Ma non era il turbamento dell'amore. Era il turbamento dei sensi.
A Maria il duca Prospero Anatolio non domandò che due cose: il piacere
e un figlio maschio.
Egli non pensò mai a farsene un'amica, la cara compagna e
l'inspiratrice del suo lavoro, la consigliera, il conforto nelle ore
della sconfitta e dello scoraggiamento.
Nè alla donna, a sua moglie, a questo essere, ch'egli a torto o a
ragione giudicava inferiore all'uomo, si degnò mai di stender la mano
per inalzarlo; invece si compiacque, autocrate capriccioso, di
dominarlo dall'alto della propria superiorità. Carezze, baci, moine,
specialmente in principio; ma i tesori della mente e dell'anima di sua
moglie nè prima nè dopo conobbe o curò, forse distratto, forse
incapace d'intenderli; confidenza insomma gliene concedeva pochina,
stima del pari, autorità punta.
In questo mezzo, i fatti d'Aspromonte avevano suscitata più viva, più
accanita che mai, la lotta per la _questione romana_. L'avvenire,
secondo il duca d'Eleda, si preparava torbido assai. Con la corrente
delle riforme, la Chiesa combattuta, il suo potere discusso,
minacciato, scemava per necessaria conseguenza anche l'autorità morale
della religione. Egli allora sentiva il popolo, che per lui era sempre
la plebe, i contadini, dei quali inconsultamente si voleva far tanti
dottori, intonare il _ça-ira_ della repubblica. Questa benedetta paura
della repubblica gli faceva perder la testa: abbandonò sua moglie, che
incinta non poteva seguirlo, e corse a Torino, per opporsi
all'irrompere delle idee nuove. È inutile il dire che tutti i suoi
sforzi riuscirono vani. Però l'audacia, l'energia ch'egli seppe
dimostrare in questa occasione lo misero, come si dice, sul
candelliere, ed egli divenne il _leader_ dell'estrema destra.
In una terra di ciechi, un miope fa certo fortuna; ed il partito
clericale, forte, disciplinato, minaccioso fuori della Camera,
nell'aula parlamentare era impotente, nè avrebbe trovato nel proprio
seno chi per l'influenza del nome e delle ricchezze potesse
rappresentarlo meglio di lui. Il duca dunque fu riconosciuto e
accettato come capo della fazione, e così, o bene o male, se non una
celebrità, divenne una notorietà della Camera. Il Governo lo aveva in
considerazione, gli avversari in molte occasioni ne cercavano
l'alleanza, i giornali, amici o nemici si occupavano di lui
assiduamente, per combatterlo o per difenderlo: in una parola, mentre
prima la sua vita parlamentare si perdeva intera nella monotonia di un
voto dipendente, ora gli presentava tutte le commozioni della
battaglia, con un piccolo esercito da guidare: e attorno al suo nome
cresceva quel rumore tanto lusinghiero per le piccole ambizioni, quel
rumore che precede la fama.
Durante la prima settimana della sua assenza, Prospero Anatolio fece
due corse a Borghignano, ed una ne fece nella seconda; poi gli giunse
il telegramma che lo avvertiva del parto imminente. Appena lo ebbe
ricevuto lasciò senza indugio Torino; ma, prima che egli fosse giunto
a Borghignano, la duchessa si era già felicemente sgravata.
Maria aspettava suo marito, come ogni donna in quel momento supremo
aspetta il padre della propria creatura. Prospero Anatolio invece
entrò in camera con un fare ben poco espansivo e con un'aria
soddisfatta ancor meno. Sua moglie gli aveva dato una bambina, mentre
sapeva pure ch'egli voleva un maschio ad ogni costo! Due giorni dopo,
egli dovè ripartire; e poichè i giornali portarono ai sette cieli
l'abnegazione colla quale il duca d'Eleda sapeva anteporre alle gioie
ineffabili della famiglia i doveri dell'uomo pubblico, così egli
rimase molto tempo senza farsi vedere a Borghignano.
Maria volle allattar lei la creatura, e nell'affetto e nelle cure di
madre non si accorse nemmeno della solitudine che la circondava.
Intanto la vita dell'uomo politico alla quale Prospero si era ormai
dato interamente, lo teneva, in quei primi anni, quasi sempre lontano
dalla famiglia. Solamente nelle vacanze parlamentari egli viveva con
sua moglie e colla piccola Lalla; ma poi, finchè restava aperta la
Camera, non domandava e non si prendeva congedi; e così ogni giorno
crescevano gli insidiatori al talamo trascurato. Ce ne furono di tutte
le età e di tutti i metodi: i vecchi coll'astuzia scaltrita, i giovani
colla passione, gli uni colla lusinga del mistero, gli altri collo
stimolo della vendetta tentarono il cuore di Maria, ma contro la rocca
assediata si spuntarono ingloriosamente tutte le arti nemiche.
La virtù di Maria, come tutte le virtù delle donne che resistono,
aveva alleati fortissimi. I suoi erano la fierezza di carattere, la
nobiltà dei sentimenti e una sagacità molto fine: e fu allora che, con
la ripugnanza dell'ermellino, per non aver inzaccherate dal fango
neppur le balzane della veste, si ritirò dal mondo, si rinchiuse nella
sicura tranquillità della sua casa e, con un pretesto o coll'altro,
mise alla porta tutta la _buona società_ di Borghignano.
Si fece una sola eccezione per il conte Giorgio Della Valle, che,
quantunque giovanissimo ancora, nutriva da molto tempo per la duchessa
Maria un'affezione quasi fraterna. Di ciò, s'intende da sè, la mattina
all'ora di colazione, e la sera dopo il teatro, nel gran caffè di
Borghignano, si faceva ogni sorta di commenti. Ma anche la maldicenza
non faceva a Maria nè caldo nè freddo: aveva quella sua bimba che
veniva su vispa come un demonietto; aveva un marito che, elevandosi
dalle mediocrità inconcludenti, sapeva tener alto l'onore della casa;
aveva un amico onesto, sincero, affezionato, al quale poteva confidare
e gioie e timori, con cui discorrere del suo bel sogno di madre... Che
cosa poteva desiderare di più?