In quel punto, da tutta la folla, uscì un immenso evviva, un tuono, un

uragano di evviva. Il vecchio volontario non pensò più al principale;

lo dimenticò affatto, e agitando il berretto verso il terrazzo, mormorò

colla voce cupa e rauca:--Viva il Generale!

--Taci, ubriaco!--grugnì piano Pompeo; ma intanto anche lui dovette

alzare il capo e guardare Garibaldi.

In un attimo in tutta quella moltitudine rumoreggiante non ci fu più un

grido, una parola, una voce: Garibaldi cominciava a parlare.

--Non si capisce niente!--borbottò Pompeo, stringendosi addosso allo

Sbornia.

Invece la voce dell'Eroe, limpida e squillante, si diffondeva chiara

nello spazio: le sue parole erano un saluto di amore, un inno alla

libertà, una promessa di vittoria.

La folla, delirante, rispose ancora con un grido solo, ma in cui c'era

la voce e il cuore di tutti:--Viva Garibaldi!

I petti balzarono; parve tremassero le case alte sotto il cielo

stellato.

Garibaldi salutò sorridendo: biondo, come la leggenda cristiana

immaginò il Nazzareno; sfolgorante nella camicia rossa, rischiarato

dalla luce fantastica delle torce a vento, non era più un uomo, ma una

apparizione, un mito. Era il simbolo della patria, era l'incarnazione

della gloria.

Pompeo, soggiogato, drizzò un'altra volta gli occhiettini miopi verso

il terrazzo; ma il fremito della folla non penetrava in lui. Egli era

solo in mezzo a quel mare di gente. Pure un senso di sconforto e quasi

di avvilimento si era fatto strada nell'animo suo. Sentiva, capiva per

la prima volta che vi era al mondo qualche cosa di più potente, di più

grande del danaro; qualche cosa superiore alla sua intelligenza e al

suo cuore; qualche cosa di alto, di ben alto; a cui montando in piedi

su tutti i suoi milioni, non avrebbe mai potuto avvicinarsi d'un punto.

--Ecco--pensava--se potessi anch'io avere una folla a' miei piedi,

e farmi battere le mani, e gridare evviva!... Allora, chi sa, anche

quell'orgogliosa che adesso mi disprezza, avrebbe per me un po'

d'ammirazione... e... forse forse....

Ma fu un baleno. L'immagine della marchesa Angelica vinse subito

il senso di abbattimento da cui era stato preso. L'odio e l'ira

gli si ridestarono nel cuore e con tanta forza che, non potendo più

contenersi, si sfogò contro lo Sbornia che continuava ad agitare il suo

berretto:

--Diventi matto, buffone?!--gli gridò piano, fra i denti, tirandogli un

pugno nella schiena.

Il Garibaldino si voltò colle guance accese, coll'occhio non più

instupidito, ma scintillante; fissò in faccia il suo padrone e gridò,

ma gridò forte, levando alte le braccia:--Sì!... Viva; viva il Generale!

Pompeo ghignò con un'alzata di spalle e non disse più una parola. Lo

sprezzava troppo; non si voleva confondere! In quel momento avrebbe

desiderato, invece, che tutta la folla fosse piena di debitori suoi,

per averla in pugno e vendicarsi; oppure che capitasse improvvisamente

un buon squadrone di cavalleria per caricarla e disperderla!

In quanto poi a Garibaldi, gli sarebbe piaciuto di trovarsi insieme con

lui, a quattr'occhi, e domandargli:--Dica un po', signor predicatore,

quando l'avrà fatta questa Italia, chi pagherà le tasse e darà da

mangiare agl'Italiani?!

XV.

La carriera dello Sbornia, dal _quarantotto_ alla campagna del

_sessantasei_, non era stata molto splendida: si era fermata al

principio; era rimasto soldato semplice. E ciò perchè non aveva mai

domandato nulla nè ai superiori, nè ai compagni, nè al governo del suo

paese. Quando Garibaldi chiamava i Volontari sotto le armi, egli si

presentava a un comitato di arrolamento e non faceva altro che dire il

suo nome e cognome. Soltanto nel _sessantasei_ aveva fatto valere le

sue campagne, perchè al comitato si facevano difficoltà ad accettarlo,

stante gli anni, che non eran pochi. E un'altra grazia domandò pure

in quell'epoca ed ottenne; di entrare nello stesso reggimento e nella

medesima compagnia di cui faceva parte il figlio del suo principale.

Per altro Giulietto Barbarò non ne aveva mai saputo niente di tali

pratiche. Una mattina, destandosi prima della sveglia (il reggimento

era accampato presso Desenzano) ravvisò lo Sbornia, seduto lì a due

passi, sopra un mucchio di ghiaia, che col muso basso, gli ungeva

le scarpe di sego. Il buon ragazzo, al quale sembrò di vedere in

quell'uomo un pezzettino di casa sua, gli fece subito grandi feste;

poi cominciò colle domande e non la finiva più. L'altro si fermò a

guardarlo a bocca aperta, cogli occhi melensi, rispondendo appena

qualche monosillabo; e da quel momento continuò a servirlo in tutto ciò

che gli poteva abbisognare, sempre muto, colla faccia sonnacchiosa,

dondolandosi anche, qualche volta, ma con una puntualità e una pratica

di tali faccende, degna proprio di una vecchia ordinanza.

Appunto poi nella sua tappa a Desenzano, e poche ore prima di

rimettersi in marcia per Salò, un'altra e ben più cara sorpresa

aspettava il giovane Garibaldino. Come tutti gl'innamorati, anche

Giulio rifuggiva dal chiasso e dalle allegre brigate; però a Desenzano,

dove in quei giorni era un andirivieni continuo di gente, Veneti

emigrati e famiglie intere d'ogni provincia d'Italia, venuti a salutare

gli amici e i congiunti che avevano nel corpo dei Volontari, egli,

quantunque invitato dai compagni, non vi si era mai fatto vedere.

Invece vi andò l'ultimo giorno dell'accampamento per cercare una

lettera alla posta. Prima aveva mandato lo Sbornia, ma questi era

ritornato colle mani vuote.

--Come?... Non ci son lettere?

L'altro fe' segno di no, col capo.

--Non è possibile!... Hai detto chiaro il mio nome?

Ci fu un nuovo cenno, ma affermativo.

--Ti sarai spiegato male!... Non ti sarai fatto capire!

Lo Sbornia non rispose più niente.

Allora il giovanotto,--la speranza è l'ultima che si perde,--volle

andare alla posta in persona per accertarsi.... Ma proprio non c'era

nulla.

"Come mai?... Che cos'era accaduto?"

Tristo e pensieroso, Giulietto Barbarò attraversava la piazza grande

del paese per ritornarsene al campo, senza nemmen badare a tutta

la gente che si accalcava sotto i portici e riempiva la piazza con

un trapestìo assordante, con un brusìo allegro e cordiale, fra cui

spiccavano giovanilmente balde le camicie rosse dei Volontari, quando

tutto a un tratto, e in men che non si dica, udì un grido, poi

chiamarsi per nome, poi una persona che gli si precipitava addosso,

soffocandolo in un abbraccio.

--Eccolo qui, eccolo qui, finalmente _sto moscardin_ benedetto!

--Oh Donna Lucrezia!--esclamò Giulio facendosi rosso in viso, perchè

lì, colla zia, aveva veduta la Mary, rossa rossa anche lei, che

sorrideva.

--Venivo dalla posta in questo punto--balbettò--e....

--E la letterina che aspettavate era in cerca di voi!--interruppe la

Balladoro, indicandogli la fanciulla i cui occhioni neri scintillavano

d'amore e di tenerezza.

Qua e là, dai crocchi vicini, si voltava la gente osservando

quell'incontro così espansivo, e allora Donna Lucrezia, che se n'era

accorta, scodinzolando impettita cominciò a spiegare al giovanotto

com'era nato il disegno del loro viaggio.

Venivano in quel momento da Rezzato, dov'erano state a salutare

"Francesco Alamanni, tenente colonnello, addetto allo Stato Maggiore

di Garibaldi." E la Balladoro ripetè più volte e molto alto quel

nome e quel grado; anzi nel suo fervore stringendo un poco i legami

della parentela faceva tutt'uno di sè colla Mary, dicendo sempre "il

colonnello nostro zio."--"Poi, partite da Rezzato" e qui la vedova

abbassò la voce allontanandosi dai curiosi al braccio del Garibaldino,

"partite da Rezzato e saputo da vostro padre che oggi probabilmente

sareste stato ancora a Desenzano, non mi fu più possibile di trattenere

quella _piavolona_ della Mary e... eccoci qui!"

--Il babbo?... Dove lo hanno veduto?

--A Brescia, e _sempre di quell'ottima_!

La Mary non aveva detto ancora una parola, ma camminando al fianco

della zia spingeva innanzi la bella testina per veder meglio il giovane

Volontario, che rimaneva dall'altra parte, e un po' nascosto.

Giulio, dal canto suo, pareva assai impacciato e aveva il respiro

affannoso, come se avesse corso. Egli sapeva già che la Mary in quei

giorni doveva incontrarsi collo zio Francesco; sapeva pure che la

nipote avrebbe tenuto allo zio un certo discorsetto assai importante,

ed era appunto per tutto ciò che un momento prima, non avendo ricevuto

lettere, si sentiva così inquieto e addolorato. Ma adesso, invece, non

c'era più dubbio! La risposta doveva essere stata favorevole!... Perchè

dunque non si mostrava allegro? Perchè rimaneva muto, confuso?...

Povero Giulio! era la troppa felicità che lo turbava, che gli toglieva

le parole!... In fine, si fece coraggio, e allungando il collo alla sua

volta per veder la Mary:--è proprio stata un'apparizione!--balbettò,

ringraziandola cogli occhi.

Ma c'era là in mezzo a loro Donna Lucrezia, la quale prese per sè il

complimento, e fermandosi su due piedi e sciogliendosi dal braccio del

giovane gli disse lentamente con un mesto sorriso:

--Un'apparizione.... Giusto giusto, poteva essere un'apparizione perchè

in tutti i modi anche morta sarei venuta coll'anima a salutarvi; ma,

guardatemi bene: poco ci mancò, tesoro mio!

Giulio la guardò: aveva il cappellino rotondo alla _Teresita_; la

camicetta rossa, di seta; ma, in complesso, era lunga stecchita,

col naso gonfio e umido, tale e quale come quando l'aveva lasciata.

Solamente, in mezzo alla fronte, era sparito il ricciolo alla Zodenigo.

--Scusi, Donna Lucrezia... non capisco. Sarebbe stata forse ammalata?

--Agli estremi--rispose la vedova con accento tragico.

--Come mai? Che cosa ha avuto?

--Che cosa ho avuto?... Mary--soggiunse rivolgendosi alla fanciulla--va

avanti due passi!--La giovane quietamente si allontanò, e allora la

Balladoro, preso ancora il braccio di Giulio e stringendoglisi più

vicina.--Quel mostro--gli sussurrò all'orecchio--altro che _spirito_ e

_contemplazion_!... ha ingra...--e finì la parola col gesto--la Rosetta!

--Oh povera ragazza!

--Povera ragazza un corn... (non mi fate spropositare!) Poveretta

me, dovete dire! Non ho potuto reggere allo strazio di tutti i miei

ideali, e un dopo pranzo mi sono avvelenata!... Mary, torna pure che

ho finito.... È stata lei che mi ha salvata--continuò Donna Lucrezia

indicando la fanciulla--e in due modi. Primieramente arrivando in tempo

col contravveleno; poi ricordandomi il giuramento fatto a suo padre di

non abbandonarla mai!

La Mary sorrideva: essa non pareva molto commossa per quel terribile

racconto. In fatti a rimettere la zia dalla morfina era bastato un

po' di caffè carico, ch'essa ingoiò mormorando "_lasseme morir!_ Mio

Dio, _che spasimi!_... _lasseme morir!_" Ma Giulietto invece rimaneva

perplesso, con una cera lugubre di circostanza, tanto che Donna

Lucrezia medesima credette fosse il caso di confortarlo.

--Via, via! Rassicuratevi; sono stata una stramba, ma adesso... non

ci penso, non ci voglio più nemmen pensare! Ha ragione la Filomena,

nella sua ignoranza, di chiamarlo un tisico falso: con due parolette,

_zaffete_, è fotografato!... È bensì vero che la piaga del _cuor_

sanguina sempre, anche per l'oggetto indegno al quale sono stata

posposta, ma... non uso far soffrire a chi amo i miei tormenti.

Piuttosto, conduceteci in qualche alberghetto dove si possa mangiare

un bocconcino un po' da cristiani. È tutto il giorno che _andemo a

zirandolon_ e scommetto che anche la Mary deve avere una fame da lupi!

Giulio Barbarò condusse subito le signore alla locanda del Mayer. Ma

nelle sale terrene era tanta la confusione e la ressa della gente, che

non era possibile trovar posto.

--Oh Dio, si soffoca!--esclamò la Balladoro.

--Se vogliono provare di sopra, ci sono altre sale ed anche la gran

terrazza!--disse loro, tanto per liberarsene, un povero cameriere

trafelato, che correva tenendo in equilibrio un monte di piatti e

vivande.

La Balladoro e i due giovani salirono al primo piano e rimasero subito

un po' ristorati trovandosi a respirare sopra un bel terrazzino, di

prospetto al lago, tutto coperto da una folta vite. Anche lì non c'era

più posto; per altro alcuni Garibaldini, amici e compagni di Giulio

Barbarò, lo invitarono colle signore alla loro tavola; "si sarebbero

ristretti un poco, ma avrebbero potuto pranzare tutti insieme." Colla

fame che avevano, non si perdette tempo a far complimenti. Donna

Lucrezia, ritta impalata, accettò il posto d'onore, e Giulio si sedette

vicino alla Mary.

Tuttavia l'appetito dei due giovani durò poco; mangiavano in furia

per potersi guardare, arrabbiandosi coi camerieri che aspettavano una

mezz'ora fra un piatto e l'altro. Essi avevano già adocchiato un

cantuccio della ringhiera dove avrebbero potuto parlarsi da soli; e la

fanciulla faceva raccolta di midolla di pane per gettare ai pesci.

Dopo l'arrosto non ci fu più verso di tenerli a tavola. Si alzò prima

la Mary, e si avviò tranquillamente verso la ringhiera col pane per i

pesciolini; Giulio, facendosi rosso, le tenne dietro quasi subito.

Sul terrazzo c'era troppa allegria e troppo baccano, perchè la gente

potesse badare ai due innamorati; e Donna Lucrezia, smesso il sussiego

del primo momento, aveva cominciato a parlare del "loro zio Francesco

Alamanni" che tutti i Volontari conoscevano bene, se non di persona,

almeno di fama, e a mano a mano, infervorandosi nel discorrere, non

pensava più ad altro.

--Guardi, signor Giulio, guardi che spettacolo incantevole!--esclamò la

fanciulla ad alta voce, tanto per far credere intorno che il giovanotto

le si avvicinasse per ammirare la bellezza della veduta.

Era cominciato il tramonto e Sirmione, fra le onde turchine, appariva

dorata dall'ultimo raggio di sole. Era fantastica la linea rossa di

fuoco, che chiudeva l'orizzonte; era maraviglioso il profilo cupo delle

montagne sullo sfondo trasparente del cielo; ma i due giovani non

vedevano nulla di tutto ciò: si guardavano; e tutto il mondo della Mary

era negli occhi di Giulio, tutto il mondo di Giulio era negli occhi

della Mary.

--E dunque?... ha parlato collo zio?--domandò il giovane piano piano

alla fanciulla.

Donna Lucrezia, che da qualche tempo si mostrava molto smaniosa di

veder concludere le nozze della nipote con Giulietto Barbarò, aveva

fatto capire che se il mettere a parte lo zio Francesco di un tale

avvenimento era un atto doveroso per la Mary, pure del suo consenso ne

avrebbero potuto anche far senza.

--_Contenta mi, contenti tuti!_--ripeteva sempre la Balladoro. Ma

così non pensava la Mary. Essa adorava lo zio Francesco, e ne andava

superba. Ricordava i sacrifici ch'egli aveva fatti per lei in ogni

tempo, e che continuava a fare, e lo ricambiava con una tenerezza e una

sommissione di figlia.

Per tutto ciò la voce di Giulio tremava un pochino, mentre faceva la

sua domanda alla signorina Alamanni.

--Ha parlato col signor Francesco!

--Sì; ho colto il momento in cui non c'era la zia presente e....

--Che ha risposto? Che ha risposto?--interruppe Giulio al quale non

premevano i particolari, ed era ansioso di venire alla conclusione.

--Ha risposto che, in regola generale, era sempre stato il suo più

vivo desiderio quello di sapermi... di vedermi collocata.--E adesso

toccò alla bella fanciulla ad arrossire; ma per nascondere il vivo

turbamento, si chinò sulla ringhiera, e ricominciò a gettare le

briciole di pane ai pesciolini.

--Gli ha detto proprio tutto?--insistè il giovane, avvicinandosi di

più.--Gli ha detto che... che mio padre, in origine, non era... un

signore?

--Sì, e lo zio mi ha risposto che non si ricordava di aver mai

conosciuto, nè veduto il signor Barbarò; del resto egli non faceva caso

nè della nascita, nè delle ricchezze; voleva, e gli premevano due cose

soltanto: che il nome fosse di gente onorata e che io....

--E che lei?...--insistè il giovanotto, fissando la fanciulla che si

era interrotta.

--Non ho più pane--esclamò la Mary mostrando al giovane le sue manine

vuote.--Vado a prenderne dell'altro,--e scappò via in fretta, piantando

lì il Garibaldino, un po' confuso e mortificato, che non aveva saputo

trattenerla, e non osava andarle dietro.

Donna Lucrezia, nel frattempo, col viso acceso e la voce forte, aveva

raccontato ai nuovi amici tutti i grandi sacrifici compiuti per la

patria dagli Alamanni, dai Badoero e dai Balladoro. Poi gli aveva fatti

ridere a proposito del consigliere Spinelli, un _coinon_, un vero

_bucefalo_ che le era stato messo alle costole dalla polizia austriaca

per tenerla d'occhio e per martirizzarla; e, in fine, dal cavaliere

Spinelli era passata a sfogarsi contro certi _italianoni_, ai quali

il _governo dei moderati_ accordava la sua grazia!... Certi tomi,

capaci capacissimi di fare il tisico quando era il momento di andare

a battersi, e che per la patria non avevano versato mai altro che

inchiostro!...

--Avrei un'azionaccia da raccontare, un'azionaccia...--ma a questo

punto la Balladoro vide la nipote che si avvicinava, e allora--acqua in

bocca, Lucrezia--esclamò--e siamo prudenti!

La Mary fe' un girettino attorno alla tavola, prese alcuni pezzetti

di pane, poi tranquillamente tornò ad avvicinarsi alla ringhiera dove

Giulio l'aspettava, dicendogli, come per intavolare un discorso un po'

diverso da quel di prima:

--Sa?... Ieri ho ricevuto lettera dall'Angelica!

--La marchesa sta bene?--domandò il giovane un po' distratto.

--Bene; e Alberto pure. Sembra proprio che l'aria marina gli sia molto

propizia....

--E dunque non mi vuol ripetere tutto quello che le ha detto il signor

Francesco?--riprese il giovanotto, con voce sommessa, mentre la Mary,

chinata sulla ringhiera, scioglieva colle dita la midolla del pane che

lasciava cadere nell'acqua.

--Non so bene.... Mi pareva di aver raccontato ogni cosa.

--No, no; mi ha detto solamente che il signor Francesco pretendeva che

il nostro nome fosse onorato.... Ma l'altra condizione vorrei sapere...

quella che tocca proprio lei?

La Mary sorrise; buttò ai pesci in una volta sola tutto il pane che

aveva portato, e mentre la mano di Giulio si avvicinava sulla ringhiera

fino a toccar la sua, mormorò guardandolo serenamente "l'altra

condizione è... che io gli voglia _tanto_ bene!" e quel _tanto_ non era

del signor Francesco; lo aveva aggiunto lei.

--Allora?...--Giulio si era fatto pallidissimo e non fissava più gli

occhi, ma le labbra tremanti della fanciulla.

--Allora... dopo la guerra verrà subito a Milano... per conoscere il

signor Barbarò....

--E... poi?

--E poi, e poi non so più altro!--esclamò ridendo la Mary, alla quale

piaceva molto la timidità modesta dell'amico suo.

Si guardarono ancora lungamente.... Erano proprio felici!... Ma, a un

tratto si affacciò il pensiero del distacco vicino, della guerra, dei

mille pericoli... e allora gli occhi sereni della Mary si fecero mesti,

peritosi e il bel sorriso finì fra le lacrime.

--Non ho paura, sa; no, non ho paura!--disse poi rompendo il silenzio

con uno schianto dell'anima.--Stanotte ho sognato la mamma, e ciò mi ha

sempre portato fortuna!

Bastò quell'idea a dissipare ogni nube: tornarono a guardarsi;

tornarono a sorridere....

Poveri ragazzi!... Essi non avevano più alcun timore "dopo la guerra;"

non temevano nemmeno la venuta dello zio Francesco a Milano, per

assumere informazioni!

E, in fatti, che ne sapeva Giulio di suo padre?... Che ne sapeva la

Mary, del signor Barbarò?... Il giovanotto allevato lontano dal mondo,

senza amici, credeva che il babbo fosse un po' inflessibile, un po'

troppo positivo e attaccato al guadagno, ma... ma come avrebbe potuto

un figliuolo, e un figliuolo semplice e buono, dubitare dell'onestà di

suo padre?... Alla signorina Alamanni avevano detto che il Barbarò era

un po' avaro, ecco tutto.

Era vero che Donna Lucrezia a giorni ne diceva roba da chiodi e a

giorni, invece, lo portava alle stelle; ma la fanciulla non faceva gran

caso tanto dei biasimi, quanto delle esaltazioni della zia. La marchesa

Angelica poi aveva capito che Giulio e la Mary si volevano bene, e per

uno scrupolo delicato non avea mai voluto parlare colla cuginetta sul

conto del signor Pompeo.

Non dubitavano, non temevano nulla i due ragazzi!... Eran vicini

vicini, curvi addosso alla ringhiera; sempre muti, si guardavano

sempre. In fine, attratti da un fascino irresistibile, si avvicinarono

ancora di più: la camicia rossa del Volontario toccava l'abitino di

percallo a righe bianche e azzurre e ci fu un momento in cui un soffio

d'aria più forte portò un ricciolo della Mary sulla tempia di Giulio

Barbarò.

Intanto si era fatto notte; sulle tavole avevano accese le lucerne,

e Donna Lucrezia, cogli occhietti lustri e con in bocca il suo bravo

sigaro di Virginia, si lasciava trascinar dalla foga, a raccontare

tutto ciò che prima avea durato molta fatica a tacere, cioè che "quel

tisico falso," il quale tirava sempre in ballo la luna e le stelle,

lo spirito e la _contemplazion_ aveva... rovinata una sua dipendente.

Una _beota_, del resto, senza grazia nè meriti, che si tingeva gli

occhi e le guance mentre lei aveva sempre avuto per principio che per

conservare la bellezza di una donna c'era solo uno specifico: acqua

fresca in abbondanza!--E poi--continuava levandosi il sigaro di bocca e

guardandosi attorno, mentre abbassava la voce--e poi... devo dirla?...

--Dica, dica!--esclamarono tutti i Garibaldini che se la godevano con

la Balladoro, come fossero alla commedia.

--Poi, la donna deve mantenere sempre di più di quel che all'occhio

promette e... _corocochè_!

Le risa, le acclamazioni risonarono per tutto il terrazzo.

La Mary, rossa per aver pianto, si voltò, inquieta, a guardare la zia,

poi subito le si accostò, seguita da Giulio, pallidissimo, cogli occhi

aridi e infossati.

Donna Lucrezia, appena li vide vicini, fece la faccia seria,

mormorando, con timidezza affettata:--zitto, zitto; cambiamo discorso:

c'è qui il mio carabiniere!

--Allora un brindisi all'Italia!--proposero i Garibaldini alzando i

bicchieri.

--Oh questo sì!--e Donna Lucrezia cominciò:

Ah se l'Italia frangere....

ma s'interruppe di colpo con una smorfia. Erano i versi dello

Zodenigo.--Che frangere d'Egitto; lo farò io il brindisi!--e dopo

averci pensato un istante, ripigliò fra gli applausi:

Viva l'Italia una

Dall'Alpi alla laguna!

In quel punto si udì squillare la fanfara dei Volontari, che

attraversava il paese. Tutti i soldati balzarono in piedi, ricambiarono

in fretta i saluti, e sparirono in un lampo dal terrazzo.

Giulio e la Mary si lasciarono con una stretta di mano, senza potersi

dire una parola. Dagli occhi della fanciulla le lacrime colavano

grosse, silenziose.

Un'ora dopo i Garibaldini erano in marcia sulla strada che costeggiando

il lago di Garda conduce da Desenzano a Salò. Era una notte chiara

di plenilunio, e i canti, le allegre voci e gli evviva all'Italia, a

Venezia, a Garibaldi si effondevano nel silenzio vasto delle acque

pallide e tranquille, e si ripercuotevano echeggianti per le valli

cupe, soffocando il sussurrio infinito degli insetti e sollevando le

strida acute degli uccelli notturni. Ma poi, a poco a poco, le voci

divennero più fioche, più rade, poi quasi a un tratto cessarono e per

la strada lunga e bianca non si udiva più altro che il brusìo confuso,

e il passo misurato della marcia.

I Garibaldini, per giungere a Salò, passavano da Padenghe, da

Villagardiana, da Moniga, da Manerba; e Giulio, frattanto, salutava i

luoghi così pieni per lui di memorie, così cari al suo cuore, e fra le

ombre nere e al mite chiarore della luna, quei paeselli gli apparivano

qua e là come amici soffermatisi sul suo passaggio che mestamente lo

salutassero. Allora il buon ragazzo fu preso da un senso di malinconia

dolce e soave, e rivedendo col pensiero innamorato il viso bello della

sua fanciulla, ancora molle di pianto, egli pure versò qualche lacrima,

ma di tenerezza, di amore, di felicità.... Pensò a suo padre, e si

consolava per la certezza che sotto un'apparenza aspra e burbera c'era

pure in lui molto cuore! Lo avea veduto commuoversi quando si erano

salutati: lo avea veduto fiero, superbo!

I Barbarò: Le lagrime del prossimo. vol. 1 · 第 21 / 25 段