Santo Fiore è un villaggio del _basso Padovano_: una contrada lunga e
larga, dalla quale si diramano dieci o dodici viuzze più o meno
deserte.
Colline non se ne vedono affatto, e le montagne si perdono lontane,
sull'orizzonte.
Santo Fiore era il feudo dei conti di questo nome, e oggi ancora in
barba allo statuto del regno, l'autorità dell'antica dinastia in quel
villaggio ha salde le radici. Invece di reggere il piccolo popolo col
cappellone dei carabinieri, i conti di Santo Fiore adoperavano due
altri spedienti: il pane e il lavoro.
Quando il conte Giovanni, padre di Maria, venne a morire, suo fratello
Eriprando lasciò Borghignano e fece la sua abituale dimora nel
maniero, come egli lo chiamava ridendo, della pupilla, continuandovi
da gran signore la filantropia che da secoli facea benedetta la nobile
famiglia. Ma troppo presto per quei terrazzani Maria si fe' sposa, il
conte ritornò per sempre in città, e allora Santo Fiore rimase sotto
la giurisdizione di un segretario, il quale, naturalmente, non poteva
largheggiare in opere buone, come avevano usato i padroni.
Da tutto ciò si capisce con quanta contentezza vi fu accolta Maria al
suo ritorno. Fu accolta con una vera festa di popolo: una di quelle
feste spontanee, sincere, espansive, dove non sono i questurini
travestiti che dànno l'intonazione agli evviva, dove il telegrafo non
raddoppia le chiamate al balcone e dove, finalmente, l'ispettore di
pubblica sicurezza non trema che il consigliere delegato venga a
sapere, dai rimproveri del prefetto, che al signor ministro parve
quell'entusiasmo inferiore al prescritto.
Maria era stata ricevuta alla stazione dal parroco, dal sindaco, che
era suo fittaiolo, dai ricchi e dai poveri del paese; e mentre saliva
sul carrozzone del nonno, tutti volevano salutarla, facevano
meraviglie e moine a Lalla che sapeva darsi una certa arietta, e
cercavano di stringere la mano a miss Dill, che non avevano mai
veduta, e che rispondeva con smorfie, trovando, nel suo sentire
d'inglese, quel baccano di pessimo gusto.
Il cocchiere dall'antica livrea non era l'impettito auriga superbo,
arcigno, pretenzioso, che anticipa dalla cassetta le borie di chi sta
in carrozza; ma invece era un vecchietto gaio, lindo, arzillo, il
quale aveva servito alle nozze del conte Giovanni e veduta nascere
Maria. Anche lui, rimasto sempre a Santo Fiore, contento come una
pasqua dell'avvenimento insperato, faceva andare i cavalli con un
trotto limitato, ammiccando alla buona i conoscenti, che vedeva alle
finestre, come per dir loro:--È qui, è venuta, è tornata finalmente,
la padroncina!...--Maria aveva avuto un bel crescere, maritarsi e far
figliuoli; il buon uomo la chiamava ancora, come l'aveva chiamata
sempre,--la padroncina.--E ciò per la consuetudine di tanti anni, ma
più forse, per un delicato riguardo che quel cuore onesto conservava
alla defunta contessa, la madre di Maria, che nella rozza devozione
del servo, anche morta rimaneva sempre la buona padrona che governava
dall'alto su quella casa.
Luigia e Lorenzo venivano dietro in un'altra vettura, tutti e due
storpiando un toscano _sui generis_ col castaldo, che li guardava
sbalordito e in soggezione.
Sui muri erano stati affissi in carte rosse, verdi, gialle, come gli
avvisi dei teatri, sonetti e madrigali, composti dal figlio del
segretario comunale, un ragazzotto _pieno di genio_, che aveva
studiato nel ginnasio della vicina città; e alla sera poi la musica
dei dilettanti suonò sotto il portico della villa il _Miserere_ del
_Trovatore_, un coro del _Nabucco_ e la _Stella confidente_.
Ma poi, dopo quel baccano d'un giorno, non ci furono altri
divertimenti a Santo Fiore; nè gli abitanti del piccolo villaggio
potevano offrire a Maria un elemento ai colloqui piacevoli e alle
possibili famigliarità. Il sindaco, il medico, il pretore, lo speziale
erano tutte brave persone, le loro donne svelte e chiacchierone, ma
non possedevano certo le qualità volute dall'indole fine e dai gusti
aristocratici della duchessa d'Eleda.
La muta del filugello, la caccia, la veste o il ganzo di una comare,
le _novene_ e le recite dei _Due Sergenti_ prestavano l'argomento a
tutti i loro pettegolezzi, dal primo all'ultimo giorno dell'anno.
Però la distanza che separava il villaggio dal _Palazzo dei Signori_,
era enorme, quantunque la duchessa facesse del suo meglio per
accorciarla. Solo don Gregorio, il vecchio parroco, il maestro d'una
volta e il confessore di Maria, era tal uomo che alla bontà dell'animo
accoppiando una coltura non comune, riusciva l'amico diletto, la
compagnia cara e cercata dalla giovane solitaria.
Ma don Gregorio era molto innanzi cogli anni; i mille acciacchi della
vecchiaia lo tenevano prigioniero rassegnato tra i quattro muri della
sua cameretta, ed era miracolo se qualche volta, quando la giornata
era tepida, poteva trascinarsi fino al _Palazzo_. Per questo appunto
la curia gli aveva concesso un coadiutore in don Vincenzo, pretucolo
grasso, bracato e piaggiatore, il quale menava la vita facendo della
mensa un altare, e dell'altare una mensa. Costui divenne lo spavento
di Maria, con quel tabacco e con quel sudiciume!... Invece miss Dill,
quantunque da buona inglese la _propriety_ l'avesse sempre in bocca,
sentiva per lui una grande predilezione. Ma il prete aveva il merito
di darle sempre ragione; poi la inchinava, quanto gli permetteva la
pinguedine, con ogni sorta di salamelecchi: e non appena vedeva
entrare in chiesa quella figura bizantina, le mandava subito lo
scaccino con una sedia imbottita ed uno sgabello per posarvi su i
piedi; due piedi al doppio del naturale.
Anche Lalla lo vedeva di buon occhio, chè don Vincenzo era un
ammiratore entusiasta della sua devozione, dei suoi talenti, della sua
grazia; per altro lo derideva anche sovente, e si divertiva dal
giardiniere e dal castaldo, contraffacendone la voce nasale, il collo
torto, le cupide occhiate agli intingoli e lo scoppiettar della lingua
contro il dotto palato.
Un altro che frequentava il _Palazzo_ era Sandrino Frascolini, il
figlio del segretario comunale, il piccolo Dante di Santo Fiore, e
predestinato già, col tempo, a recitar lui la parte di uno dei _Due
Sergenti_; ma anche con Sandrino, dopo le solite parole, se Maria
avesse voluto continuare a discorrere, avrebbe dovuto rifarsi da capo.
I forestieri poi che arrivavano non avevano a litigar per il posto: il
conte Eriprando, ammalato di gotta, non si poteva muovere; amiche,
Maria non ne aveva, amici ce n'era stato uno soltanto, e non c'era
più. Dunque era sola, sempre sola.
In quanto a miss Dill... la rigida signora, invece di uno svago era un
incubo. Nata da ricca famiglia di commercianti, alcuni rovesci
finanziari l'avevano ridotta a dover cercarsi un posto per vivere; a
dover servire: ma orgogliosa e bigotta, alla sventura non si era
piegata con rassegnazione. Esigente, dura con gli inferiori, era
cavillosa nel difendere le proprie prerogative e piena di sospetti, di
diffidenze verso i padroni. Confondeva la dignità colla superbia, e
segretamente invidiava la signora fino a volerle male. Riceveva da lei
un regalo?... la duchessa non riusciva mai a darglielo in modo da non
aggravare il peso della sua condizione. Un giorno, forse sopra
pensiero, Maria non trattava l'istitutrice con tutti i riguardi? Miss
Dill allora preparava uno scoppio, e lo preannunciava con musi lunghi
che duravano per settimane di seguito, e un dolor di capo tanto
fastidioso e tanto incomodo per tutta la casa, da spaventare colla
sola minaccia. Se Maria in quei giorni avesse aperto il pianoforte,
bisognava non aver cuore per tormentarla così; se Lalla faceva i
gradini della scala a due a due, era come sua madre anche lei, senza
cuore. Maria, per distrarla, le ordinava di uscire in carrozza? Voleva
ucciderla. Non la faceva uscire? Le negava di prendere una boccata
d'aria. La passera mattugiola pigolava sulle finestre? Lorenzo,
Ambrogio, dovevano correre con lo schioppo a spaventarla; ma se il
colpo partiva, miss Dill cadeva in convulsioni.
La duchessa, certe volte, si trovava a due dita di perdere la
pazienza; ma poi, stimando che quella ferrea natura e inflessibile
fosse necessaria coll'indole vivace della figliuola, ne sopportava i
difetti e le bizzarrie.
Lalla, malgrado le cure assidue della mamma, cresceva con un certo
temperamentino da mettere un po' in apprensione. Maria era costretta a
conservare sempre con lei una severità inalterabile, che impediva la
tenerezza e la confidenza, mentre fra la signorina e la miss covava
una guerra sorda, nascosta, ma altrettanto accanita. Uno dei maggiori
difetti di Lalla era la simulazione; quella testolina capricciosa non
era mai capace di dire la verità. Nei suoi trasporti infantili c'era
sempre finzione od esagerazione. Esagerava il fervore delle pratiche
religiose, la paura del castigo, le carezze che faceva alla mamma
perchè le perdonasse i capriccetti e le scappatelle. E però, tutto ciò
sommato, faceva sì che Maria fosse condannata alla più penosa
solitudine: la solitudine nella famiglia.
A distrarla, o a consolarla, non contribuivano certo le visite,
frequenti da principio, poi fatte più rare, di Prospero. In quelle
occasioni tutti i preti del vicinato erano a pranzo al _Palazzo_. Miss
Dill allora faceva la garbata con don Vincenzo, e Lalla, che
ricominciava a sentir la smania di attirarsi l'attenzione del
pubblico, aveva sempre pronto qualche digiuno, qualche _fioretto_ alla
Madonna, che la faceva ammirare, e quasi santificare in anticipazione,
da tutti quei reverendi con la bocca unta.
Fosse per le forti attrattive del frutto proibito, o fosse anche
perchè avesse finalmente aperto gli occhi su quel che era Haute-Cour,
il fatto sta che il prurito della coniugale riconciliazione durava
acuto, insopportabile, fra carne e pelle, al duca d'Eleda. Ma sua
moglie, che lo accoglieva sempre colla più schietta cordialità, gli
teneva chiusa tuttavia, e inesorabilmente, la sua cameretta; una
camerettina elegante, profumata come il nido della capinera, dove, tra
le spesse cortine, spuntava fuori un lettino breve, piccolo, tutto a
pizzi e a ricami, un lettino candidissimo, da educanda; e il duca
d'Eleda, che per quella cameretta avrebbe rinunziato con tutta l'anima
a ben più vasti dominii, arrivato a Santo Fiore gaio e cerimonioso,
ripartiva poi con un palmo di muso, borbottando il solito
ritornello:--La maledetta non ha sangue; è una donna di
ghi-ghi-ghiaccio!...
Allora, per vendicarsi o per distrarsi, ritornava più accalorato
presso la Haute-Cour, lusingandosi che sua moglie notasse come a lui,
spento il focolare domestico, riuscisse facile di riscaldarsi
ugualmente.
Un'altra visita che Maria sopportava con rassegnazione era quella del
marchese di Vharè. Costui, d'un marchesato un po' dubbio, aveva i suoi
possedimenti nelle vicinanze di Santo Fiore, e a Borghignano teneva
casa: dissipatore vizioso, l'inverno, anzi quasi tutto l'anno, egli
viveva a Monte Carlo, e solamente quando la _roulette_ gli faceva le
corna, rimpatriava per cercare un'ipoteca o per vendere, affettando un
disprezzo olimpico per la _provincia_ e i suoi abitanti.
Non toccava ancora i trent'anni, eppure contava già molti debiti e
parecchie di quelle avventure che in provincia appunto si chiamano
scandali, e alla capitale _des bonnes fortunes_. Quantunque per altro
egli fosse il _babau_ dei mariti e dei padri, i buoni e pacifici
borghesi provavano un senso di meraviglia e sgranavano gli occhi
dinanzi al bel marchese apocrifo, elegante, freddo, epigrammatico, che
in una notte, sulla _rossa_ o sulla _nera_, sapeva perdere, senza
tirare un accidente, qualche decina di mille lire, fossero magari dei
creditori. Si sarebbero ben guardati dallo scontargli una cambiale: ma
si compiacevano di essere con lui in buoni legami d'amicizia, e i
pochi fortunati cui era concesso dalla sorte di dargli del tu, quasi
se ne gloriavano, e incontrandolo per istrada lo salutavano con un
_ciao_, gridato da un marciapiede all'altro, _ciao_, che suscitava
invidie.
Contuttociò la gente per bene, che non mancava nemmeno a Borghignano,
lo stimava secondo il merito; e primo tra quelli il conte Della Valle;
tanto che ormai tra di loro un po' di ruggine c'era, e davvero fu un
contrattempo che Giorgio lo incontrasse a Santo Fiore.
Ormai otto o nove mesi erano scorsi dall'improvvisa partenza di Maria,
e Giorgio non l'aveva più riveduta e anche le notizie gli mancavano
affatto; egli le aveva scritto, ma senza averne risposta. Sua zia, la
Castiglione, aveva sempre l'incarico di salutarlo e di ringraziarlo
_da parte_ della duchessa d'Eleda.
Questo silenzio gli pareva troppo nuovo per non recare anche un po' di
meraviglia oltre al dispiacere. Maria alla fine era stata per lui come
una sorella e gli era cara come una sorella.--Che cosa mai le ho
fatto--pensava Giorgio--per essere trattato in tal modo? Sarò stato
forse troppo vivace nel difendere Prospero; ma doveva capire che
parlavo sempre a fine di bene. Basta, andrò a Santo Fiore, e Maria
dovrà spiegarsi.--E allora, dovendo egli recarsi a Venezia, per un
congresso del _Comitato operaio_, pensò di fermarsi a Santo Fiore.
Maria era nel salotto col marchese di Vharè, quando, prima ancora che
Giorgio le fosse annunziato, udì la sua voce: balzò in piedi, corse
quasi fino all'uscio; ma intanto che Lorenzo, precedendo il conte, ne
diceva forte il nome con quella intonazione particolare di voce colla
quale i servi affezionati annunziano una visita che sanno gradita o
inaspettata per i loro padroni, ella ritrovò la forza di ricomporsi.
Si mostrò gentile col nuovo arrivato; ma lo fu molto più del solito
col marchese di Vharè, che non aveva notata la commozione della sua
ospite, costringendolo a fermarsi pel pranzo; cosa che spiacque a
Giorgio moltissimo.
Egli se ne stava ancora mezzo imbronciato, quando il rumore di due o
tre usci sbatacchiati con violenza, gli fece indovinare la venuta di
Lalla. Lalla, infatti, entrò poco dopo nel salotto, correndo, saltando
com'era avvezza; ma appena vide il marchese di Vharè si fermò come
interdetta, arrossì vergognandosi, ed ai rimproveri della mamma per
quel precipizio, balbettò qualche scusa, mentre gli occhi lucidissimi
e il mento tremante mostravano che le lacrime erano lì lì per
spuntare. Il Vharè, per difenderla e per confortarla, la prese,
chiudendola fra le ginocchia, e le chiese un bacio. Lalla abbassò
allora la testolina forte sul petto, e fece un po' di resistenza prima
di cedere al marchese, che con due dita le rialzava lo scaltro
visetto, per baciarla sulla bocca; ma, nonostante la resistenza fatta,
quando le labbra del giovane toccarono le labbra della bambina, la
piccola bocca non restò ferma sotto quel bacio, e lo ricambiò con un
sussulto di tutto il corpicino. La crisalide era in via di
trasformarsi in farfalla, e le alette, sebbene allora piccolissime,
fremevano impazienti di sciogliere il volo.
--Guarda, Lalla--disse Maria dolente per il Della Valle che non si
vedeva notato dalla bambina;--guarda chi è venuto a trovarci, il tuo
buon amico Giorgio. Da brava, sii gentile, dagli un bacino...
Lalla rispose appena con un'alzata di spalle.
--Non mi riconosci più?--le domandò Giorgio un po' seccato.
--Lalla, su via, obbedisci!--replicò Maria vivamente. Lalla abbassò la
testina un'altra volta, allungò il musino, ma non si mosse.
--Quando vi dovete mostrare così ineducata--esclamò Maria in collera
più di quanto avrebbe voluto esserlo--ritornate subito subito da miss
Dill.--Lalla corrugò le ciglia con un atto comicamente feroce, e
opponendosi con mal garbo a Giorgio, che voleva trattenerla, corse via
dal salotto.
--Perchè tormentarla, povera piccina?--disse il Vharè alla duchessa.
--Piccina, non è poi tanto piccina. Va per gli otto anni, presto.
Il marchese sorrise.... il perfido marchese che avea lasciate forti
impressioni nel cervellino di Lalla.
In una delle sue gite a Santo Fiore, Prospero Anatolio aveva parlato
lungamente colla duchessa, a proposito del Vharè. Lalla che da un'ora
era occupata nel ritagliare le _belle signore del figurino_, era là
interamente dimenticata dal babbo e dalla mamma, nascosta dietro a un
tavolino coperto di fiori e di libri ammonticchiati, e, a poco a poco,
la sua attenzione si sviò dalle _belle signore_ e fu invece tutta
assorta nei discorsi del duca Prospero Anatolio, dopo aver parlato dei
debiti del marchese, raccontava le sue avventure amorose, e tra le
altre, il tentato suicidio di un'attrice celebre, la Mirette Croix,
gelosa della baronessa Poloniski, sua rivale fortunata.
Il racconto piacque tanto alla piccina, che essa da quel giorno scelse
il marchese di Vharè per suo sposo, e fu il principe _Incantevole_ di
tutti i suoi castelli fabbricati in aria. Però, quando egli era in
villa dalla duchessa, e passeggiava in giardino, Lalla prima lo spiava
nascosta: poi, tutto ad un tratto, gli appariva dinanzi rossa e
balbettante. Quel giorno, durante il pranzo, se Maria e Giorgio le
avessero badato, avrebbero veduto il suo visino pallido, cogli occhi
grandi, fissi, incantati nel bel parlatore. Ma invece quel giorno
Maria avea ben altro nel cuore, e Giorgio era troppo irritato per
poter badare a simili bambinate.
Giorgio non poteva lagnarsi di nulla: ma ciò non impediva ch'egli
fosse malcontento di tutto, e che si trovasse a disagio. Accolto con
festa, capiva tuttavia di essere diventato straniero in quella
famiglia, e quando egli disse di voler partire la mattina dopo, non fu
adoperata alcuna insistenza per trattenerlo di più. Anche l'intimità
che vedeva concedere ad un uomo per lui disprezzabile, senza
reputazione e senza carattere, com'era il marchese di Vharè, lo
irritava, mentre cominciava a essere infastidito dalle durezze e dalle
impertinenze di Lalla, che non gli avea perdonato d'esser egli la
cagione, sebbene involontaria, del castigo ricevuto.
Dopo il pranzo, la serata fu tutta a beneficio del Vharè, che sorretto
da un eccellente Bordeaux-Lafitte era riuscito a dimenticare le
prossime scadenze e a fare dello spirito: mentre Giorgio annoiato,
arrabbiato, aveva perdute tutte le buone intenzioni di spiegarsi con
Maria e di riprendere l'intimità di una volta, così che quando,
partito il marchese, egli si trovò solo colla duchessa, non iscambiò
con lei altro che i soliti complimenti.
--Dunque volete proprio partire domattina?
--Sì, signora duchessa, col treno delle otto.
--Col treno delle otto? Così presto? Non potreste aspettare dopo
colazione?
--Ne sono spiacentissimo... è assolutamente impossibile!
Di faccia all'impossibilità non si fecero altri tentativi, e Maria
salutò la sera stessa il suo ospite.
--Per Dio, ho fatta una bella gita quest'oggi!--esclamò Giorgio, dando
libero sfogo al dispetto, per tanto tempo trattenuto, dopo di essersi
rinchiuso, solo, nella sua camera.--Metteva proprio il conto che
sacrificassi una giornata di Venezia, per ottenere di questi bei
risultati--e, così dicendo, buttò lontano una scarpa che si era
levata.--Mah! Le donne?... chi capisce le donne, è bravo davvero! E
Lalla?... com'è viziata quella sciocchina!--A questo punto la seconda
scarpa raggiunse la prima.--Infine, se Prospero non ha ragione, non ha
neanche torto; Maria è senza cuore. In tutto il giorno trattò me, che
conosce da vent'anni, come fossi il primo venuto; mentre era tutta
smorfie e garbatezze per quel barattiere, per quel marchese da burla,
impertinente e sfacciato... Sacripante! ho rotto l'orologio!--Giorgio,
dopo essersi spogliato dell'abito, s'era messo a caricare il suo
_remontoir;_ ma, accompagnando ogni giro con un movimento nervoso
delle dita, terminò a questo punto d'ira crescente, col rompere la
molla.
--Sapristi!... Prima che capiti un'altra volta a Santo Fiore, deve
passare molto tempo!--borbottò,--No, no, lascio libero il campo al bel
marchese!... Ma... ora che ci penso, non ci sarebbe pericolo ch'egli
fosse più innanzi con la duchessa di quanto si crederebbe?...
L'occasione fa l'uomo ladro; la solitudine, la donna facile!... Che!
che! nemmen per idea!... Maria non è altro che un pezzo di
ghiaccio!--e così concludendo, il giovinotto, ormai svestito, si
cacciò in letto, spense il lume, e ben presto si addormentò.
In tutta quella notte chi, passando dal _Palazzo_ dei Santo Fiore,
avesse alzato un po' il capo, avrebbe veduto una finestra illuminata.
Come mai? Non c'erano nè poeti nè ammalati là dentro, e faceva un
tempo così tranquillo, con una brezzolina fresca d'ottobre, da
conciliare il sonno anche alle stelle del firmamento.
Chi vegliava, dunque, in quella stanza, e perchè vegliava?...
Quella era la cameretta di Maria... Povera Maria!
La mattina dopo, prima delle otto, il conte Della Valle era già sceso
nel cortile del palazzo e, pronto per partire, accendendo il sigaro
dinanzi alla carrozza che doveva condurlo alla stazione:
--La signora duchessa dorme ancora, certamente?--domandò al servitore
che gli teneva aperto lo sportello.
--No, signor conte. La signora duchessa è uscita a cavallo.
--Sola?--domandò meravigliato.
--Sola, con Lorenzo.
--Esce di frequente la mattina?
--Quasi sempre, ma molto più tardi.
--Uhm!... poteva almeno fermarsi per salutarmi,--pensò Giorgio tra sè;
e montò in carrozza, accomiatandosi più annoiato che dolente da Santo
Fiore.
Appena chiuso nel suo _coupé_, dove per fortuna si trovò solo, accese
una spagnoletta, e, quando il convoglio partì, abbassò i cristalli,
aspirò con voluttà l'aria fresca balsamica del mattino, ammirando le
praterie verdissime, che passando dinanzi ai suoi occhi parevano
descrivere dei semicerchi.
--Oh, bella! guarda la duchessa!--esclamò a un tratto levandosi e
sventolando il fazzoletto fuori dal carrozzone.
--To', to', to', il Vharè è con lei?... solo?... A quest'ora? ma dove
diamine hanno lasciato Lorenzo?--e il giovane rimase meravigliato di
quell'incidente persuadendosi a dispetto del suo ottimismo che
l'intimità di Maria col marchese era, per lo meno, eccessiva.
Infatti, sopra un poggio, dietro un filare di platani. Maria e il
Vharè, a cavallo, aspettavano il paesaggio del treno. Pareva che là a
cavallo tutti e due, tutti e due soli, in quell'ora mattutina si
fossero dati una posta; ma invece il loro incontro non era che l'opera
innocente del caso.
Quel poggio che si chiamava appunto il _Poggio dei platani_, era
adiacente ad una delle fattorie del marchese, dove questi si era
recato assai di buon'ora con due periti per fare una stima.
--Ohè! la corsa!--esclamò un di loro, quando udì il rumore sordo,
monotono che la precede.
--Sicuro; è l'omnibus di Venezia.--Così dicendo il Vharè puntò lo
sguardo per vederlo passare; ma vide invece Maria, che a briglia
sciolta saliva l'erta e penetrava, nascondendosi al di là del _Poggio
dei platani_.
--La duchessa? Aspettate un momento, vado e torno,--e l'incorreggibile
vagheggino, ch'era pure a cavallo, in due galoppate l'aveva raggiunta.
Maria non avrebbe potuto lasciar partire a quel modo il conte Della
Valle senza prima concedere a sè stessa di rivederlo ancora, un'ultima
volta.--Lo aspetterò là, al _Poggio dei platani_,--aveva detto tra sè,
e con questo patto trovò un po' di sollievo. Ma adesso, a mano a mano
che quel punto nero s'ingrandiva avvicinandosi, un timore, ch'era
un'angoscia, le strinse il cuore; e quando quel punto nero diventato
un mostro gigantesco, velocemente attraversava la via, il suo timore
si mutava in una preghiera appassionata, fervente.--Fate, mio Dio,
fate ch'io possa rivederlo, rivederlo ancora per un'ultima volta;--e
Iddio, commosso a tanta virtù e a tanto amore, esaudì la poveretta.
--Eccolo! è lui! addio, addio, Giorgio, addio!
--Duchessa, i miei complimenti! La sua apparizione mi fa pensare a
Diana, e al bel tempo antico!
--Ah!... lei, marchese!... mi ha fatto paura!
Il Vharè lo credette e spiegò colla paura il tremito, il rossore, il
seno palpitante di Maria. Lorenzo, i due periti, i contadini,
rimanevano intanto nascosti dietro una siepe, nella prateria
sottoposta: ecco in qual modo la duchessa d'Eleda e il marchese di
Vharè apparvero a Giorgio soli, riuniti come a un ritrovo.
Il fatto però, nemmeno per caso, non si ripetè più, nè poteva
ripetersi: il Vharè, terminati gli affari, ripartì subito per Monte
Carlo, e per molto tempo non ritornò a Santo Fiore. Il conte Della
Valle, invece, non si rivide mai più. E questo avvenne per due perchè:
perchè glien'era passata la voglia col primo viaggio, e perchè poco
dopo, a cagione delle lotte elettorali, si ruppe fra lui e il d'Eleda
la buona amicizia.
Fu Prospero Anatolio che ne scrisse alla moglie, contentissimo in cuor
suo che un tale incidente la allontanasse da Giorgio. Il marito era
sempre sicuro, ma così si sentiva ancor più tranquillo.
Per altro, anche separato da tanti e insormontabili ostacoli, il cuore
di Maria era sempre vicino al giovane amato. Il suo era l'affetto di
amante e di madre, un affetto che doveva proteggerla nella vita come
la preghiera di un angelo.
Tutte le sere Maria aveva un'ora di felicità quando, chiusa nella sua
cameretta, leggeva e rileggeva tutti i giornali che parlavano del
conte Della Valle, che ne lodavano l'ingegno e il carattere, e se di
tutto ciò insuperbiva il sentimento della donna, vedendolo così
assorto nel lavoro e nell'affetto del paese, sperava senza confessarlo
a sè stessa, sperava la povera gelosa, che non un'altra donna, ma la
patria, la patria sola, avrebbe riempito tutto il suo cuore... e
allora, dopo tanti dolori e tanto ritegno, finalmente dava l'aire ai
pensieri, che, liberi, volavano al suo ideale dorato.
Il conte Della Valle, d'animo forte e coraggioso, ripudiato l'egoismo
istintivo, gretto, pauroso della sua casta, si affermava da uomo,
com'era stato da giovane, sinceramente liberale.
Non voleva sapere di pregiudizi, di privilegi e di _clericaglia_ più o
meno _moderata_, e aveva scritto nel cuore _Roma o morte!_... sante
parole, ch'egli ricordava più tardi come un conforto, quando faceva
molta poesia anche a proposito dell'_Italia irredenta_.
Insomma Giorgio Della Valle era un _rosso_; nome col quale si
distinguevano allora tutti coloro che più tardi vennero detti
_radicali_; e Maria, sebbene cresciuta in un ambiente tutt'altro che
rivoluzionario (anzi la bella duchessa era stata fin allora un po'
_codina_...), a poco a poco, in quelle sere, diventava una _rossa_
anche lei...