Dall'allegrezza dimostrata e sentita veramente da Lalla, non si deve
credere che il capriccetto per Sandrino fosse svanito: tutt'altro;
Lalla continuava anzi a scherzare con lui, ma tenendosi sempre a fior
d'acqua, mentre il giovanotto c'era dentro fin sopra la testa. Per la
signorina quella simpatia lì, era parte della sua vita di villa. Si
godeva a tenerselo ben legato perchè Sandrino, libero, non ritornasse
dall'Ottavia. Finchè c'era lei a Santo Fiore, sarebbe stato uno smacco
troppo forte per il suo amor proprio, ma una volta partita gliene
sarebbe importato ben poco di tutta la razza dei Frascolini!...
Tant'è, capiva che così non la poteva durare, che non c'era da cavarne
nessun costrutto, che una volta o l'altra bisognava pure finirla con
quell'intrighetto sentimentale. Lalla voleva vivere, voleva suscitare
passioni, voleva primeggiare nel bel mondo, e però s'era consolata
all'annunzio della partenza, che mentre l'avrebbe portata in mezzo
alla gente, le dava il bandolo per sciogliere quella matassa ormai,
fra Sandro e lei, anche troppo imbrogliata.
Ben diversamente certo sentiva e fantasticava il sognatore romantico
che aveva creduto, con tutta l'ingenuità de' suoi vent'anni, ai
rossori, agli sguardi, ai teneri sorrisi della divina fanciulla; ma se
Sandro era matto, peggio per lui. Sarebbe ritornato savio un giorno o
l'altro, e intanto la _divina_ che ci poteva fare? Era stata anche
troppo buona da lasciarsi amare!...
Sandro era matto davvero; matto da legare. Egli non viveva che per la
sua Lalla, non dormiva più, non mangiava più, non parlava più con
nessuno. Camminava per la campagna i giorni interi, fabbricandosi
castelli in aria per l'avvenire, e mandando intanto a gambe levate il
suo stato presente. Si sentiva ammalato di spirito e infiacchito.
Tremava del domani, ch'egli, a occhio nudo, spogliandolo degli
smaglianti colori che gli prestava la sua fantasia, sentiva prepararsi
ben triste; e allora, pauroso, si ingolfava tutto nell'oggi, e anche
lì non c'era altro che una serie di dolori e di desideri, di smanie
acute e insoddisfatte. Non lavorava più; fuggiva i compagni, le
scampagnate festevoli e chiassose, delle quali un tempo era stato il
capo più ameno. Divenuto superbo, lunatico, sospettoso, si era creato
una infinità di inimicizie e di antipatie.
La vera cagione, per altro, del suo mutamento non l'aveva indovinata
anima viva; neppure la Nena, che portava e riportava i libri da Sandro
alla padroncina, senza mai sospettare che insieme coi libri ci fosse
una corrispondenza secreta. La Sindachessa attribuiva quelle lune alla
nausea del troppo _mangiar di grasso;_ la Ottavia si dava a credere
ch'egli la aveva lasciata perchè, come figlio del segretario comunale,
non voleva inimicarsi colla moglie del sindaco; e l'organista, maestro
di scuola, veterinario (e anche strozzino per meglio campar la vita)
spiegava tutto col brutto viziaccio del giuoco, che, come una
cancrena, divorava il giovane segretamente, tanto che più d'una volta
aveva dovuto ricorrere a lui per aver quattrini.
Tali supposizioni, anche quest'ultima dell'organista, andavano ben
lungi dal vero. Sandrino non toccava mai una carta, il bigliardo non
sapeva nemmeno che cosa fosse, e se faceva debiti era un soprappiù da
segnare sul conto delle sue fortune amorose. Lalla, certo, non lo
faceva spendere direttamente per sè; ma, si sa bene, fantasie tutte le
fanciulle ne hanno, e per gli amanti è un piacere il soddisfarle; poi
ci sono le improvvisate; poi insomma bisogna cercare di fare buona
figura, e quindi addio economie dei figliuoli, e insieme addio
pazienza dei babbi. E babbo Frascolini, anche lui, la perdè la
pazienza, e cantò chiaro sul muso al bambinone, che pecunia da buttar
via non ne aveva altra, dandogli in pari tempo una buona lavata di
capo per il suo ozio, la sua vitaccia, il suo vestire da bell'imbusto,
tutto leccato, profumato, unguentato.--«Il figlio di un segretario di
campagna!--vergognati!»
Infatti il giovine adesso era diventato irriconoscibile: tutte le
bizzarrie della fanciulla erano sacro verbo per lui. A Lalla un giorno
gli uomini piacevano vestiti di velluto, e un altro invece con certe
giacche, con certi _tout-de-même_ blu, bigi, verdi, ora a quadretti,
ora a righette; e la si accorgeva poi sempre, delicatissima com'era,
s'egli adoperava saponi od essenze che non fossero di Pinaud, di
Violet o di Atkinson; cianciafruscole che costavano un occhio.
E la signorina aveva minor colpa che non paresse alla prima. Abituata,
come si dice, a nuotare nell'abbondanza, il _danaro_ non lo conosceva
altro che di nome. Era una sporcizia ch'ella appena toccava colla
punta delle dita per farne elemosine, e che credeva colasse giù,
naturalmente, dalle mani sempre piene de' suoi agenti e de' suoi
grassi e numerosi fittaiuoli. Lalla aveva tutto ciò che voleva senza
cavar mai un soldo dal borsellino e, per ciò, come avrebbe potuto
fermarsi per riflettere se anche a Sandro, sì o no, capitava la roba
con la stessa facilità?... Era povero, la famiglia sua non viveva di
rendita, ma per trovarsi senza quattrini bisogna essere affatto un
pitocco. Un giovinetto che non ha mille lire lo si compiange e può
sembrare anche artistico, sotto un certo punto di vista; ma il giorno
ch'egli non ne ha cento in tasca, e fa all'amore, diventa addirittura
ridicolo. Per tutte queste considerazioni, Sandro sarebbe morto prima
di confessare alla signorina la propria ignobile ristrettezza.
Un'altra spesa superiore alle sue rendite, e alla quale Lalla lo
assoggettava senza darsi alcun pensiero, era quella dei libri. Ormai
la _biblioteca circolante_, coi romanzi del Féval e del Ponson du
Terrail, non appagava il gusto fine della giovinetta, che si
appassionava col de Musset, col Feuillet, col Daudet, ed era poi
curiosissima di leggere lo Zola. Perciò, due, tre volte al mese,
preparava lunghe noticine di romanzi, che Sandro doveva comperare a
quattro lire il volume, e ch'essa poi gli restituiva sempre appuntino,
ed anzi, qualche volta, quando il romanzo era noioso, coi fogli non
ancora tagliati. E Sandro, come avrebbe potuto rifiutarle quelle
garbatezze? Era tutto ciò che la duchessina, circondata dalla
ricchezza e dal lusso, non poteva ottenere se non per via del suo
innamorato. E, oltre a ciò, i libri, erano pure l'unico espediente che
si prestasse alla loro corrispondenza. Il giovanotto ci nascondeva
dentro bigliettini pieni di foco, e la fanciulla, che non si era mai
lasciata sfuggire una riga di scritto, segnando col lapis alcune
parole dei romanzi, con un certo alfabeto combinato d'accordo fra loro
due, gli indicava le ore, il luogo dove vedersi e trovarsi, gli
mandava ordini e contrordini.
Quando capitavano a Sandro quelle piccole note ed egli si trovava
senza il becco d'un quattrino, la disperazione del povero giovane
arrivava al colmo; tanto più che la signorina se desiderava una cosa
la voleva subito subitissimo, e gli allungava il musetto per ogni
ritardo. Un giorno, non potendo più trovar soldi in casa, si ricordò
d'un signorotto lì nei dintorni, un suo camerata di scuola; questi, un
buon diavolaccio, gli prestò la firma e lo diresse dall'organista.
Così Sandro potè contrarre il primo debito. Novellino a siffatte cose,
egli non chiuse occhio la notte, tale e quale come la prima notte in
cui si era aperto con Lalla, perchè le innamorate e i creditori
producono spesse volte i medesimi effetti. Dopo qualche tempo si
abituò un poco anche ai debiti, ma, povero figliuolo, si era abituato
a star male. Che doveva fare? Anche lui preferiva l'aver debiti al non
aver quattrini, e ricordava con raccapriccio la vendita del suo
orgoglio, consumata prima ch'egli avesse scoperta la California della
cambiale.
La signorina Lalla gli aveva dato appunto la noticina di tre romanzi
del Feuillet: _Monsieur de Camors_, _Sibilla_, e un altro citato dal
buon Filippi nella _Perseveranza_. Fatta la somma, e colla spesa del
viaggio per giunta, occorreva una trentina di lire, ed erano già due
giorni, due giorni brutti e neri, ch'egli mulinava spedienti e si
grattava il capo inutilmente, quando, premendosi la mano sul petto,
come per cacciarne fuori l'affanno, sentì da quella parte certi
battiti leggeri che, pure non essendo quelli del cuore, annunciavano
che lì c'era la vita: erano i battiti dell'orologio.
--Ah, sì, sì, le trenta lire sono trovate!... Torniamo dunque a volare
nell'azzurro!...
Sarebbe partito l'indomani mattina, subito, in omnibus, quantunque da
poco in qua egli sdegnasse di servirsi di quel democratico mezzo di
trasporto, adoperato dalla gente di villa che viaggiava per economia.
Ma necessità non ha legge, e la corsa della strada ferrata non
l'avrebbe potuta pagare che a orologio venduto. Durante il viaggio,
per altro, la sua gioia ricominciò a intorbidarsi. Sentiva crescere le
inquietudini e i dubbi per quella vendita; in città non sapeva a chi
avrebbe potuto rivolgersi, e sentiva una gran pena e arrossiva
figurandosi d'entrare in una bottega, a domandare:--Quanto mi date di
questo?... Se lo avesse saputo la signorina? Si sarebbe sotterrato
dalla vergogna!--Per ciò appunto, non aveva voluto vendere l'orologio
in paese; in città, almeno, nessuno sapeva chi egli fosse.
--Trenta lire!... Ma... daranno poi trenta lire?... Quando si deve
vendere la roba, non si prende più niente!....
In fondo al cuore, sentiva anche un'angoscia grande, profonda per
doversi dividere da quel suo vecchio compagno... L'orologio era una
memoria della sua mamma; essa lo portava sempre con sè; il giorno
della sua morte lo aveva accanto al letto!... Sandro, sospirando, lo
levò dal taschino e lo guardò lungamente. Non gli era mai sembrato
tanto bello! Gli pareva di vederci dentro qualche cosa della sua
povera mamma ammalata, e sentì stringersi il cuore davvero. Diamine!
quella goccia ch'era caduta sul vetro era proprio una lacrima; e
quando volle asciugarla col dito, la goccia si allargò e lo appannò
tutto quanto... No; non doveva vendere l'orologio della mamma. Il
venderlo gli avrebbe portato sfortuna. Ma, a Lalla?... Lalla che lo
aspettava col _Monsieur de Camors_, _Sibilla_, e quell'altro
romanzo?...--Non doveva venderlo!...--Si fa presto a dirlo; ma ormai
era troppo tardi. Il viaggio bisognava pagarlo, bisognava mangiare un
boccone, e in tasca non c'era un soldo!... Si ricordò di essere stato
altre volte da un orologiaio, in _Piazza dei Mercanti_, per qualche
incarico avuto dal signor Domenico: egli sapeva ora dove far capo; e
con questo pensiero tutte le incertezze svanirono. Un giorno, chissà,
quando sarebbe diventato ricco, perchè la prospettiva della ricchezza
e della celebrità gli stava sempre fissa dinanzi agli occhi, egli
avrebbe potuto ricuperarlo; anzi, lo avrebbe ricuperato ad ogni costo.
Appena dentro dalle porte il giovanotto discese in fretta
dall'omnibus. Non voleva farsi vedere allo stallatico in compagnia dei
villani. Una volta ci si fermava e faceva gazzarra con loro; ma
adesso, con una duchessina nel cuore, era diventato aristocratico.
Si avviò subito verso la _Piazza dei Mercanti_; a mano a mano, per
altro, che si avvicinava alla meta, camminava sempre più adagio,
fermandosi ritto davanti alle vetrine delle botteghe, senza sapere
nemmeno lui che cosa guardasse. Quella strada gli era apparsa, le
altre volte, il doppio più lunga, e come si trovò dinanzi alla bottega
dell'orologiaio, non ebbe il coraggio di entrarvi. Tirò innanzi, poi
ripassò: bisognava pure risolversi, sicuro, ma voleva prima vedere se
in bottega c'era il padrone; con quello gli pareva di averci più
confidenza: ritornò indietro di nuovo: le tendine erano calate sul
cristallo. Occorreva uno sforzo eroico di volontà.
--Ancora un giro intorno la piazza, e poi se non entro diritto in
bottega, vuol dire che sono un vigliacco! Alla fine non vado nè a
rubare, nè a domandar l'elemosina; vado a vendere la roba mia, e il
mercante, se la compera, la compera perchè ci ha il suo tornaconto.
Questa volta entrò veramente.
L'orologiaio, quello stesso appunto col quale Sandrino aveva discorso
altre volte, sedeva davanti al tavolo con le sue brave pinzette in
mano. Era un tedesco biondo, grassotto, colla faccia rasa; vestiva una
zimarra larga, colle maniche rimboccate. Si levò da sedere, tutto d'un
pezzo, posando sul banco da lavoro, sotto una campanella di vetro, il
castello di un orologio che stava aggiustando, si tolse dall'occhio la
lente, dopo aver alzata con due dita la ventola a visiera fin sulla
fronte, e disse:
--_Pon ciorno_--accompagnando il saluto con un cenno del capo.
--Lei forse non si ricorda più di me?--cominciò Sandro, assai
rinfrancato, dal trovare il suo omo solo, in bottega.--Sta bene?
Il tedesco squadrò il giovine con due occhiacci bigi, e un po' loschi
per l'uso della lente.
--_Penissimo, crazie_.
--Sono Frascolini di Santo Fiore. Si ricorda?
--No, signore, non _ricorto. Necozio crante; fiene, fa molta cente. A'
suoi comanti_.
--Io sono stato da lei l'anno passato...
--Oh! anno passato! Come posso _ricortare_ anno passato...?--e il
tedesco alzava una mano movendola in modo che pareva cacciasse le
mosche dall'orecchio.
--Ci sono venuto per conto del signor Domenico; del nostro sindaco...
--_Penissimo, penissimo_. A' suoi _comanti_.
--Vorrei, se le fosse di comodo, vorrei...--e Sandro, che aveva già in
mano il suo bravo orologio, stava appunto per fare l'offerta, quando
di colpo, sbattendo con violenza l'uscio a cristalli, entra in bottega
una bella signora, e assai elegante. A Sandrino mancò nuovamente il
coraggio; avrebbe aspettato, e sarebbe anche andato via volentieri, ma
il tedesco non badava nemmeno alla signora, e continuava a guardare il
giovane con una tal quale serietà, che voleva dire:--alle corte,
sbrighiamoci.
--Vorrei, vorrei... _cambiare_ il mio orologio. Ma non ho premura,
posso anche ritornare più tardi, faccia il comodo della signora.
--Oh! la signora è mia moglie.
A questa risposta il filodrammatico si sentì cascare le braccia. Non
poteva certo tornare indietro, e adesso, dopo quella maledetta
parola--_cambiare_--che gli era scappata, non sapeva più come tirare
innanzi.
Intanto la bella signora, passava d'accosto al marito, dall'altra
parte del banco, e spogliatasi del cappellino e dei guanti, distendeva
sopra il tappeto di panno verde, _remontoirs_, _cilindri_ e
_cronometri_ di oro e d'argento, levandoli fuori da una cassetta
suddivisa in tante piccole scatole, l'una dentro l'altra. La signora
parlava l'italiano speditamente; era gentile e chiacchierina assai.
Mostrava al giovane gli orologi accompagnandoli con certi sguardi che
dicevano tutto; maneggiando la merce delicatamente colle dita bianche,
un po' impacciate dai grossi anelli ingemmati, e facendo saltare le
casse e le calotte colle unghiette rosa, lucenti e forti come
l'acciaio. Il tedesco non fiatava, lasciava fare alla moglie, e
flemmaticamente, con una pezzuola di lino, ripuliva il metallo degli
orologi che si appannava a toccarlo.
Sandro, dinanzi a tanto tesoro, restava intontito, colla bocca aperta,
e l'orologio da vendere in tasca. Non sapeva risolversi, e capiva di
essere in una condizione molto ridicola. Ad ogni momento credeva di
sentire dietro le spalle il riso schernitore della duchessina, mentre
tutti gli orologi a pendolo, appesi all'intorno, coll'oscillar dei
dondoli, che variavano dalle note acute, argentine, a quelle più gravi
e profonde, gli mettevano il capogiro, e pareva lo deridessero,
ripetendo il nome di Lalla in ogni tono, coi loro _tic tac_, lenti,
misurati e monotoni.
Non c'era più scampo; la sua parte era proprio quella dell'Arlecchino
finto principe! Faceva un viaggio per guadagnare trenta lire
coll'orologio della sua povera mamma, e l'orologiaia, invece, gli
offriva certi _patek_ a precisione che ne valevano seicento!... Già,
vedendolo così elegante, lo avevano preso per un riccone!... E intanto
restava lì, impalato, senza dir nulla. Andar via?... Si fa presto; ma
come andar via, se non sapeva trovare una scusa?... Poteva dire che
gli orologi erano troppo cari. Eh, ma la signora ne aveva anche di
minor prezzo. Provare con un'offerta impossibile?... E se poi era
accettata?...
Finalmente, prese tutto il suo coraggio a due mani, e--questo
mio--domandò, levando l'orologio dal taschino--quanto me lo
valuterebbe?--Il tedesco staccandoglielo dalla catenella di similoro,
si ficcò la lente in un occhio, lo aprì, e dopo averlo esaminato ben
bene di dentro e di fuori, borbottò qualche parola colla moglie.
--Sa--rispose la signora a Sandrino, sporgendo i labbruzzi--è
un'anticaglia. Ha difettoso lo _scappamento_; ci sarebbe bisogno di
molte riparazioni e--aggiunse poi sorridendo--le converrebbe meglio di
tenerlo in serbo per la prima cresima.--Sandro, che si era sentito
agghiacciare, sorrise un poco anche lui, per darsi tono.
Nel frattempo, erano entrati in bottega due nuovi avventori. Ma non
avevano fretta, aspettavano che il forestiere avesse conchiuso il suo
affare, esaminando le mostre e occhieggiando la bella signora.
--Anche se non mi conviene, poco importa. Non so che farmene di
ferravecchi, e per le cresime, a far buona figura, sa bene, oggimai,
ci vuol roba nuova.
Marito e moglie si consultarono, guardandosi negli occhi, senza
parlare.--Tutt'al più--disse lei--posso valutarlo trenta... trentadue
lire; e faccio un affare assai magro.--Trentadue lire! E Sandrino che
avea ripetuta mentalmente la somma, ebbe un sussulto di gioia: i libri
della signorina non iscappavano più. Allora si fece animo. Già non
poteva tirarla in lungo fino a sera: i quattrini c'erano e ne
cresceva: tornava conto finirla.
--Facciamo così--concluse con la voce che un po' gli tremava:--intanto
si tenga il mio: voglio liberarmene; coll'_ordinario_ venturo poi,
passerò con mio padre e allora, sentendo anche il suo parere, mi
risolverò per l'uno o per l'altro di questi due.--E l'ingenuo ragazzo
indicava un paio di _remontoirs_, dei più cari.
--Oh!--questa volta fu il tedesco a parlare--altra cosa _fendere_,
altra cosa prender per cambio!--E marito e moglie, voltate le spalle a
Sandro, presero a servire gli altri avventori, lasciandolo con un
palmo di naso a contemplare il suo scaldaletto dimenticato sul tavolo,
aperto e, per soprappiù, calunniato nello _scappamento_.
--Per finirla--conchiuse Sandrino, il quale, vedendo che non lo
sbrigavano mai, cominciava a perdere colla pazienza anche un po' la
soggezione--quanto mi dà, dunque, adesso?
--_Fenti_ lire, e _foglio_ essere _rincraziato_.
--Bene, lo tenga.
Venti lire? Volevano strozzarlo; quest'era un rubare a man salva; ma
al giovinotto, ancora digiuno, anche la fame gli diceva una parolina,
poi non aveva più lena di andare avanti colla via crucis in un'altra
bottega e in un'altra e in un'altra, col rischio magari, di non
poterlo vendere neppure.--In tal caso, come se la sarebbe cavata? E a
Santo Fiore, come ci sarebbe tornato?--L'orologiaio intanto, aveva
borbottato di nuovo colla moglie, la quale, aperto un cassettino,
buttò sul tavola due biglietti sudici da dieci lire.
Sandro li afferrò con orgasmo; poi, senza cavarsi il cappello, infilò
diritto la porta; ma sentì richiamarsi.
--Quel giovane!... e la firma?
Sandro aprì tanto d'occhi, maravigliato; ma non c'era verso, dovette
proprio scrivere nome e indirizzo sopra un apposito scartafaccio,
mentre sentiva la bella signora spiegare agli altri, i quali
comperavano un orologio davvero, come la faccenda del far apporre la
firma fosse una prescrizione imposta dalla questura, per il caso che
comperassero, senza saperlo, roba rubata. Sandrino sentì un gruppo
alla gola, e scappò via per non piangere:
--Rubato!... l'orologio della mia povera mamma!... Rubato!
La sera stessa, senza lasciar scorgere quanto gli erano costati cari,
e dimenticando anzi, per quel momento, tutte le ambascie sofferte,
egli consegnò a Lalla i romanzi: mancava solo il _Monsieur de Camors_,
che non c'era potuto entrare nelle venti lire.
--Oh, che peccato!--esclamò la signorina sinceramente.--Di questi non
so che farne!... Li ho trovati dalla mamma, cercando in mezzo ai suoi
libri. Era solo il _Monsieur de Camors_ che desideravo!... Che
peccato!--E distratta e mortificata, si pose a tagliuzzare le carte
sbadatamente, con una stecca d'argento a cesello, che avrebbe potuto
pagare, essa sola, tutti i debiti del Frascolini.