad una figliuola. Tutte
queste fortune gli amici della _diva_ le sapevano a memoria, ma le
stavano a sentire ogni giorno, senza interromperla, sfogandosi
negl'intervalli, non potendo farlo colla padrona, ad abbracciare
l'Assunta, la compiacente cameriera, con certe strette così furibonde
da toglierle il respiro.
Fra la padrona di casa e gli amici suoi, c'era molta armonia.
Solamente, di tanto in tanto, passava qualche piccola nube a proposito
delle _signore della società_, che la Soleil biasimava sempre con un
accanimento ferocissimo. Ma la sua collera non durava molto, ed erano
sempre gli amici i primi che le domandavano scusa, sempre in
ginocchio, magari anche d'aver avuto ragione. Allora Desirée dava loro
la mano da baciare, ma essi invece le baciavano il braccio più su che
potevano: a tanta indiscrezione la _diva_ ridendo, li scappellottava
amabilmente, e la pace era fatta.
La Desirée Soleil era una francese, di Milano, la quale, prima di
calcare le scene, si chiamava Andreina Calziraghi. Era una donna assai
bella: il suo corpo avrebbe potuto servire da modello per i contorni
ad uno scultore dell'età d'oro, e per il colorito ad un pittore della
scuola veneziana. Grandi e neri gli occhi di fuoco, neri, folti,
lunghissimi i capelli, la bocca grande, coi denti candidi, regolari;
le labbra rosse e vive. Tutta la sua persona pareva un invito alla
voluttà; ma la sua faccia, mobilissima, caratteristica e simpatica,
dalla quale trasparivano, a tratti, gli impeti del suo ingegno vivace,
faceva pensare. Elegante, prodiga, spensierata, scriveva l'italiano
come una tedesca, e parlava il francese come un'americana.
Aveva molte stranezze: nell'inverno si avvoltolava fra le pellicce e
nell'estate indossava certi abiti di velo che la riparavano dalle
mosche più che dagli occhi. I suoi adoratori dovevano credere, o
montava in collera, che vivesse soltanto di dolci, di frutta, di
foglie di rosa che succhiava continuamente e di gramolate che sorbiva
adagio adagio, con lunghe cannucce di paglia.
Quantunque vantasse più magnanimi lombi, sua madre era stata una
portinaia che l'aveva avuta dal suo padroncino di casa, un contino
biondo e roseo come una ragazza. Andreina aveva dunque nella sua
costituzione la schiettezza del popolo e le raffinatezze
dell'aristocrazia; le carni rotonde e sode della mamma e la pelle
bianca e fine del babbo; aveva del sanguigno e del nervoso ad un
tempo; e se alcune volte il sangue materno l'aveva spinta fra le
braccia di un qualche gagliardo e bel ragazzotto, il sangue paterno
non tardava ad avere il sopravvento, e allora Andreina subiva i
fascini d'un volto pallido e delicato. Quando cessò d'essere Andreina
Calziraghi per diventare la Desirée Soleil, e non aveva più amanti
d'intorno, ma soltanto sudditi e amici, allora si avvezzò presto
all'aristocrazia, e tanto bene, che vi pareva nata. Cominciò a contare
d'essere la figlia d'un barone francese, che possedeva miniere in
America e schiavi di tutti i colori, e a questa paternità, a forza di
ripeterla, terminò col crederci anche lei, anzi, era lei, la sola, che
ci credesse un pochino.
Le storielle erano il suo punto debole. Ne contava molte, ne contava
troppe. Ne aveva una, fra le altre, che spacciava per uso e consumo
de' suoi adoratori, i più ricalcitranti al regime negativo, e che
pareva un romanzo del Montépin.
L'eroe era un principe russo, ricchissimo, possessore di venti
villaggi, d'una barba orribile e d'una desinenza in _off_ ancora più
orribile, che voleva amarla per forza, quantunque lei gli rispondesse
sempre di no. Il principe, al primo rifiuto sorrise cinicamente,
offrendole, in cambio della sua virtù, manate di turchine e pugni di
diamanti; ma lei, dura sul _no_, anche la seconda volta. Allora i peli
della barba del principe si agitarono come tante lamprede fuori
dell'acqua, e il sorriso cinico si mutò in un ghigno feroce; ma
siccome non poteva farla frustare, si rassegnò ad aggiungere
all'offerta delle turchine e dei diamanti anche quella della sua mano
e della desinenza in _off_. A tale proposta, continuava a contare la
_diva_, lei s'era messa a ridere, ringraziandolo d'averla corteggiata
_pour le bon motif_; ma dichiarandogli, nello stesso tempo, ch'egli
arrivava troppo tardi, perchè la Desirée Soleil aveva sposato il
teatro, e l'arte sola oramai le poteva far battere il cuore; era
costretta quindi, _avec beaucoup de chagrin_, a dirgli di--no--_pour
la troisième fois_. La barba del principe, all'ostinato rifiuto, non
si mosse nemmeno: cattivo segno. La sera dopo, mentre lei e l'Assunta
uscivano dal teatro, il principe, aiutato dalla polizia, le rapì tutte
e due: sicuro, anche la cameriera, che a questo punto veniva citata
sempre come a testimonio. Le peripezie del viaggio lungo i deserti di
ghiaccio, coi lupi affamati che saltavano attorno alla slitta, erano
innumerevoli e svariatissime, ma presto o tardi si arrivava
felicemente al castello del principe. Era un castello in mezzo alla
neve, con parco e giardino inglese, illuminato a luce elettrica. Nel
castello, Barbarossa ne tentò di tutti i colori contro la virtù della
_diva_. Tentò la grazia, la forza, e in fine tentò anche l'astuzia.
Voleva addormentarla con un potente narcotico, ma lei, invece di bere
il narcotico, mangiò la foglia e visse solo di frutta e di ghiaccio.
Irritato da tanta fermezza, Barbarossa perde la prudenza: e colla
faccia infocata, gli occhietti da basilisco, digrignando i denti,
magro, sporco, sparuto, ella lo vide, una notte, capitare attraverso
un quadro, nella sua camera da letto e... La lotta che successe allora
fu terribile e grottesca. La Soleil, raccontandola, si animava,
diventava rossa in faccia, e, alzandosi, afferrava uno de' suoi amici,
lo trascinava attorno due o tre giri per il salotto e finiva con un
impeto potentemente drammatico a lanciarlo fuori dell'uscio che gli
chiudeva sul muso, accompagnando la spinta con un--no!--nel quale
echeggiava una bellissima nota di contralto. Anelante, tornava poi a
sedere, e terminava tranquillamente di raccontare il drammatico
epilogo del principe russo il quale, in capo ad una settimana, e a
cagione di quell'amore infelice, diventato pazzo furioso e legato nel
proprio letto, colla camicia di forza, non faceva altro che
ripetere--no!--no!--no!--lo spietato--no, della diva!
Ma quando le fu presentato il marchese Giacomo di Vharè, essa non gli
raccontò la storiella del principe dei venti villaggi e nemmeno quella
più modesta del babbo barone. Capiva che col Vharè doveva essere
tutt'altra cosa, e invece di parlare sempre lei, come faceva con tutti
gli altri, lo stava ad ascoltare attentamente, provando una seduzione
nuova, profonda, indefinibile a quella parola così facile, così
affascinante. La Soleil capì, subito, che avrebbe finito coll'amare il
Vharè, e coll'amarlo forse tanto, quanto non aveva mai amato fino
allora; e tutti questi suoi sgomenti una sera che, per caso, furono
lasciati soli nel _camerino_, ella glieli confidò candidamente, come
le uscivano dal cuore che pareva le si risvegliasse allora, dopo un
sonno lunghissimo. Col Vharè essa non era più la Desirée Soleil, era
ritornata Andreina Calziraghi, la semplice, la buona ragazza.
--Siate generoso con me;--gli disse fissandolo quasi timidamente.--Non
insistete tanto per farvi amare; non mi tentate così. A voi il
lasciarmi non costa nulla, ed io con voi, lo sento, arrischierei
troppo, arrischierei tutto. Ero così tranquilla e stordita; ero così
beata. Ridevo, ridevo sempre, e voi tornate a farmi diventar triste e
a farmi pensare. No, mi secca; non voglio!.... Non voglio più voler
bene; e se ne volessi a voi sarebbe una cosa seria; forse la più seria
della mia vita, e terminerebbe coll'annoiarvi. Da bravo, marchese, ve
ne prego, seguite un mio consiglio: presto la _stagione_ sarà finita,
non venite più da me, rinunciate al teatro, per queste poche sere, e
tutti e due conserveremo la nostra pace.
Giacomo vedeva bene che la Soleil non mentiva, e gli piacque la
sincerità, il bel tipo di bruna, mentre lo allettavano l'ingegno
dell'artista e le difficoltà dell'impresa.
Invece di lasciarla, si attaccò a lei ancora di più; e Andreina, a
poco a poco, si innamorava perdutamente e ritornava a sentire
inquietudini e turbamenti, lei artista, lei cantante, lei che non era
nuova nè all'amore e nemmeno agli amanti e che doveva essere
agguerrita contro qualunque seduzione. Ma l'amore fa di questi tiri, e
ne fa anche di peggio!... Quando dal suo camerino ella vedeva Giacomo
avvicinarsi, le batteva il cuore e arrossiva d'improvviso, come una
giovinetta, come un'ingenua sensitiva, ancora ai primi palpiti. Una
sera, mentre era in iscena e cantava, lo sentì, più che non lo
vedesse, entrare in un palco di proscenio, avvicinarsi al parapetto,
fissarla col cannocchiale, e la poveretta, come se ritornasse alle
emozioni dei virginali turbamenti, stonò forte, e non ebbe i soliti
applausi alla sua aria favorita.
Adesso non recitava la commedia, no, no; aveva paura davvero, e non
vedeva il momento che si chiudesse quella malaugurata _stagione_ per
andarsene via, per fuggire, per non vederlo più; ma il Vharè non
gliene lasciò il tempo.
Un giorno Andreina era ancora seduta a tavola e pensava appunto al bel
marchese di Vharè, giocherellando distratta e quasi triste, coll'orlo
della salvietta: quella sera essa doveva cantare e però non voleva
ricever nessuno; ma Giacomo seppe commuovere il tenero cuore
dell'Assunta, e Andreina se lo vide capitare dinanzi, in quel momento
che lo credeva più lontano. Lo accolse con un grido, si arrabbiò
coll'Assunta, si mostrò crucciata con Giacomo, non voleva dargli la
mano; ma non ebbe il coraggio di mandarlo via.
La piccola stanzetta era quasi al buio: due candele rischiaravano
appena il disordine della tavola apparecchiata, mentre dallo
sportellino della stufa accesa usciva a tratti, come un respiro di
fuoco, la fiamma rossastra. Faceva caldo, si soffocava lì dentro, e
Giacomo venendo allora dal freddo della strada, si sentì bruciare la
faccia, mentre respirava a fatica in quell'aria greve, impregnata dal
profumo dei fiori e corrotta dall'odore che vi era rimasto delle
vivande.
L'Assunta, buona donna e affezionata alla padrona, si fermò un
momento, sorridendo con malizietta affettuosa, poi, volendo farsi
perdonare il tradimento, le disse forte, indicando l'orologio a
pendolo della caminiera:--Si ricordi signora; fra dieci minuti, al più
tardi bisogna vestirsi per il teatro...--Non c'era dunque tempo da
perdere, e infatti, appena uscita la cameriera, Giacomo prese Andreina
e la strinse fra le braccia mentre la diva, tremando tentava di
allontanarlo, di difendersi e a bassa voce, per non essere udita
dall'Assunta che preparava la _cesta_ nella camera vicina, scongiurava
Giacomo di non tormentarla, di andarsene, di aver compassione di lei.
Poveretta!... Quell'uomo l'aveva sorpresa, era capitato là dentro come
un ladro, per rubarle la sua felicità, la gioia stordita, rumorosa dei
suoi trionfi di donna e di artista, per rubarle l'anima!
Anche Giacomo pregava, supplicava. Pregavano, tutti e due, ma non
s'intendevano, non si ascoltavano. Più che coi baci, Giacomo la
stordiva colle parole appassionate, insinuanti ch'ella sentiva
correrle pei capelli, pel collo, per tutto il corpo come un fiato
caldo, voluttuoso, che la inebriava, che la vinceva.
--No!... No!... Ti prego!... Ti prego!... Non voglio!... Ero così
contenta! Ero così felice!...--Ma già Andreina, a poco a poco, si
sentiva venir meno, si sentiva portar via come in un sogno; già
lottava solo con un--no--debolissimo, convulso, che le usciva appena
dalle labbra tremanti, e non più dal cuore; un--no--pieno di lacrime,
di amore, d'abbandono e che sarebbe rimasto preso, soffocato da un
bacio... quando improvvisamente un suono lungo, squillante echeggiò
nel silenzio della stanzetta. Lontani lontani com'erano dal mondo
tutti e due, trasalirono quasi: era l'orologio della caminiera che
suonava le sette. Bastò un secondo a Giacomo per rimettersi, ma era
bastato un istante anche ad Andreina per ricuperare la coscienza di sè
e del pericolo che correva, e sciogliendosi vivamente dalle braccia di
Giacomo, corse a salvarsi sull'uscio dell'altra stanza, gridandogli
con voce rotta, soffocata:--No!... No!... Ve ne supplico!... Andate
via! Andate via!... _Stasera canto!_--E chiamò l'Assunta.
_Stasera canto!_... Cercando una scusa, un'arma per difendersi, per
farsi rispettare, non ne aveva trovata una migliore. Ma non era più,
adesso, la Desirée Soleil che lottava contro il principe dei venti
villaggi, no; non era che la buona Andreina, la quale sentiva di non
poter invocare in suo aiuto nè l'onore, nè il pudore, perchè
quell'uomo ch'ella amava, avrebbe potuto deriderla; e però disse
quelle semplici parole--_stasera canto_--tremando e piangendo, le mani
giunte e con un'espressione di sgomento così viva che faceva pietà e
che mutava la sua preghiera in un grido disperato dell'anima.
Ma, pur troppo, la sera dopo ella non cantava, aveva _riposo_, e
Giacomo di Vharè rimase solo con lei oltre la mezzanotte. Quando
Giacomo se ne andò via, Andreina aveva voluto accompagnarlo fin
sull'uscio dell'ultima stanza d'uscita, abbracciandolo un'altra volta
con una tenerezza infinita.--Ascolta, Giacomo,--gli disse,--io ti ho
data tutta l'anima mia; ormai non mi appartengo più. Non abbandonarmi
subito; io non ti ho ingannato e non ho mentito. Darei la mia vita, il
mio nome, il mio trionfo d'artista, tutto tutto, per essere ancora una
donna onesta e poterti dire:--non sono stata che tua, e non sarò che
tua.--Stordita, non ho mai avuto rimorso del mio passato; ora ne ho
dolore per la prima volta e per te, perchè ti voglio bene Sento che ho
finito ormai di essere calma e felice; ma non rimpiango la mia
felicità, ti amo troppo, e non la ricordo nemmeno. Tuttavia, per poco
che io possa contare nella tua vita, ci voglio essere come una memoria
cara, voglio sfiorarla come un sorriso. Non voglio costarti nessun
sacrificio, nessuna amarezza. Giura, amor mio, giurami che il primo
giorno nel quale non sentirai per me più... più nessun desiderio, tu
me lo dirai subito, francamente e lealmente. In compenso di tutta me
stessa, non ti domando altro che questa parola sincera.
--Ti amerò sempre,--le rispose il Vharè con galanteria.
Andreina comprese la leggerezza di una simile risposta e sentì come un
presentimento delle ore tristi che le si preparavano.
--Sempre?... Le donne come me non si amano sempre. Ma ti prometto, ti
giuro, che mi avrai _sempre_ tua, finchè ti piacerà di tenermi.--E si
lasciarono così, stringendosi la mano e baciandosi, lui con un
sorriso, lei con un sospiro.
Tre anni dopo, infatti era il Vharè che abbandonava Andreina, senza
ch'egli avesse nulla da poterle rimproverare.
La Desirée Soleil, la _diva_, si mostrò indifferente a quell'abbandono
così immeritato, ma Andreina Calziraghi ne soffrì assai, perchè essa
amava sempre il Vharè, come già aveva sentito di amarlo quel primo
giorno in cui l'orologio a pendolo l'aveva salvata. Essa ne soffrì
assai, tanto che ammalò e per due _stagioni_ stette senza cantare.
Quando volle ritornar sul teatro dovette accontentarsi di quella
misera scrittura di Borghignano, perchè gl'impresari dei grandi
spettacoli temevano non fosse più quella di prima e non volevano
arrischiarla. Andreina avrebbe _riposato_ ancora volentieri, ma come
si fa?... I suoi pochi risparmi erano consumati; le sue perle, i suoi
brillanti erano impegnati e bisognava cantare per vivere. Certo, se
avesse voluto, non le sarebbe mancata la generosità di un qualche
amico e protettore; ma come vi sono donne nate nell'azzurro e che
cadono giù, attirate dal fango, così ve ne sono altre, e dove forse
meno si crederebbe, che si sentono attratte a sollevarsi in alto,
sempre più in alto, nell'azzurro, e la buona Andreina era appunto di
queste.
A Borghignano, però, tornata la Desirée Soleil, fu compensata delle
sue privazioni da un grande e straordinario successo.
Andreina non sapeva che a Borghignano si sarebbe incontrata col Vharè,
come non conosceva nemmeno la vera cagione del suo abbandono. A
Borghignano, per altro, ci fu chi, credendo fare il proprio interesse,
volle illuminarla di tutto. Non sapeva, l'ingenuo, che amore...
perdona amore.
Giacomo, vano e ambizioso della conquista della Soleil, non aveva mai
apprezzato Andreina secondo il merito, e molto scettico, anche in
fatto di donne, mentre si lasciava abbindolare da Lalla, credeva
all'apparente indifferenza di Andreina; ma quando seppe, e lo seppe
appunto poco dopo che la contessa Della Valle lo aveva piantato in
quel bel modo, quando seppe che la _diva_ aveva finito coll'ammalarsi
per essere stata abbandonata, questa notizia fu per il Vharè una cara
scoperta, e fu grato alla Soleil di amarlo a tal segno, sentendo nel
suo cuore come un conforto, come un contraccolpo dal disinganno
sofferto. Però, adesso che stava per incontrarla, per rivederla,
sentiva che si sarebbero riconciliati e ricongiunti. Se la Desirée,
offesa, non avesse voluto più amarlo, era sicuro che la buona Andreina
avrebbe domandato grazia per lui.
Nello stesso tempo che il passato risorgeva più bello e più cara nella
memoria del Vharè, il fascino di Lalla, com'è naturale, scemava assai.
Del resto, anche l'amore della duchessina procedeva a sbalzi: ora
pareva insensibile e indifferente, ed ora aveva gli slanci, gli
abbandoni e le esigenze più appassionate. Ma, in ogni caso, e più caro
nella memoria del Vharè, il fascino di Lalla lo amava più per gli
altri che per sè stesso. Al teatro, in quelle sere d'opera, le
ripetevano tutti che il bel marchese si era fermato a Borghignano
perchè c'era la _diva_ a cantare, e Lalla voleva far sapere e far
credere che invece il Vharè vi si era fermato per lei, solo per lei, e
la sua vanità, punta nel vivo, arrivava dove non era arrivato il suo
amore, e le faceva perdere anche la prudenza.
Il Vharè non poteva andare che assai di rado in casa Della Valle; ma,
in compenso la contessa Lalla era già stata due volte nel quartierino
del bel marchese, posto in ottimo luogo per simili scappatelle; e
tutt'e due le volte si era fatta promettere ch'egli non sarebbe
tornato mai e poi mai, per nessun motivo, dalla Desirée; che non si
sarebbe mai e poi mai lasciato vedere con lei, e che, incontrandola,
non l'avrebbe nemmeno salutata. Giacomo, fino a questo punto, non
voleva dare la sua parola; non c'era ragione perchè dovesse fuggire la
Soleil e tanto meno usarle sgarberie, ma finiva poi col promettere
tutto ciò che Lalla voleva, non trascurando, nel tempo stesso, di
cercare l'occasione per incontrarsi con Andreina e fare la pace. Era
sicuro, del resto, che la strana volubilità d'umore, e i capricci di
Lalla gli avrebbero dato argomento di giustificarsi, nel caso che le
sue bugie fossero scoperte.
La _diva_ a Borghignano faceva furore: tutti ne parlavano, tutti la
lodavano, erano tutti innamorati di lei. La _Direzione_ del teatro,
composta di membri molto maturi, si tingeva capelli e barba due volte
al giorno; il Presidente, che secondo le sue abitudini sperava molto,
faceva la doccia; i due Lastafarda si esercitavano a parlar francese;
Gianni Rebaldi faceva provviste di sigarette nel camerino della
_diva_, e regalava all'Assunta i dolci che rubava ai bambini della
Bertù. Il Toscolano le offriva _Adamastor_ se voleva far passeggiate,
e aveva grandi misteri col _brumista_ che la conduceva tutte le sere
da casa al teatro e viceversa. L'Assunta era fermata per istrada dai
molti curiosi che volevano sapere gli anni della sua padrona e se era
un'americana davvero e se i capelli che portava in scena erano tutti
suoi. Fra il _palcone_ degli ufficiali e la _barcaccia_ dei nobili
cominciò una fiera rivalità, ed erano corse sfide, che per altro non
avevano avuto seguito, con grandissimo dispiacere degli avventori del
_Caffè di Borghignano_, i quali, appena sentivano parlare di duelli,
si accendevano, drizzavano le orecchie e diventavano spadaccini sino
all'ultimo sangue... degli altri.
Tutti i giorni la diva riceveva regali: abbondava però il genere fiori
e _marrons glacés_. Ma chi faceva sul serio e le mandava ricchissimi
gioielli, era il conte Pier Luigi, il quale si era incapricciato
stranamente della Soleil, tanto da non muoversi più da Borghignano e
da esserle sempre d'intorno, quantunque Andreina, che in principio
accettava per debito di convenienza i suoi omaggi, gli avesse fatto
capire che non gli avrebbe dato da baciare nemmeno la punta di un
dito, tanto le faceva schifo. Per altro, a Borghignano, credevano
tutti che già il vecchio milionario fosse riuscito a soppiantare il
bel marchese, bello sì, ma spiantato.
Tuttavia la Desirée Soleil si portò in modo che anche le cattive
lingue dovettero presto ricredersi. E come stessero le cose fu chiaro
a tutti i curiosi, una sera in cui la Desirée si era messa a fissare
ostinatamente dal palcoscenico la contessa Della Valle, mentre questa,
a sua volta, guardava la _diva_, sorridendo con olimpica indifferenza.
Il Vharè, al quale non era sfuggito l'incrociarsi di quei due sguardi,
trovò immediatamente il pretesto per fare la pace con Andreina: così
impediva uno scandalo che avrebbe potuto perdere la contessa Lalla.
Scese dunque sul palcoscenico, terminando di persuadersi che vi andava
per compiere una buona azione; e consegnato il suo biglietto di visita
al portiere, lo pregò di domandare alla signora Soleil se lo poteva
ricevere. L'Assunta, che lesse per la prima il biglietto del marchese,
corse, rossa dal piacere, ad annunziarlo alla padrona; ed il Vharè fu
subito introdotto nel camerino.
Andreina lo salutò stendendogli la mano, senza poter parlare, e
alzando il volto impallidito e fissandolo con quell'espressione di
mestizia e di affettuosa indulgenza, che traluce dagli occhi della
donna soltanto quando essa perdona la colpa d'un figlio o quella di un
amante. Anche al Vharè batteva il cuore e lo si vedeva impacciato.
Lì, in mezzo a loro, sebbene straniero a tutti quegli affetti, c'era
pure un altro cuore che batteva con violenza alla vista del marchese
di Vharè: il cuore di Alessandro Frascolini. Il direttore
dell'_Omnibus_ si era recato poco prima sul palcoscenico per offrire
alla _diva_ l'omaggio del pubblicista e l'ammirazione del compagno
d'arte.
Andreina presentò l'uno all'altro: entrambi si salutarono appena, con
un cenno del capo, senza stringersi la mano. Il Vharè non badò nemmeno
al cavalier Frascolini, ma Sandro squadrava Giacomo da capo a' piedi:
c'era assai più che la gelosia, c'era ferocia in quel suo occhio torvo
iniettato di sangue, e ci fu un momento nel quale sfavillò con una
fiamma sinistra. Il Frascolini avea veduto in dito al Vharè l'anello
ch'egli aveva regalato alla duchessina: la turchina colle rose
d'Olanda. A quella vista, mille pensieri, mille ricordi gli si
affollarono tumultuosi nella mente, e dinanzi all'odio che gli
prorompeva dall'anima, ogni altro odio rimaneva muto, e lo stesso
Vharè, il suo rivale, scompariva nel cocente desiderio di vendicarsi
della duchessina e di farla finita, magari con un delitto. Egli salutò
appena la Desirée, troppo commossa per poter notare il suo turbamento,
non salutò affatto il marchese che, ritto in piedi, appoggiato alla
parete e, mezzo nascosto da una sottana rossa e da un _bournous_
grigio che vi erano appesi, non lo guardò neppure, ed uscì all'aperto
dove si sfogò bestemmiando contro Lalla chiamandola una Faustina, una
Brunechilde, una Mirofleda, la peggiore, insomma delle eroine
baldracche della razza maledetta dai figli di Gioele... il _brenn_
della tribù di Karnak.
Rimasta sola con Giacomo, Andreina chiamò l'Assunta raccomandandole di
star bene attenta per avvisarla quando «_toccava a lei_»; e lasciato
che si chiudesse, come per caso, l'uscio del camerino dietro alla
donna che usciva, gettò le braccia al collo del Vharè, stringendolo
fortemente e lungamente.
Intanto la comparsa inaspettata del marchese di Vharè avea prodotto
sul palcoscenico un bolli bolli straordinario. I signori della
_Direzione_, ch'erano innamorati in blocco della Soleil, per godersela
da soli, almeno durante la recita, avevano proibito severamente
l'accesso sulla scena a chi non apparteneva allo spettacolo, facendo
solo una forzata eccezione per «i maledetti» giornalisti.
Quei tre o quattro vecchiotti, fra un atto e l'altro, volevano
mangiarsi tutti la _diva_, almeno cogli occhi, a pezzetti e a
bocconcini: beati di poterle baciar la mano, di stringerle il braccio,
di toccarle i fianchi, beati, gongolanti, quando potevano sorprenderla
un po' in disordine d'abbigliamento e non si movevano mai dal
palcoscenico, tenendola d'occhio con gelosia sospettosa. In quella
sera dunque, appena uno di costoro ebbe visto un intruso (e nientemeno
che il Vharè!) nel camerino della Soleil, corse a dare l'allarme al
_Presidente_. Il _Presidente_, montò su tutte le furie, come un Turco
alla vista del proprio harem violato da un infedele; chiamò d'urgenza
gli altri membri della _Direzione_, e tutti insieme, in un cantuccio
del palcoscenico, si accusarono, l'un l'altro, di poca energia, di
poca fermezza nel far eseguire gli ordini impartiti; ma poi tutte le
ire si rovesciarono sul capo innocente del _portiere_, al quale
intimarono lo sfratto, se il caso si fosse ripetuto. La sera dopo, il
Vharè si vide chiudere sul naso la porta del palcoscenico; ma non si
turbò: fece subito chiamare l'Assunta perchè avvertisse la padrona, e
Andreina, in tale circostanza, si mostrò la figlia... di sua madre.
Non si degnò nemmeno di venire a patti coi signori della _Direzione_,
i quali si erano chiusi nel loro _palchetto_ riservato, aspettando la
fine della burrasca. Invece, mandò a chiamare l'impresario e gliene
disse tante da stordirlo, strapazzandolo come un cane, protestando che
nel suo camerino volea essere padrona di ricevere chi le accomodava;
gridando che quelle _scenate_ succedevano solamente in provincia e
che, alla fin dei fini, il Vharè era il suo amante ed era padrone,
padronissimo di andare da lei quando e quanto voleva. Il _Presidente_,
o la Soleil non cantava, dovette togliere il _veto_; ma da quella sera
memorabile i signori della _Direzione_ mutarono affatto di contegno
verso Andreina. Non le fecero più la corte, non andarono più in
estasi, non si precipitarono più nel suo camerino per adorarla. Si
sparpagliavano invece nel teatro, dove facevano notare agli abbonati
che la _diva_ era giù di voce e non mettevano più come prima tutte le
mani, con mirabile accordo, sul fuoco, assicurando che il conte Pier
Luigi da Castiglione non le aveva nemmeno toccato un dito. Invece si
lasciavano fuggire certi mah!... certi uhm!... certi sorrisi
maliziosi, che esprimevano tutto il contrario. Poi, ultima vendetta,
sospesero, per economia, lo splendido e ricchissimo nastro col _sole_
trapunto all'un dei capi, ch'era stato ordinato apposta per la sua
serata, e non le fecero presentare dal servo di scena, altro che un
mediocre mazzo di fiori, con un nastruccio scozzese, vecchio e stinto.
Soltanto il _Presidente_, in fondo al cuore, rimaneva fedele agli
incanti della _diva_: in fondo al cuore, chè non si arrischiava di
contrariare, di mettersi in opposizione, co' suoi colleghi. Se però
gli altri non lo vedevano, egli, per far piacere ad Andreina, era
amabilissimo anche col Vharè; e quando il camerino della Soleil
rimaneva aperto, la adocchiava dalle quinte in faccia, coll'aria di
uno studentello innamorato, tenendosi, per paura di compromettersi,
mezzo nascosto dietro il pompiere. Tutte le volte che Andreina
attraversava le quinte, se lo trovava sempre fra i piedi, rosso e
timido. Con la _diva_, si arrischiava appena di sospirare, ma tutti i
suoi dispiaceri li confidava all'Assunta, che il buon vecchietto si
stringeva al cuore, paternamente, e regalava di zuccherini,
contentandosi, così, di poter abbracciare almeno la cameriera...
dell'oggetto amato.
Questi pettegolezzi, che correvano per Borghignano, arrivarono ben
presto, come si può credere, all'orecchio della contessa Della Valle,
la quale avea dovuto rinunciare improvvisamente al teatro per la morte
di un prozio materno, che dimorava in Sicilia. Dapprima essa ne fu
punta nell'amor proprio, e al Vharè, che cercava scusarsi, fece
qualche scenettina assai vivace; ma poi si rassegnò, si abituò, si
consolò quasi delle infedeltà del bel marchese.
E questa sua freddezza non era punto studiata. Non era una delle
solite simulazioni; la sentiva proprio spontanea nell'anima e cresceva
ogni giorno. Quando venne a sapere che, terminata la stagione d'opera,
la Soleil si sarebbe ancor fermata fino ai primi di maggio a
Borghignano, d'onde poi sarebbe partita per Genova e quindi per
l'America, Lalla non se ne curò, non ne parlò nemmeno col Vharè. Certo
gliene avrebbe parlato per avere una scusa di romperla con lui, se un
pacchetto di lettere, con un nastrino azzurro, e ch'ella sapeva ben
custodito in una scrivania del marchese, non l'avesse tenuta molto
inquieta e in dubbio sul da farsi. Sì, la duchessina Lalla avrebbe
voluto veder la fine di quell'intrighetto che da un momento all'altro
era diventato seccante; del quale adesso sentiva vivo il rimorso,
tanto che avrebbe fatto qualunque sacrificio pur di tornare indietro,
ai bei giorni nei quali si sentiva la coscienza netta, com'era prima
del loro incontro di Torino.
Ma Lalla confondeva col rimorso il disinganno e la noia. Adesso non
era più ambiziosa del Vharè, anzi evitava tutte le occasioni di farsi
vedere insieme, perchè ne sentiva quasi vergogna. L'opinione pubblica
di Borghignano lo aveva bello e spacciato. Lo sfuggivano tutti, lo
guardavano d'alto in basso, e al _club_ cercavano un pretesto per
mandarlo via. La generalessa e la Bertù gli avevano tolto il saluto;
il Toscolano riferiva che il Vharè andava tutti i giorni a desinare a
scrocco dalla Soleil; i due Lastafarda, quantunque gli facessero il
bello sul muso, perchè avevano paura di buscarsi una sciabolata, ne
dicevano di cotte e di crude sul suo conto. Fra le altre, il
Lastafarda _juniore_ contava questa: suo fratello aveva dato mille
lire al Vharè sulla parola, e non gli era stato più possibile di
riaverle. Ma chi addirittura montava in bestia, solo a sentirne
parlare, era Gianni Rebaldi, il quale era lì lì per ottenere un po' di
danaro in prestito da un usuraio, una perla del genere; ma l'usuraio,
vantando un credito sul Vharè, aspettava che questi lo pagasse per
avere la sommetta occorrente allo sconto della nuova cambiale. Il
Rebaldi, gliene diceva contro di tutti i colori, rimproverando al
Vharè di vivere alle spalle delle amanti, di far debiti e di non
pagarli. Quando poi venne a sapere che l'usuraio, non potendo
incassare i denari, si era accontentato, d'accordo con altri
creditori, di porre il sequestro sui mobili del marchese, rinunciando
per conseguenza a concludere l'affare con lui, egli si credette
derubato dal Vharè, e avrebbe voluto, nientemeno, che lo cacciassero
in prigione.
Lalla, quando udiva parlare di queste cose, si sentiva venire i
brividi.--Ah, se non ci fossero state quelle lettere!...--Ma, certe
volte, anche il profumato pacchetto, legato col nastrino azzurro, essa
lo vedeva messo sotto sequestro, e ciò la spingeva a pazientare, a
dissimulare finchè le fosse capitata l'occasione di fare un'ultima
visita nelle camerette di Giacomo e allora... allora trovare il modo e
il momento di portarsi via le sue lettere.
Dio, Dio, che felicità!...
Una volta si era arrischiata di ridomandarle; ma Giacomo le aveva
risposto, sospirando, ch'essa non le avrebbe riavute altro che dopo la
sua morte. Giacomo in vero, non ci teneva gran che, e aveva risposto
così per abitudine, per dire una delle sue solite galanterie alla
Byron e ben lontano dal sospettare quante inquietudini e quanti
sgomenti metteva in cuore, con tali parole, alla dolce amica.
Oh, come la duchessina, adesso, avrebbe obbedito volentieri alla sua
mamma, che le continuava a ripetere e a predicare,--che non le piaceva
punto di vederle quell'uomo sempre vicino!... Che era una cosa
sconveniente per ogni verso e che sarebbe stata la fonte di nuovi e
gravi dispiaceri.--A Borghignano i _vigili_ della morale, distratti
dai debiti del Vharè, dal gran successo della Soleil e dell'amore
accanito del conte Pier Luigi per la bella _diva_, ormai non si
occupavano più che tanto della contessa Della Valle, la quale per di
più, essendo in lutto, si lasciava vedere pochissimo. Quel suo
capriccetto sentimentale per il bel marchese, era una cosa alla quale
si credeva e non si credeva, ma che ormai aveva fatto il suo tempo:
_parce sepulto_; non se ne parlava più; Maria sola, non mutava; il suo
affetto era sempre vigilante, il suo pensiero fisso ad un punto e ogni
volta che incontrava il Vharè dalla sua figliuola, mostrava a Giacomo
la sua freddezza e non nascondeva a Lalla il suo malcontento. Sulle
prime Lalla s'inquietava un po' e un po' si scusava; ma un giorno che
sua madre tornò a rimproverarle quell'amicizia, ella si mise a
piangere e, gettandosi nelle braccia di Maria, la scongiurò
d'indicarle il modo di potersene liberare, chè davvero la frequenza
del Vharè le diveniva uggiosa e mortificante, dopo le chiacchiere che
correvano in giro.
--Gliene parlerò io, sei contenta?--domandò Maria alla figliuola, dopo
aver discusso un po' sul da farsi.
Lalla rispose che si metteva nelle sue mani e che avrebbe ubbidito in
tutto.--Certo,--pensava intanto fra sè,--prima di guastarmi con
Giacomo, bisogna che io riabbia le mie lettere; ma, ad ogni modo, non
sarebbe male che la mamma gli parlasse un pochino lei, severamente.
Ciò lo farà essere più guardingo, e potrà giovarmi per l'avvenire.
Giacomo di Vharè ci teneva molto, presentemente, a farsi vedere in
casa Della Valle e in casa d'Eleda. Finchè egli era ricevuto in quelle
due grandi famiglie, nessun altro poteva arrogarsi il diritto di
fargli sgarbi e, contenti o no, bisognava tollerarlo. Questo era
l'argomento più forte che consigliava al Vharè di tenersi ancora
legato a Lalla e che lo aveva spinto a ritornare dai d'Eleda, dove la
freddezza con la quale Maria lo trattava gli era compensata dalla
cordialità più espansiva di Prospero Anatolio, al quale il Vharè era
simpatico tanto quanta capiva che era antipatico a sua moglie. Il duca
lo riceveva gentilmente, appunto perchè sua moglie cercava di
allontanarlo, e ciò non per altro che per il gusto di contraddirla
sempre in tutto. In quanto ai pericoli che poteva correre sua figlia
per quell'amicizia, toccava a Giorgio a pensarci: egli non voleva
incaricarsene. Pier Luigi stesso, che una volta aveva voluto dire la
sua, non era stato allontanato da casa Della Valle?...--Oh, quella
lezioncina gli bastava; serviva d'esempio.
Pochi giorni dopo che Lalla si era confidata colla mamma, Giacomo,
senza punto sospettare ciò che gli doveva accadere, si presentò
tranquillo e sereno in casa d'Eleda. Maria, che non dubitava, che non
avrebbe mai dubitato, buona e santa com'era, di parlare coll'amante
della propria figlia, e lo teneva solo come un importuno che avrebbe
finito col comprometterla, lo accolse, questa volta, con straordinaria
affabilità, indotta a mostrarsi gentile dalle tristi condizioni del
Vharè, che nel suo cuore suscitavano una pietà viva e sincera.
Cominciò col dirgli ch'egli saprebbe certo scusare le ubbie, i
fantasmi che si crea una madre nelle sue continue inquietudini.
Aggiunse che il mondo era così sospettoso, che la riputazione di una
donna era tanto fragile da dover schivare ogni apparenza, anche la più
lieve, la più insignificante; e per tutto ciò concluse pregandolo di
volerle concedere un favore: diminuire la sua frequenza presso la
contessa Della Valle!... In quei mesi il conte Giorgio era sempre
lontano per il suo ufficio di deputato, e Lalla rimaneva sola, e
perciò dava maggiore appiglio ai commenti malevoli. Giacomo, a tali
parole, si sentì subito assai impacciato e tanto più che, oltre alla
sorpresa e un po' alle inquietudini che destava in lui un simile
discorso, la duchessa gli si rivelava ad un tratto, come non l'aveva
mai veduta, nè immaginata. Non era più la signora fredda e un po'
altezzosa; non era più la _Madonna di neve_ che gli parlava, ma dal
cuore di Maria prorompeva un'eloquenza così calda e appassionata, così
sincera e onesta che, commovendolo, mal suo grado lo turbava. E mentre
Maria credeva solamente di toccargli il cuore, ogni sua parola gli
penetrava invece tormentosa anche nella coscienza. Ad accrescere poi
la sua confusione, come se tutto ciò non bastasse, in quel punto
ch'egli stava per aprir bocca (o bene o male doveva pur rispondere
qualche cosa), ecco capitare Giorgio inaspettatamente: Giorgio Della
Valle, arrivato allor allora da Roma, e che apposta non si era fatto
annunziare, desiderando e sperando fare--alla mamma--una gradita
sorpresa.
Maria e il Vharè, com'è naturale, rimasero un po' confusi per
quell'apparizione; e tanto più in quel momento. Il Vharè, tuttavia,
fece presto a rimettersi, ed anzi, da uomo esperto, ne approfittò per
levarsi d'imbroglio, correre da Lalla e concertarsi a proposito del
sermoncino che gli aveva fatto la duchessa e che credeva, in buona
fede, dovesse recare molta meraviglia anche all'amica. Invece, il
conte Della Valle, il quale sperava una ben diversa accoglienza, non
riusciva a spiegarsi tanta confusione, tanta incertezza, tanta
freddezza. Una cosa sola era chiara, molto chiara: egli era capitato
assai male a proposito.
Il Vharè trovò Lalla nel solito salottino, ma non più avvolto nelle
tenebre, così care ai fidi colloqui. Dalle finestre socchiuse e dai
vetri colle tendine alzate il sole entrava allegramente, con tutto il
suo lusso di colori e di luce.
Lalla leggeva _Les rois en exil_ del Daudet, e quando vide Giacomo gli
stese la mano, senza nemmeno alzare il capo dal libro. Ormai erano
arrivati al punto, che il romanzetto vero di Giacomo aveva per lei
minori attrattive di quello stampato che teneva fra le mani.
--Vengo ora dalla duchessa.
--Hai veduta la mamma?
--Sì, e... mi ha parlato molto di te...
Lalla alzò il capo un momentino, ma lo chinò quasi subito, per tornare
a leggere.
--Mi ha fatto una gran predica!...--E Giacomo, parola per parola,
riferì a Lalla tutto quanto gli avea detto la duchessa Maria.
--Ero sicura che mia madre un dì o l'altro ti avrebbe tenuto un simile
discorso. Ieri, figurati, mi ha fatto una gran scena perchè, non so
chi, se la Bertù o la Calandrà, è andata a dirle di averti trovato
qui, da me. Una scena. Dio mio, che mi ha fatto star male tutto il
giorno. Lalla si asciugò una pronta lacrimetta, e sospirò, ma tenne
gli occhi sempre fissi sul libro e continuò a leggere.
--Sono corso apposta da te;--le disse Giacomo,--per sentire ciò che si
deve fare.
--Pur troppo... capisco: il vedersi... diventa ogni giorno più
difficile.
--E lo dici, così?...
--Ma io...
--Ma tu... tu sei come gli altri.--E Giacomo, invece del solito ghigno
beffardo, ebbe un sorriso tristo, doloroso.--Sì, cara contessa; è
tempo di finirla. Non le pare? Un buon colpo di revolver e buona
notte.
Lalla, a tali parole, si sentì assai turbata. A lei la vita sorrideva
ancora: qualche noia, qualche contrarietà, qualche leggero sgomento,
ma scomparivano presto, lasciandola pienamente felice. La morte per
Lalla era qualche cosa di lugubre, di spaventoso, e non l'avrebbe
augurata nemmeno al suo più fiero nemico; perciò, l'idea sola che il
Vharè fosse giunto al punto di desiderarla, le rivelava un'angoscia
così grande da inspirarle una pietà nuova e profonda.
Buttò via il libro, corse vicino a Giacomo per consolarlo e gli disse
che--se adesso egli la vedeva più timida e più paurosa doveva capire
che adesso lei non era più sola, ma che se tremava, tremava anche per
suo figlio. E quando Giacomo le domandò rassegnato che cosa voleva
ch'egli facesse e se doveva, come desiderava sua madre, non andarle
più in casa, Lalla gli rispose di sì, che ciò era assolutamente
necessario: poi saltandogli sulle ginocchia, sorridendo e baciandogli
i capelli, gli aggiunse a bassa voce, colla bocca appoggiata
all'orecchio:--Verrò io da te... se mi prometti di esser buono.
--Quando?
--Prometti prima che sarai buono, e che mi darai un bacio solo; sulla
fronte.
--Prometto.
--Giura.
--Giuro. Quando vieni?
Lalla alzò il capo seria, per riflettere. Essa voleva le sue lettere,
e se avea promesso di andare da lui, tanto valeva farla subito
quest'ultima scappata, perchè ogni dì che passava il pacchetto col
nastrino azzurro si trovava sempre in maggior pericolo.--Se quella
certa scrivania venisse messa all'incanto?...
--Domani,--rispose finalmente, dando a Giacomo un altro bacio sui
capelli. All'indomani, in fatti, suo marito aveva seduta al Consiglio
Provinciale e al Comizio Agrario. Giacomo la strinse al cuore
ringraziandola: in quel momento Lalla, forse perchè stava perdendola,
gli piaceva assai. Egli era poi così abbattuto: lo squallore, la
vergogna della miseria lo circondavano così da vicino, che si sentiva
consolare al contatto di quella donnina elegante, che gli spandeva
d'intorno come un ultimo raggio de' suoi lontani splendori.
--Dunque domani?--ripetè Giacomo alzandosi per andar via: non voleva
incontrarsi un'altra volta col marito.
--Sì. Domani.
--A che ora?
--Aspettami fino alle due. Ma...
--Ma?
Lalla non disse una parola di più: Giacomo vide passare ne' suoi occhi
il nome della Soleil.
--Cattiva!
--Un'altra cosa, signor marchese. Intendiamoci: non bisognerà
dimenticare ciò che mi ha giurato.
--Un bacio solo...
--E sulla fronte.--Lalla, civettina e stordita, fece una smorfietta di
una gravità così comica e così gentile, che Giacomo non potè
trattenersi dal sorridere e dal ripeterle che le voleva bene.
Quando il marchese di Vharè uscì dal salottino e passò nell'altra
camera, gli parve sentire qualcuno che si movesse dietro la porticina
che Lalla gli aveva fatto vedere fino dalla sua prima visita a
Borghignano. Si fermò su due piedi, aspettò un poco, voleva quasi
tornare indietro per avvertire Lalla; ma poi, non udendo più nulla e
pensando di essersi sbagliato, continuò diritto, tranquillamente, per
la sua strada.
Giacomo non si era sbagliato; da quella porticina avea avuto tempo di
scappar via la Nena.