La contessa Della Valle, ritornata a Roma, si trovò con pochissimi
adoratori. Oramai non era più una novità e poi correva la voce che a
lei piaceva scherzare, ma che, allo stringer dei conti, lasciava tutti
con un palmo di naso, e citavano l'esempio del Vharè.
--È innamorata di suo marito,--dicevano, e questa _calunnia_,
inventata ad arte dalle donne, e messa in giro dagli uomini, toglieva
ogni attrattiva alla povera contessa. Il corteggiarla non era di moda;
anzi voleva dire... fare la figura del novizio. A teatro, visite
corte, per paura del _pozzo_; in casa, qualche onorevole, amico del
marito, e nessun altro. Alle feste da ballo i giovanotti eleganti le
parlavano appena, tanto erano affaccendati. Non già che la
trascurassero per farle dispetto, ma, in fine, non avevano tempo da
perdere e consumavano le loro fiamme per altre divinità che si
sapeva--si sperava--non facessero languire i supplicanti. La
duchessina, era innamorata di suo marito; dunque, era anche troppo se
con lei sacrificavano, per turno, qualche quadriglia o qualche giro
del _cotillon_. Lalla si mostrava amabile, lusinghiera, più carina che
mai; cercava, tentava tutte le sue _risorse_; ma non riusciva a
ritornare in auge.--Innamorata di suo marito?--Non c'è niente da
fare.--E non se ne curavano più.
Lalla ci soffriva assai; e quando tornava a casa stanca e seccata,
pensando alle emozioni e ai trionfi dell'anno prima, le veniva da
piangere. In quelle notti sognava spesso il bel marchese Vharè, quando
la stringeva fra le braccia e vagavano voluttuosamente, trascinati e
travolti dall'onda calda del valzer, mentre tutto il bel mondo le si
affollava d'intorno, pieno di ammirazione e di entusiasmo. Allora
sì... allora sì, era felice!... Ma allora la gente non era tanto
stupida; allora non la credevano innamorata di suo marito. Chi mai
aveva inventata quella sciocchezza?... E così, in cuor suo, la
duchessina sperava sempre che il bel marchese non l'avesse dimenticata
interamente; sperava sempre di vederlo tornare da un momento
all'altro; ma ben presto dovette perdere anche la speranza. Il Vharè
era a Nizza a passare l'inverno e a giocare; in quei giorni egli aveva
avuto un duello molto grave, finito colla peggio del suo avversario,
e, in proposito, si faceva il nome di una notissima signora milanese.
Quando fu raccontato questo fatto alla contessa Della Valle, Giorgio
era con lei, e quando rimasero soli, Lalla non potè a meno di
esclamare, con un misto di amarezza e d'ironia:--Adesso non avrai più
paura che il Vharè mi faccia la corte!
Era proprio gelosa di quella nuova avventura.
--Come il--perfido--l'aveva subito dimenticata!... Almeno lo avesse
fatto per vendicarsi di lei!...--E di tutto ciò, chi più ne portava la
pena era, naturalmente, il marito. Ne portava la pena senza averne
alcun vantaggio; diventando sempre più innamorato, e quanto più Lalla
era nervosa, tanto più, per amore e per timore, egli ne subiva
l'influenza, in casa, fuori di casa, e persino alla Camera, dove il
suo colore politico sbiadiva a vista d'occhio, mentre invece il duca
Prospero avanzava ogni giorno, giovanilmente, verso le idee liberali.
Lalla, era spesso triste e si sentiva come sfiduciata. Anche a Nervi,
dove si recavano l'estate coi d'Eleda. perchè i medici avevano
prescritto a Maria l'aria del mare, il suo umore era inquieto e
lunatico; e fu ancora peggio quando, alla fine, ritornarono a
Borghignano.
Borghignano, in quei giorni, era commossa da un grande avvenimento: la
Presidenza del teatro dell'Opera aveva scritturata, per la prossima
stagione di carnevale, nientemente che la _diva_ Soleil per cantare
nella _Forza del destino_ e nell'_Aida_. Non si parlava d'altro; e
tutti, pareva si fossero data la parola per riferire e ripetere alla
Della Valle, magnificandola, la straordinaria notizia. I Lastafarda,
il Rebaldi, il Toscolano discutevano dinanzi a lei, se e quando la
_diva_ aveva fatto la pace col Vharè; ma poi, sopravveniva la Calandrà
a tagliar corto; e marcando le parole, per ferire Lalla nel vivo,
assicurava che il Vharè le aveva fatto capire che la Soleil, per il
suo spirito bizzarro e originale, era l'unica donna che gli aveva
fatto impressione e che non avrebbe potuto mai dimenticare. Anche la
Bertù (quella stupida, quella mummia a freddo della Bertù!) diceva di
aver veduta la Soleil a Torino al _Circolo degli Artisti_, e che aveva
l'aria molto _comme il faut_; era un modo qualunque, ma buono, per far
scontare a Lalla la sua freddezza di Santo Fiore e la sua accoglienza
così poco gentile e poco incoraggiante.
Lalla, partì da Borghignano col cuore gonfio di dispetto e di
amarezza. Sentiva gelosia contro il Vharè, trovava che con lei s'era
condotto assai male, le pareva di essere stata ingannata e tradita;
insomma era molto infelice, e prometteva a sè stessa che, per
vendicarsi, non l'avrebbe riveduto mai più. Invece, lo rivide presto,
prestissimo; lo rivide tal e quale, col suo volto pallido e beffardo e
colla sua aria alla lord Byron. Questa volta, guardando il Vharè, la
duchessina sentì battersi il cuore con violenza, e per amore e per
puntiglio, per far dispetto alla Calandrà, alla Bertù e a tutti i
pettegoli di Borghignano che l'avevano angustiata, per punire gli
imbecilli di Roma che l'avevano trascurata, e finalmente per il suo
trionfo di donna, lo volle suo; volle rapirlo alla Soleil, volle
rapirlo alla bella signora di Milano!
La contessa Della Valle era andata in quell'autunno a Torino col babbo
e col marito, per assistere alle feste della Mostra Nazionale di Belle
Arti.
Giorgio faceva parte della rappresentanza della Camera. Prospero
diceva, ma non era vero, che gli seccava moltissimo quel viaggio--gli
seccava per dover abbandonare sua moglie sempre malaticcia; ma come si
fa?... Doveva alla sua volta rappresentare il Senato,--In verità,
quando non c'era la Giulia, tutti i pretesti gli facevano comodo per
andarsene a spasso e piantar la moglie, che, davvero, non era una
compagnia molto allegra.
Erano arrivati a Torino di sera e avevano preso alloggia all'_Hôtel
d'Europa_, e subito erano scesi, tutti insieme, nella sala da pranzo.
La sala a specchi, ad arazzi e a fregi dorati era illuminata con tre
grandi lumiere cariche di globetti, di gocciole, di pestellini di
cristallo sfaccettati. A quell'ora, tutte le tavole erano vuote, e
solamente in fondo c'era ancora una comitiva di giovanotti eleganti e
di ufficiali che si divertivano al giochetto della mela: un giochetto
che consiste nel far girare attorno una mela infilata in un
forchettone; ognuno dei commensali per turno, con un coltello deve
tagliarne una fetta d'un colpo; chi fa cadere l'ultimo pezzetto ha
perduto e paga lo sciampagna. Quando la Della Valle col duca Prospero
entrarono nella sala, il giuoco era finito allor allora e lo
sciampagna era stato perduto da un ufficiale, fra le grida e gli
evviva dei vincitori: ma per altro appena comparsa una bella signora,
tutta quella gente si calmò ad un tratto per guardarla.
--È molto carina! È molto elegante!... Chi è?
Lalla, seria seria, non voltò mai gli occhi verso quei signori, ma
valendosi del giuoco degli specchi, aveva subito notato di aver fatto
colpo; poi, improvvisamente, un colpo lo sentì lei al cuore: là, fra
quella gente, c'era _lui_... il Vharè... Giacomo!...
Lalla, non arrossì, non si confuse. Fu Giorgio, il primo, a
riconoscere il Vharè e ad indicarlo agli altri, dopo aver salutato con
un cenno cortese del capo, perchè, adesso, gli spiaceva di essere
stato ingiustamente freddo con lui e quasi sgarbato.
Il Vharè si alzò, rispondendo al saluto di Giorgio, e si avvicinò alla
tavola della contessa Della Valle: strinse la mano a tutti e a Lalla,
naturalmente, prima di tutti, senza mostrare il minimo turbamento; e
dopo aver complimentato il loro arrivo a Torino, cominciò a discorrere
del Morelli, del Michetti e di _Satanella_, un dramma _nuovissimo_ che
si recitava al _Gerbino_ con grande successo.
--Ci andremo domani?--chiese Lalla a Giorgio.
--Come vuoi.
--Temo, contessa, che non ci sarà posto: anch'io sono andato oggi per
prendermi una poltroncina e non l'ho trovata.
--Se i signori desiderano delle _fauteuilles_ per il
_Gerbino_,--soggiunse inchinandosi un cameriere--al _bureau
dell'hôtel_ credo ve ne siano ancora; una famiglia che le voleva per
domani, e che deve partire improvvisamente, le lasciò disponibili.
--Sappiatemi dire quante sono--ordinò Giorgio al cameriere. Questi
uscì dalla sala e vi rientrò poco dopa con cinque _poltroncine_: dal
numero 18 al 22.
--Ne prendete una anche voi, marchese?--domandò Prospero Anatolio,
rivolgendosi a Giacomo. Giacomo, non rispose subito, ma volle prima
aspettare che Giorgio gli ripetesse l'offerta: allora soltanto
accettò, ringraziando con un piccolo inchino.
La contessa Lalla non aveva detto una parola: tuttavia, assistendo a
quello scambio di complimenti fra suo marito e... _quell'altro_, non
potè a meno di sorridere fra sè. La presenza del Vharè non le
cagionava nessuna commozione: pareva che lo avesse veduto il dì
innanzi, pareva che l'avvenente marchese non fosse mai stato altro per
lei che un buon amico. Essa mangiava quietamente, silenziosamente ed
anche con discreto appetito, godendosi a rosicchiare i _grissini_.
Giacomo scambiò ancora qualche parola, poi raggiunse gli amici, che si
erano alzati, e uscì con loro.
--È un grande chiacchierone, ma ha un certo spirito!...--esclamò il
duca Prospero, appena il Vharè fu scomparso.
Il Della Valle approvò sorridendo, e non disse un ette contro il
Vharè. Non voleva lasciar credere a Lalla di essere ancora in
sospetto, e perciò cercava tutte le occasioni per mostrare la sua
piena fiducia.
Lalla continuava sempre a rosicchiare i _grissini_ e non mostrava
nessuna preoccupazione per quell'incontro inaspettato. Tutta la sera
fu di buonissimo umore e affettuosissima col marito; ma senza
premeditazione, così, perchè si sentiva contenta, perchè si sentiva
allegra, perchè le piaceva di essere a Torino. Il Vharè portava sempre
l'anellino che gli aveva regalato lei, quello del Frascolini,--la
turchina colle rose d'Olanda,--e ciò l'aveva fatta sorridere di
compiacenza; e di più, aveva notato che sotto ad una disinvoltura
apparente, il Vharè era impacciato e confuso.
Il giorno dopo, Giacomo non si lasciò vedere nè all'Esposizione, nè
sotto i portici di Po e nemmeno all'albergo, all'ora del pranzo.
Prospero Anatolio era malcontento di questo fatto, perchè lo avrebbe
veduto volentieri per raccontargli tutte le feste e le cortesie di cui
gli erano stati prodighi i Torinesi. Quella sera, dopo teatro,
dovevano andare, lui e Giorgio, e accompagnati dal Sindaco di Torino,
al _Club del whist_, e più tardi dovevano incontrare i ministri Miceli
e De-Sanctis, coi quali erano stati invitati a colazione dal duca
d'Aosta. Giorgio avrebbe fatto senza volentieri di quell'invito; ma ne
sorrideva con compiacenza; invece Prospero Anatolio confidava a tutti
che quella colazione era per lui una gran seccatura, una gran noia, ma
internamente ne era beato.
Il marchese di Vharè capitò in teatro quando il primo atto di
_Satanella_ era già verso la fine. Il Della Valle, salutandolo, passò
nell'altra poltrona, rimasta vuota, e gli cedette il posto vicino a
Lalla.
Lalla, quella sera, non solo era piacente, ma pareva bella; vestiva un
abito di seta, d'un bianco a fondo giallo, coperto di trine e chiuso
sotto al mento. Dalle maniche corte si vedeva uscire il braccio nudo
quando guardava col cannocchiale, o quando si appoggiava mollemente
col capo ad una mano. Aveva un cappellone bizzarro, guernito colla
stoffa e le trine dell'abito, e di sotto alle tese larghe e lunghe il
visino di Lalla, cogli occhioni grandi, appariva ancor più birichino e
più carino. Con un cenno del capo sorrise appena al Vharè, poi ritornò
attentissima al dramma, rimanendo immobile, ed esprimendo una
commozione vivissima.
Il dramma, che in quel punto cominciava a diventare assai
interessante, rappresentava una delle più ardite, delle più
arrischiate variazioni sul tema eterno dell'amore.
_Satanella_ non era una donna; era un caso _patologico_. Essa
inebriava di sè tutti quanti l'avvicinavano; e quando aveva fatto
serpeggiare nei sensi dell'uomo un fuoco divoratore, ritornava fredda
e impassibile. Cleopatra uccideva lo schiavo al quale il suo capriccio
avea voluto concedere una notte di amore. _Satanella_, dopo i suoi
baci, rendeva pazzo l'amante con un riso schernitore. Ma il poeta
aveva rivestito il suo mostro con versi splendidi e ispirati; la
maravigliosa attrice, che ne interpretava il carattere, oltre di
aggiungervi il fascino delle forme magnifiche, sapeva infondervi tanta
vita, tanta verità, tanto calore, che il pubblico, sedotto, si
appassionava, si entusiasmava, s'innamorava anche lui di _Satanella_,
e l'applaudiva con frenesia.
Il pubblico è un gran fanciullo: a volte capriccioso, crudele,
diffidente; a volte credulo, sublime, minchione; ma sempre
fanciullo!...
Alla fine del primo atto, _Satanella_ s'incontra in un altro _caso
patologico_; un giovane biondo e forte, che riuniva la ferrea volontà
d'un tedesco all'anima divampante di un italiano. Il seguito del
dramma rappresentava appunto la lotta e la sconfitta di _Satanella_.
Essa spensierata, credeva di poter ripetere lo stesso giuoco anche con
lui; ma si accorge subito che ha da combattere con un avversario ben
diverso dagli altri, e ne rimane impaurita e sedotta. La iena, che ha
fiutato il pericolo, si leva, si scuote, gli gira d'attorno
sospettosa, vorrebbe affascinarlo, vorrebbe sorprenderlo, poi,
scorata, intimidita, riunisce ogni suo sforzo e con un anelito supremo
tenta all'improvviso la fuga, ma invano!... Il nuovo amante l'afferra
con una stretta poderosa, la scuote, la doma, la vince, e _Satanella_
soccombe volente e innamorata. Allora l'urlo di quelle due passioni
che s'incontrano, che si urtano, che si confondono, solleva in tutto
il teatro un'eco potentissima, e _Satanella_ palpitante, spettinata,
scolorita è chiamata, invocata sei, sette, dieci volte alla ribalta da
un pubblico inebriato, che non si sazia di rivederla, di salutarla, di
festeggiarla, che l'applaude e che l'adora.
Lalla, pallidissima, aveva gli occhi molli di pianto, le labbra arse;
era stanca, sbattuta dall'emozione. Quella donna così superbamente
bella, quei versi di fuoco, tutti quegli applausi, quelle grida,
quelle feste di una folla delirante; quell'aria greve, viziata della
sala che le bruciava la faccia; quella luce, quei colori che
l'abbarbagliavano, l'avevano confusa, sbalordita, trasportata. Non
sapeva più dove fosse, non pensava più a nulla; questo solo sentiva,
che il suo cuore batteva forte col cuore di _Satanella_.
Verso la fine del terzo atto, quando la bella eroina, stanca di
lottare, si getta impazzita alla sua volta, e impazzita d'amore, fra
le braccia dell'amante gridando--_hai vinto!_--con uno slancio, con
una espressione così potente da sollevare nel pubblico un _urrà_
d'applausi, il Vharè toccò, accarezzò col piede il piedino di Lalla:
Lalla non ritirò il suo; ma rispose a quell'invito con un premito più
forte, e mentre lunghi brividi di voluttà la facevano fremere, essa,
dimentica di tutto e, più di tutto, della vereconda ritenutezza che le
era abituale, languidamente fissava Giacomo col seno anelante e colla
bocca socchiusa, dalla quale pareva pure fosse per prorompere l'_hai
vinto_ di Satanella.
Finito il dramma, Lalla rimaneva sempre muta e immobile. Fu Giorgio a
chiamarla, a scuoterla dal suo rapimento.--Vuoi che andiamo,
cara?--Allora ebbe un tremito: si alzò, senza rispondere; aiutata dal
Vharè e da Giorgio, si accomodò intorno lo scialle; poi si mosse come
trasognata, con _Satanella_ dinanzi agli occhi, con la sua fosca
passione nel cuore, e nella testa, ancora intontita, l'eco viva,
assordante degli applausi.
Si avviarono tutti insieme, passo passo, verso i portici di Po, per
ricondurre Lalla all'albergo; piovigginava e c'era un'aria fredda,
frizzante. Giorgio discuteva di _Satanella_ come opera d'arte, e gli
pareva immorale. Prospero Anatolio, altro che immorale, la giudicava
addirittura indecente! Il Vharè pensava a tutt'altro, e Lalla stretta
nello scialle, e senza saperlo, pensava anche lei a ciò che pensava il
Vharè.
--Non sono che le dieci e un quarto,--disse alla fine Prospero a
Giorgio, cambiando discorso,--dobbiamo andare al club?
--Come vuoi; ci fermeremo molto?...
--No, no. Un'oretta, non più. Sono troppo stanco.
--Vuoi fermarti al caffè? Vuoi prendere qualche cosa?--domandò Giorgio
rivolgendosi alla moglie.
--Ho detto alla Nena che mi farò il thè. Se posso offrirgliene una
tazza, marchese?... Le farà bene.--Lalla, sorridendo, si era rivolta
al Vharè, con una finezza tutta sua. Giacomo, capì l'amabile malizia e
rispose un--grazie--che non era nè un _sì_, nè un _no_.
--Quando ritorneremo dal club,--soggiunse Giorgio,--ne prenderemo una
tazza anche noi; non è vero, Prospero?
--Oh, per me, ti ringrazio. Appena sono libero, scappo a letto!
Erano giunti sotto l'atrio dell'albergo. Il Duca strinse la mano alla
figliuola e sollecitò Giorgio perchè si sbrigasse; ma Giorgio aveva
ricevuto dal cameriere due o tre lettere e stava sfogliandole. Quando
ebbe finito, Lalla e la Nena, la quale, avvisata del ritorno della
padrona era scesa ad incontrarla, si avviavano su per lo scalone.
Giacomo, intanto, era scomparso.
--Dov'è andato il Vharè?--domandò Giorgio, che voleva salutarlo.
--Non so,--rispose Lalla come distratta--non lo vedo.
--Andiamo, fai presto!--borbottò Prospero, impazientito.
--Mi aspetti alzata?--chiese ancora Giorgio a Lalla. Quella sera egli
non sapeva staccarsene.
--Sì.
--Fra un'ora, sai; non di più. Addio cara.
--Addio, Nino; vieni presto.
Il conte Della Valle se ne andò col suocero.
Lalla non sapeva, davvero, dove il Vharè si fosse nascosto; non lo
vedeva più. Tuttavia, lo sentiva... Era lì... lo sentiva. Era lì
presso... aspettando il momento di trovarla sola. Il quartierino della
contessa Della Valle era un po' alto; essa cominciò a salire le scale
adagino, con un'indolenza fiacca e cascante, poi, quando giunse al
primo piano, si fermò un poco, come per riposare, indugiandosi nella
_Sala di lettura_, ordinando alla Nena di precederla, di accendere la
lucerna ed il fuoco e di preparare il _bouilloire_ per il thè. Rimasta
sola, si era appena messa a sfogliare l'_Illustrazione_, quando
Giacomo le comparve dinanzi.
--Contessa, le domando perdono della libertà che mi prendo, ma avrei
qualche cosa di suo da restituirle.--Così dicendo egli s'era tolto ed
offriva a Lalla l'anello del Frascolini.
Lalla lo prese, lo guardò, sospirò, poi, colla testina bassa, senza
alzare gli occhi, prese la mano di Giacomo e tornò ad infilarvi
l'anello.
--Cattivo!... Mi dia il braccio. Mi sento stanca, stanca....
Egli non si mosse: la guardava serio, fisso. Ma Lalla gli si avvicinò,
e passando il suo braccio sotto il braccio di lui, cominciarono a
salire insieme lentamente.
Lalla doveva essere davvero molto stanca, perchè si appoggiava tutta
al braccio di Giacomo, fermandosi ancora, ad ogni ramo di scala, con
atteggiamenti pieni di amorevolezza; e siccome, ad un certo punto,
Giacomo si fermò risoluto, come per domandarle conto del suo
abbandono:--Ho avuto paura,--ella gli disse.--Dio, Dio: credevo morire
dalla paura. Ero sola: li avevo tutti contro di me... Più tardi, mi
sarei arrischiata a farle avere mie nuove, ma lei... lei, dov'era
andato?--E non aggiunse altro; capiva bene d'essersi abbastanza
spiegata e giustificata.
Quando arrivò sull'uscio del suo piccolo quartierino si sciolse dal
braccio del Vharè, entrò, attraversò l'anticamera, seguita da
quell'altro, sempre un po' imbronciato, e si fermò nel salotto: la
Nena aveva accesa la lucerna, che da una campana smerigliata
diffondeva una luce ristretta e tranquilla. Sul caminetto i fastelli
scoppiettavano levando una vampa viva, mobilissima; sul tavolo, in
mezzo alla stanza, una fiamma azzurra, debole, incerta, faceva
grillettare l'acqua del thè.
Lalla sciolse lentamente i lunghi nastri del cappellino, che la Nena
portò nell'anticamera; ma lo scialle volle tenerlo, perchè aveva,
freddo, e finalmente con un lungo--ah!--di soddisfazione, potè
sdraiarsi sulla lunga poltrona accanto al caminetto.
--Desidera altro, signora contessa?
--No, va pure: quando tornerà il padrone ti chiamerò.
La Nena uscì.
Giacomo, immobile, diritto dinanzi al fuoco, appoggiato con un gomito
al piano del caminetto, fissava Lalla senza parlare. La duchessina,
così illuminata dal chiaror della vampa, aveva nell'insieme alcunchè
di fantastico e di bizzarro. Lo scialle scuro, quasi nero, nel quale
si teneva avvolta, contrastava coi colori chiari dell'abito, collo
splendore delle braccia nude e coi vaghi riflessi dei capelli biondi,
mentre il piedino, chiuso in una scarpetta a strie d'oro ricamate,
sbucava fuori, colla punta sottile, come un serpentello curioso che,
nascosto sotto le vesti, spiasse lo svolgersi di quel peccato.
Giacomo non voleva esser lui a rompere il silenzio e, sempre più
oscurandosi in faccia, batteva il tacco sulla pedana con un _tic, tic,
tac_, convulso e minaccioso. E neppur Lalla ci si arrischiava a esser
lei, e però di tanto in tanto fissava Giacomo con un'occhiata ch'era
un rimprovero, un lamento e una preghiera, poi riabbassava il capo
come mortificata, sfilando, con un moto delle dita febbrili, le frange
dello scialle.
Durò a lungo quella scena muta; ma, anche tacendo, avevano cominciato
a spiegarsi, a intendersi, a concludere che si amavano ancora, finchè
Giacomo, il quale adesso guardando Lalla, la bruciava più delle fiamme
del caminetto, le si avvicinò all'improvviso, preso da una subita
risoluzione, e--Sai--balbettò--sai di avermi fatto molto male?!--Lalla
rialzò il capo un'altra volta e un'altra volta fissò Giacomo negli
occhi; ma lo sguardo di lei non era più triste, non era più mesto;
appariva inondato di dolcezza. Giacomo, chinandosi, teneva una mano
stretta alla spalliera della poltrona. Lalla la vide e la baciò... la
baciò, proprio, dove c'era l'anello colle rose d'Olanda... poi con un
atto pieno di grazia infantile e di tenerezza, posò languidamente su
quella mano la sua bella testina. Giacomo, pallido, tremante,
s'inginocchiò per esserle più vicino, ma senza toglier la mano sulla
quale ella aveva appoggiata la guancia, che scottava come avesse la
febbre. Colle ginocchia, con mezza la persona, la duchessina toccava
adesso il petto di Giacomo; ma non si ritrasse, non si mosse nemmeno;
continuava a guardarlo, sorridendogli con passione infinita, e lui,
inginocchiato fra le sue vesti, le raccontava con infinita passione,
tutte le pene, le angoscie, lo strazio patito! Le disse di averla
amata sempre, come un pazzo, come un delirante: le disse che invano
aveva voluta odiarla; che invano avea tentato di dimenticarla, perchè
la sentiva sempre nel cuore, nella mente, nel sangue, perchè la
voleva. Lalla, continuava a tacere e a guardarlo, ma sotto la calda
veemenza di quelle parole il suo volto ora sbianchiva affilandosi, ora
arrossiva infocato; gli occhi umidi, profondi, lanciavano fiamme, e il
petto le si sollevava anelante.
Giacomo la strinse più fortemente, e colla mano che avea libera, prese
una mano di Lalla, poi il braccio, e accarezzandolo ne seguì le linee
morbide, tondeggianti, penetrando nei caldi misteri della manica
larga, guernita di trine. Egli pure anelava, smorto, tremante. La voce
gli si rompeva rauca, ma parlava sempre. Non era più un rimprovero il
suo, non era più un lamento; era una preghiera audace, insistente, che
tentava Lalla, che la stordiva, avvolgendola in un assopimento, in
un'inerzia voluttuosa. Ella si teneva stretta intorno lo scialle e si
teneva ancora colla testa appoggiata sulla mano di Giacomo, ma i suoi
occhi, a poco a poco, s'erano spenti, aveva la bocca socchiusa, le
labbra umide, tremanti, come se nell'estasi sua volesse rispondere coi
baci a quell'inno d'amore...
A Giacomo, frattanto, le parole uscivano sempre più rotte, confuse,
poi tacque ad un tratto e baciò avidamente quella bocca umida, odorosa
che lo tentava; baciò i capelli, gli occhi, di Lalla, la coprì tutta
di baci. Lalla si scosse, abbrividì, spalancò gli occhi esterrefatta,
ma poi, sciogliendosi dello scialle e sfavillando negl'improvvisi
riflessi della sua veste gialla, cacciò le mani nei capelli di lui e
balbettando--chiamami Satanella!--con voce rotta, soffocata--chiamami
Satanella!... Satanella tua!--si abbandonò così, senza muoversi dalla
poltrona, dimentica di tutto, senza lacrime, sorridendo, vinta dai
sensi e dalle immagini che le tumultuavano nella mente.
A poco a poco, quando il calore del loro sangue si fu intiepidito,
quando all'ebbrezza delirante seguì il dolcissimo e lento risveglio,
Giacomo, accoccolato alle ginocchia della sua cara, cercava di
riprenderle la mano, ch'ella adesso teneva nascosta sotto lo scialle,
per tornare ad accarezzarla; ma Lalla si ritrasse come una sensitiva,
e con un'occhiata ed un sorriso significantissimi indicò la porta del
salottino. Giacomo sorrise della loro imprudenza e del pericolo che
avevano corso; passò nell'anticamera a vedere se l'uscio era chiuso,
poi, rientrando, si tirò dietro e serrò colla molla anche quello del
salotto e ritornò a baciarla, ad accarezzarla.
--No, sai. Nino; ho paura, troppo paura...--gli rispose Lalla
schermendosi.--_Egli_ può venire, da un momento all'altro.
...._Egli_ infatti entrava là dentro poco dopo, e vide il Vharè,
diritto, vicino al fuoco, appoggiato al caminetto, che fumava parlando
dell'_Esposizione_, parlando di quadri e di statue, e Lalla, sdraiata
nella sua poltrona, avvolta, stretta nello scialle, che lo ascoltava
un po' stanca e un po' assonnata.
Sul fuoco la baldoria dei fastelli era finita; ma in mezzo al tavolo
la fiammella azzurra, mobile, silenziosa della _theiera_, continuava a
far bollire l'acqua che gorgogliava fumando. Nel salottino spirava
un'aura di tranquillità e di pace che, certo, non dava nessun indizio
delle passate commozioni, come, dopo la tempesta, la calma ritorna sul
mare e vi diffonde una serenità limpida e gioconda che ricrea e che
consola. Giorgio, entrando là dentro, col tepore dell'ambiente, sentì
la soavità di quel benessere e di quella pace; però sorrise a Lalla, e
si avvicinò al marchese di Vharè stendendogli la mano.