L'arrivo del signor duca e il pellegrinaggio alla Madonna di Valsanta
avevano messo Sandro di cattivo umore. Egli aveva aspettata la
signorina nel tinello, senza poterla vedere, e dal modo col quale
invece vide miss Dill uscir dalla sala da pranzo, e correre in un
canto a confabulare con don Vincenzo, indovinò subito, con una stretta
al cuore, che doveva essere accaduto qualche cosa di nuovo e di grave.
Le angoscie dell'incertezza, l'ansietà mortale dell'attendere invano,
i mille sospetti, le mille paure della sua ombrosità di amante povero
e geloso, lo avevano fatto montare in bizza con tutti, e più di tutti
con Lalla, contro la quale sovente, sentiva sorgere, dentro di sè, un
impeto di ribellione, che per altro si acquetava subito, appena la
signorina gli fissava addosso gli occhi penetranti, con quel suo fare
tra la superbietta e la canzonatura.
Egli pensava, arrovellandosi, che la _divina_ fanciulla avrebbe potuto
mostrarsi almeno un istante, per rassicurarlo, non fosse altro con uno
sguardo, e... e invece nulla... Non si era mossa; lo aveva dimenticato
solo, come un cane, fra il cuoco, Lorenzo e le serve che
sonnecchiavano.
--Ma è tempo di finirla, sacrablù, colle albagìe aristocratiche!... È
la mia amante, alla fine, è roba mia!... Oh, se mi stuzzica gliela
voglio cantar chiara!...--Ma quando la Nena, più tardi, gli restituì
_L'affaire Clemenceau_ «da parte della padroncina», Sandro si calmò
subito e, dimenticando ogni amarezza, corse a rinchiudersi nella sua
cameretta, affannandosi a mettere insieme le parole segnate nel libro.
Cara quella sua Lalla!... era sempre buona con lui; era un angelo
vero, del Paradiso!...
Ma poi, a mano a mano che andava copiando le parole sopra un foglietto
di carta, egli si fece pallido e tremante:
--Dio, Dio, Dio santo!
--_Ti aspetto questa sera tardi_,--diceva Lalla,--ho _un gran dolore
da confidarti; non fo altro che piangere; sta ben attento che non ti
veda nessuno_.
Mille timori, mille sospetti, balenarono a un tratto nella mente di
Sandrino; poi gli rimase un timore, un sospetto solo, ma terribile: il
duca era venuto a portare una proposta di matrimonio per Lalla.
Allora fu preso da una febbre ardente che gli avvelenava il sangue,
che gli dava fuoco al cervello. Era una folla, una ridda d'immagini
strane e terribili; e in quella lotta, e nell'abbattimento profondo
che la seguiva, i sensi vincevano e offendevano ogni poesia del suo
cuore.
La fanciulla bianca e delicata, la figuretta misteriosa, la signorina
bionda, che egli adorava colla tenerezza mistica di un'alta idealità:
Lalla, la sua Lalla, alla quale aveva osato baciare trepidante la
manina morbida e le vesti odorose, come le foglie di un fiore, era in
piena balìa di un altro uomo... di uno sconosciuto!... Era chiusa sola
con lui, tutta sua, nella complice sicurezza della camera nuziale. Nè
quel delirio geloso gli concedeva tregua: Lalla, sempre Lalla; ora la
vedeva in lacrime, disperata, ora timorosa; ora la vedeva appassionata
e anelante e stanca ricambiare i baci fervidi con un bacio lungo,
morente...
--Per Dio!...--sentiva che piuttosto l'avrebbe uccisa, l'avrebbe
strozzata colle sue stesse mani!...
--Perchè non sarebbero fuggiti insieme?... Che!... La signorina non
avrebbe mai acconsentito. Era troppo timida... teneva troppo ai
riguardi del mondo; era troppo _aristocratica!_--E poi, fossero anche
fuggiti, dove andare?--come vivere?--Sarebbero stati ripresi subito...
Lalla maritata anche più in fretta... e lui messo a marcire in un
fondo di carcere.--Non c'era giustizia per la povera gente!...--.Chi
era lui, Frascolini? Un plebeo, un pitocco, un villano!--Con lui si
poteva far questo e peggio.
E qui, con un'invidia assaettata, egli imprecava contro l'ingiustizia
infame del mondo, mentre, alla sua volta, si sentiva capace di
commettere un delitto contro quel _gran signore_, che veniva a
rubargli l'amante.--Sì, ci voleva la rivoluzione, la repubblica; ci
voleva la _Comune!_ Bisognava abbruciarle vive, impiccarle alla
lanterna quelle carogne di nobili!--E quando era stanco d'imprecare e
di soffrire provava uno scoramento strano; un gran vuoto doloroso e
desolante gli si stendeva dinanzi; ad una ad una vedeva le ore
affacciarsi lente e tristi, senza più quella sola, nella quale, e per
la quale, sentiva la vita, a cui tutte le altre erano legate, come
alla gemma preziosa una collana di perle: l'ora dei fidati colloqui. I
disegni per l'avvenire, i bei sogni di ricchezza e di gloria cadevano
in rovina....--Che cosa mai avrebbe egli potuto fare? Non era meglio
tirarsi una pistolettata e morire, piuttosto di vivere dannato, con
quello spasimo nel cuore?...
L'amore non lo aveva reso contento: gli aveva dato la guerra in casa e
l'odio fuori; era un affanno, un'angoscia continua. Si vedeva
distrutto, si sentiva ammalato di corpo e di spirito; ma tutti i
dolori svanivano al fruscìo gentile della veste di Lalla, e quando
essa gli era dinanzi buona, sorridente, casta come una santa, ed egli
la vedeva arrossire sotto i suoi sguardi, erano dolcezze infinite, era
l'estasi dell'anima tutta che gli avrebbe fatto benedire la vita anche
se fosse stata per lui mille volte più dolorosa.
L'illusione di crearsi un nome, uno stato e, un giorno o l'altro,
poter sposarla lui la signorina, era svanita da un pezzo. Lalla stessa
non aveva mai coltivata una simile idea e, se Sandrino osava
interrogarla in proposito, essa rispondeva seccamente al suo
innamorato, che non avrebbe mai preso marito. E soltanto in questo
_mai_ il giovane Frascolini avea riposta tutta la fede e... e
sperava.--Che cosa sperava? Forse non sapeva nemmeno lui; ma intanto
quel barlume di speranza lo consolava, lo inebriava, trasportandolo di
sogno in sogno, colla sua Lalla fra le braccia.
--Come mai avrebbe potuto farsi un nome? Da che parte incominciare? Si
sa bene, trovata la strada, si corre facilmente, ma, trovarla...
questo è il difficile! Sandrino, a sentir l'organista, aveva un tesoro
in gola, e, a giudizio della signora Veronica, aveva pure molto
talento drammatico; grazie tante! Ma, fosse diventato anche un Kean o
un Tiberini, tant'è, il duca d'Eleda non gli avrebbe mai concessa sua
figlia.
La letteratura?--È una camorra,--pensava Sandrino--è il monopolio di
quattro o cinque giornali ignoranti e venduti che levano alle stelle
il primo capitato che va avanti a forza di raccomandazioni... e di
quattrini.
Da qualche tempo, il piccolo Dante di Santo Fiore, l'aveva a morte coi
letterati e coi giornalisti. Una volta, agitato dai palpiti d'autore
novizio, egli aveva spedito sotto-fascia, _raccomandata_, una sua
novelletta ad un giornale letterario. Il giornale, tre mesi dopo, la
rimandò pubblicata, unitamente alla polizza d'abbonamento, da pagarsi
anticipato, per un anno. Quel suo nome _A. Frascolini_, stampato due
volte in gotico, nel sommario e in fondo all'articolo, lo fece sognare
ad occhi aperti. Egli la vedeva moltiplicarsi su tutti gli altri
giornali, riempiere le vetrine dei librai; lo vedeva tradotto in tutte
le lingue, e la mattina pensava sul serio di scrivere un'opera da
sostituire ai Promessi Sposi, che ormai--avevano fatto il loro
tempo.--La duchessina gli assicurò che aveva pianto nel leggere quel
melanconico racconto: non era vero, ma Sandro lo credette e fu
contento lo stesso. Ciò gli fu di sprone a lavorar con lena, e di lì a
pochi mesi la Nena faceva andare e venire un grasso manoscritto, dalla
povera casuccia del romanziere al palazzo d'Eleda. Lalla non ebbe
fiato di leggerlo tutto, ma lo giudicò bellissimo, e Sandrino rimase
colla convinzione di aver scritto un capolavoro.
Ma poi... non glielo volle stampar nessuno; nemmeno il giornaletto
letterario, al quale era abbonato, e che lo aveva trovato splendido,
ma troppo lungo.
Allora, il Frascolini, cominciò a credere che per essere edito e
illustre bisognava diventar prima ricco, in questo mondaccio birbone,
e si raccomandò a un suo cugino, appaltatore, dimorante a Venezia e
che già una volta lo aveva chiamato presso di sè. In verità, gli
affari di questo cugino erano loschi. Egli riteneva che il Frascolini
padre avesse il gruzzolo messo da parte, e perciò voleva farsi mandare
il figliuolo nella lusinga di mettere le unghie nel sacchetto del
babbo. A Don Chisciotte le osterie parevano castelli; così per
Sandrino, che vedeva da per tutto milioni, era una bella speranza
anche quella... Gli appaltatori diventano ricchi in pochi anni...
ricchi assai... Oh! ma lui non si sarebbe dato agli affari per sempre;
voleva goderseli i soldi e fare intisichire di rabbia gli invidiosi e
i rivali. Che soddisfazione quel giorno in cui egli potesse
ricomperare al duca d'Eleda tutte le sue possessioni state confiscate
dalla Repubblica... tale e quale come aveva visto in teatro, in una
commedia di Scribe.
Ma adesso? Se Lalla prendeva marito?... era la vita sua infelice e
cara ad un tempo, che si spezzava. Le ricchezze di Venezia, la gloria,
la repubblica, i beni ricomperati... tutto inutilmente!...
La signorina, per altro, aveva detto _mai_...--Non mi mariterò
_mai_...--Sì, lo aveva detto, ma poteva fidarsene? Essa, certe volte,
si mostrava pochissimo espansiva!... Lalla era la sua innamorata... ma
come sapeva essere, a suo tempo, anche la padroncina!
Si teneva in un gran riserbo, e non si era mai lasciata toccare
nemmeno la punta di un dito... cioè no, era anzi la mano, soltanto la
manina morbida, che si lasciava baciare. Lalla aveva evitato
studiosamente ogni occasione di compromettersi. Di giorno si vedevano
spesso in giardino, e si parlavano; ma senza mistero, in presenza
d'altra gente. La sera, tornavano a vedersi in tinello; ma la
signorina non vi si fermava lungamente; andava e veniva, sempre colla
scusa di avere un qualche ordine da dare. In chiesa poi nessuna
occhiatina; nè s'incontravano a passeggio. Una volta sola, egli aveva
osato di avvicinarla mentre usciva con l'istitutrice, e di
accompagnarla un bel pezzo di strada, ma s'ebbe dopo dalla giovinetta
un rabbuffo tale, che non gli venne più voglia di ripetere la
garbatezza.
Soli, affatto soli, era assai di rado che si potessero trovare. Il
colloquio, allora, succedeva di notte, tardissimo, quando tutti gli
altri erano andati a letto, Lalla scendeva dalla sua camera al buio,
apriva la finestra di un piccolo salotto a terreno, e restava lì a
discorrere con Sandro, che l'aspettava nascosto fra gli alberi del
giardino.
La finestra, dietro il palazzo, dava in una viuzza nascosta da un
vivaio di sempreverdi: aveva una inferriata a mandorla, che permetteva
appena una stretta di mano, e quando Lalla si appoggiava sui regoli,
Sandro, più bianco d'un panno lavato, le baciava in estasi i bei
ditini, senza più sapere in che mondo si fosse! Quelle ore erano la
vita, la felicità, la beatitudine del povero ragazzo, ed egli
sciupava, divorava tutto il suo tempo nell'aspettarle, mentre la
giudiziosa prudenza della giovinetta gliele faceva sospirare assai.
E anche quando giunse la sera che doveva essere l'ultima dei loro
colloqui, anche allora Sandrino, dopo una giornataccia di angoscie,
ebbe un primo istante di sollievo, insieme a un barlume di speranza.
--L'avrebbe riveduta; le avrebbe parlato; la avrebbe supplicata...--Oh
era sicuro di commuoverla colle sue lacrime, d'intenerirla e di
vincere ancora!
Nascosto tra il fitto del vivaio, egli era ad aspettare molto prima
del tempo. Il giovanotto aveva levato due o tre volte un astuccio di
tasca, lo aveva aperto, e guardava tra soddisfatto e dubbioso, un
anello d'oro con una bella turchina incastonata fra le rose d'Olanda.
Era un regaluccio comperato per Lalla, colle sovvenzioni
dell'organista; ma Sandrino l'aveva preso con sè molte volte, senza
mai aver avuto il coraggio di offrirlo alla signorina.
Quando Lalla, pian piano, aperse le imposte della finestra, poco mancò
non risvegliasse la casa, con un grido di paura. Sandro era appoggiato
colla fronte all'inferriata, e apparve così pallido, così disfatto, da
sembrare una larva.
--... Dunque?...
Egli non potè dir altro. Lalla, invece, tranquillamente, gli manifestò
la volontà del babbo e la partenza fissata per l'indomani. Sandrino
ascoltò tutto fissandola sempre cogli occhi imbambolati, e quando la
fanciulla ebbe finito di parlare, scoppiò, senza dir parola, in un
pianto dirotto.
Lalla non si mostrò mai tanto assennata come in quella sera, e riuscì
a confortare l'innamorato con buone ragioni.--Già non si poteva durare
così; a una separazione bisognava venirci ad ogni modo; doveva pensare
a farsi uno stato--e qui ricordò anche a Sandro, e molto
opportunamente, il cugino di Venezia.
Sandro più sentiva la signorina parlare con tanta abbondanza di
argomentazioni, e più vedeva il diavolo farsi meno brutto di quanto
gli era sembrato dapprima. Ormai aveva giù dallo stomaco il dubbio
tremendo che ci fossero disegni di matrimonio, e solo avrebbe
desiderato che Lalla aspettasse ancora qualche giorno a partire; cioè,
invece di andarsene subito, l'indomani, col duca, il quale precedeva
Maria di un par di giorni, avesse aspettato a partire colla duchessa.
Ma la signorina si scusò bene:--al babbo non si poteva far contro; lui
quando voleva voleva, non c'era verso!...
Sandrino, quell'ultima sera, fu più ardito del solito; ma a prezzo di
uno sgomento che lo invadea tutto quanto. Per avvicinarsi di più alla
fanciulla che, ritta su di uno sgabello, col volto quasi appoggiato ai
bastoni dell'inferriata, si distaccava con tutta la figura bianca dal
fondo oscuro, come una Madonna nell'aureola stinta d'un vecchio
quadro, egli, che a quella sua Madonna credeva, si era rizzato in
punta di piedi: era passato colle braccia fra i regoli; con una mano
stringeva quella di Lalla, e coll'altra cercava di toccare, temerità
che gli mettea le vertigini, cercava toccarle i capelli. Con un giro
di parole piuttosto confuse, volle il giuramento che ella non avrebbe
mai sposato nessuno; e quando la fanciulla rispose il solito _mai_,
senza giurare, Sandro, fuori di sè, le domandò un bacio.--No---la
signorina rispose--no;--e invece, con una lentezza irritante,
fissandolo sempre negli occhi, gli prese una mano, e poi, piegatavi
sopra la testina pallida, l'accarezzò colla guancia vellutata. Era
giunto il momento per il regaluccio.
--Ho... avrei un'altra preghiera da fare...
Lalla alzò gli occhi dolcemente, e continuò a sfiorare colle guance la
mano del giovanotto.
--Vorrei... avrei... un piccolo... ricordo.
Sandro s'era fatta rosso, balbettava, e ritirata la mano che aveva
libera, di mezzo ai regoli, tolse di tasca l'anellino e volle porlo in
dito alla fanciulla.
--Oh, carino!... carino!...--esclamò Lalla molto contenta del
regaluccio, e gli andò così vicina, nel ringraziarlo, ch'egli potè
toccarle colla bocca un ricciolo di capelli.
Si faceva già tardi, e conveniva separarsi. I due giovani, da molto
tempo non parlavano... Sandro non la accarezzava più, ma brancicava le
mani e le braccia della fanciulla colle sue mani convulse, attraverso
i regoli dell'inferriata, che rugginosi e scabri, spesso gli
graffiavano i polsi. Anche Lalla cominciava a sentire nel suo sangue
il sangue di Sandro. Un'onda calda li avvolgeva entrambi; avrebbero
creduto di avere la testa nel fuoco, tanto bruciava... La fanciulla
spinse fuori dai vani quanto più potè il viso e le labbra, e per la
prima volta, sulla bocca, prese un bacio lungo, bramoso, che le
penetrò, diffondendosi via via, per tutte le membra... Sandro pieno di
beatitudine voluttuosa, pur colle braccia imprigionate, la teneva
serrata fortemente contro il petto; le sbarre di ferro ammaccavano le
loro carni, ma essi non sentivano più nulla. Stettero un pezzo così,
stretti, abbracciati, avvinghiati insieme... poi la fanciulla stanca,
indolenzita, gli uscì di sotto le braccia, e scivolò ginocchioni per
terra, col capo piegato sul davanzale della finestra.
All'indomani, poco prima della partenza della signorina, c'era nel
cortile una brigatella che l'aspettava per augurarle il buon viaggio.
La carrozza che doveva condurla alla stazione, con Prospero e con la
miss, era già pronta; gli altri, cioè la Nena, Lorenzo e il signor
Francesco, erano partiti fin dal mattino. Era venuto per salutare la
signorina anche il signor Domenico, che soffriva una grande soggezione
del duca Prospero; poi c'era il medico, al quale miss Dill, allungando
gli occhi su don Vincenzo che tabaccava a due mani per nascondere
l'emozione, chiedeva ancora un ultimo consulto. C'era, in fine, il
buon Ambrogio cogli occhi rossi, il Frascolini padre, e il figliuolo
Sandro colle mani approfondate nelle tasche e il cappello sulla nuca,
pallido, istupidito. Accanto a lui la Luigia (questa doveva partire
più tardi colla duchessa) teneva sotto il braccio _Musette_ che,
povera bestiola, aveva fiutata la partenza della padroncina e,
scuotendosi, dimenandosi, sforzandosi invano per liberarsi dalle
strette della cameriera e correre da Lalla, emetteva certi guaiti, che
straziavano il cuore e le orecchie.
Prospero, cui non piacevano i cani, aveva desiderato che la figliuola
lasciasse _Musette_ in campagna, promettendole in premio un bel
cavallino da sella. Lalla, insistendo un po', avrebbe potuto ottenere
l'uno e l'altra; invece, fu ragionevole, e si piegò subito ai voleri
del babbo. Ma tutta mattina non seppe far altro che baciucchiare la
cagnetta, protestando che _Musette_ aveva capito ogni cosa; che
_Musette_ piangeva; che _Musette_ non voleva più mangiare e che
sarebbe morta dal dolore!... E si lamentava assai per quel distacco,
godendo d'attirarsi la compassione altrui, per il capriccio del babbo
tiranno.
Intanto la signorina era già salita in carrozza, e miss Dill insieme
con lei: non si aspettava altro che il duca. Don Vincenzo,
approfittando del ritardo, si avvicinò alla carrozza dalla parte
dell'istitutrice. Miss Dill non poteva parlare; aveva il gozzo
stretto, gli occhi gonfi e il naso pieno... quando ad un tratto, vinta
dall'emozione, fe' un cenno a don Vincenzo, e allora, per la prima
volta alla luce del sole, in faccia alla gente, le sue dita gialle si
sprofondarono adagio adagio nella complice tabacchiera.
Il buon Ambrogio era dolente e insieme anche un po' mortificato: la
duchessina partiva senza neppure salutarlo. Egli si teneva in
disparte, sotto il portico, fra Sandro e la Luigia, fissando,
ammirando la signorina, che non stava mai ferma nella carrozza. Lalla
si voltava di qua, di là, domandando se tutto era pronto, se nulla era
stato dimenticato; ridendo, scherzando, salutando ora l'uno, ora
l'altro, colla sua vocina fresca, argentina. Il vecchio Ambrogio
sperava sempre che avesse a voltar gli occhi anche dalla sua parte; ma
Lalla non lo guardava perchè vicino a lui c'era Sandro. Si era
congedata affabilmente con tutti; ma a Sandrino non aveva rivolto una
parola, proprio come se il giovanotto non ci fosse stato nemmeno. Nel
frattempo anche il duca Prospero, seguito da Maria, la quale voleva
riabbracciare la figliuola, si avviava verso la carrozza, dispensando
sorrisi, e strette di mano.
--Devo andare, eccellenza?--domandò il cocchiere, quando lo vide
adagiato al suo posto.
--Sì; andiamo pure.
--No, no; aspettate... scusa, babbo!--esclamò Lalla, balzando a terra
improvvisamente.
--Bada!... Che fai?--le gridò dietro Maria, mentre la fanciulla
correva presso la Luigia. L'inaspettato ritorno della signorina fece
battere il cuore, nello stesso tempo, a Sandro e ad Ambrogio. Sandro
ebbe quasi paura che Lalla, non potendo più trattenersi, corresse a
gettarsi fra le sue braccia; il buon Ambrogio, invece, sperava che la
signorina si fosse ricordata anche di lui, e lo volesse salutare. Ma
Lalla non badò nè all'uno nè all'altro; prese _Musette_ fra le
braccia, le scoccò in fretta sulla bianca testolina, un bacio forte,
sonante, poi con un salto risalì lesta in carrozza, pestò sui piedi
alla miss e senz'altro partì, fregandosi gli occhi col fazzoletto.
Due giorni dopo, anche Maria dovette partire per Borghignano. Ma sul
punto di abbandonare quei luoghi si sentì troppo commossa, e volle far
andare a vuoto la gentile attenzione degli abitanti di Santo Fiore,
che le avevano preparato una dimostrazione di affetto. Anche il dolore
ha la sua verecondia, e Maria sentiva nell'anima la delicata timidità
dell'allodoletta ferita, che si trascina, per morir tutta sola, nel
luogo più riposto e appartato.
Partì verso sera, senza averlo detto ad alcuno: lo sapevano solamente
don Gregorio, Ambrogio e la Luigia. Uscì a piedi con don Gregorio, il
quale volle accompagnarla alla stazione: presero una stradicciuola
nascosta, fiancheggiata da due rivi, che scorrevano silenziosi sotto
le fronde profumate delle acacie.
Tutti e due camminavano passo passo, senza parlare, e il loro sorriso
era triste, come tristi dovevano essere i loro pensieri. Il buon
vecchio si appoggiava al braccio di Maria; per altro la sua figura
cadente, rovinata dagli anni, il suo volto solcato da rughe profonde,
le lunghe ciocche di candidissimi capelli che lo contornavano, insomma
tutto l'insieme di quell'aspetto venerando, non formava vicino alla
delicata bellezza di Maria un contrasto sgradevole. Fra quella testa
bianca e quella vaga testina bionda, c'era una mesta corrispondenza di
espressione e di sentimento.
Maria era addolorata e sgomenta. In mezzo all'affanno dell'abbandono,
nell'ignoto di una vita nuova, incerta, col rammarico della bella
libertà, della quiete perduta, doveva pur confessare a sè stessa che
una gioia colpevole, la certezza di rivedere Giorgio, serpeggiava
ancora, e più forte e più indomabile, nel suo cuore. In quelle lotte,
in quei rimorsi, anche sotto i baci di suo marito, l'ideale adorato
era sempre vivo, vivo più che mai; e faceva arrossire di vergogna la
poveretta, cui pareva di essere contaminata, di non essere più degna
della immagine cara e gentile. Allora non ebbe coraggio, non volle,
disarmata, sfidare il pericolo a cui moveva incontro, e con un filo di
voce confidò l'affanno di quella sua gioia segreta a don Gregorio.
Solo per un delicato riserbo tacque il nome del conte Della Valle. Don
Gregorio l'ascoltò attentamente, guardandola con un sorriso buono e
pio, e stringendole la mano con un'affettuosità paterna:--Fatti
coraggio--le disse.--Tu sai da molto tempo che la vita è lotta e
dolore. Combatti sempre colla tua fede nell'anima, col tuo retto
sentire per guida, e trionferai... Tu sei forte e buona!...
--Oh, don Gregorio, no, non sono forte! Sono una povera donna
affranta, allo stremo di forze; aiutatemi voi, voi che siete un santo!
--Noi, non sono un santo, figliuola. Io, vedi, sono stato sempre
lontano dal pericolo; ho vissuto tranquillo e dimenticato, senza
seduzioni, e senza battaglie. Il Signore non ha mai voluto provarmi,
forse perchè nella sua sapienza infinita conosceva la mia debolezza. A
essere buono, a essere onesto non ho dunque alcun merito; ma tu, tu
hai combattuto e hai vinto: combatterai ancora, e quantunque nella
lotta possa uscire col cuore sanguinante, non indietreggerai d'un sol
passo, non ti farai colpevole di una sola debolezza, perchè, lo sento,
tu sei fatta come Dio fa gli angeli!
--Ma se un giorno... se un giorno mi sentissi troppo debole, io,
povera donna, sola, abbandonata a me stessa?...
--Allora ritornerai nel tuo sicuro rifugio, e se non mi troverai più
vivo, ti aspetterò là,--e così dicendo don Gregorio indicava a Maria
l'angusto cimitero di Santo Fiore, che si scorgeva poco lungi, colla
chiesetta illuminata, tra il bianchiccio delle sepolture recenti.--Ti
aspetterò là; e tu, sulla mia croce, ricorderai che questo povero
vecchio ti amò, come amò la sua fede; penserai a tua madre, e
ritroverai la calma e il coraggio.
--No, no; voi non dovete morire...
--Io sono vecchio; ho fatto molto cammino... e ormai sono stanco,
figliuola...
In quel punto, dal vicino sagrato, frammisto al mormorio delle fronde
e al vario e acuto frastuono d'una miriade di grilli cantaiuoli,
giunse fino al loro orecchio una pia cantilena; un inno grave,
melanconico, dolcissimo. Erano le litanie della Vergine, il vecchio
canone, che nella sua monotona cadenza ha tanti fascini di mistica
melodia, tanta dovizia di memorie intime e care. Erano le voci
bianche, argentine delle povere giovanette del villaggio, così colme
di fede, d'innocenza e d'amore, alle quali rispondevano in coro tutti
i devoti, raccolti nella solitaria chiesetta.
--Sentite...--disse Maria a don Gregorio, fermandosi d'un tratto.--È
la Vergine, la Vergine che mi parla in quelle preghiere, la Vergine
che mi conforta; oh! beneditemi, beneditemi, padre mio!--E la
sconsolata, palpitante, commossa, si curvò baciando, coprendo di
lacrime, la scarna mano del vecchio.
Don Gregorio alzò gli occhi al cielo e pregò in silenzio; intanto
dalla chiesetta, più chiaro, più lento, usciva l'inno dei credenti:
_Sancta Maria
Sancta Dei Genitrix
Sancta Virgo Virginum
Ora pro nobis._
--Pregate ancora, pregate sempre per me!...
--La preghiera più bella, la preghiera più accetta è il tuo dolore.
Piangi, figliuola mia, le lacrime sono la preghiera del cuore.
--Promettetemi adesso che, se io fossi presso a morire, voi verrete a
consolarmi, a benedirmi, anche laggiù...
--Verrò... figliuola, verrò...
--E... se non riuscissi a dimenticare... se quell'immagine fosse
sempre più forte della mia volontà?...
--Combatti, combatti sempre...
--Allora?...
--Allora la tua passione farà di te una martire, e non sarà una colpa,
ma un esempio.
--Oh, grazie, grazie! Sento che Iddio non mi abbandona, sento che sarò
forte sino alla fine.
Maria si rialzò più sicura e più consolata. Attorno a lei, perdendosi
come un ultimo e caro saluto, vagava, fremendo nell'aere, l'onda
armoniosa dell'inno sacro. Involontariamente don Gregorio unì la sua
voce fioca, tremula a quella squillante, vibrata delle giovanette, che
adesso si sentivano sempre più lontano cantare con l'invariata
cadenza:
_Regina Confessorum
Regina Virginum
Regina Sanctorum omnium_
mentre Maria rispondeva col coro, invocando la Vergine santa della
nostra fede: _Ora pro nobis_.