Sédan s'era già resa; a Porta Pia era stata aperta la breccia; era
caduto l'impero Napoleonico; era finito il potere temporale... e in
tutta questo gran rumore di avvenimenti il duca d'Eleda aveva perduto
la testa e l'equilibrio. Soffriva di vertigini e chiudeva gli occhi,
come li chiude il fanciullo impaurito dal bagliore di un lampo, quasi
aspettando, da un momento all'altro, il fulmine che doveva scoppiare.
Così, a occhi chiusi, il deputato di Borghignano in ogni città vedea
la _Comune_ e, dietro le spalle, sentiva gli ultimi crociati discesi
per la restaurazione del trono papale. Ma, come appunto quel fanciullo
di prima, trovatosi illeso dopo lo scoppio, riapre gli occhi, si
guarda intorno e respira confortato, così anche Prospero Anatolio,
veduta passar la _Comune_ senza trascinar l'Italia con sè e Vittorio
Emanuele salire il Campidoglio senza che la cristianità valicasse le
Alpi, pur sempre maledicendo, in pubblico, al _partito d'azione_, si
persuase, in cuor suo, come i clericali potessero vivere ancora e
meglio in Italia, che in un altro paese, e non solo vivere, ma chi sa,
governare... un dì o l'altro.
Passato dunque il periodo più minaccioso, nel suo animo tornarono a
galla le personali aspirazioni e ritornò alla Camera col proposito di
nuove audacie. Protestò contro i _fatti compiuti;_ ma poi, quando
l'arcivescovo di Borghignano volle ch'egli desse un salutare esempio
col rassegnare il mandato, il duca d'Eleda, benchè duca, fece orecchie
da mercante, ripetendo il ritornello!.--Bisogna restare sulla breccia,
bisogna sacrificarsi alla causa.--Rimase, e fu l'Orlando delle
_guarentigie_. Per un momento, allora, egli ritornò in auge, e
un'altra volta ebbe le sue giornate, se non di gloria, almeno di
notorietà e nelle elezioni generali la candidatura del vecchio
deputato di Borghignano, sostenuta dai _neri_ del vescovado e
dell'aristocrazia, trionfò di tutti gli altri colori.
Il 27 novembre 1871 il re d'Italia inaugurava in Roma il Parlamento, e
a Roma Prospero Anatolio, che aveva giurato con restrizioni mentali,
trovò buon terreno per i suoi cavoli.
Tra quei principotti rimasti fedeli al Vaticano, egli recitava la
parte del _Cittadino di Gand_ alla rovescia, acquistandosi una qualche
importanza coll'autorità dei milioni, dell'influenza politica e dei
titoli. Nè gli amori con Renata, venuta a Roma anche lei colla
capitale, amori, che la vanità reciproca aveva resi pubblici in Roma,
come già erano a Firenze, valsero, in quell'ambiente di corruzione
pretina, a farlo scapitare nell'opinione dei più.
Prospero Anatolio non si vide in tutto l'inverno a Santo Fiore, e per
parecchio tempo, contento della nuova vita, non fece alla moglie che
rarissime improvvisate e sempre di sfuggita. La bellezza di Maria
turbava ancora, in qualche notte di veglia, il sistema nervoso del
duca; ma appunto, siccome le sue preghiere non riuscivano a
commuoverla ed il suo male, dopo tali incontri, soffriva di
recrudescenza, così, anche per rispetto all'igiene, diradò le visite.
Si faceva invece sempre più frequente e più tenera la corrispondenza
con Lalla, la quale prodigava al babbo un'affezione morbosa,
accompagnata da un grande sfoggio di espansioni. Era nell'indole della
signorina di supplire colle apparenze esteriori a ciò che in fondo le
mancava: un sentimento sincero; e però, quanto la mamma era fredda e
ritenuta, altrettanto alla figliuola piaceva dimostrare calore e
gaiezza: il contrapporsi era il suo gusto maggiore, e tanto più se
poteva contrapporsi a sua madre.
E forse non le importava neppure di fare più così che così;
l'essenziale era che tutto il paese sapesse ciò che faceva.
Il suo pubblico non poteva essere molto ammodo, ma la piccola donnina
esordiente nella commedia della vita, faceva ogni sforzo per
istrapparne gli applausi. Non era in età da suscitare intorno a sè
rumore d'ammirazione o di scandalo; non avrebbe potuto dominare la
moda, nè farsi eroina d'un dramma o d'un romanzo sentimentale;
peraltro i suoi trionfi se li cercava e se li guadagnava. Una volta
ebbe la soddisfazione di essere citata dal pergamo ad esempio delle
giovinette per l'affetto figliale, per le sue penitenze e per i suoi
digiuni, con un brano di ghiotta e ben digerita eloquenza che guadagnò
a don Vincenzo i rimproveri della duchessa, una lavata di capo da don
Gregorio, e le smorfie affettuose dell'istitutrice.
Lalla, come non somigliava punto alla duchessa nel viso, così ne
differiva nell'animo. Ella era il carattere stesso del duca: lo stesso
egoismo, e la stessa leggerezza.
Come Prospero davanti a sua moglie, così anche Lalla provava una certa
soggezione davanti a sua madre. L'occhio limpido di Maria penetrava,
scrutatore molesto e importuno, nella mente e nel cuore della
giovinetta; e costei, che si sapeva sicura contro tutti gli altri,
sotto quello sguardo si sentiva dominata e, con un certo dispetto,
capiva che a sua madre non avrebbe mai potuto darla ad intendere.
Il marchese di Vharè, il _Principe Incantevole_ dei suoi primi sogni,
essa lo aveva messo da parte. Nel paese c'era un altro bel giovanotto,
non nobile e meno ricco (era figliuolo del segretario comunale); ma
poeta e filodrammatico; il genio di Santo Fiore.
A Sandro Frascolini la gente gli contava le amanti a dozzine. Tutte le
più leggiadre ragazze erano sue innamorate; perfino la bellissima
Ottavia, la bellezza regina, si comprometteva per lui, cosa che faceva
intisichire la moglie del sindaco: e Lalla ebbe per Sandrino un
capriccetto.
Lalla, nei suoi quattordici anni, non era bella, ma aveva quel
tutt'insieme che è più pericoloso di molto, perchè è più raro della
bellezza.
La piccola duchessina aveva i capelli maravigliosi che a giorni,
stranezza, tendevano quasi al biondo, a giorni pareano castagni; e la
stessa mobilità negli occhi, che passavano dal cinereo al verde cupo;
languidi, appassionati, ingenui, modesti, ora saettavano lampi, ora
non esprimevano altro che la più timida verecondia.
Snella, magra, di una magrezza flessuosamente voluttuosa, pareva, per
l'eleganza del corpo, meno piccola di quanto era realmente. Solo le
braccia aveva grassocce e belle con due fossette ai gomiti. Di quelle
sue braccia, di quelle fossette, Lalla pareva innamorata, stava ore e
ore a sedere sul letto, in camiciuola; piegandole, stendendole,
ripiegandole, per ammirarne i contorni e l'azzurro pallido delle vene;
poi si cacciava sotto le coltri baciandole con trasporto e con
passione; come baciava la bianca _Musette_, la sua cagnuola cara, che
spesse volte si udiva guaire fra le strette nervose della padroncina.
Dunque Lalla, pur non essendo bella, poteva piacere assai, e il
giovane Frascolini co' suoi vent'anni e con la conoscenza della vita
che s'era procurato, mercè una lunga serie di associazioni alle
_Letture amene_, ne rimase presto ammaliato.
I due giovani, nei primi incontri, non avevano sentito il sussulto
arcano, il turbamento foriero delle grandi passioni. Niente affatto.
Sandrino entrava in palazzo quasi ogni sera, per lo più con don
Vincenzo, e si fermava nel _tinello_ colle cameriere che lavoravano in
bianco, col Castaldo, e col vecchio Ambrogio. La sala dove stavano le
padrone era vicina al _tinello_, tanto che sovente ivi giungevano le
voci dell'allegra brigata e allora molte volte, quando si udiva anche
la voce di Sandrino, Lalla e Maria, colla famigliarità solita di chi
sempre vive in campagna, andavano di là per pregare il giovane di
qualche commissione od anche soltanto per scambiar due parole. Miss
Dill, invece, non si faceva vedere in tinello se non c'era don
Vincenzo, e uscivano insieme a passeggiare sotto il porticato, o lungo
i viali. Il Frascolini, se ci teneva non poco alla sua professione di
spasimante, in tutta il resto era un giovane di criterio. Egli non
avrebbe neppure sognato che la duchessina potesse diventare sua
conquista, o lui viceversa: tranquillo, economo, regolato, tutta
l'ambizione la aveva riposta nei _Due Sergenti_, tutto lo scopo della
sua vita era quello di poter diventare segretario comunale, quando suo
padre fosse stato messo a riposo, come suo padre lo era stato dopo suo
nonno. In quanto alle sue avventure amorose, la cronaca lo faceva più
scapestrato che non fosse in realtà: cominciava solo adesso a filare
il perfetto amore colla bellissima Ottavia, lusingato da lei; da lei
spronato a fare il salto del Rubicone: cioè ad invadere le Provincie
appartenenti al proprietario legittimo. Ma il ragazzo tentennava,
misurava il fosso e le gambe, e ancora non si era risoluto al gran
passo. Santo Fiore in quei giorni era stato colpito da una sventura;
il fuoco aveva distrutto alcune casupole di contadini, lasciando nella
più squallida miseria molte famiglie. Le pubbliche calamità sono la
fortuna dei filodrammatici, e a Santo Fiore si potevano contare le
disgrazie succedute in un certo periodo di anni, dal numero delle
repliche dei _Due Sergenti_. Quell'incendio capitava propizio. Aveva
fatto chiasso, la stagione era buona, c'era da aspettarsi una
_piena_... Si sa che i dilettanti, come usavano gli antichi Romani,
misurano l'importanza dei loro spettacoli dal numero delle vittime.
Lalla ancora non sapeva che cosa fossero nè i commedianti nè il
teatro, ma la sua curiosità era stata desta dai facili entusiasmi
della Pierina e della Nena, le due figliuole del vecchio Ambrogio, una
delle quali, la Nena, aveva ottenuto di entrare al servizio
particolare della signorina.
Già due o tre volte Lalla aveva pregato inutilmente la mamma che le
permettesse di assistere ad una recita, e quel no ripetuto aveva
cambiata la sua curiosità in un desiderio acutissimo; poi Maria le
permise di prender parte alla serata a beneficio dei poveri
incendiati; e la sera della rappresentazione, mentre stava
preparandosi per andare al piccolo teatrino, le scappò detto colla
Nena:--Come sono curiosa stasera di vedere che cosa sa fare il
Frascolini!
--Eh! caspita! ci metterà tutto l'impegno, con una duchessa in
platea!... Basta poi che la bella Ottavia gli lasci il tempo di
vederla.
--Come?...
--Non sa che Alessandro spasima per la sposona dello speziale?
--Per quella pretensiosa?
--Sicuro; e ha piantato su due piedi la signora Veronica, che dalla
rabbia voleva finire come i topi.
--La poetessa?--domandò Lalla, sorridendo.
--Sì, signorina. Con tutta la sua scienza, era così oca da lusingarsi
che Alessandro fosse cotto per lei; con quel muso! Il ragazzo si
mostrava compito, si sa bene; la Veronica è moglie del sindaco, come
sarebbe a dire del suo principale...
--E dunque?
--E dunque quando ha capito che la preferita era la bella Ottavia, una
domenica dopo la messa cantata,--pare che durante la funzione avesse
scoperto un certo telegrafo fra i due,--si serrò in camera, chiuse le
finestre e, detto fatto, ingoiò uno scatolone intiero di
fiammiferi!...
--Oh! graziosa!
--Per fortuna il signor Domenico, non so bene per quali faccende, doveva
andare in camera sua; sale, la trova chiusa; bussa, nessuno risponde.
Aveva veduto entrare sua moglie poco prima; torna a bussare più forte: lo
stesso silenzio.--Che si senta male?--dice fra sè quel buon uomo e chiama
la signora Veronica per nome, grida, urla, ma tutto indarno. Allora,
spaventato, dà un colpo di spalla e, _patatrac_, fa saltar l'uscio dai
gangheri: mamma mia! il signor Domenico si sente bruciare il naso, la
gola, da un odore acre, che toglie il respiro; in camera era buio pesto,
ma sul letto vede una luce azzurra, bigia, fumante, tremolare, muoversi,
dilatarsi.--Che sia il diavolo?!...--Spalanca con un pugno le finestre
e... indovini un po', duchessina? La fiamma usciva dalla bocca della
Veronica tutta impastata di fosforo. Quel mammalucco...
--Bada, Nena, è il tuo sindaco!
--Scusi del termine; per me dico pane al pane!... Quel mammalucco del
signor Domenico si fa portare un secchio di latte, e di sopra e... e
di sotto lo fa entrare nel corpo alla moglie!
--Ma Sandrino, quando ha saputo la tragedia, che cosa ha fatto?
--Che vuole?... Ha dovuto subirle tutt'e due; l'una per amore, l'altra
per forza. È pieno di cuore, quel povero ragazzo, e bisogna dire che
egli è anche un gran bel figliuolo; ha una carnagione bianca, morbida,
come un pan di burro!... Senta, padroncina, non faccio per dire, ma
prima di trovarne un altro, bisogna girare tutta l'Italia, e mezza
Lombardia!
Ma la padroncina s'era fatta seria e non riuscirono a farla sorridere
nemmeno gli spropositi della Nena. Il suo cervellino vagava, vagava
molto lontano, e per la prima volta considerava Sandrino sotto il
nuovo aspetto di conquistatore. Quella cronachetta di avvelenamenti e
di gelosie prestava le ali cartilaginose ai nuovi pensieri della
giovinetta, e a poco a poco l'oscuro figliuolo del segretario comunale
si trasformava in un piccolo eroe da romanzo.
Quando Lalla entrò nel teatrino dei filodrammatici, il suo occhio
cercò subito la Veronica e la bella Ottavia, e invece di seguire il
dramma che si svolgeva sul palcoscenico, per tutta la sera fu assorta
nell'altra commedia, appena abbozzata, ma che già la fantasia compiva
dei tre noti interlocutori: Alessandro, Veronica, Ottavia. E Lalla era
in buon punto per assistere anche a quella commediola. I direttori
dello spettacolo l'avevano fatta sedere sopra il seggiolone del
sindaco, portato là in mezzo al teatro, apposta per lei. Da un lato
aveva la sedia vuota, dall'altro miss Dill, che di tanto in tanto,
piegava la testa verso la porta, dove, mezzo dentro e mezzo fuori,
c'era don Vincenzo, più unto e più rosso del solito, colla papalina
sulle ventiquattro, che faceva il _moscardino_ col brigadiere dei
carabinieri, fumando un sigaro in barba ai decretali. Ma durante le
situazioni commoventi del dramma, che assorbivano la attenzione del
pubblico, penetrava egli, adagio adagio, in mezzo alla folla, e,
giunto alle prime sedie, toccava nel gomito miss Dill, offrendole di
nascosto la scatola aperta. Miss Dill lo guardava con gli occhi
bramosi, e allungava due dita, gialle, che dopo aver deviato sulla
mano del prete, si sprofondavano nella tabacchiera.
Ma la signorina, non aveva tempo di osservare quelle tenerezze,
intenta com'era alle innamorate di Frascolini, sedute l'una di faccia
all'altra, ai due lati opposti della platea.
La Veronica vestiva di nero; e portava nei capelli il suo mazzolino,
ormai caratteristico: quel mazzolino dai sentimentali--non ti scordar
di me--ch'essa chiamava: _Ferghit menichts._
Nell'insieme, la sora Veronica somigliava moltissimo al San Luigi
dell'Oratorio, composto di una testa di legno grossa e lunga, color
_singhiozzo_, e di due assicelle in croce, coperte da una tonaca nera.
Inseparabile, come il mazzolino, teneva fra le mani, nelle sere di
rappresentazione, il libretto dei _Due Sergenti_, e, sensibilissima,
nei momenti che il dramma volgeva al tenero, una goccia gialla le
tremolava sotto la punta del naso... Era una lacrima che la Veronica
raccoglieva nel libro con una rapido scrollar della testa.
Molte volte, per altro, quella _furtiva lacrima_ era avvertita dalla
bella Ottavia, che ne rideva malignamente, ricercandone la cagione in
una fistola. Del resto l'Ottavia, un bel biondone davvero, sentiva più
disprezzo che odio per la rivale. Fiera della sua pinguedine soda e
sana, credeva fermamente che dell'amore se ne comperasse così a un
tanto al peso. Guardava dall'alto al basso la sindachessa, con certe
occhiate tra la sfida e la compassione, e, guardandola, allargava con
le dita gli orli del busto, sempre troppo stretto per contenere le
dovizie del seno, che coll'altalena della respirazione faceva soffrire
il mal di mare alla fotografia del signor Niso, che luccicava, legata
in oro, sulle carni fresche e rosee della sposona.
Scarso presidio per quelle alture insidiate!
Il Frascolini, anche dalla scena non la perdeva di vista; e quando la
tela era calata, si scorgeva dai buchi del sipario il suo occhio fisso
guardare, guardare, sebbene qualche volta, per forza si facesse vedere
a lanciare un'occhiata assassina anche sull'altra infelice, che
allora, allungava il collo voltandosi verso l'Ottavia con una faccia
che voleva dire:--Ha guardato me, crepa di rabbia.--Quella
_corrispondenza d'amorosi_ sensi veniva poi interrotta, durante la
recita, perchè Alessandro temeva di perdere, come si suol dire, la
_battuta_.
Assolto dal peccato di origine non c'era proprio malaccio nel giovane
attore; a quel tanto che mancava d'arte suppliva coll'esercizio e
colla persona maschia e bella.
Tutte le contadinotte se lo contendevano, ammirandolo; e intanto
celiavano sopra la Veronica e invidiavano la bella Ottavia... e Lalla
vedeva quest'ultima insuperbire del suo trionfo.
Ma dove Frascolini proprio _furoreggiava_, era nel finale dell'ultimo
atto, dopo la famosa traversata. Compariva sulla scena coi capelli
arruffati, il petto e le braccia nude, pallido in volto; e allora col
fascino della voce bellissima e della parte da eroe faceva impressione
anche su Lalla.
--E così, s'è divertita?--domandava la Nena alla padroncina, mentre
l'aiutava a spogliarsi.
--Abbastanza.
--Ha sentito com'è bravo Alessandro?!... Ha veduto com'è bello?!... E
la sindachessa col libretto della lavandaia? Smorfiosa! Ma l'Ottavia
non deve aver paura di lei, nè di nessuno: è la più bella del paese.
Ha notato come lo guardava?... Pareva lo volesse mangiare coi baci!--E
la Nena continuò sul medesimo argomento fino a che Lalla, volendo
troncare il discorso, s'inginocchiò per dire le sue preghiere.
--Buona notte, duchessina.
Lalla rispose con un cenno del capo, e la cameriera, mentre usciva,
vide la piccola devota ripetere tre o quattro volte, rapidamente, il
segno della croce, baciare e ribaciare la medaglina della Madonna che
teneva al collo. Le orazioni durarono molto tempo; i baci fervorosi
furono ripetuti, si segnò ancora prima di coricarsi; ma con tutto ciò
la signorina passò una notte agitatissima.
La sua mente era presa dal giovane filodrammatico e il sonno tardava a
venire. Pensava, con dispetto, alla superba sicurezza dell'Ottavia e
alle parole della Nena che l'avevano offesa, quantunque alludessero
alla signora Veronica.
--Come?--_non deve aver paura di lei, nè di nessuno?_...--Eppure...
eppure, se volessi, potrebbe diventar gelosa di me, la più bella del
paese; e che dispetto, quella goffa, dovrebbe allora sentirne in cuor
suo!... Ma, e se il Frascolini fosse proprio innamorato?... Che cosa
si diranno mai quando si troveranno soli, lui e l'Ottavia? Diranno di
volersi bene?...--Come si fa a volersi bene?...--e la mente della
giovinetta si affaticava dietro un ignoto pieno di seduzioni nuove e
arcane, un ignoto che il sangue cominciava allora a rivelarle.
Pareva lo volesse _mangiare coi baci!_... Un bacio?...--e Lalla
baciava e ribaciava le sue piccole mani, le braccia rotonde, per
capire cos'erano mai, come potevano essere quei _baci che mangiano_.
Si addormentò alla fine, ma dormì male. Vedeva muoversi una figura di
uomo, avvicinarsi e allontanarsi da lei, senza mai sparire. Quell'uomo
ora pareva Sandrino, ora il marchese di Vharè, poi di nuovo Sandrino
come l'aveva veduto nell'ultima scena del dramma: col petto nudo,
colle braccia nude, coi capelli arruffati; e si faceva sovente così
vicino, che la fanciulla ne sentiva il tepore.