fornitori_ e, precisamente durante la lettura della sentenza, la madre
d'uno degli imputati, il Micotti, uscì improvvisamente in grida e in
ismanie, tanto che si dovette ricorrere alla forza, per trattenerla
dal commettere qualche eccesso. La povera donna, dedita alle bevande
alcooliche, ed esaltata per la condanna subìta dal figlio, era stata
presa da un accesso di pazzia furiosa.
"Sappiamo poi, da buona fonte, che il signor Pompeo Barbarò, il cui
padre, in altri tempi, ebbe in proprie dipendenze la famiglia Micotti,
fece ricoverare la povera donna in una casa privata di salute. Simili
atti filantropici dell'Egregio Gentiluomo non sono nuovi del resto. A
Brescia ricordano ancora le larghezze da lui usate nel _cinquantanove_
in pro degli spedali militari; larghezze ripetute pure nel
_sessantasei_, mentre il suo unico figlio, Giulio Barbarò, combatteva
da valoroso in Tirolo con Garibaldi."
Il nuovo giornale _Il Moderatore_ era diretto dal professore Eugenio
Zodenigo.
XIX.
O bene o male, ormai Pompeo Barbarò aveva raggiunto la così detta
_notorietà_. Il suo nome era molto discusso, nella sua probità non ci
credeva nessuno, ma tutti credevano invece nei suoi milioni, e perciò
anche i più feroci nel combatterlo dietro le spalle, sul muso gli
si mostravano solleciti e cortesi. La gente per istrada si voltava
indietro a guardarlo, e molti lo salutavano ch'egli neppur sapeva chi
fossero. Insomma si ammiravano da tutti, se non il genere de' suoi
affari, la sua avvedutezza, il suo ingegno, la sua fortuna, sicchè
cominciava a passare per un ometto straordinario. Ma, si sa bene,
ciò non poteva bastare nè agli stimoli della sua ambizione volgare,
nè alle mire della sua grossolana furberia. Egli voleva salire per
dominare, e anche per mettersi a capo o per aver parte nelle imprese
o società colossali, in cui si può guadagnare molto danaro, e insieme
consolidare il proprio credito, e la propria riputazione. Ma lì c'era
ancora una grossa muraglia che gli sbarrava la via. Non solo il signor
Pompeo Barbarò non era ricevuto in quelle grandi case che avevano fatta
la fortuna e data la fama a suo padre; ma anche la ricca borghesia
gli teneva chiuse le porte. Nessuno dei grandi finanzieri a cui aveva
affidati i propri capitali, lo aveva accolto nell'intimità della
famiglia, o invitato ai pranzi od alle feste; nessuna Banca lo aveva
eletto a far parte del proprio Consiglio d'Amministrazione. Men che
meno poi il suo nome avrebbe avuto probabilità di riuscita, se si fosse
presentato come candidato nelle elezioni amministrative.
Lo stesso Zodenigo, che lo consigliava in proposito, gli raccomandava
sempre di essere molto prudente. Bisognava prima che si fosse _peepaato
il teeno_ con qualche opera grandiosa di beneficenza, che facesse colpo
sul pubblico, e gli aprisse la strada alla popolarità.
--Preparare il terreno sta benissimo,--rispondeva il Barbarò,--ma
vorrei condurmi in modo da non rimetterci il mio.
Preferiva piuttosto di restare terra terra... colle tasche gonfie. Egli
avrebbe voluto ideare e compiere qualcosa di notabile in vantaggio del
suo paese, ma che fosse nello stesso tempo anche un buon affare. "Se
per salire, per arrivare in alto arrischiava di rovinarsi, allora,
diavolo, appena su, sarebbe nuovamente capitombolato al basso."
E una volta che lo Zodenigo, lodando questa sua avvedutezza, citò
per esempio "_il volo d'Icao_" il Barbarò gli fece notare che le ali
d'Icaro, si erano appunto liquefatte perchè di cera.--Se fossero
state d'oro--concluse con un risolino--lo avrebbero tenuto sempre in
equilibrio, e invece di struggersi al sole avrebbero sfolgorato!...
--No, no, non bisogna abbandonarsi a un colpo di testa, bisogna invece
pazientare... e aspettare un colpo della fortuna.
La fortuna è capricciosa, ma spesse volte fedele, e anche il colpo
desiderato capitò ben presto al signor Pompeo, che fu pronto a non
lasciarselo sfuggire.
Poco dopo la guerra del _sessantasei_, e a cagione della medesima,
Milano, come tante altre città d'Italia, ebbe ad attraversare un
periodo di crisi economica e monetaria, assai funesta. Mancava il
danaro, e mancava pure il _numerario_, e se la legge sul _corso
forzoso_ dava modo di far fronte colla carta-moneta agli affari in
grande, era poi affatto insufficente ai bisogni del piccolo commercio
per la scarsità del rame, e specialmente della valuta spicciola di
una e di mezza lira. Allora sorsero nuove Banche e nuovi Istituti
di credito, i quali per sopperire al bisogno misero in circolazione
per una data somma prestabilita, altrettanti biglietti fiduciari di
_piccolo taglio_. Ma mentre molti di questi Istituti prosperarono,
altri parecchi invece, per varie cagioni, andarono all'aria, e in
quest'ultimo caso, chi possedeva biglietti fiduciari delle casse in
discredito o fallite temeva di non avere, o non aveva davvero più altro
in mano, che cartaccia sudicia, di nessun valore. A Verona, a Napoli,
a Bologna accaddero disordini gravi, in seguito appunto al fallimento
di taluna di codeste Banche. I biglietti emessi non avevano più corso,
e la povera gente che li aveva sudati, che non li poteva più spendere,
e che non ne aveva altri per comperarsi il bisognevole, gridava,
strepitava, minacciava e faceva tumulto.
Anche a Milano era sorto in quel tempo un nuovo Istituto di credito
denominato la _Banca degli Interessi Lombardi Provinciali_, che aveva
emesso per oltre un milione di carta fiduciaria. La Banca, in sulle
prime, prometteva bene. Fra gli amministratori suoi figuravano i più
bei nomi del patriziato e della ricca possidenza milanese. A presidente
era stato eletto il marchese di Rho, gentiluomo di stampo antico, di
idee conservatrici, ma il cui nome era la bandiera dell'onestà e del
carattere. Tuttavia gli azionisti dovettero accorgersi in breve che se
gli amministratori della _Banca degli Interessi Lombardi Provinciali_,
erano il fiore dei galantuomini, non erano del pari gente avveduta. Gli
affari che facevano erano scarsi e di scarso profitto. Largheggiavano
troppo nello sconto delle cambiali, senza premunirsi colle debite
cautele, e però, in un mese solo, avevan dovuto sottostare, con
gravissima perdita, a tre grossi fallimenti, uno dopo l'altro, e il
suo Direttore era stato costretto a dare lo dimissioni. Tutto ciò,
naturalmente, aveva scosso il credito della Banca, e i biglietti
fiduciari cominciarono ad essere accettati di mala voglia, poi con
gran difficoltà, poi, in fine, non ebbero quasi più corso. Allora alla
sfiducia successe il timor panico, e si andò, giù giù, a precipizio.
Tutti i possessori dei biglietti della _Banca degli Interessi Lombardi
Provinciali_ corsero in folla per il cambio alla cassa, tanto che
un giorno venendo a mancare il denaro, gli sportelli furono chiusi
improvvisamente prima delle due pomeridiane, e si sparse la voce per
Milano che non sarebbero stati riaperti nemmeno il giorno seguente.
Nel frattempo una circolare urgentissima del _Consiglio di Presidenza_
chiamava gli azionisti, per quella sera stessa, in Assemblea Generale.
Fra questi c'era pure il signor Pompeo Barbarò. Egli non aveva voluto
affidare un grosso capitale alla _Banca degl'Interessi Lombardi_,
perchè i reggitori, dal suo punto di vista, non gl'inspiravano molta
fiducia, ma pure aveva pensato di acquistare un piccolo numero di
azioni, desiderando che il suo nome figurasse in quell'accolta di
persone tutte nobili ed egregie.
E quantunque ne facesse parte, aveva contribuito ugualmente a mettere
in pericolo l'Istituto. Aveva fatto girare per Milano certe sue persone
fidatissime le quali, spaventando il pubblico con falsi allarmi,
ritiravano a poco prezzo i biglietti della _Banca degl'Interessi
Lombardi Provinciali_, che nelle botteghe e sulla piazza non si
volevano più ricevere, ma che presto o tardi, il Barbarò ne era sicuro,
sarebbero stati pagati fino all'ultimo soldo.
Era un buon affaretto che aveva intravveduto, e non c'era ragione
che se lo lasciasse scappare o rubar di mano; ma poi, dopo di aver
lavorato di giorno come doveva, per l'interesse suo, si recava la sera
tranquillamente all'Assemblea, volenteroso di offrire i propri lumi, in
vantaggio della Società.
Pompeo Barbarò era entrato solo nella grande aula dov'erano raccolti
gli azionisti. Questi, per la maggior parte in marsina o in abito di
sera elegantissimo, anche in que' momenti di agitazione e di timori
non infondati, conservavano sempre negli atti e nelle parole la
loro compostezza signorile e un po' altezzosa, discorrendo piano,
lentamente, garbatamente senza mai irritarsi e senza mai commuoversi.
Nessuno, nella sala, si era voltato per guardare il Barbarò; nessuno
lo aveva salutato; nessuno si era mosso per fargli posto. Tutti lo
sprezzavano e non volevano trovarsi a contatto con lui.
Pompeo, un po' intimidito, un po' impacciato, si avanzò umile,
riguardoso, tenendo il cappello in mano, verso il banco della
Presidenza. Poi rimase un momento confuso, senza saper che dire nè che
fare, salutando chi non lo guardava... ma a un tratto pensò che, in
fine, se _quegli altri_ avevano molta superbia, lui aveva pure delle
_azioni_, e allora facendosi animo si avvicinò al marchese di Rho, che
discorreva in mezzo a un gruppo d'amici, e alzando troppo la voce,
per paura che gli mancasse, domandò "che cosa c'era di vero, nelle
chiacchiere che correvano in piazza."
Il Presidente, guardando da tutt'altra parte, gli rispose che, aperta
la seduta, "avrebbe esposto la situazione finanziaria" e subito si
allontanò voltandogli le spalle, mentre gli altri azionisti facevano
altrettanto, piantando solo il Barbarò in mezzo alla sala.
--Saprebbero forse qualcosa intorno ai biglietti della Banca che ho
fatto ritirare?--pensò Pompeo.--No, non è possibile: l'operazione è
stata condotta con tanta oculatezza.... E allora questi spiantati
perchè fanno i superbiosi?...
Su quel subito si sentì voglia di andarsene; ma non ebbe coraggio di
farlo. Gli dava noia quel tratto di cammino che gli restava da fare
per arrivare all'uscio, e aveva paura di ciò che avrebbero potuto dire
di lui quando fosse partito. "No, no; voleva rimanere fino alla fine,"
e si ritirò nel vano di una finestra. "A buon conto aveva il pieno
diritto di rimanere, era in _casa sua_, come _quegli altri_" e per far
valere la propria autorità, ordinò sgarbatamente a un fattorino, che
gli passava accanto, di chiuder meglio la porta della sala.
Quasi subito il marchese di Rho, in piedi, al tavolo della Presidenza,
sonò il campanello: si fece un gran silenzio nell'assemblea, e allora
il marchese espose brevemente e chiaramente lo stato della Banca,
concludendo che senza la sfiducia sorta nel pubblico, e senza quel
precipizio di dover rimborsare in poche ore tutto il grosso capitale di
biglietti fiduciari messo in circolazione, l'Istituto avrebbe potuto
riparare in breve tempo alle perdite subìte, e rimettersi ancora
sulla buona via. Ma occorreva una forte somma in moneta effettiva per
la mattina dopo: era certo che alle nove antimeridiane una folla si
sarebbe presentata agli sportelli per il cambio dei biglietti, e se il
cambio non si poteva subito effettuare sarebbe stato inevitabile un
disastro.
A queste parole corse nell'assemblea un mormorìo di sbigottimento, e il
marchese di Rho, sebbene si mostrasse calmo e dignitoso, era tuttavia
più pallido del solito, con due righe profonde che gli solcavano le
guance sotto gli occhi.
Invece Pompeo Barbarò si sentiva in preda a un'ansia indicibile, e gli
batteva forte il cuore.
"Che bel colpetto ci sarebbe stato da fare!... Con quella gente
il danaro era certo al sicuro e... e se avessero accettate le sue
condizioni... si sarebbe imposto a tutti, e sarebbe salito tanto alto
come non aveva mai osato sperare..."
Allora si fe' animo, e con voce più sicura domandò, tenendosi fermo al
suo posto, la cifra di moneta effettiva che occorreva alla Banca in
quel momento, e come il Consiglio di Amministrazione aveva pensato per
provvederla.
L'interrogazione era importante e già, prima che la facesse il Barbarò,
era nel cuore e sulle labbra di molti; ma nessuno degli azionisti
rivolse un cenno d'incoraggiamento all'oratore.
Il marchese di Rho bevette un mezzo bicchiere d'acqua zuccherata, e
rispose che la somma occorrente era di ottocentocinquantamila lire, e
che il Consiglio d'Amministrazione in quella fatale ristrettezza di
tempo, non aveva potuto rivolgersi, per averla in prestito, altro che
alla Banca Nazionale, offrendo pure, oltre a tutte le garanzie che
poteva dare l'Istituto, anche la firma propria, e quella degli altri
membri della Presidenza.
--Se ho avuto la malaugurata idea di voler mettermi negli
affari,--concluse il marchese di Rho,--non soffrirò mai per altro,
che un Istituto del quale mi trovo alla testa, debba dichiarare il
fallimento. Sono disposto a perdere tutto il mio patrimonio purchè la
Banca possa far fronte ai propri impegni, e anche in queste gravissime
e dolorose emergenze ho almeno la compiacenza di poter far noto
all'assemblea che tutto il Consiglio d'Amministrazione è concordemente
risoluto nell'imporsi, occorrendo, il medesimo mio sacrificio. Sventura
vuole che la _crisi_ odierna ci abbia sprovvisti dei fondi necessari.
Tutto il nostro _numerario_ lo abbiamo già dovuto versare alla Cassa
per sostenere la situazione fino ad oggi, e se la _Banca Nazionale_
rispondesse, visto le condizioni difficili del momento, con un rifiuto,
domani saremmo obbligati a... tener chiusi gli sportelli....
A questo punto si udirono improvvisamente dalla strada grida e urli
minacciosi; poi una pietra lanciata a viva forza fece cadere i vetri
della finestra dov'era Pompeo, che saltò spaventato in mezzo alla sala.
Tutti gli altri azionisti si voltarono appena, sorridendo sdegnosamente.
--Vogliamo il nostro danaro!... Vogliamo il sangue nostro! Cani
di signori!... Ladri della povera gente!--continuava intanto a
schiamazzare la folla, battendo coi pugni e coi piedi contro il portone
della Banca.
Il marchese di Rho rimaneva impassibile; solamente a quella parola
"ladri" la riga che gli solcava le guance sotto l'occhio, si fece
ancora più livida.
Appena, in quel giorno malaugurato, la _Banca degli Interessi Lombardi
Provinciali_ avea dovuto chiudere gli sportelli senza poter continuare
nel cambio dei biglietti, s'erano formati vari gruppi di persone
dinanzi al palazzo, che andavano dispensando ai curiosi che capitavano
in cerca di notizie, le informazioni più strampalate e inquietanti. "La
Banca non avrebbe più riaperti gli sportelli: doveva dichiarare il
fallimento: chi aveva avuto, aveva avuto: il marchese di Rho avrebbe
pagato del suo: no, questa era una lustra per guadagnar tempo, e tener
a bada la povera gente;" e così via. Intanto altri continuavano a
giungere mentre i primi se ne andavano; finchè la sera i capannelli
riempivano la strada e discorrevano, vociavano sempre più forte e
accalorati.
Si sapeva che il Consiglio di Amministrazione aveva riunito d'urgenza
l'assemblea degli azionisti, e si tenevano d'occhio le finestre
illuminate del palazzo, dove appunto risiedeva la Banca.
--Son chiusi lassù a confabulare quei cani di signori!--mormorava la
poveraglia coi biglietti in tasca che nessuno voleva più ricevere,
altro che con un ribasso sempre maggiore; e così cominciava a sfogare
il malcontento cogli urli, coi fischi, colle minacce.
Era pur corsa la voce della domanda del grosso prestito fatto alla
_Banca Nazionale_, e chi comperava i biglietti a ribasso, faceva
credere ad arte che i reggenti della medesima avessero già risposto con
un rifiuto.
--Vogliamo il danaro nostro!... Il sangue nostro!... Abbasso i signori!
Morte ai ladri del popolo!...
Di sopra, nella sala dell'assemblea, Pompeo Barbarò, sempre più
spaventato, gridava intanto "che si _barricasse_ il portone, che si
mandasse a chiamare la forza;" ma invece gli altri soci, al vedere
la paura di quell'omiciattolo, rimanevano tranquilli al loro posto,
mostrando tutti una sicurezza, che alcuni forse non avevano in cuore.
--Il portone è molto solido--rispose il marchese di Rho, sorridendo
colle labbra pallide.--Del resto se i dimostranti vogliono salire a
farci una visita, saremo pronti a riceverli.
--Che spacconate!--pensò Pompeo fra sè.
Ma quasi subito, ad acquetarlo, si udì risonare nella strada il passo
affrettato di una pattuglia e subito le grida e i fischi si rivolsero
contro le guardie di questura.
L'assemblea intanto, ansiosa e inquietissima ad onta della calma
apparente, attendeva la risposta della _Banca Nazionale_ che non doveva
tardar molto a venire, perchè quel Consiglio si era pure riunito
d'urgenza per deliberare sollecitamente in proposito.
Pompeo Barbarò era ritornato solo in un angolo della sala, ma adesso
assai lontano dalla finestra. C'eran le guardie, non aveva più tanta
paura dei dimostranti, e tornava invece a pensare, a riflettere su ciò
che aveva in animo di fare in quel momento. "Se si lasciava scappar
l'occasione, sarebbe stato un minchione... ma se avesse corso pericolo
di rimetterci del suo, sarebbe stato un più gran minchione ancora!..."
Si sentiva il petto oppresso... aveva la testa in fiamme....--Che cosa
doveva fare? Che cosa doveva fare?...
--Intanto aspettare anche lui la risposta della _Banca Nazionale_. Se
fosse stata favorevole l'assemblea avrebbe fatto sapere ai tumultuanti
che il giorno dopo sarebbero stati aperti gli sportelli per il cambio
dei biglietti, e allora... non c'era più bisogno di lui.
--.... Ma la _Banca Nazionale_ avrebbe voluto disporre su due piedi, in
quei giorni di crisi, d'una somma così rilevante.... e per un Istituto
privato già scosso nel suo credito?...--E se non si arrischiava la
Banca a fare il prestito, poteva arrischiarsi lui?
Pompeo fissò gli occhiettini miopi sul marchese di Rho, sugli altri
membri della Presidenza, e si sentì rassicurato.... Non c'era proprio
nulla da temere.... Quella gente si sarebbe ridotta in sul lastrico,
piuttosto di venir meno ai propri impegni.
Ma tuttavia era un gran momento di perplessità, di angoscia... un
momento solenne!.... Tirar fuori di tasca ottocentocinquantamila
lire!... E se avesse rinunciato ai suoi disegni, e si fosse invece
tenuto i quattrini? Forse già, era il partito migliore!... Ma se non
si trovava la via di calmare i dimostranti, come faceva a ritornare a
casa?... Avrebbero bastonato anche lui!...--Maledetto il momento ch'era
venuto all'assemblea!
In quel punto, fra il brusìo della folla, si udì il rumore sordo del
portone che si richiudeva.
--Ecco la risposta della _Banca Nazionale_,--esclamò il Presidente,
lisciandosi la barba appuntata, colle dita tremanti.
Poco dopo infatti entrò nella stanza un impiegato che avvicinatosi
al marchese di Rho, gli consegnò una lettera suggellata. Tutti gli
azionisti si erano levati in piedi; fissavano tutti quella lettera,
muti, palpitanti.... Il marchese di Rho ne aprì lentamente i suggelli,
poi ebbe come un sobbalzo di tutta la persona, e mormorò, con voce
fioca:
--La Banca Nazionale ha rifiutato lo sconto...--e si lasciò cadere
accasciato, sulla poltrona. Gli azionisti, atterriti, si avvicinarono
di colpo al banco della Presidenza, e nel medesimo tempo la folla, come
se fosse stata spettatrice di quella scena, rinnovò ancora con più
forza le grida e le minacce.
--Per Dio,--pensò Pompeo,--sono dieci i consiglieri
dell'amministrazione,--che le loro firme, dal più al meno, non debbano
valere centomila lire l'una? Allora si cacciò le dita nel goletto della
camicia che stirò fortemente per poter parlare (soffocava) e balbettò
pallido, colla fronte bagnata di sudore:
--Domando la parola!
I soci a questo punto si voltarono tutti ansiosi a guardarlo. Il
momento era supremo; più che supremo, disperato, e bisognava accettare
un buon consiglio da chiunque fosse dato. Il presidente impose silenzio
e fe' segno al Barbarò che poteva parlare.
--La somma,--cominciò Pompeo,--la... somma... le ottocento...
cinquanta... mila lire rifiutate dalla _Banca Nazionale_... posso...
potrei... potrò... prestarle io... alla società!...
Ci fu per tutta la sala un mormorìo, un fremito prima di sorpresa,
poi di maraviglia, in fine di contentezza, e i soci istintivamente si
scostarono premurosi per lasciar posto di avvicinarsi al Barbarò, e per
accoglierlo in mezzo a loro.
Il ghiaccio era rotto. L'interesse, i pericoli del momento facevano
superare e vincere in un attimo le prevenzioni, le antipatie, le
diffidenze, lo sprezzo, e l'omiciattolo trionfava.
--Non pongo altro che una condizione,--continuò Pompeo fatto ormai più
sicuro.
Tutti lo guardarono ansiosamente, senza fiatare.
--Voglio far parte del Consiglio di Amministrazione per tutelare anche
il mio interesse, insieme con quello della Banca.
--Ha ragione!... È troppo giusto!--si gridò subito da ogni parte,
mentre il marchese di Rho, vinto, commosso da quell'atto apparentemente
generoso, si alzò dalla poltrona esclamando:--Io rinuncio la Presidenza
al signor Pompeo Barbarò, e propongo che venga eletto in vece mia, per
acclamazione.
--No,--fu pronto allora a rispondere Pompeo,--metto pure l'altra
condizione, che rimanga in carica, come presidente della Banca, il
marchese di Rho!
Si poteva essere più abili? No certo; e Pompeo, mentre cogli
occhietti scintillanti e gli zigomi rossi riceveva ringraziamenti e
congratulazioni, pensò che avrebbe fatto maravigliare, colla sua grande
diplomazia, lo stesso Zodenigo.
Bisognava pensare adesso a calmare il furore dei dimostranti e a
scioglierli pacificamente, prima che accadessero più gravi disordini.
Il delegato, dinanzi al portone della Banca aveva già fatto sonare
i tre squilli di tromba, ma la folla irritata strepitava sempre più
forte, quando all'improvviso il marchese di Rho, spalancate le imposte
di una finestra, annunziò alla moltitudine rumoreggiante, che la Banca
era in istato di far fronte ai propri impegni, e che il giorno dopo,
alle nove antimeridiane, sarebbero stati riaperti gli sportelli, come
il solito, per il cambio dei biglietti.
Bastarono queste parole a mutare i fischi in evviva; evviva che ebbero
un'eco nell'assemblea, ma diretti a Pompeo Barbarò, che per un momento
ancora, vedendosi fatto segno a tante dimostrazioni di stima, domandò
a sè stesso se non era andato troppo innanzi, se proprio non aveva
commesso uno sproposito.
--No, no; tutto il merito stava solo nell'averle in cassa, le
ottocentocinquantamila lire!
L'assemblea non si sciolse prima di aver stabilito le norme e i
preliminari del prestito, e Pompeo Barbarò, che poche ore prima era
entrato alla Banca solo, e si vedeva schivato da tutti, ne usciva a
fianco del marchese di Rho e degli altri membri del Consiglio.
In istrada c'era ancora molta gente. Era stato riferito che
quel riccone del Barbarò aveva prestato un milione alla _Banca
degl'Interessi Lombardi Provinciali_, intimando "ai signori di non
tradire il popolo" e volevano vederlo mentre sarebbe uscito, e infatti
sulla porta del palazzo una frotta di monelli lo seguì, schiamazzando
sempre, e lo accompagnò sino a casa. Là si formò di nuovo la folla dei
curiosi, e mentre Pompeo stava per andare a letto, udì gridare il suo
nome fra gli evviva.
--Che diavolo succede?--domandò al servitore, che entrava in quel
momento, anche lui tutto stupito.
--C'è la strada piena di gente! Lo vogliono vedere alla finestra,
gridano: Viva Pompeo Barbarò! Viva il figlio del popolo! Viva il
salvatore della povera gente!...
--Dov'è Giulio? Chiama il signor Giulio!... Che venga anche lui, a
sentire!--esclamò il Barbarò, mentre tornava a vestirsi in fretta,
colle mani che gli tremavano per la commozione.
--Il signor Giulio non è ancora tornato a casa.
--Fuori Pompeo Barbarò!... Evviva Pompeo Barbarò!--continuavano a
strillare le voci acute dei monelli.
--Bisognerebbe dar da bere a quella gente....
--Ci vorrebbe altro, signor padrone; gli bevono anche le botti!