XV.

Don Gregorio era un sant'uomo. Anch'egli, come Maria, non era di

questo mondo, e pieno di criterio e di dottrina, pure si presentava

inerme contro la furberia e la doppiezza che sapevano sorprendere la

sua ingenuità. Egli conosceva il cuore umano, conosceva anche le

passioni, ma per quel tanto che il cuore e le passioni dell'uomo

avevano bisogno di aiuto e di conforto; del resto i buoni e i cattivi

erano i felici e gli infelici; ma la malvagità stessa non era per lui

altro che una sventura. Ma se tutto il male non viene per nuocere,

così non tutto il bene riesce a giovare; e don Gregorio, preso nelle

reti del duca d'Eleda, ne divenne in breve uno strumento docile e

cieco.

Prospero Anatolio si era messo a fare in quel tempo frequentissime

gite a Santo Fiore, e invece di farsi condurre colla carrozza

direttamente al _Palazzo_, smontava prima alla canonica, in cerca di

don Gregorio, e tutt'e due passavano ore e ore in secreti colloqui. Il

piano del duca era altrettanto semplice, quanto pratico: confessione

intera dei propri torti rispetto alla moglie, e delle proprie colpe

rispetto a Dio, scusandosene in parte e accusando a sua volta la

severità eccessiva della duchessa Maria, che lo aveva abbandonato,

lasciandolo solo, senza affetti e senza conforti. Se Maria fosse stata

per lui una moglie amorosa, oh allora come egli si sarebbe sentito

forte contro le tentazioni! Ma invece, veduto appena il marito vicino

al pericolo, essa non volle sentir difese, non volle sentir

preghiere... anzi pareva avesse paura ch'egli fosse innocente!...

Certo certo, lì sotto covava un segreto, un segreto del cuore, ancora

vivo e forte dopo tanti anni, il quale aveva cominciato dal

consigliare a Maria di fuggire, e che poi l'aveva seguita nel suo

ritiro, innalzandosi sempre tra di loro come una porta di bronzo. Ma

se un simile stato di cose egli aveva potuto sopportare a stento come

marito, non poteva più farlo ormai come padre. Egli voleva redimere i

propri trascorsi con una vita nuova; e se fino allora si era lasciato

sacrificare, adesso avrebbe impedito ad ogni costo che fosse

sacrificata anche Lalla, la sua Lalla adorata, che l'egoismo di Maria

seppelliva a Santo Fiore, mentre invece doveva entrare nel mondo a

fianco della madre per esservi felice, e per trovarvi quel

collocamento ch'egli le augurava colle benedizioni del Cielo.

E a proposito del segreto del cuore, il duca Prospero diceva proprio

la verità... senza saperlo. Certe cose delicate, quando si credono sul

serio, non si raccontano mai. Invece, per il cieco marito, quell'amore

di Giorgio era sempre la commediolina della moglie ch'egli si

compiaceva di risolvere a proprio vantaggio. E anche adesso ne faceva

suo pro con don Gregorio per circuirlo, per abbindolarlo, per farselo

alleato, e raggiungere il suo fine: la riconciliazione di Maria, la

quale riconciliazione si era fatta, in seguito agli ultimi

avvenimenti, e secondo le sue viste, più che mai necessaria.

Dopo l'avvento della _Sinistra_ al potere, e specialmente dopo la

morte di Vittorio Emanuele, l'onorevole della _curia_ di Borghignano,

spaventato dal famoso _ponte_, gridava ai quattro venti di non volerne

mai più saper di politica; profetava torbido, minaccioso il futuro, e

consigliava a tutti di rinchiudersi in casa, finchè di fuori fosse

calmata la tempesta. In gran parte, quella paura egli la sentiva

davvero; e se prima gliel'aveva inspirata il _novantatrè_, adesso

anche il _nichilismo_ e l'_internazionale_ ci mettevano lo zampino. Ma

non era poi altrettanto sincero quando strombettava di non volerne più

sapere di deputazione. Non era stato lui che aveva piantato in asso

gli elettori; al contrario gli elettori avevano lasciato lui sul

lastrico, mandando a Roma, in sua vece, il conte Della Valle, il quale

non salì la _Montagna_, come qualcuno aveva temuto, ma rimase al

_centro sinistro_. Fermata opportuna, che tranquillò un poco le teste

quadre del gran caffè di Borghignano, occupate, in quello scorcio di

elezioni, a fare e a disfare l'Italia, la monarchia e la repubblica

due volte al giorno, regolarmente: la mattina all'ora di colazione, e

la sera dopo il teatro.

In quegli ozi forzati dopo l'amara sconfitta, Prospero Anatolio pensò

che colla scusa di dedicarsi alla figlia, avrebbe potuto riavere la

moglie, che vedeva farsi più bella e più fiorente, quanto più egli

diventava vecchio e floscio... e poi c'era un'altra circostanza che lo

infervorava in quel disegno. Il duca, da qualche mese facente funzione

di sindaco a Borghignano, voleva esser nominato sindaco effettivo per

poter arrivare più presto alla Camera vitalizia, e sperava molto

nell'aiuto dei pranzi e delle feste, già esperimentato con buonissimo

esito a Firenze.

Tutte queste circostanze, tutto questo miscuglio di passioni, di

vanità, d'interessi non solo non erano indovinati, ma non avrebbero

potuto essere nemmeno supposti dall'ingenuità di don Gregorio, che nel

duca d'Eleda vedeva solo un padre e un marito amantissimo della moglie

e della figliuola, e solo desideroso di riparare i propri torti. Per

tutto ciò il buon prete si faceva in quattro pensando al modo di

consolarlo e di aiutarlo; ed era già parecchio tempo che colla

perseveranza più ostinata, martirizzava la duchessa per indurla a

riconciliarsi col marito. Oltre all'autorità che don Gregorio godeva

sull'animo di Maria, egli sapeva toccarle tutte le più riposte corde

del cuore, presentandole da un lato l'avvenire della figlia,

dall'altro lo stata anormale del signor duca, e la poveretta,

sentendosi meno sicura dopo tante lotte, domandava angosciata a sè

stessa se aveva proprio diritto di ostinarsi nel non voler perdonare,

e temeva e tremava che l'affetto serbato vivo nell'anima non la

rendesse colpevole come moglie e come madre.

Questo tasto, delicato assai, don Gregorio non si era ancora

arrischiato a toccarlo. Esitava, un poco per naturale riguardo, un po'

perchè voleva servirsene come un argomento formidabile, per dar

l'ultimo colpo quando Maria fosse vicina ad arrendersi. Per tentarlo

davvero ci volle la spinta del duca, il quale minacciava una scenata,

uno scandalo se non si faceva a suo modo:--Bisogna battere il ferro

quando è caldo!--pensava Prospero Anatolio.

In fatti, capitato uno di quei giorni a Santo Fiore, il duca aveva

passata tutta la mattina alla canonica, senza che Maria, uscita in

carrozza a passeggiare, sospettasse il suo arrivo. Era una bella

giornata di giugno, venuta fuori dopo un'acqueruggiola fitta, che

pareva avesse dato una mano di calore a tutto il verde della campagna,

al turchino del cielo, alle case, al villaggio, al campanile e ai

monti lontani, che si disegnavano nettamente sull'orizzonte, senza

penombra, e senza sfumature. Si respirava un'aria fresca e leggera,

piena di atomi profumati che la pioggia aveva sbattuto dalle erbe e

dagli alberi. Anche don Gregorio sentì il bisogno di rivivere

all'aperto, e partito appena il signor duca, si avviò, passo passo,

fino al piccolo cimitero del borgo. Ivi fatta una breve sosta,

nell'uscire incontrò Maria che passava in carrozza; e la carrozza ad

un cenno della duchessa si fermò subito.

--Vuol salire con me, don Gregorio? Lo accompagno a casa.

--Grazie, figliuola; ma vorrei fare due passi; ne ho bisogno.

--Allora scendo, e cammineremo un po' insieme.

Maria smontò infatti, e tutt'e due tennero dietro alla carrozza che

andava lentamente verso il paese. Don Gregorio non disse nulla a Maria

dell'arrivo e dei lunghi discorsi fatti quel giorno stesso col duca

Prospero; ma coll'eloquenza della convinzione e del cuore ritornò

bravamente all'assalto.

Le fece capire che per l'avvenire e per la felicità di Lalla, era

ormai necessario di prendere una risoluzione. La fanciulla s'era fatta

una giovinetta, e non poteva più vivere in campagna. Bisognava

ritornare a Borghignano: e allora Maria come avrebbe potuto rimanere

in collera con suo marito? Per tutti e due doveva essere uno stato di

cose insoffribile e da non potersi sostenere. Lalla stessa, notando la

vita così irregolare dei genitori, ne avrebbe forse cercato anche la

cagione angustiando il suo cuore di figlia colla scoperta di una

verità molto dolorosa... e anche pericolosa assai per la serenità

della sua coscienza e de' suoi affetti. In ogni modo, il signor duca

era pentito, pentitissimo... e domandava perdono de' suoi falli.--Ma

poi, in fine, se il signor duca si era allontanato qualche volta dal

buon sentiero, non sentiva ella pure nel suo cuore di donna, di

moglie, di aver contribuito a quel traviamento, colla propria durezza,

colla propria inflessibilità?... Come pretendere che facciano gli

altri il proprio dovere, quando noi ci rifiutiamo di adempiere il

nostro?... E Lalla, che adorava il signor duca, non avrebbe trovata un

giorno troppo eccessiva e crudele quella severità della mamma?...

Finalmente poi Maria non aveva diritto di separare il babbo dalla

figliuola, come non poteva più oltre rifiutarsi di dimenticare

un'offesa, una grave offesa, ma dolorosamente espiata.--Bisogna

perdonare--concluse don Gregorio--per essere alla nostra volta

perdonati; e il Signore, che aveva insegnato ciò col suo esempio,

aveva cara sopra tutte la virtù del perdono; era quella che

maggiormente avvicinava ai beati spiriti del Paradiso la creatura

della terra.

--Io gli perdono, io gli ho perdonato,--balbettò Maria, un po'

mortificata dalle gravi parole del vecchio sacerdote.

--Non basta... bisogna amarlo... egli è tuo marito; hai giurato a Dio

che lo avresti amato per tutta la vita.

--Amarlo... amarlo, non posso, non posso!

--Perchè non puoi?... Sarebbe adunque così grande il tuo orgoglio da

tener chiuso il cuore per sempre ad ogni dolce sentimento, oppure...

oppure dimmi, figliuola, nel tuo cuore nasconderesti un segreto, un

segreto che non mi hai confidato?

E don Gregorio si fermò per fissar Maria attentamente, e la vide

rossa, confusa, chinare il capo sul petto.

--Dunque è proprio vero? Tu ami?... Ami un altro uomo?... So, so, so

tutto ciò che mi vuoi dire: tu non ti credi colpevole perchè sei

fuggita prima di cadere: ma nella fuga hai portato un'immagine nel tuo

cuore; un'immagine che avresti dovuto scacciare, dimenticare, e invece

è quest'immagine che oggi ancora si pone fra te e il tuo dovere.

Ah! era davvero una colpa quell'amor suo misero e caro?... e lo

scrupolo, il dubbio della povera tormentata adesso si mutava in

rimorso.

--Oh! no, no, don Gregorio! Io non sapevo di amare, fu un sogno, e

quando mi sono svegliata non ero più padrona del mio cuore, non potevo

altro che fuggire, e son fuggita via subito. _Lui_ non sa nulla... mi

ha veduta fredda, mutata, dubita che io non gli voglia più bene, non

si ricorda più di me. Qui, così sola, lontana da tutti, non credevo di

far male se pensavo a lui, qualche volta. Quel pensiero mi faceva

tanto bene, mi rifaceva buona, mi confortava! Non era un turbamento,

ma una consolazione che mi dava quiete e forza... che mi aiutava a

vivere.

--Sei madre e parli in questo modo? In tua figlia non avevi la

consolazione, la quiete, la forza? Sei madre, e tua figlia non ti

bastava per vivere? Piangi?... Sì... sì, piangi, Maria, perchè hai

grandemente offeso la Provvidenza.

Maria si era sentito stringere il cuore per l'inesorabile verità di

quella risposta; e mentre grossi lacrimoni le colavano giù dagli

occhi, balbettava timidamente, come per iscusarsi:--Non l'ho più

riveduto... Non gli ho più scritto... non sa più niente di me...

--E per questo--esclamò don Gregorio, colla voce mal ferma--e per

questo sola ti credi onesta; ma onesta, sei agli occhi degli uomini,

non agli occhi di Dio. Come donna, se non hai fatto male, lo hai

amato, e come sposa, dalle tue promesse inviolabili, sacre di fedeltà

e di amore, hai sottratto la parte più bella, l'anima e il cuore.

Povera Maria! Ella continuava a piangere; ma le sue non erano le

lacrime sole del rimorso; c'erano pur quelle ineffabili del sacrificio

che stava per compiere: della sua cara libertà e del suo casto

rifugio. E poi c'era un altro pensiero, un pensiero più forte di lei,

che si faceva strada in quel turbamento dello spirito, per angosciarla

e insieme per consolarla, spaventandola e facendola quasi contenta di

essere costretta a cedere alle insistenze di don Gregorio... il

pensiero di _rivederlo_.

Tutto ciò si agitava nel cuore di Maria colla lotta di mille

sentimenti opposti e confusi, che si urtavano insieme, che la

straziavano, e guardando a ritroso nei lunghi anni trascorsi

rimpiangeva il passato, che era solo la calma di un gran dolore, ma

che le appariva in quel punto come una felicità cara e perduta.

Intanto don Gregorio, vedendola scossa, s'infervorava sempre più

rivolgendosi al suo cuore, alla sua ragione, alternando le preghiere

al comando, le promesse del premio alle minacce del castigo, finchè la

povera donna, spaventata e vinta, promise formalmente che si sarebbe

rassegnata a compiere ciò che doveva essere il suo dovere. Don

Gregorio sentì allora nel proprio cuore il peso del grande sacrificio

che stava per imporre, e commosso a sua volta le strinse la mano,

mormorando con un'espressione d'affetto indicibile:--Coraggio,

figliuola mia, coraggio!--Poi tutt'e due continuarono silenziosi il

loro cammino verso Santo Fiore, mentre le povere contadine,

abbrustolite dal sole e sfinite dalla fame, che incontravano la ricca

duchessa, borbottavano contro la Provvidenza... che concedeva il

Paradiso ai _signori_ in questa vita e nell'altra.

Quando don Gregorio e Maria giunsero a vista del Palazzo, scorsero

subito il duca d'Eleda: questi, veduta arrivare la carrozza vuota,

aspettava ansioso presso il cancello.

--Mio Dio!...--balbettò Maria con un brivido. Non le lasciavano

nemmeno il tempo per respirare, per riflettere, per soffrire un po'

sola, in pace...

--Coraggio, coraggio--ripetè ancora don Gregorio, ma più a bassa voce.

Il duca Prospero li ebbe subito raggiunti, e salutata affettuosamente

Maria, che rispose con un cenno del capo, entrarono insieme nel

giardino.

--Abbracciate vostra moglie--disse don Gregorio al duca, che lo

interrogava cogli occhi--essa vi ha perdonato.

Prospero Anatolio uscì in una esclamazione inarticolata di sorpresa e

di gioia, e strinse forte la moglie contro il petto, baciandole la

bocca e le guance.

Maria, dopo tanti anni, sentiva con disgusto l'alito caldo di un uomo

bruciarle la faccia; le sembrò di esserne contaminata, di essere

divenuta indegna dell'ideale purissimo, che ad onta della sua volontà

e del suo sincero pentimento era ancora, era sempre vivo nel suo

cuore, come le gemme del mare che l'onda in tempesta non frange, ma

rende più vivide e scintillanti. Al duca tremavano le labbra,

balbettava, e il volto pallido, scialbo, avrebbe mostrato ad occhi più

esperti che non fossero quelli di don Gregorio, come non venisse

solamente dal cuore tutta quella grande commozione. Ma don Gregorio,

invece, ammirava Maria intenerito, e si sentiva contento come di

un'opera buona e bella, della quale egli si sapeva artefice.

Di solito, Prospero, accompagnava il prete quando questi ritornava

alla canonica; invece quel giorno non si mosse. Egli aveva bisogno di

godersi tutta la dolce felicità della famiglia: voleva star colla

moglie: sentiva di non poterla più abbandonare, e infatti, aspettò

l'ora del pranzo passeggiando in giardino con lei, tenendola stretta

al suo braccio, chiamandola con tutti gli sdolcinati nomignoli

imparati già dalla de Haute-Cour. Ma a poco a poco egli si faceva più

taciturno, fissava Maria divorandola cogli occhi; e da pallido

diventava rosso in viso, con due chiazze accese che gl'infiammavano le

guance agli zigomi. Pareva distratto, preoccupato, inebetito; di tanto

in tanto si guardava intorno, inciampava; poi, con malizia

premeditata, facendo alla moglie certi visacci che volevano essere

sorrisi, la spinse, serrandola fianco a fianco, sotto un capanno fitto

di convolvoli; e là dentro, abbracciandola e stringendola

all'improvviso, di nuovo la baciò sulle labbra, sulle guance, sul

collo.

--No, no, no...--supplicava la poveretta, tentando inutilmente di

svincolarsi dalla stretta e di difendersi da quella bocca sgarbata.

--Sei... mia... a... adesso... mi hai pe...e...--e non riuscendo a

finir la parola, e Maria piegando vivamente la faccia per ischivare il

fiato che l'ammorbava. Prospero Anatolio le stampò un altro bacio,

sopra l'orecchio, che la fece rabbrividire.

--Babbo!... Babbo!...--si udì gridare in quel punto da Lalla, che si

avvicinava al capanno correndo.

--Lalla!--esclamò Maria; e adesso, al disgusto e alla collera

aggiungendosi il timore di poter essere sorpresa dalla propria

figliuola, respinse il duca, facendolo rinculare d'un passo.

Lalla ritornava allora da un pellegrinaggio alla Madonna di Valsanta,

quattro ore di strada a piedi, impiegate nel recitar rosari e litanie.

La duchessina, creata _priora_ della _Scuola Cristiana_ di Santo

Fiore, aveva ordinato, col mezzo di don Vincenzo, quel devoto

pellegrinaggio.

Vi avevano preso parte tutte le maestre, tutte le alunne della

_Scuola_, capitanate dalla signora Sindachessa, e soltanto la bella

Ottavia non vi era intervenuta. Ma Lalla, da qualche tempo, si

prendeva un po' troppo il divertimento di farla arrabbiare, non

parlandole mai, non salutandola nemmeno, mentre invece era piena di

gentilezze per la signora Veronica; e perciò, non volendo ammalarsi di

fegato, nè contribuire alla gioia della rivale, la bella bionda si

sfogava con un'alzata di spalle, e schivava le occasioni di trovarsi

insieme.

Digiuni, novene e tridui, alla cui spesa avrebbe supplito Lalla colla

sua cassetta privata, avevano preceduto il pellegrinaggio. Lalla, miss

Dill, don Vincenzo intonavano le orazioni, ripetute dal coro, che

cangiava ciliege e parole. Nè in quella processione mancavano le belle

ragazzotte, ragion per cui agli svolti delle viuzze, o vicino ai

tabernacoli, c'erano appostati gli zerbinotti, che seguivano da lungi

la brigatella, sfidando le occhiatacce irose della signora Veronica,

che si voltava indietro borbottando inviperita, coll'autorità del

sindaco suo consorte, che ella sentiva di rappresentare.

Anche la duchessina era severissima, in fatto di morale e, per un

nonnulla, faceva cancellare le giovani dal registro della _Scuola

Cristiana;_ ma, per debito di giustizia bisogna anche aggiungere che

sapeva dare il buon esempio. In fatti il giovane Frascolini avrebbe

perduto subito tutta la protezione della fanciulla soltanto che si

fosse lasciato vedere durante il pellegrinaggio. Lalla si era

confessata, doveva comunicarsi a Valsanta, era pentita dei propri

peccati, e coll'atto di contrizione faceva solenne promessa di non

commetterne più... fino alla sera, alla sera di quel giorno medesimo

in cui doveva trovarsi con Sandrino. E forse, appunto per questo dolce

ritrovo, la signorina avrebbe rinunciato di gran cuore anche

all'arrivo improvviso del babbo, ch'ella per altro spiegava a tutti

quanti come un primo miracolo concessole dalla Madonna, che le

mostrava in tal modo di aver molto gradito il pellegrinaggio a

Valsanta.

E anche quel giorno essa abbracciò _il suo caro papparino_ con grande

effusione di tenerezza; e durante il pranzo fu amabilissima, e

sostenne da sola, si può dire, tutta la conversazione. In fatti Maria

si mostrava pensosa e triste e la miss s'era imbronciata col signor

duca, perchè questi aveva dimenticato di complimentarla secondo il

solito. Infelice miss Dill! Non sapeva che sorba l'aspettava alle

frutta!... La notizia che due giorni dopo sarebbero partiti tutti per

Borghignano!... Lalla, a quell'annunzio, non si ricordò del

Frascolini, ma fuori di sè per la gioia di diventare cittadina,

saltando e battendo le mani dall'allegrezza, volle buttarsi subito al

collo del babbo. Maria ebbe ancora un sospiro profondo, sommesso,

mentre miss Dill colla bocca aperta, impeciata di marenga al zabaione,

lo sguardo esterrefatto, che facea ridere nella sua terribilità,

diventava verde, gialla, livida, con un sobbalzo così forte di tutta

la sua anatomia che pareva scricchiolasse.

Mater dolorosa · 第 24 / 45 题