Questo prezioso amico si allontanava per altro troppe volte e per
troppo tempo dal palazzo d'Eleda.
Giorgio Della Valle non aveva ancora vent'anni quando si arruolò fra i
_Cacciatori delle Alpi_. Fu più tardi uno dei _Mille_. Ferito a
Bezzecca nel sessantasei, poco tempo dopo, rinfrancato, si batteva a
Mentana.
Molto giovane ancora, e molto poeta, il suo ideale era l'Italia, e la
vagheggiava libera e col berretto frigio.
Giorgio Della Valle era un _sognatore_; ma bisogna ricordare che a
vent'anni il Manzoni, il Giusti, il Settembrini avevano avuto
quell'istesso ideale, avevano fatto quell'istesso sogno; invece la
gioventù scettica e quattrinaia che dorme... e non sogna, senza essere
più svegliata per questo, gridava al conte repubblicano la croce
addosso, gli arrabbiati chiamandolo un mestatore ambizioso, e i
tolleranti un matto pericoloso. Pazienza ancora se si fosse trovato al
verde; dei conti che facciano il democratico tanto per isbarcare il
lunario, se ne possono trovare a dozzine, ma democratico, ricco e
conte?... per l'aristocrazia gretta e provincialesca di Borghignano
era proprio roba da chiodi.
Ma intanto ch'egli perdeva il sangue a Bezzecca e il credito d'uomo
serio a Mentana, anche la stella del duca d'Eleda cominciava ad
offuscarsi. Prospero, per dire il vero, non era mai stato un uomo di
serio valore. Ebbe solo un qualche momento di notorietà, poi ricadde
nel buio. Quando seguì la convenzione del sessantaquattro, che
trasportava la capitale a Firenze, la _maggioranza_ n'ebbe una scossa,
le _minoranze_ cambiarono di posto, e i malcontenti di tutti i colori
formarono una nuova fazione, che si chiamò allora la _permanente_, con
alla testa il conte di S. Martino. Per questa evoluzione anche il
duca, naturalmente, perdette il suo grado, e da capitano che era, o si
credeva di essere stato, ritornò alla Camera fantaccino.
Inoltre i clericali _puri_ non potevano essere più tollerati, e nelle
elezioni generali del sessantasette anche Prospero, se volle essere
rieletto, dovette fare parecchie concessioni al cambiato umore degli
elettori. Le discussioni intorno alla libertà della Chiesa e alla
liquidazione dell'_asse ecclesiastico_ lo avevano trovato avversario,
ma timido e taciturno: egli voleva salvare l'anima, e non voleva
perdere il collegio; e quando si riaccesero le controversie sulla
_questione romana_, il deputato di Borghignano non esprimeva il
proprio parere altro che nel secreto dell'urna. Ma così, altalenando,
finì come doveva finire, cioè coll'essere «a Dio spiacente ed a'
nemici sui»; e fu abbandonato da tutti. La sua autorità, la sua
influenza furono sminuite, e non vedendosi più ascoltato non apriva
più bocca se non per rispondere all'appello nominale. Egli non sapeva
più che cosa fare, che cosa tentare, dove andare, a qual santo
votarsi, per fare ancora un po' di chiasso, per ritornare, in un modo
o nell'altro, un uomo importante.
Fu allora che cominciò a pensare a sua moglie. Con sua moglie vicina,
egli avrebbe avuto una casa dove avrebbe dato pranzi, feste, balli,
alleati efficacissimi delle mediocrità danarose. Pensò alla bellezza,
all'intelligenza, alla fama intatta, alle attrattive della _novità_
che avrebbero circondata a Firenze la duchessa d'Eleda, e sperò, col
suo aiuto, di poter ancora far parlare di sè. Prospero Anatolio non
poteva avere l'ambizione dell'uomo d'ingegno: era vanità, più che
ambizione, la sua. Egli non aspirava ad incidere il proprio nome nelle
pagine della storia, ma gongolava leggendolo stampato per le gazzette;
e fra tutte, quella che leggeva sempre con maggior interesse, era la
_Gazzetta di Borghignano_, perchè pur guardandola con aria di
superiorità sprezzante, Borghignano non la perdeva mai d'occhio. Egli
voleva essere un uomo grande; ma si sarebbe contentato (meno male!)
che lo tenessero grande, almeno là, a Borghignano.
Fatto il disegno, Prospero Anatolio volle metterlo subito in
esecuzione, e perciò il conte Giorgio Della Valle, visitando una sera
la sua buona amica, la trovò triste e preoccupata.
--Che cosa avete, signora Maria?... avete un po' di _spleen_ o state
poco bene?
--No... tutt'altro.--E così dicendo, la duchessa, distratta,
continuava a tagliar le pagine di un volume del Charpentier con una
stecca di avorio.
--Eppure dovete averci qualche seccatura. Lalla non è stata buona?
--Eh! che volete, ebbe i suoi capricci con miss Dill anche stasera: ma
poi si è addormentata tranquillamente.
--E allora?--insistè il giovanotto, sicuro di non ingannarsi.
--Allora, proprio lo volete sapere?... A voi; leggete.--E così
dicendo, Maria porse una lettera a Giorgio, sulla quale brillava in
tutto il suo splendore uno stemma gentilizio.
--Prospero ha forse ragione... ma io sono così poco amante di
novità!... Al pensiero di dover lasciare la mia casa, la mia quiete,
le mie occupazioni, per andare a mettermi in mostra, è un pensiero che
mi secca... che mi dà noia.
Giorgio intanto leggeva la lettera a mezza voce.
«_Ma chère et ma reine_,
«Da vario tempo studio intorno a un progetto pel quale imploro la tua
approvazione sovrana. Il vivere lontano dalla famiglia, esiliato dalle
pareti domestiche, comincia a riuscirmi di un peso insoffribile. Sento
farsi più intenso ogni giorno il desiderio delle vostre carezze, ho
bisogno di distrarmi col cicaleccio della mia bambina e di rallegrare
lo spirito affranto nel tuo bel volto pallido e sereno. Aggiungi a
tutto questo, che io incomincio a invecchiare e, cosa peggiore, ad
accorgermene. Nelle mani dei camerieri di locanda mi trovo mal
servito, mal trattato, e il mio appartamento non è abbastanza comodo,
quantunque sia dei migliori. Per soprappiù non istò affatto bene; e lo
attribuisco alla cucina dei _restaurants_, alla quale non ho mai
potuto abituarmi. Ho già trovato e fissato il quartiere e ho già dato
tutti gli ordini opportuni.
«Per cagione di nostra figlia e della deputazione che, pur troppo, mi
tiene sempre legato alla catena, tu pure fosti costretta a condurre
una vita tutt'altro che allegra. Ma adesso, essendo più libero,
cercherò compensartene: qui a Firenze troverai una società omogenea,
si pronostica un carnevale brillante, senza contare poi tutte le feste
che si daranno più tardi, in occasione del matrimonio del principe
Umberto.
«Dimmi quanto tempo ti occorrerà per fare i preparativi della
partenza, con tutto tuo agio, senza darti alcun pensiero di me, che
sarò sempre il più innamorato dei mariti e il più devoto dei
servitori.
«Salutami lo zio Eriprando, ricordami a miss Dill e a Giorgio, e
baciami sulle guance di Lalla.
_11 Gennaio 1868._
«Il tuo
«PROSPERO ANATOLIO».
«PS.--Tutto ben calcolato, sarà a prenderti lunedì, 20 gennaio, e
ripartiremo il 25. Il cuoco potrebbe venire a Firenze col cocchiere il
18. Intanto Giuseppe e Pietro, che restano a Borghignano, avranno cura
dei cavalli, e l'uno o l'altro farà anche la cucina. Regolati per
tutte le disposizioni occorrenti. _Sans adieu_».
A questo punto Giorgio, restituita la lettera, si mise a ridere tutto
allegro.
--Come! Ridete?--disse Maria, mortificata.
--Perdonatemi, duchessa; ma se sapeste che buona notizia ho ricevuto
da questa lettera!
--Voi?
--Sì, io. Aspettate, e poi mi direte se non ho ragione di essere
contento.--Così dicendo, Giorgio, tolta una lettera dal suo
portafoglio, cominciò a leggere di nuovo e ad alta voce:
«_Carissimo nipote_,
«Parto fra otto giorni e vado a Parigi. Devo conferire con Nigra per
incarico avuto dal nostro Governo, e poi ripartire per il Belgio e la
Prussia.
«Resterò assente un mese o forse due.
«Mia moglie è sempre indisposta, non posso adunque prenderla meco e
non vorrei lasciarla qui affatto sola.
Tu sei il mio unico parente, non hai nulla da fare (per la repubblica
c'è tempo) e, aspettandola, potresti lasciare il _fascio_, le _loggie_
e i fremiti di Borghignano, per adempiere ai tuoi doveri di nipote.
«La zia ha i capelli misto-marengo, non temo perciò le tue seduzioni;
è irlandese, e l'influenza delle tue idee progressiste potrà anzi
farle del bene.
«A proposito della repubblica: il presidente lo prendete bell'e fatto,
o lo ordinate apposta? In ogni modo non dimenticarti di raccomandargli
la mia testa: potrà sempre riconoscerla dalla coda.
«Attendo una risposta a volta di corriere.
«Fa quello che vuoi. Ti lascio libero della tua volontà: ma, se
rifiuti, bada che ti diseredo.
«Ascolta dunque le mie preghiere, unitamente a quelle dei tuoi
creditori, e prendi subito il _diretto_ per Firenze. Tua zia ti
prepara una benedizione del Santo Padre.
«Ti stringo la _sinistra_ e mi dichiaro colla destra
«L'affezionato zio
«PIER LUIGI DA CASTIGLIONE».
--Ma dunque? Voi pure venite a Firenze?--esclamò Maria; e ne' suoi
grandi occhi, invece delle lacrime, brillava adesso la gioia.
--Certamente!... Volete che mi lasci diseredare? Ho già risolto e
parto fra otto giorni.
--Oh bravo!... Nel caso contrario, sapete, mi sarei unita io pure a
vostro zio...
--E ai miei creditori.
Maria rise del motto, e fra le due buone creature cominciò quella
corrente di allegro umore, schietto e sereno, che di tanto in tanto fa
così bene all'anima e alla salute. Giorgio mise in canzonatura
Prospero Anatolio, il quale sottoponeva il suo _progetto_ alla volontà
sovrana della consorte e finiva poi col fissare la giornata e l'ora
della partenza. E Maria rispose citando il conte Pier Luigi, che
lasciava il nipote libero della propria volontà, minacciando per altro
di diseredarlo se non avesse fatto a modo suo. In conclusione,
entrambi convennero che tanto Prospero quanto Pier Luigi avevano i
loro difetti, le loro pecche; ma erano pure le due eccellenti persone!
Maria andava persuadendosi che suo marito non era dalla parte del
torto e che, chiamandola presso di sè, le dava veramente una prova
d'affetto. Conveniva che, a Borghignano, divertimenti nè distrazioni
non ce n'erano affatto, mentre a Firenze avrebbe potuto uscire un po'
da quella vita monotona e sollevare lo spirito, specialmente
frequentando i teatri; ed anche per l'educazione di Lalla il nuovo
disegno di Prospero Anatolio veniva assai opportunamente. Vedendo
persone nuove e vivendoci in mezzo, il demonietto avrebbe perduto un
po' di quella sua selvatichezza indomabile, e con suo padre vicino
avrebbe fatto meno capricci.
Giorgio approvava tutte le considerazioni di Maria, si lasciava
burlare a proposito delle sue aspirazioni _platonicamente_
repubblicane, e così, fra una chiacchiera e uno scherzo, quella sera,
invece di andarsene alle undici, come era solito, lasciò il palazzo
d'Eleda quando la mezzanotte era già suonata.
Un'ora dopo, Maria si addormentava beata, tranquilla, sorridendo alla
nuova felicità che l'aspettava a Firenze, senza aver notato il
cambiamento del suo umore, senza averne avvertito il perchè, senza
domandarsi come mai prima le aveva data tanta pena la lettera di suo
marito ed ora invece le procurava tanto piacere.
Il conte Della Valle, un'ora dopo, era ancora al _club_, e quando la
mattina scrisse allo zio accettando di andare a Firenze, non ricordava
nemmeno che a Firenze ci sarebbe andata pure la duchessa d'Eleda.