Don Gregorio era un sant'uomo. Anch'egli, come Maria, non era di
questo mondo, e pieno di criterio e di dottrina, pure si presentava
inerme contro la furberia e la doppiezza che sapevano sorprendere la
sua ingenuità. Egli conosceva il cuore umano, conosceva anche le
passioni, ma per quel tanto che il cuore e le passioni dell'uomo
avevano bisogno di aiuto e di conforto; del resto i buoni e i cattivi
erano i felici e gli infelici; ma la malvagità stessa non era per lui
altro che una sventura. Ma se tutto il male non viene per nuocere,
così non tutto il bene riesce a giovare; e don Gregorio, preso nelle
reti del duca d'Eleda, ne divenne in breve uno strumento docile e
cieco.
Prospero Anatolio si era messo a fare in quel tempo frequentissime
gite a Santo Fiore, e invece di farsi condurre colla carrozza
direttamente al _Palazzo_, smontava prima alla canonica, in cerca di
don Gregorio, e tutt'e due passavano ore e ore in secreti colloqui. Il
piano del duca era altrettanto semplice, quanto pratico: confessione
intera dei propri torti rispetto alla moglie, e delle proprie colpe
rispetto a Dio, scusandosene in parte e accusando a sua volta la
severità eccessiva della duchessa Maria, che lo aveva abbandonato,
lasciandolo solo, senza affetti e senza conforti. Se Maria fosse stata
per lui una moglie amorosa, oh allora come egli si sarebbe sentito
forte contro le tentazioni! Ma invece, veduto appena il marito vicino
al pericolo, essa non volle sentir difese, non volle sentir
preghiere... anzi pareva avesse paura ch'egli fosse innocente!...
Certo certo, lì sotto covava un segreto, un segreto del cuore, ancora
vivo e forte dopo tanti anni, il quale aveva cominciato dal
consigliare a Maria di fuggire, e che poi l'aveva seguita nel suo
ritiro, innalzandosi sempre tra di loro come una porta di bronzo. Ma
se un simile stato di cose egli aveva potuto sopportare a stento come
marito, non poteva più farlo ormai come padre. Egli voleva redimere i
propri trascorsi con una vita nuova; e se fino allora si era lasciato
sacrificare, adesso avrebbe impedito ad ogni costo che fosse
sacrificata anche Lalla, la sua Lalla adorata, che l'egoismo di Maria
seppelliva a Santo Fiore, mentre invece doveva entrare nel mondo a
fianco della madre per esservi felice, e per trovarvi quel
collocamento ch'egli le augurava colle benedizioni del Cielo.
E a proposito del segreto del cuore, il duca Prospero diceva proprio
la verità... senza saperlo. Certe cose delicate, quando si credono sul
serio, non si raccontano mai. Invece, per il cieco marito, quell'amore
di Giorgio era sempre la commediolina della moglie ch'egli si
compiaceva di risolvere a proprio vantaggio. E anche adesso ne faceva
suo pro con don Gregorio per circuirlo, per abbindolarlo, per farselo
alleato, e raggiungere il suo fine: la riconciliazione di Maria, la
quale riconciliazione si era fatta, in seguito agli ultimi
avvenimenti, e secondo le sue viste, più che mai necessaria.
Dopo l'avvento della _Sinistra_ al potere, e specialmente dopo la
morte di Vittorio Emanuele, l'onorevole della _curia_ di Borghignano,
spaventato dal famoso _ponte_, gridava ai quattro venti di non volerne
mai più saper di politica; profetava torbido, minaccioso il futuro, e
consigliava a tutti di rinchiudersi in casa, finchè di fuori fosse
calmata la tempesta. In gran parte, quella paura egli la sentiva
davvero; e se prima gliel'aveva inspirata il _novantatrè_, adesso
anche il _nichilismo_ e l'_internazionale_ ci mettevano lo zampino. Ma
non era poi altrettanto sincero quando strombettava di non volerne più
sapere di deputazione. Non era stato lui che aveva piantato in asso
gli elettori; al contrario gli elettori avevano lasciato lui sul
lastrico, mandando a Roma, in sua vece, il conte Della Valle, il quale
non salì la _Montagna_, come qualcuno aveva temuto, ma rimase al
_centro sinistro_. Fermata opportuna, che tranquillò un poco le teste
quadre del gran caffè di Borghignano, occupate, in quello scorcio di
elezioni, a fare e a disfare l'Italia, la monarchia e la repubblica
due volte al giorno, regolarmente: la mattina all'ora di colazione, e
la sera dopo il teatro.
In quegli ozi forzati dopo l'amara sconfitta, Prospero Anatolio pensò
che colla scusa di dedicarsi alla figlia, avrebbe potuto riavere la
moglie, che vedeva farsi più bella e più fiorente, quanto più egli
diventava vecchio e floscio... e poi c'era un'altra circostanza che lo
infervorava in quel disegno. Il duca, da qualche mese facente funzione
di sindaco a Borghignano, voleva esser nominato sindaco effettivo per
poter arrivare più presto alla Camera vitalizia, e sperava molto
nell'aiuto dei pranzi e delle feste, già esperimentato con buonissimo
esito a Firenze.
Tutte queste circostanze, tutto questo miscuglio di passioni, di
vanità, d'interessi non solo non erano indovinati, ma non avrebbero
potuto essere nemmeno supposti dall'ingenuità di don Gregorio, che nel
duca d'Eleda vedeva solo un padre e un marito amantissimo della moglie
e della figliuola, e solo desideroso di riparare i propri torti. Per
tutto ciò il buon prete si faceva in quattro pensando al modo di
consolarlo e di aiutarlo; ed era già parecchio tempo che colla
perseveranza più ostinata, martirizzava la duchessa per indurla a
riconciliarsi col marito. Oltre all'autorità che don Gregorio godeva
sull'animo di Maria, egli sapeva toccarle tutte le più riposte corde
del cuore, presentandole da un lato l'avvenire della figlia,
dall'altro lo stata anormale del signor duca, e la poveretta,
sentendosi meno sicura dopo tante lotte, domandava angosciata a sè
stessa se aveva proprio diritto di ostinarsi nel non voler perdonare,
e temeva e tremava che l'affetto serbato vivo nell'anima non la
rendesse colpevole come moglie e come madre.
Questo tasto, delicato assai, don Gregorio non si era ancora
arrischiato a toccarlo. Esitava, un poco per naturale riguardo, un po'
perchè voleva servirsene come un argomento formidabile, per dar
l'ultimo colpo quando Maria fosse vicina ad arrendersi. Per tentarlo
davvero ci volle la spinta del duca, il quale minacciava una scenata,
uno scandalo se non si faceva a suo modo:--Bisogna battere il ferro
quando è caldo!--pensava Prospero Anatolio.
In fatti, capitato uno di quei giorni a Santo Fiore, il duca aveva
passata tutta la mattina alla canonica, senza che Maria, uscita in
carrozza a passeggiare, sospettasse il suo arrivo. Era una bella
giornata di giugno, venuta fuori dopo un'acqueruggiola fitta, che
pareva avesse dato una mano di calore a tutto il verde della campagna,
al turchino del cielo, alle case, al villaggio, al campanile e ai
monti lontani, che si disegnavano nettamente sull'orizzonte, senza
penombra, e senza sfumature. Si respirava un'aria fresca e leggera,
piena di atomi profumati che la pioggia aveva sbattuto dalle erbe e
dagli alberi. Anche don Gregorio sentì il bisogno di rivivere
all'aperto, e partito appena il signor duca, si avviò, passo passo,
fino al piccolo cimitero del borgo. Ivi fatta una breve sosta,
nell'uscire incontrò Maria che passava in carrozza; e la carrozza ad
un cenno della duchessa si fermò subito.
--Vuol salire con me, don Gregorio? Lo accompagno a casa.
--Grazie, figliuola; ma vorrei fare due passi; ne ho bisogno.
--Allora scendo, e cammineremo un po' insieme.
Maria smontò infatti, e tutt'e due tennero dietro alla carrozza che
andava lentamente verso il paese. Don Gregorio non disse nulla a Maria
dell'arrivo e dei lunghi discorsi fatti quel giorno stesso col duca
Prospero; ma coll'eloquenza della convinzione e del cuore ritornò
bravamente all'assalto.
Le fece capire che per l'avvenire e per la felicità di Lalla, era
ormai necessario di prendere una risoluzione. La fanciulla s'era fatta
una giovinetta, e non poteva più vivere in campagna. Bisognava
ritornare a Borghignano: e allora Maria come avrebbe potuto rimanere
in collera con suo marito? Per tutti e due doveva essere uno stato di
cose insoffribile e da non potersi sostenere. Lalla stessa, notando la
vita così irregolare dei genitori, ne avrebbe forse cercato anche la
cagione angustiando il suo cuore di figlia colla scoperta di una
verità molto dolorosa... e anche pericolosa assai per la serenità
della sua coscienza e de' suoi affetti. In ogni modo, il signor duca
era pentito, pentitissimo... e domandava perdono de' suoi falli.--Ma
poi, in fine, se il signor duca si era allontanato qualche volta dal
buon sentiero, non sentiva ella pure nel suo cuore di donna, di
moglie, di aver contribuito a quel traviamento, colla propria durezza,
colla propria inflessibilità?... Come pretendere che facciano gli
altri il proprio dovere, quando noi ci rifiutiamo di adempiere il
nostro?... E Lalla, che adorava il signor duca, non avrebbe trovata un
giorno troppo eccessiva e crudele quella severità della mamma?...
Finalmente poi Maria non aveva diritto di separare il babbo dalla
figliuola, come non poteva più oltre rifiutarsi di dimenticare
un'offesa, una grave offesa, ma dolorosamente espiata.--Bisogna
perdonare--concluse don Gregorio--per essere alla nostra volta
perdonati; e il Signore, che aveva insegnato ciò col suo esempio,
aveva cara sopra tutte la virtù del perdono; era quella che
maggiormente avvicinava ai beati spiriti del Paradiso la creatura
della terra.
--Io gli perdono, io gli ho perdonato,--balbettò Maria, un po'
mortificata dalle gravi parole del vecchio sacerdote.
--Non basta... bisogna amarlo... egli è tuo marito; hai giurato a Dio
che lo avresti amato per tutta la vita.
--Amarlo... amarlo, non posso, non posso!
--Perchè non puoi?... Sarebbe adunque così grande il tuo orgoglio da
tener chiuso il cuore per sempre ad ogni dolce sentimento, oppure...
oppure dimmi, figliuola, nel tuo cuore nasconderesti un segreto, un
segreto che non mi hai confidato?
E don Gregorio si fermò per fissar Maria attentamente, e la vide
rossa, confusa, chinare il capo sul petto.
--Dunque è proprio vero? Tu ami?... Ami un altro uomo?... So, so, so
tutto ciò che mi vuoi dire: tu non ti credi colpevole perchè sei
fuggita prima di cadere: ma nella fuga hai portato un'immagine nel tuo
cuore; un'immagine che avresti dovuto scacciare, dimenticare, e invece
è quest'immagine che oggi ancora si pone fra te e il tuo dovere.
Ah! era davvero una colpa quell'amor suo misero e caro?... e lo
scrupolo, il dubbio della povera tormentata adesso si mutava in
rimorso.
--Oh! no, no, don Gregorio! Io non sapevo di amare, fu un sogno, e
quando mi sono svegliata non ero più padrona del mio cuore, non potevo
altro che fuggire, e son fuggita via subito. _Lui_ non sa nulla... mi
ha veduta fredda, mutata, dubita che io non gli voglia più bene, non
si ricorda più di me. Qui, così sola, lontana da tutti, non credevo di
far male se pensavo a lui, qualche volta. Quel pensiero mi faceva
tanto bene, mi rifaceva buona, mi confortava! Non era un turbamento,
ma una consolazione che mi dava quiete e forza... che mi aiutava a
vivere.
--Sei madre e parli in questo modo? In tua figlia non avevi la
consolazione, la quiete, la forza? Sei madre, e tua figlia non ti
bastava per vivere? Piangi?... Sì... sì, piangi, Maria, perchè hai
grandemente offeso la Provvidenza.
Maria si era sentito stringere il cuore per l'inesorabile verità di
quella risposta; e mentre grossi lacrimoni le colavano giù dagli
occhi, balbettava timidamente, come per iscusarsi:--Non l'ho più
riveduto... Non gli ho più scritto... non sa più niente di me...
--E per questo--esclamò don Gregorio, colla voce mal ferma--e per
questo sola ti credi onesta; ma onesta, sei agli occhi degli uomini,
non agli occhi di Dio. Come donna, se non hai fatto male, lo hai
amato, e come sposa, dalle tue promesse inviolabili, sacre di fedeltà
e di amore, hai sottratto la parte più bella, l'anima e il cuore.
Povera Maria! Ella continuava a piangere; ma le sue non erano le
lacrime sole del rimorso; c'erano pur quelle ineffabili del sacrificio
che stava per compiere: della sua cara libertà e del suo casto
rifugio. E poi c'era un altro pensiero, un pensiero più forte di lei,
che si faceva strada in quel turbamento dello spirito, per angosciarla
e insieme per consolarla, spaventandola e facendola quasi contenta di
essere costretta a cedere alle insistenze di don Gregorio... il
pensiero di _rivederlo_.
Tutto ciò si agitava nel cuore di Maria colla lotta di mille
sentimenti opposti e confusi, che si urtavano insieme, che la
straziavano, e guardando a ritroso nei lunghi anni trascorsi
rimpiangeva il passato, che era solo la calma di un gran dolore, ma
che le appariva in quel punto come una felicità cara e perduta.
Intanto don Gregorio, vedendola scossa, s'infervorava sempre più
rivolgendosi al suo cuore, alla sua ragione, alternando le preghiere
al comando, le promesse del premio alle minacce del castigo, finchè la
povera donna, spaventata e vinta, promise formalmente che si sarebbe
rassegnata a compiere ciò che doveva essere il suo dovere. Don
Gregorio sentì allora nel proprio cuore il peso del grande sacrificio
che stava per imporre, e commosso a sua volta le strinse la mano,
mormorando con un'espressione d'affetto indicibile:--Coraggio,
figliuola mia, coraggio!--Poi tutt'e due continuarono silenziosi il
loro cammino verso Santo Fiore, mentre le povere contadine,
abbrustolite dal sole e sfinite dalla fame, che incontravano la ricca
duchessa, borbottavano contro la Provvidenza... che concedeva il
Paradiso ai _signori_ in questa vita e nell'altra.
Quando don Gregorio e Maria giunsero a vista del Palazzo, scorsero
subito il duca d'Eleda: questi, veduta arrivare la carrozza vuota,
aspettava ansioso presso il cancello.
--Mio Dio!...--balbettò Maria con un brivido. Non le lasciavano
nemmeno il tempo per respirare, per riflettere, per soffrire un po'
sola, in pace...
--Coraggio, coraggio--ripetè ancora don Gregorio, ma più a bassa voce.
Il duca Prospero li ebbe subito raggiunti, e salutata affettuosamente
Maria, che rispose con un cenno del capo, entrarono insieme nel
giardino.
--Abbracciate vostra moglie--disse don Gregorio al duca, che lo
interrogava cogli occhi--essa vi ha perdonato.
Prospero Anatolio uscì in una esclamazione inarticolata di sorpresa e
di gioia, e strinse forte la moglie contro il petto, baciandole la
bocca e le guance.
Maria, dopo tanti anni, sentiva con disgusto l'alito caldo di un uomo
bruciarle la faccia; le sembrò di esserne contaminata, di essere
divenuta indegna dell'ideale purissimo, che ad onta della sua volontà
e del suo sincero pentimento era ancora, era sempre vivo nel suo
cuore, come le gemme del mare che l'onda in tempesta non frange, ma
rende più vivide e scintillanti. Al duca tremavano le labbra,
balbettava, e il volto pallido, scialbo, avrebbe mostrato ad occhi più
esperti che non fossero quelli di don Gregorio, come non venisse
solamente dal cuore tutta quella grande commozione. Ma don Gregorio,
invece, ammirava Maria intenerito, e si sentiva contento come di
un'opera buona e bella, della quale egli si sapeva artefice.
Di solito, Prospero, accompagnava il prete quando questi ritornava
alla canonica; invece quel giorno non si mosse. Egli aveva bisogno di
godersi tutta la dolce felicità della famiglia: voleva star colla
moglie: sentiva di non poterla più abbandonare, e infatti, aspettò
l'ora del pranzo passeggiando in giardino con lei, tenendola stretta
al suo braccio, chiamandola con tutti gli sdolcinati nomignoli
imparati già dalla de Haute-Cour. Ma a poco a poco egli si faceva più
taciturno, fissava Maria divorandola cogli occhi; e da pallido
diventava rosso in viso, con due chiazze accese che gl'infiammavano le
guance agli zigomi. Pareva distratto, preoccupato, inebetito; di tanto
in tanto si guardava intorno, inciampava; poi, con malizia
premeditata, facendo alla moglie certi visacci che volevano essere
sorrisi, la spinse, serrandola fianco a fianco, sotto un capanno fitto
di convolvoli; e là dentro, abbracciandola e stringendola
all'improvviso, di nuovo la baciò sulle labbra, sulle guance, sul
collo.
--No, no, no...--supplicava la poveretta, tentando inutilmente di
svincolarsi dalla stretta e di difendersi da quella bocca sgarbata.
--Sei... mia... a... adesso... mi hai pe...e...--e non riuscendo a
finir la parola, e Maria piegando vivamente la faccia per ischivare il
fiato che l'ammorbava. Prospero Anatolio le stampò un altro bacio,
sopra l'orecchio, che la fece rabbrividire.
--Babbo!... Babbo!...--si udì gridare in quel punto da Lalla, che si
avvicinava al capanno correndo.
--Lalla!--esclamò Maria; e adesso, al disgusto e alla collera
aggiungendosi il timore di poter essere sorpresa dalla propria
figliuola, respinse il duca, facendolo rinculare d'un passo.
Lalla ritornava allora da un pellegrinaggio alla Madonna di Valsanta,
quattro ore di strada a piedi, impiegate nel recitar rosari e litanie.
La duchessina, creata _priora_ della _Scuola Cristiana_ di Santo
Fiore, aveva ordinato, col mezzo di don Vincenzo, quel devoto
pellegrinaggio.
Vi avevano preso parte tutte le maestre, tutte le alunne della
_Scuola_, capitanate dalla signora Sindachessa, e soltanto la bella
Ottavia non vi era intervenuta. Ma Lalla, da qualche tempo, si
prendeva un po' troppo il divertimento di farla arrabbiare, non
parlandole mai, non salutandola nemmeno, mentre invece era piena di
gentilezze per la signora Veronica; e perciò, non volendo ammalarsi di
fegato, nè contribuire alla gioia della rivale, la bella bionda si
sfogava con un'alzata di spalle, e schivava le occasioni di trovarsi
insieme.
Digiuni, novene e tridui, alla cui spesa avrebbe supplito Lalla colla
sua cassetta privata, avevano preceduto il pellegrinaggio. Lalla, miss
Dill, don Vincenzo intonavano le orazioni, ripetute dal coro, che
cangiava ciliege e parole. Nè in quella processione mancavano le belle
ragazzotte, ragion per cui agli svolti delle viuzze, o vicino ai
tabernacoli, c'erano appostati gli zerbinotti, che seguivano da lungi
la brigatella, sfidando le occhiatacce irose della signora Veronica,
che si voltava indietro borbottando inviperita, coll'autorità del
sindaco suo consorte, che ella sentiva di rappresentare.
Anche la duchessina era severissima, in fatto di morale e, per un
nonnulla, faceva cancellare le giovani dal registro della _Scuola
Cristiana;_ ma, per debito di giustizia bisogna anche aggiungere che
sapeva dare il buon esempio. In fatti il giovane Frascolini avrebbe
perduto subito tutta la protezione della fanciulla soltanto che si
fosse lasciato vedere durante il pellegrinaggio. Lalla si era
confessata, doveva comunicarsi a Valsanta, era pentita dei propri
peccati, e coll'atto di contrizione faceva solenne promessa di non
commetterne più... fino alla sera, alla sera di quel giorno medesimo
in cui doveva trovarsi con Sandrino. E forse, appunto per questo dolce
ritrovo, la signorina avrebbe rinunciato di gran cuore anche
all'arrivo improvviso del babbo, ch'ella per altro spiegava a tutti
quanti come un primo miracolo concessole dalla Madonna, che le
mostrava in tal modo di aver molto gradito il pellegrinaggio a
Valsanta.
E anche quel giorno essa abbracciò _il suo caro papparino_ con grande
effusione di tenerezza; e durante il pranzo fu amabilissima, e
sostenne da sola, si può dire, tutta la conversazione. In fatti Maria
si mostrava pensosa e triste e la miss s'era imbronciata col signor
duca, perchè questi aveva dimenticato di complimentarla secondo il
solito. Infelice miss Dill! Non sapeva che sorba l'aspettava alle
frutta!... La notizia che due giorni dopo sarebbero partiti tutti per
Borghignano!... Lalla, a quell'annunzio, non si ricordò del
Frascolini, ma fuori di sè per la gioia di diventare cittadina,
saltando e battendo le mani dall'allegrezza, volle buttarsi subito al
collo del babbo. Maria ebbe ancora un sospiro profondo, sommesso,
mentre miss Dill colla bocca aperta, impeciata di marenga al zabaione,
lo sguardo esterrefatto, che facea ridere nella sua terribilità,
diventava verde, gialla, livida, con un sobbalzo così forte di tutta
la sua anatomia che pareva scricchiolasse.