La Nena era gelosa della sua padrona.
Il Frascolini l'aveva soggiogata moralmente e fisicamente; colle
carezze e colle botte, colla promessa di sposarla e colla minaccia di
piantarla su due piedi se non voleva fare ciò che comandava lui, cioè
spiare la signora contessa attentamente e riferire tutto ciò che
poteva vedere e sentire. La Nena, in sulle prime, si era adattata
assai di mala voglia al brutto mestiere; ma poi, per la gelosia, che
le si destò forte e pungente, cominciò a farlo con passione.
Appena la contessa Della Valle, ritornata da Roma, si era fermata a
Borghignano, il direttore dell'_Omnibus_, ormai cavaliere e persona
autorevole, si teneva sicuro di rientrare nelle buone grazie della
duchessina, alla quale non doveva parer vero, secondo lui, di
accogliere nel suo salotto una persona tanto ragguardevole. Perciò
egli si credeva in obbligo di sfoggiare colla Nena un'aria di
sussiego, certi atteggiamenti olimpici, che la mettevano sulle spine.
Un giorno poi,--figurarsi!--la poveretta lo vide tutto vestito di
nero, attillato, profumato e con un bellissimo occhio di vetro, che
per qualche ora cominciava a poter sopportare, e seppe dal Frascolini
stesso, che egli si era messo con tanto lusso, perchè doveva recarsi
verso le tre, dalla contessa Della Valle! La Nena prima si fece seria
seria; ma infine, vedendo che quell'altro non la guardava nemmeno, lo
scongiurò di non farla diventar matta gridando che se aveva in mente
di tradirla, sarebbe stato un bugiardo, un traditore, un infame.
Il Frascolini lasciò sfogare la tempesta senza scomporsi; quindi, con
molta gravità, cominciò a confortarla, assicurandola che, in ogni
caso, egli la avrebbe sempre avuta a cuore; che, del resto, dovea ben
capire come nella sua presente condizione egli non poteva
bamboleggiare col sentimentalismo; egli aveva una gran missione da
compiere, uno scopo da raggiungere. Il _Patto sociale_, simile
all'Ebreo Errante, camminava sempre senza fermarsi mai, e attraversata
la notte dei secoli, arrivava allora ai primi albori della civiltà. Il
_Terzo stato_ aveva fatto il suo tempo, il _quarto_ avanzava,
bisognava preparare il _quinto_. Del resto lui le avrebbe sempre
voluto bene, ma a condizione che non lo seccasse, che non gli facesse
perdere un tempo prezioso. Era inutile opporsi; lei del resto non lo
poteva capire, e perciò loro due non si potevano intendere. Questo
solo doveva mettersi in testa:
«Non si trattien lo strale
Quando dall'arco usci!
Ed egli, ormai, s'era lanciato.
La Nena, che aveva ascoltato Sandro cogli occhi spalancati, gli
confessò che non lo capiva affatto; ma che per quella visita ch'egli
voleva fare alla sua padrona, ella si sentiva stringere il cuore. Il
Frascolini perdette la pazienza, la strapazzò come un cane e la mandò
via.
Un'ora dopo, egli si avviava verso casa Della Valle lentamente, con un
gran batticuore, quantunque volesse fingere seco stesso di essere
franco e sicuro del fatto suo.
Egli vedeva ancora la signorina Lalla con quel suo vestitino succinto
di mussola bianca, gli occhi bassi, le guance soffuse di un leggero
incarnato; bella com'era bella l'ultimo giorno che si erano lasciati a
Borghignano, poco prima delle sue nozze, quando gli promise che
_dopo... si sarebbero riveduti_.--La signorina gliel'aveva promesso,
ma... Ma in fin dei conti toccava a lui di farsi innanzi per il primo;
non poteva pretendere che fosse la donna quella che lo venisse a
cercare. Adesso era cavaliere, quasi amico del duca Prospero Anatolio;
era direttore e proprietario dell'_Omnibus_... Una visita gliela
doveva.
Intanto, pensando a tutto ciò, era arrivato a casa Della Valle. Si
fermò sul portone colla scusa di guardare nel portafoglio se aveva
biglietti da visita; ma, in verità, si era preso quel momento per
rinfrancarsi, e poi entrò diritto colla risoluzione affannosa di chi
si getta, d'un salto, in una corrente di acqua fresca.
Il portiere, richiesto, vista l'eleganza del visitatore, rispose che
la padrona era in casa, che riceveva, e sonato il campanello lo
accompagnò fino ai piedi dello scalone. Sull'uscio dell'anticamera
c'era un servitore che fece entrare il Frascolini nella prima sala;
poi gli domandò il suo nome e andò ad annunziarlo. Tornò dopo averlo
fatto aspettare abbastanza perchè Sandro, consumata tutta la sua
provvista di coraggio, pentito, pauroso dell'atto temerario, al quale
non sapea più nemmen lui come avesse potuto risolversi, desiderasse
che Lalla non lo ricevesse per poter scappar via. Invece il servitore
lo pregò di seguirlo; ma non lo accompagnò nel salottino della
contessa, e Sandro, molto maravigliato, si trovò inaspettatamente
nello studio del signor conte e proprio a faccia a faccia con lui, il
tentennante, il _rosso di ieri_!...
Il Della Valle lo salutò appena, con un cenno del capo, e senza farlo
sedere, tenendolo in piedi vicino all'uscio, domandò che cosa il
cavalier Frascolini desiderava da sua moglie.
L'egregio uomo, direttore dell'_Omnibus_, in questa circostanza non
trovò più una gocciola di spirito e nemmeno un granellino di pepe; ma
si turbò, si perdette d'animo, ed in preda ad una gran confusione
balbettò coll'aria di chi sa di doversi discolpare,--ch'egli si era
recato dalla signora contessa, desiderando solo di presentarle i suoi
omaggi.--Allora Giorgio, fissandolo bene, gli rispose di essere
incaricato, appunto dalla signora contessa, di dispensarlo da ogni
obbligo: e detto ciò non aggiunse una parola di più, nè rispose agli
umili inchini del Frascolini che nell'andar via sbagliava gli usci,
non trovava la scala, maledicendo il momento che avea messo i piedi in
quella casa.
Ma trovatosi all'aria aperta gli ritornò subito il coraggio e la
cattiveria, e col bruciore addosso della brutta figura che aveva fatta
si arrovellò contro Lalla e contro Giorgio aggiungendo a tutto ciò che
avea sofferto anche la vergogna di quell'ultima umiliazione.
Però, quando rivide la Nena, non le riferì il cattivo esito della sua
visita: era stato uno smacco troppo forte. Invece ebbe reticenze,
misteri, i quali lasciavano sospettare chissà cosa alla povera grulla,
che temeva sempre le sfuggisse l'amante, e si sforzava non più per
difendere la padrona, ma per convincere Sandro che la signora contessa
avea tutt'altri in mente che lui. Gli riferì, allora, come la sua
padrona si era incontrata a Torino col marchese di Vharè, e a mano a
mano gli contò tutto ciò che le venne fatto di scoprire, non
sospettando mai che quel suo spionaggio potesse recar danno alla
contessa; ma sperando solo di strappar via dal cuore del proprio
innamorato ogni ricordo, ogni cara memoria.
Il Frascolini, più furbo della Nena, sapeva giocarla benissimo su
questo tasto. Dopo ch'egli ebbe scoperto il suo anello in dito al bel
marchese,--quell'anello che gli era costato tanti sacrifici e tanti
dispiaceri,--risoluto di vendicarsi e trovato il modo di farlo, per
metterlo in esecuzione lasciò capire alla ragazza che s'egli non aveva
prove più convincenti non avrebbe mai potuto credere che la contessa
Della Valle potesse incapricciarsi di un tristo soggetto dello stampo
del Vharè; ma che lei, la Nena, voleva ingannarlo pe' suoi fini; e
dopo di essere arrivato ad una tale conclusione taceva, pareva
distratto e sospirava.
La Nena che, oltre a tutto il resto, si sentiva accusare di falsità,
si pose all'opera con maggiore impegno e si tenne sempre vigilante,
spiando la sua padrona quando usciva, quando restava in casa, e
tenendo d'occhio chi andava e chi veniva. Appena il portiere sonava,
annunziando una visita, la Nena cacciava il capo fuori della
_galleria_ per vedere chi attraversava la corte, finchè, venuta la
volta del Vharè, essa, passando per l'uscio segreto che dava adito
alla stanza vicina al salottino, potè udire tutto ciò che dicevano il
signor marchese e la signora contessa. Ne sentì abbastanza, più di
quanto avrebbe creduto, e la sera, trovandosi come di solito, nei
viali deserti dei _Giardini pubblici_ col Frascolini, gli riferì ogni
cosa, pur di convincerlo che se voleva ancora sospirare per la sua
padrona, era fiato sprecato.
Sandro l'ascoltò attentamente, fermandosi su due piedi, per paura di
perdere una sillaba; e lì, sotto quelle piante che rendevano più
ingombra la luce cupa della sera, anche il suo occhio di vetro pareva
animato da una gioia selvaggia.
--Per la Madonna!--ghignò concitato quando la Nena ebbe finito di
parlare.--Adesso non mi scappano più! No!... ci sono caduti nella
rete, ci sono caduti!
--Gesù mio! Che cosa dici?... che cosa intendi di fare?...--esclamò la
Nena spaventata.
--Ciò che voglio fare non ti riguarda.
--Ma la mia padrona?
--Non ci devi pensare.
--No, no. Sandro, non voglio; non voglio che tu le faccia del male.
T'ho contato tutto, perchè ero gelosa, ecco, non per altro.
--Oh, non l'amo, no. Sta tranquilla che non l'amo e ne avrai presto la
prova.
La Nena, sbigottita, cominciava adesso ad aprire gli occhi e per la
prima volta si fermava nella sua corsa vertiginosa per riflettere, per
misurare tutte le conseguenze di quell'atto infame, commesso da lei
durante uno stordimento che l'avea spinta, trascinata giù giù, in
fondo all'abisso, senza ch'ella nemmeno se ne fosse accorta. Allora,
colle punture del rimorso nel suo cuore sconvolto dall'amore, ma non
ancora pervertito, tornò a ridestarsi tutto l'affetto per la
duchessina, la gratitudine per tutto ciò che le doveva; e pregò,
supplicò Sandro di acquietarsi, di perdonare alla signora contessa, di
promettere, di giurare che non le avrebbe fatto del male. Ma Sandro,
le mani in tasca, il capo basso, il cappello calato sul naso, invece
di lasciarsi commuovere e di rispondere, si era messo a fischiare la
_Marsigliese_; e la durò così, ingrugnito, quanto fu lunga la
passeggiata, finchè venuto il momento di tornare a casa, tentò di
cavarsela salutando in fretta e filando via. Ma la Nena gli corse
dietro e non lo lasciò, e Sandro dovette promettere che l'indomani si
sarebbe trovato in ufficio a mezzogiorno per aspettarla e che,
frattanto, non avrebbe tentato nulla contro nessuno.
La poveretta arrivò a casa più morta che viva: era sbalordita,
tremante, coll'angoscia paurosa di chi ha commesso un delitto. Quella
sera, per giunta, la signora contessa fu con lei ancora più buona del
solito; e quando ebbe finito di svestirla, le regalò una cappotta,
sulla quale Lalla sapeva che la sua cameriera teneva l'occhio da un
pezzo. La Nena si sentì stringere la gola nel ringraziarla, e quella
veste le pesò sull'anima come fosse di piombo.
Entrò nella sua camera barcollante, si cacciò presto nel letto e
avrebbe voluto addormentarsi per non isvegliarsi più. Ma il sonno,
invece, non voleva venire; smaniava, dava le volte pel letto, aveva
paura e si sentiva i brividi della febbre. Passò così buona parte
della notte finchè, colla stanchezza, riebbe un po' di calma.--Sandro,
pensava, non doveva essere affatto senza cuore e lei lo avrebbe tanto
pregato, che avrebbe finito col cedere. Al primo colpo, si sa, era
rimasto ferito nel vivo e non aveva voluto piegarsi, ma l'indomani,
certo, sarebbe stato più buono. Non era un birbante, non era una
canaglia. Alla fine egli aveva molti obblighi con lei, obblighi
sacrosanti. Ebbene, ella dimenticherebbe tutto, non gli domanderebbe
nemmeno più che la sposasse, a patto, per altro, che abbandonasse ogni
cattivo pensiero contro la padrona. Ma e... e se invece tenesse
duro?... Se fosse così... così cane, da non piegarsi a nessun
costo?... Ebbene, allora lei sarebbe tornata a casa e avrebbe
confessato tutto alla signora contessa... Sì, sì. La signora contessa
dovea essere salva e lei l'avrebbe salvata. Alla fine poi, mentre la
signora contessa e il signor marchese fissavano il loro convegno, non
li avea uditi che lei sola, e al caso, in un caso disperato, avrebbe
anche giurato e spergiurato di aver riferito il falso al Frascolini.
Così confortata, potè addormentarsi; ma la sua quiete durò poco. Si
svegliò quasi subito, sussultando, in preda a nuove angosce. Nel sogno
le era apparsa la faccia del Frascolini che la fissava con un ghigno
beffardo, feroce, e quella faccia s'ingrandiva a mano a mano che le si
avvicinava, e appariva mostruosa, mentre di sotto alla benda nera gli
colava, lungo la guancia, una riga di sangue. Ma la Nena non poteva
liberarsene; ormai le era addosso, la toccava e nello stesso tempo che
la vedeva chiara dinanzi, la sentiva sul petto greve, opprimente. Si
svegliò che credeva di soffocare; spalancò gli occhi; eccola ancora,
quella grinta, in mezzo al buio della cameretta!.... Accese il lume
impaurita, si provò a pregare; no, no, non poteva; aveva la mente
troppo sviata, troppo sconvolta. Si alzò che albeggiava. Il primo
oggetto che si presentò al suo sguardo fu la cappotta regalatale dalla
padrona. Allora la prese con tutt'e due le mani, la baciò quasi
devotamente, e riandando col pensiero le memorie più lontane della sua
infanzia, rammentava tutti i benefici ch'ella aveva ricevuti in quella
casa; l'assistenza, i soccorsi prodigati a sua madre, al babbo suo, e
quel comando di Lalla di non ritornare a _discorrere mai più col
Frascolini_.... Lei l'aveva disubbidita; aveva incontrato Sandro, di
nuovo si era messa a parlare con lui... Egli le disse che le voleva
sempre bene... la condusse lassù, in quel camerone buio, lungo, basso
come una prigione, pieno zeppo di ruote, di cavalletti, di macchine
che giravano, pestavano, fischiavano, mentre uomini sudici, col ceffo
annerito e con certi occhiacci che la divoravano viva, sembravano in
tutto quel fracasso d'inferno altrettante anime dannate; poi... poi,
senza saper come, da un momento all'altro, si trovò in una stanzetta
linda, silenziosa...
Per la prima volta sentiva adesso, adesso soltanto, tutto l'orrore
della propria colpa, come un ubriaco che, risvegliandosi dopo un lungo
sonno, a poco a poco si ricorda di aver commesso un delitto. A questo
strazio non potè reggere, cadde bocconi sul letto e mentre le pareva
di sentirsi nell'anima la maledizione de' suoi due vecchi, balbettava
singhiozzando:--Vergine Santa! Vergine Santa! Che cosa ho mai fatto!
Più tardi, quando ebbe vestita la sua padrona, prima del mezzodì, e
colla scusa di dover andare dal merciaio, corse dal Frascolini. Ma il
Frascolini non c'era, nè giù all'ufficio, nè su, in casa, e nemmeno in
stamperia.
La Nena si sentì una stretta al cuore: Sandro non le aveva mantenuta
la promessa. Ne domandò a un monello in camiciotto, con due occhietti
neri, maliziosi, luccicanti in una faccia scialba e sudicia, la pipa
in bocca e un berretto in testa, fatto con un giornale. Il monello
sbirciò la bella ragazza, strizzando l'occhio, tale quale come se
fosse stato un uomo di vent'anni, poi levandosi la pipa, sputando e
asciugandosi lentamente le labbra colla manica del camiciotto,
rispose:
--È il direttore che cerca? Il direttore è andato a... e movendo la
--mano aperta, distesa, all'un de' fianchi, il monello fece quell'atto
--che spiegava come Sandro fosse andato a mangiare.
--Tarderà molto a venire?
--Secondo l'appetito. Intanto può aspettare in ufficio.
--No, grazie.
--Come vuole.--E il monello, continuando a sbilucciarla, sputacchiò
un'altra volta per darsi importanza, poi, fischiettando con un certo
fare da menimpipo, infilò l'uscio della stamperia e scomparve.
La Nena era inquieta e sgomenta: aspettò sulla porta una mezz'ora
buona, salì di nuovo, nemmeno il _proto_ sapeva indicarle dove si
potesse trovare il signor direttore. Al caffè avevano mandato a
cercarlo, ma non c'era; non andava più lì, di fisso, a far colazione.
La poveretta era sulle spine e ogni minuto che passava pareva le
portasse via un tanto di fiato e di vita. Finalmente, quando già
cominciava a disperarsi, vide Sandro scantonare e avvicinarsi verso
casa.
--È un'ora che ti aspetto,--gli gridò la Nena appena fu dentro e si
trovò sola con lui...
--Se non volevi aspettarmi potevi andartene.
La Nena guardò attentamente il Frascolini: era più rosso del solito,
aveva la cravatta sciolta, ansava... doveva aver bevuto molto a
colazione.
--Sai che cosa mi avevi promesso, ieri sera?...
L'altro si strinse nelle spalle, schivando che il suo occhio
s'incontrasse negli occhi penetranti della ragazza--Ho da fare,
oggi,--le disse alla fine, tanto per liberarsene.
--Me ne vado via subito; soltanto voglio prima che tu mi prometta ciò
che non hai voluto promettermi ieri sera.
--Impossibile--rispose Sandro, strappandosi del tutto la cravatta,
perchè soffocava.
La Nena non si perdette d'animo e con quell'eloquenza che prorompe dal
cuore, tornò a scongiurarlo di perdonare alla Signora contessa e di
non farle del male. Gli disse che a questo solo patto ella sarebbe
stata la sua serva, la sua schiava, che egli non avrebbe più udito
dalla sua bocca nè un rimprovero, nè un lamento e che non gli avrebbe
più rinfacciato la pace, l'onore perduto. Gli ricordò la devozione, la
gratitudine che il padre di lui, il vecchio Frascolini, aveva sempre
serbata viva nell'anima per la signora duchessa, quella santa donna
che sarebbe morta d'affanno, se qualche disgrazia fosse toccata alla
sua figliuola; e siccome Sandro si era messo a fissarla come
intontito, la Nena lo credette commosso, gli gettò le braccia al collo
e continuò a pregarlo, a supplicarlo, coprendolo di carezze, di baci,
di lacrime finchè, vedendo che l'altro durava a star zitto,
esclamò:--Dunque, di' su, rispondi; mi fai questa grazia?... Posso
viver tranquilla, vero?... Posso viver tranquilla?
--Levati, via!... Mi secchi, mi fai caldo, così a ridosso,--esclamò il
Frascolini; poi con una certa precipitazione, come se volesse
liberarsi d'un gran peso,--dopo tutto,--concluse--è tempo perso per me
e per te. Tornare indietro adesso non si può; quel ch'è fatto, è
fatto.
La Nena diede un urlo e il Frascolini fu scosso dall'espressione
strana di sgomento, di dolore, d'ira, che apparve su quel volto
contratto. Allora, per vincere l'inquietudine da cui si sentiva
dominato, si pose a gridare, a urlare a sua volta, col braccio teso,
col pugno chiuso; pareva volesse percuotere un'immagine odiata ch'egli
si vedeva ritta dinanzi.
--M'hanno scacciato come un cane, nome d'un Dio!... Come un ladro! Tu
non lo sapevi questo, vero?... Fu lei, che ha fatto crepare mio padre
di dolore; fu lei, che mi ha avvelenata la vita, che mi ha guastato il
sangue, che mi ha strappato il cuore!... La cercavo io?... No. Ero
tranquillo, ero felice, ero onesto. Sì; onesto. È stata lei a
rovinarmi, a perdermi, a filtrarmi fuoco e tossico nell'aria che
respiravo. Sì!... Mi sono vendicato. Sì!... E per questo? Vita per
vita!... Pace per pace!... Onore per onore!... Alla gogna!--Alla
lanterna gli aristocratici, alla lanterna; nome d'un Dio!
La Nena pallida, fremente, cogli occhi torvi, gli afferrò il braccio
che teneva disteso, e stringendolo e strappandolo con una forza
nervosa, strana:--Rispondi--balbettò, palpitante.--Rispondi,
assassino; che cos'hai fatto?
Sandro era in preda ad una commozione, ad una eccitazione
indescrivibile. I fumi del vino che gli annebbiavano il cervello,
l'ira, l'odio che aveva nell'anima, i ricordi degli oltraggi e del suo
amore offeso, tutto ciò non riusciva, in quel momento, a soffocare il
rimorso! Egli giurava a sè stesso, alla Nena, a Dio, ai Santi che
aveva avuto ragione di vendicarsi come si era vendicato, che nemmeno
il Padre Eterno avrebbe avuto più pazienza di lui, che altrimenti
sarebbe stato uno stupido, un vigliacco: ma non osava di guardare la
Nena, e quanto più alzava la voce e smaniava, tanto meno riusciva a
nascondere, a soffocare quell'altra voce che gli usciva più forte
dalla coscienza.
--Assassino! Assassino!... Che cos'hai fatto?!--continuava a ripetere
la Nena, con voce rotta, convulsa, così dappresso ch'egli si sentiva
bruciare la faccia da quell'alito caldo.--A me, sai, non si può darla
ad intendere. A me non puoi venire a dirle le tue menzogne. Non puoi
parlare di giustizia, di diritto con me!... Che giustizia è la tua di
vendicarti su chi, anche, ti avesse fatto del male?... Mi vendico io
di te?... E me n'hai fatto del male!... Oh! se me n'hai fatto!... Ero
venuta a cercarti io?... Ti avevo strappato il cuore, attossicata
l'aria? No. E dunque, vita per vita, pace per pace, onore per onore,
non t'eri forse pagato abbastanza con me, assassino?
Sandro, così come gli appariva allora, non aveva mai veduta la Nena...
Non era più la fanciulla innamorata sommessa che gli stava dinanzi;
era un'altra donna. Al Frascolini pareva che in lei si fosse incarnato
il proprio rimorso. Lo sdegno di quella donna era più vero e più
giusto del suo; essa lo confondeva, lo schiacciava, e Sandro ne ebbe
paura. Allora, senza neppur sapere ciò che facesse o dicesse, a
strappi, confessando prima e poi contraddicendosi e negando, accusando
gli altri e difendendo se stesso, cercando scuse e pretesti,
cominciando col mentire e terminando coll'essere sincero, contò alla
Nena, con ogni più minuto particolare, l'infame vigliaccheria che
aveva commessa; e quando ebbe finito, senti come un grande sollievo a
non aver lui, lui solo, sulla coscienza, il peso enorme di
quell'odioso segreto.
La Nena lo ascoltò, ascoltò tutto, pallida, tremante, senza mai dire
una parola; poi, uscì ratta dalla camera, fece le scale a precipizio e
correndo, senza badare ai curiosi che si voltavano a guardarla, corse
subito a casa per cercare della signora contessa, per avvisarla di
tutto, per impedire ch'ella andasse dal Vharè, per salvarla. Alle due,
mancavano più di tre quarti d'ora. Oh, sarebbe arrivata ancora in
tempo!... La Vergine benedetta le avrebbe fatta questa grazia, questo
miracolo!...
Arrivata a casa, fece le scale di corsa, entrò nell'appartamento, ma
non trovò la signora, in nessun luogo. Era uscita per andare alla
messa, poi non era più tornata...--Certo,--le dissero le altre donne,
che la Nena aveva interrogate,--certo, doveva essere da sua madre.--La
Nena, tornò da capo a uscire, a correre con un orgasmo, che parea le
mettesse le ali ai piedi. Arrivò al palazzo d'Eleda stanca, sfinita,
anelante, fuori di sè, come una matta:--Dio, Dio!... Si faceva tardi:
forse non era più in tempo, forse la sua padrona era perduta...
--La signora contessa è qui?... è di sopra?--domandò al portiere,
senza pensare che mostrandosi tanto inquieta avrebbe finito col
destare sospetti.
--Sì; almeno lo credo. Per essere venuta è venuta di certo, mezz'ora
fa. Se per altro non è tornata via mentre io sono stato fuori per la
signora Luigia.
--Mi faccia il favore di domandare subito a Lorenzo se la mia padrona
c'è ancora.
--E se c'è, devo farle dire qualche cosa?
Il portiere era stato messo in grande curiosità dall'agitazione della
signora Nena.
--No... no. Mi basta di sapere se c'è; nient'altro che questo; ma per
carità... faccia presto!... faccia presto!
Se la sua padrona era lì, pensava intanto la Nena fra sè, lei
l'avrebbe aspettata in portineria, e quando fosse per uscire, le
avrebbe tenuto dietro e l'avrebbe avvertita di ogni cosa.
--Signora Nena! Signora Nena!--il portiere la chiamava, da una
finestra del primo piano.
La Nena passò subito nella corte e--c'è?!--gli domandò prima di
salire, con un'incertezza angosciosa.
--Venga di sopra, subito!--e il portiere, così dicendo, abbassò il
capo.--La povera donna credette, in quel modo, che l'altro avesse
inteso di rispondere affermativamente.
--Ah, benedetto Dio!... era ancora arrivata a tempo!--E consolata,
raggiante, non pensando nemmeno che per salvare la sua padrona avrebbe
dovuto cominciare coll'accusar sè stessa, fece le scale d'un salto.
--Dov'è?--chiese ansando al portiere, che l'aspettava in anticamera.
--La signora contessa è uscita adess'adesso. È la mia padrona che le
vuol parlare.--La Nena perdeva la testa, ma non ebbe tempo di
muoversi, se non basta di fuggire, che già la duchessa, in persona,
era comparsa sull'uscio. Il portiere, mentre cercava Lorenzo, aveva
incontrato la duchessa Maria, e richiesto da lei le aveva detto che
era salito perchè la Nena voleva sapere se c'era ancora la sua
padrona, e aggiunse che gli era sembrata inquieta, sconvolta. Udendo
ciò. Maria volle veder subito la Nena pel timore che fosse accaduta
qualche disgrazia.
--Che cos'è successo?... Che cosa vuoi dalla tua padrona?
--Nulla... volevo... Non è successo nulla, signora duchessa; stia
certa... Nulla... volevo...--Ma la Nena commossa, confusa, non sapeva
dire una parola, si confondeva, tremava, balbettava tanto che Maria,
vedendo tutto quel turbamento, mandò via il portiere e condotta la
Nena nella stanza attigua, le domandò vivamente, imperiosamente:--Che
cosa è accaduto?... Parla: di su; non m'inganni. Che cosa è accaduto?
--Nulla... Nulla...--e alla Nena le girava intorno tutta la stanza, le
si piegavano le ginocchia, le pareva di soffocare, di morire.
Maria indovinò, lesse su quella faccia alterata, stravolta, che Lalla
doveva correre qualche pericolo: e--Sono sua madre, intendi? Sono sua
madre!...--gridò alla Nena scotendola.--Rispondi, subito: che cosa è
successo?
--Nulla!...
--No. Devi dire la verità. Voglio sapere la verità.
--Ebbene...
--Ebbene?... Parla!... Ma parla, disgraziata!... Vuoi farmi morire?
La Nena, non potè resistere a quest'ultimo urto; non potè lottare, e
coll'abbandono disperato del naufrago che non ha più lena di opporsi
contro l'onda che lo percuote, che lo trascina, cadde ai piedi di
Maria e singhiozzando le svelò ogni cosa.
Maria, nello stesso tempo che a quelle parole si sentiva stringere il
cuore come in una morsa, trovò pure tanto coraggio, tanta energia,
quanta non ne aveva avuta mai. Vide, capì soltanto, che sua figlia era
in pericolo, e non pensò più che a salvarla. Si fece ripetere dalla
Nena tutto ciò che aveva saputo dal Frascolini, poi le ordinò di
ritornare a casa e di mostrarsi con tutti tranquilla e indifferente.
Si sarebbe abbandonata più tardi alle lacrime ed ai rimorsi, quando la
sua padrona fosse stata al sicuro. Per quella madre, Sandro, il Vharè,
la Nena erano tutti colpevoli, odiosamente colpevoli, ma sua figlia
no, o, almeno, non pensava alla sua parte di colpa; sua figlia non la
vedeva altro che in pericolo. Corse nella sua camera, si buttò addosso
una mantelletta nera, un velo fitto sugli occhi, e si avviò verso la
casa del Vharè. A che fare?... Non lo sapeva nemmeno; ma se non avesse
potuto salvare sua figlia l'avrebbe difesa, l'avrebbe protetta, se la
sarebbe portata via: era sua, non era di nessun altro. Lalla, sua
figlia; era sua.
Maria aveva saputo dove il Vharè stava di casa, poco tempo prima,
quando successe lo scambio dei biglietti di visita fra il marchese
Giacomo e il duca Prospero, per la morte dello zio.
Risoluta, con passo fermo, sicuro, non sentendosi più nemmeno
ammalata, arrivò alla casa del Vharè. Appena dentro alla porta, in
fondo alla scala, c'era di guardia il vecchio servitore di Giacomo.
--Da che parte si va dal vostro padrone?
--Non è in casa--rispose l'altro, un po' turbato.
--E in casa, è in casa. Accompagnatemi dal vostro padrone, subito.
Andate, presto!... Andate avanti; dov'è?
Il vecchio, a quelle parole e a tanta fermezza, non ebbe il coraggio
di opporsi e non sapeva che fare. Ad ogni modo, pensò che doveva
avvertire il suo padrone di quanto accadeva; corse su per le scale,
aprì l'uscio in fretta, ma in quel punto Maria, che lo aveva seguito,
con una spinta lo allontanò dalla porta ed entrò con impeto, mentre
l'altro gridava per dare l'allarme:--Padrone! signor padrone!
Il Vharè si presentò subito a Maria, ma questa non ebbe il tempo di
dirgli nulla: sentì un grido che le schiantò il cuore.
Era stato il grido di Lalla, che aveva riconosciuta sua madre.
--Vieni!... Vieni via! Forse siamo ancora a tempo. _Gli_ hanno scritto
una lettera anonima. Vieni via!
Lalla, spaventata, si mise a piangere, a balbettare parole sconnesse,
mentre confusa e tremante cercava, il cappello, la mantellina, i
guanti... Il Vharè rimaneva immobile, colla testa bassa, pallidissimo.
Egli, che sarebbe stato forte, impassibile contro il marito offeso,
dinanzi alla madre perdette tutta la sua audacia, si sentì colpevole e
vile.
Maria non gli rivolse una parola, non lo guardò nemmeno; non sentiva,
non vedeva, non capiva nulla, altro che una cosa sola: salvare sua
figlia. Lalla era pronta, stava già per uscire, quando Maria che si
era avvicinata alla finestra spiando dietro le tendine calate, diè
all'improvviso un grido soffocato, e presa e stretta sua figlia fra le
braccia, come per salvarla, con un atto d'indicibile sgomento le
additò un uomo nascosto fra le colonne esterne di una chiesa, che
faceva angolo in fondo della strada. Prima ancora di ravvisarlo, tutte
e due sentirono ch'era lui, Giorgio, e non s'ingannarono punto:
Giorgio, immobile, le braccia incrociate sul petto e lo sguardo fisso
sulla porta di quella casa maledetta. Doveva esservi giunto allora
allora: Maria, quando era passata di là, avea guardato bene; non c'era
nessuno.
Giorgio, infatti, era lì fermo da pochi istanti.
Quel giorno al tocco, lo si sapeva, era aspettato alla sede del
_Comizio Agrario_; ma invece la seduta era andata deserta. Egli
allora, era una bella giornata di sole, ritornò a casa per prendere
Lalla e fare insieme una passeggiata. Anche il Della Valle, come prima
la Nena, sentì che Lalla non c'era, ma anch'egli pensò subito che
l'avrebbe trovata da sua madre. Prima per altro, come faceva spesso,
passò dal suo studio per vedere se fossero arrivate lettere od
altro.--Trovò il suo ragioniere, parlò di affari con lui, gli diede
alcuni ordini e già stava per andarsene, quando l'altro gli additò una
lettera e una gazzetta appena arrivate. Il Della Valle guardò l'una e
l'altra distrattamente, poi buttò il giornale e tenne la lettera.
L'indirizzo era scritto con una calligrafia ignota; anzi, a guardarci
bene, era una calligrafia a sghimbescio, ammaccata, piena di
adulterazioni studiate. Ciò lo mise in sospetto. Osservò il bollo: era
di città; la data: quella dell'ultima impostazione. Doveva essere,
senza dubbio, una lettera anonima, e diè un'alzata di spalle! Nelle
noie, nei triboli della sua vita pubblica, erano queste le spine meno
pungenti. Sorridendo stracciò la busta, e come aspettandosi una
buffonata cominciò a leggere tranquillamente; ma poi, dopo le prime
parole, trasalì, oscurandosi in viso:
«Signor conte!
«Se non siete un vile, se vi sta a cuore l'onor vostro e quello della
vostra famiglia, oggi alle due dovete recarvi in persona a fare una
visita al vostro amico, il marchese Giacomo di Vharè. Chi ve ne
consiglia, sappiatelo, è la Giustizia di Dio!»
--Ah, no, no, no!... Questo è un tiro di quel farabutto del
Frascolini!--esclamò Giorgio calmato il primo impeto, e si strinse
nelle spalle e stracciò la lettera.--Un uomo onesto, un uomo che si
rispetta, non tiene nessun calcolo delle lettere anonime--pensava fra
sè. Certo; doveva averla scritta il Frascolini, per vendicarsi
d'essere stato messo alla porta!... Canaglia, buffone!... «_Andate
alle due dal vostro amico, il marchese Giacomo di Vharè, se vi sta a
cuore l'onor vostro e quello della vostra famiglia!..._»--Ha proprio
trovato, l'imbecille, chi ci casca nella rete. Ma... con che scopo mi
scrive così? Anche ammesso che io fossi tanto gonzo, una volta che ci
andassi, che cosa avrebbe ottenuto?...--Così, a poco a poco, senza
accorgersene, cominciò ad essere inquieto. Di sua moglie era sicuro;
per altro, con quella lettera, si voleva alludere a lei. Ripetè seco
stesso che sarebbe stato un vile, peggio del Frascolini, se avesse
dubitato di sua moglie, per una lettera anonima. Di sua moglie era
sicuro, non arrivava nemmeno a concepire un dubbio così mostruoso; ma,
ad ogni modo, perchè si scrivesse a lui in quella forma, perchè lo si
volesse fare andar lui, quel giorno, dal Vharè, chi scriveva doveva
aver preso un qualche equivoco.--Giorgio era sicuro di Lalla, tuttavia
lo turbava quel nome del Vharè, messo lì per eccitare la sua gelosia.
Perchè avevano scelto il Vharè?... proprio il Vharè? Dunque si era
detto in giro che costui faceva la corte a sua moglie?... In
conclusione, quella lettera cominciava a fare il suo effetto, e già
egli voleva accertarsi che era una menzogna, che era una calunnia
infame; e pensò ad una scusa, ad un pretesto per poter andare dal
marchese. Perchè ci voleva un pretesto. Se il Vharè avesse indovinato
qualche cosa, egli avrebbe fatto una figura ridicola. Ma infine, non
andarci e tenersi addosso quella febbre?... Se la lettera avesse
accusata apertamente Lalla, forse lo avrebbe meno inquietato; ma
quella forma sibillina, quel reciso consiglio di andare dal Vharè alle
_due_ proprio alle _due_?... Che scopo ci doveva essere per mandarlo
là a quell'ora? Non avrebbero potuto inventare qualche cosa di meglio?
Un ordito più ingegnoso e che non si potesse così subito mettere in
chiaro?... E Giorgio, attratto da una forza che vinceva ogni
ragionamento, persuaso che non avrebbe dovuto essere così debole,
sicuro che commetteva quasi una bassezza, ma pur tuttavia volendo fare
ciò che gli avrebbe ridata la pace e la quiete, anche a costo di esser
lui più tardi il primo a ridere di sè stesso, volle vedere,
verificare, toccare con mano che quella lettera era stata scritta da
un bugiardo, infame, e per di più da uno sciocco: bugiardo, perchè
mentiva; infame perchè calunniava sotto l'anonimo, e sciocco perchè
non aveva saputo immaginare una falsità più verosimile.--E se lo scopo
dell'anonimo fosse quello soltanto di burlarsi di lui per ridere alle
sue spalle?...--Un tal pensiero lo trattenne a mezza strada... e lo
fermò appunto, sotto la chiesa. Era inquieto, titubante e anche un po'
si vergognava di sè stesso, perchè infine, il fatto di fermarsi a
spiare era un'azionaccia indegna.--Ma dopo, sarebbe stato così
tranquilla, così felice!
Era lì da qualche tempo e aspettava, e non vedendo alcuno nè entrare
nè uscire, persuaso e convinto di aver avuto torto a muoversi, stava
per andar via, quando si affacciò sotto la porta, dove il suo occhio
era sempre fisso, il marchese di Vharè. Giacomo uscì, venne verso la
chiesa tenendosi sul marciapiede opposto, e tirò diritto senza
guardare nemmeno dalla parte dov'era il conte Della Valle.
Ma il cuore?... il presentimento?... il Vharè passava diritto e
sicuro; eppure a Giorgio sembrò di notare in lui qualche cosa di
strano, di irresoluto, qualche cosa che non era naturale; e invece di
andarsene, rimase fermo, guardando fisso quella porta che pareva
volesse bruciare cogli occhi.
Su, intanto, in casa del Vharè, Maria e Lalla erano in un tormento di
disperazione. Lalla inginocchiata, piangeva sempre, nascondendo la
faccia nelle vesti di sua madre che, rigida e stecchita, nascosta
dietro la tendina, non respirava, non viveva altro che per gli occhi,
intenti in quell'uomo, sempre immobile laggiù, fra le colonne della
chiesa.
Era stata lei che aveva consigliato al Vharè di uscire. In mezzo allo
sgomento di tutti, lei, lei sola, per amore di sua figlia, conservava
ancora un po' di coraggio, un po' di fermezza.
--Signor Vharè... provi ad uscire--gli aveva detto:--e qualunque cosa
accada, per ora, non ritorni più qui. Chi sa, vedendolo andar via
solo, non vedendo più nessuno, chi sa ch'egli non possa calmarsi e
credere di essere stato ingannato.
Il Vharè non rispose una parola. Non ebbe il coraggio nemmeno di
alzare gli occhi; ma con una obbedienza passiva e rispettosa, fece
quanto gli veniva imposto. La duchessa Maria, pallidissima e anelante,
tornò a guardare fissa dalla finestra.
Lalla era tramortita e si vedeva perduta da un momento all'altro, e
perciò, per lo spavento che le legava il cuore, sentiva un gran
conforto dalla presenza di sua madre. Le stava vicina piangendo,
inginocchiata e tenendosi colle mani stretta alle vesti di Maria.
--È andato?... Se ne va?... Si muove?...--chiese poi a sua madre, con
un fil di voce, senza osare di alzarsi a guardar lei dalla finestra,
quando le sembrò che il Vharè dovesse ormai essere passato dalla
chiesa, ed anche scomparso dalla strada.
--No!--rispose Maria colla disperazione sorda di chi ha perduta anche
l'ultima speranza.
--Dio, Dio mio!--balbettò Lalla, torcendosi le mani con un altro
scoppio di pianto dirotto,--Dio! Dio mio!... Che cosa fa fare la
passione! Tu non sai, mamma; tu non sai!
--Io non so?... Io?...--Maria, a tali parole, si sentì scuotere tutta,
si sentì vacillare come se una mano invisibile l'avesse percossa sulla
faccia, e le sembrò allora, in quel momento, che tutta la storia della
sua vita così addolorata, le si sollevasse viva dinanzi. Anche Maria
aveva la febbre, anche Maria delirava. Le più forti commozioni, mille
opposti sentimenti si affollavano, si confondevano in lei; e mentre
rimaneva immobile, palpitante per il disonore, per l'infamia che
minacciava sua figlia, già l'audacia di un sacrificio ch'ella aveva
appena intravveduto, ma che sentiva pure di dover accettare ad ogni
costo, perchè sola poteva salvare sua figlia, le sgominava la
coscienza, le straziava l'anima. Era un sacrificio supremo e
terribile, era lo schianto di tutto il suo cuore, era la sua ultima
speranza perduta, la sua ultima illusione svanita; era l'orgoglio, era
il santo pudore della donna che in lei rimaneva mortalmente offeso,
era Giorgio, Giorgio che l'avrebbe derisa, disprezzata, maledetta!...
Era l'urto dei due sentimenti più forti della sua vita che
s'incontravano, che davan di cozzo fra di loro per abbatterla, per
ucciderla.
--Io non la conosco la passione?... Io non la conosco?... T'inganni,
sai, Lalla... Son vent'anni che la conosco, è da vent'anni che mi
tenta, è da vent'anni che mi fa piangere, che mi fa soffrire, che mi
strazia, ed oggi... oggi, sì, ha vinto lei; però è riuscita ad
uccidermi, ma non è riuscita a perdermi,--Io non la conosco la
passione?... E sei tu, tu, che inginocchiata, fra le lacrime ed i
rimorsi, non trovi altra difesa alla tua colpa che in un insulto al
mio dolore. Ma sai che io ebbi il coraggio di fuggirlo l'uomo che
amavo, e che colle mie stesse mani ho voluto e ho saputo cancellare
dal suo cuore ogni memoria, ogni ricordo mio? E sai tu quando, dopo
averlo pianto con tutte le mie lacrime per anni ed anni, senza averlo
potuto mai dimenticare nemmeno per un giorno, nemmeno per un'ora, sai
tu quando l'ho riveduto?... Quando venne a chiedermi in moglie mia
figlia!... Ed io mia figlia gliel'ho data in moglie, e lo amavo, sai,
Lalla, e lo amo; tanto è vero che muoio!...
--Lui?... Giorgio!...--esclamò Lalla, guardando sua madre
esterrefatta.
--Sì... tuo marito; tuo marito che oggi vedrà me uscire da questa casa
e crederà che io sia l'amante di un uomo che è corrotto, che è vile,
infame, quanto tuo marito è grande, è nobile, è bello!... Sì...
Giorgio!... Sì... anche l'ultima mia speranza mi deride, la speranza
di essere ricordata come una madre adorata, come una donna onesta;
anche l'unico sentimento che mi era concesso di ottenere da lui, e che
mi era pur tanto caro, la sua stima, oggi la perdo per sempre. Ma che
importa?... Nel mio stesso sacrificio sento più viva, più grande la
mia passione; e se non mi è dato di amarlo, sono io, io sola, che in
questo momento può difendere, può salvare la sua quiete, la sua
felicità, la sua vita... e la tua!--Maria, così dicendo, cogli occhi
scintillanti, bella, più bella nel suo amore, nel suo dolore, nel suo
coraggio, pareva godere, fremendo, la voluttà di quello spasimo
supremo, e abbassato, il velo sugli occhi si strinse nella mantellina
e si avviò per uscire.
--No!... No!... Non voglio!--gridò Lalla, non più singhiozzando, ma
guardando sua madre con un'espressione di maraviglia, di sgomento e
anche quasi di gelosia ne' suoi occhi spauriti.--No, no, non voglio!--
--Lasciami!... Lasciami passare!... Domando a Dio, domando a te per
tutto quanto ho sofferto, una grazia... una grazia sola: quella di
poterti salvare.--Va via! Alzati!... Tu non puoi impedire a me, a tua
madre, di salvarti. Alzati! Va via!... Te lo impongo. Io sola, qui, ho
diritto di comandare e di sacrificarmi; tu questo diritto non l'hai,
tu devi ubbidire. Va!... Va! Lasciami passare!...--Maria più forte di
Lalla in quell'istante, l'afferrò per un braccio e dopo averla
violentemente strappata dall'uscio la condusse vicino alla finestra
e--sta attenta,--le disse concitata, indicandole Giorgio,--tra poco lo
vedrai... lo vedrai muoversi di là... forse per seguirmi... forse...
per fuggire. Tu allora potrai scendere, potrai salvarti. Bada!... Al
mondo non ho più nulla, altro che te. Devi salvarti, te lo comando;
devi salvarti, perchè tu sei ancora l'ultimo anelito di questo cuore
che s'infrange. Salvati, o mi farai maledire la mia virtù, il mio
sacrificio, la mia vita; salvati, o mi farai morire dannata!--E uscì
ratta, sciogliendosi con un urto violento dalle braccia, dalle mani di
Lalla che tremante, le si aggrappava d'intorno, tentando invano di
trattenerla.
Lalla rimase interdetta, stordita; ma poi, trovandosi sola, il
pericolo che correva la fece presto rientrare in sè stessa. Si
avvicinò alla finestra, tenendosi sempre nascosta dietro le tendine,
trattenendo fino il respiro, tanto aveva timore di poter essere
scoperta. Giorgio era lontano, ma lo vedeva bene. Aspettò con un
battito di cuore angoscioso; ci fu un punto in cui lo vide trasalire
con una scossa di tutta la persona: indovinò che sua madre, in quel
momento gli era passata dinanzi. Poco dopo, lo vide uscire barcollante
dalle colonne della chiesa, guardarsi attorno sospettoso e sparire.
Allora... oh, allora sentì che era salva!... Si accomodò in fretta le
vesti, la mantellina, il cappello; si guardò attorno un'altra volta,
come incerta, esitante, poi, ad un tratto, parve risolversi e si
avvicinò alla scrivania, aprì un cassetto: c'erano le sue lettere
unite insieme, legate col nastrino azzurro. Le prese, rinchiuse il
cassetto, le cacciò in tasca, abbassò il velo, si strinse nelle vesti,
scese a volo giù dalle scale e corse a casa lesta, spedita.
Giorgio, quel giorno, salì da sua moglie più tardi del solito. Aveva
girato a lungo per le strade più deserte di Borghignano; voleva
stordirsi, voleva calmarsi. Si sentiva sconvolto e umiliato dalla
dolorosa e vergognosa scoperta. Non domandò nemmeno al portiere se
Lalla era rientrata; ormai non pensava, non ricordava più che, quando
prima l'aveva cercata, sua moglie era fuori. La trovò nel salotto
sola, che lavorava coll'uncinetto una piccola cuffia da bambino.
Giorgio si sentì stringere il cuore e baciò Lalla sui capelli, colle
labbra che gli bruciavano dalla febbre; poi ebbe appena il tempo di
fuggire nella sua camera, perchè si sentiva soffocare dalle lacrime.
Quando riapparve, all'ora del pranzo, disse a Lalla ch'egli si sentiva
poco bene, ma le prodigò le cure più affettuose, più tenere, che
lasciavano scorgere in lui qualche cosa di triste, di melanconico,
un'espressione di compianto indefinibile. Giorgio non si stancava di
accarezzarla, le dimostrava tutto il suo amore, come se volesse amarla
e consolarla anche per la mamma... che la poveretta non aveva più.
Lalla seria, mesta, riceveva quelle carezze con una docilità timida,
quasi paurosa. Cogli occhi scuri, profondi guardava lungamente suo
marito, quando egli non la vedeva, e il suo sguardo era inquieto e
appassionato: lo guardava come non lo aveva guardato mai, a volte
facendosi pallida pallida, a volte diventando rossa, di fuoco.