Quel giorno, nel quale Maria volle partire, Firenze era gaia più del
solito: godeva una bella giornata di primavera, quantunque si fosse
ancora in febbraio. Ma quando la locomotiva uscì avvolta di fumo
dall'alta tettoia, ove l'incessante frastuono di un mondo riboccante
di vita dava l'ultimo addio ai viaggiatori; quando quel mostro di
ferro, novello Mefistofele, gittate in alto il suo sibilo, e salutate
« . . . . le convalli
Popolate di case e d'oliveti»
salì sbuffando e poi scese dall'alto declivio dell'Appennino, allora,
si passò con brusca rapidità dal giovane Oriente--tepido e
profumato--al freddo e ai ghiacci della vecchia Siberia.
Quanto freddo e quanta neve!...
Quel lenzuolo uniforme e bianchissimo tormentava l'occhio e
intirizziva lo spirito. Correndo in quel pelago morto e ghiacciato si
soffriva l'ansia del naufrago. Non un cespuglio verde, non un filo
d'erba che vi rompesse l'uniformità monotona e desolante. Di lontano
le case perdute nei campi, serrate dalla miseria e dal freddo, colle
muraglie, per il riflesso della neve fatte ancor più tetre, parevano
senz'anima viva. Gli alberi aridi, brulli, senza una foglia,
screpolati, quasi scheletri immani imprecanti in quel vasto deserto.
Non vi era cielo lontano, nè profilo di montagne, nè allegria di
borgate dai vecchi castelli o dai nuovi campanili. Una nebbia umida e
fitta chiudeva l'orizzonte, la locomotiva sembrava correre
precipitando nel vuoto.
Lalla, poverina, sopportava i disagi con sufficiente coraggio. Dopo
aver pianto disperatamente abbandonando il suo babbo, alla prima
stazione aveva cominciata a ridere, alla seconda a mangiare e alla
terza, stanca, si era addormentata.
Chi brontolava, chi sarebbe ritornata indietro, magari a piedi, chi
non sapeva giustificare il capriccio della duchessa, era miss Dill.
Miss Dill, avvolta nella pelliccia, cogli occhiali verdi per ripararsi
dal riflesso della neve, secca, gialla, grigia, rincantucciata,
sepolta sotto i _plaids_, succhiava _mandarini_ e inghiottiva bile.
Finì anche miss Dill, come Lalla, addormentandosi: e quando, più
tardi, all'ora solita del pranzo, la risvegliò lo stomaco vuoto,
allora sognava appunto d'essere lei la padrona, Maria l'istitutrice, e
di sfogarsi strapazzandola senza pietà.
La bella fuggitiva, invece, non dormì un minuto del lunghissimo
viaggio. Immobile, con la testa piegata e con l'occhio fisso alla
finestrella del carrozzone, sembrava assorta. Ma l'oggetto ch'ella
guardava con tanto amore doveva essere raccolto nella sua mente,
perchè da troppo tempo più non curava di levar via col fazzoletto
l'umidità densa che appannava i cristalli.
Un'immagine, cara al suo cuore, la seguiva sempre in quella sua fuga:
ella correva via a precipizio e traballava per l'urto e le scosse
rapide del convoglio, pure non riusciva a fuggire del tutto. Ma
quantunque vinta, era calma e sorridente: la battaglia era finita.
Dopo lunghi giorni, dopo notti d'insonnia e di lacrime, trovava
finalmente un'ora di pace.
Piegata la fronte, rassegnata, non aveva fatto ciò che il dovere le
aveva imposto? La passione, che serpeggiava irritante nelle sue vene,
era riuscita a soffocarla; l'uomo ch'ella amava tanto da sacrificare
tutto per lui, l'aveva veduta fredda e indifferente; fuggiva il
pericolo, e nulla nascondeva al marito... non era una santa, infine,
era una povera donna: che cosa avrebbe potuto fare di più?... Doveva
forse squarciarsi il petto colle stesse sue mani, per istrapparne via
il cuore? No, Dio ha imposto alla creatura di vivere, oramai la vita
per lei era il suo amore. Come, perchè ostinarsi in una lotta ineguale
della volontà contro il pensiero? Quell'affetto non le consigliò mai
una colpa, non le lasciò il retaggio d'un solo rimorso. Maria usciva
intatta dall'incendio come l'amianto, non soffriva l'umiliazione,
l'abbattimento di quelli che sono caduti, ma nella sua coscienza
grandeggiava l'orgoglio supremo della vittoria; dunque? Dunque perchè
combattere ancora, combattere sempre, dilaniarsi, per quello che era
impossibile, quando, sola oramai, lontana dal pericolo, sicura di sè,
poteva abbandonarsi, riposare serena, nelle care fantasie della mente?
Ah! quell'ora di pace troppo a caro prezzo l'aveva guadagnata, e vi si
abbandonò in ispirito e corpo. Allora chiuse gli occhi, incrociò le
mani sulle ginocchia e, quasi un mistico velo l'avesse separata dal
mondo, si raccolse tutta in sè stessa.
I sensi erano vinti e, ritornati all'assalto, sarebbero stati vinti
ancora e sempre. L'uomo che si era impadronito di lei, adesso non
faceva che prestar le sembianze alla cara immagine del suo sogno;
l'amore non era sangue e carne, era pensiero: poetica, virtuosa, casta
Maria lo avea _idealizzato_.
Sarà triste molto la vita, senza ricambio di affetti, sempre lontana,
sempre là, sola; ma vi troverà ancora gioie profonde, vere, insperate.
Dimenticare non avrebbe potuto, nè voluto allora, nè mai; però quel
nuovo battesimo l'ebbe rassegnata e volonterosa.
Così solamente l'amore non era colpa, era virtù; non era debolezza, ma
forza sublime, divinità segreta purissima: non più tormento e
pericolo, ma consolazione e conforto.