dalla moglie, e rimesso nelle sue antiche attribuzioni di facchino e
di sguattero. La florida signora Veronica, alla quale col crescere
degli anni erano cresciuti anche i baffetti e ogni altra cosa, non gli
parlava quasi mai altro che a cenni, e quando lo vedeva insonnolito
digerire l'acquavite insieme all'amarezza di non essere più adoperato
dal principale, lo faceva muovere coi pugni e gli spintoni. La signora
Veronica aveva sempre disprezzato il marito guardandolo di mal occhio;
ma adesso, poichè il poveraccio era stato abbandonato dal signor
Barbarò, non lo poteva più soffrire. Tutte le sue tenerezze erano per
Beppe, che amava ciecamente fino all'idolatria, obbligando lo Sbornia a
servirlo in tutto come un padrone. Se per caso le succedeva col marito
di nominare il figliuolo, essa non diceva mai "il nostro Beppe," ma "il
_mio_ Beppe," e con una cert'aria che pareva un'ammonizione. Bisognava
vederla la signora Veronica quando ammirava il figliuolo tutto lustro
negli abiti smessi del padrino, che gli stavano a pennello! Aveva
le lacrime agli occhi e avrebbe voluto mangiarselo dai baci, se non
fosse stata trattenuta dalla paura di sciuparlo e anche da una certa
soggezione. Bisognava vederla quando si trovava presso il suo Beppe,
mentre questi parlava d'affari serio serio, colla faccetta da vecchio
mariuolo!... Allora pareva si gonfiasse per la superbia; camminava
dondolandosi fiera, colle mani sui fianchi, e faceva cenno allo Sbornia
di correre a spazzolargli l'abito, o a lustrargli le scarpe.
In quanto a Beppe Micotti, egli rimaneva indifferente a quella grande
tenerezza della _veggia_. Che il desinare fosse pronto all'ora fissata;
che la sua roba fosse sempre ben in ordine, e che non mancassero i
bottoni alle camicie: ecco tutto quanto gli premeva, e domandava
all'affetto materno. E nemmeno col genitore usava molti complimenti:
non si degnava mai di guardarlo in faccia; non gli parlava altro che
per dargli ordini o per strapazzarlo; gli faceva portar l'acqua,
spazzare lo studio, e se sbagliava in qualche commissione gli dava
dell'addormentato e della bestia. Solamente, ricordandosi gli
scappellotti ricevuti in passato, lo teneva in una certa considerazione
per la sua forza muscolare, e non essendo di natura molto coraggioso,
si faceva accompagnare dal vecc quando si metteva in viaggio con
somme di danaro; e fu pure in sua compagnia che andò la prima volta a
Villagardiana a eseguire gli ordini del _sciur_, com'egli chiamava il
Barbarò.
Partiti i Collalto, il signor Pompeo era ritornato stabilmente a
Milano, e ciò per due ragioni: perchè a Villagardiana, così disabitata
e vuota, non ci si poteva più vedere, e perchè i contadini avevano
minacciato di volergli fare la festa.
In fatti c'era gran fermento a Villagardiana contro il nuovo padrone.
Quelle famiglie di coloni e di piccoli fittaiuoli che, di padre in
figlio, si trovavano già da vari secoli alle dipendenze dei Collalto
o dei Castelnovo, odiavano e mormoravano contro il signor Pompeo,
quel _forestiere_ ladro e assassino, che aveva traditi e spogliati i
buoni signori, non vergognandosi nemmeno di cacciarli dai loro antichi
possessi.
"Ma una volta o l'altra--dicevano fra loro--con una buona schioppettata
faremo le vendette del Marchese!"
Poi, oltre a questo sentimento naturale, oltre alla vecchia ruggine che
nutrivano contro il Barbarò per le taccagnerie che aveva fatte appena
assunta l'azienda dello stabile in società coi Collalto, erano tutti
sossopra temendo le innovazioni, che certo avrebbe voluto introdurre
per intascar più quattrini, adesso che era solo a comandare. E i
contadini si riferivano a vicenda, spaventati, le spilorcerie e le
angherie commesse dal medesimo signor Pompeo a Panigale, dove la gente
gli aveva affibbiato il soprannome di _mercante di pellagra_.
Pompeo Barbarò non aveva amore all'agricoltura. Egli voleva solo cavare
dalla terra, come dagli uomini, il maggiore interesse possibile. "E
siccome la terra" diceva lui, uso a guadagnare in altre operazioni il
cento per cento, "era ladra e mangiava più quattrini che non rendesse",
così per rifarsi, almeno in parte, faceva digiunare chi la lavorava.
Povera gente! Per una fetta di polenta cattiva, innaffiata con
acqua il più delle volte corrotta, doveva ammazzarsi sotto la sferza
del sole, fra i miasmi delle risaie, lavorando giornate eterne, che
cominciavano alle due, alle tre del mattino, e non terminavano che alle
sei o alle sette della sera!... E non mai un momento di ristoro; non
mai il conforto d'un bicchier di vino! Que' contadini magri, gialli,
sfiniti battevano i denti per la febbre e morivano di pellagra; ma
per il grosso debito che avevano col padrone, non erano più liberi di
lasciare il suo servizio, se non per essere portati al cimitero o allo
spedale.
E per gli affamati il lunario segnava sempre cattivo tempo.
--Da noi tempesta ogni anno!--mormoravano cupamente.
In fatti se l'annata era stata prospera, il padrone sequestrava tutto
il raccolto per rimborsarsi del suo credito; se invece era stata
cattiva, infuriava contro i contadini, come se fossero loro che
potevano far la pioggia o il sereno, e rinfacciava loro il misero sacco
di polenta che doveva ancora anticipare.
Ma poi, se per avventura uno dei coloni spinto dall'estremo bisogno si
arrischiava di chiedere al signor Barbarò un qualche piccolo restauro
alla casuccia (erano tutte catapecchie in rovina, umide e malsane),
allora cascava il mondo addirittura, e Pompeo si metteva a smaniare e
a gridare in mezzo alla corte: "che tutte quelle bocche non avevano
nè coscienza, nè discrezione!... Erano i villani che gli divoravano
il patrimonio, e poi pretendevano ancora di essere alloggiati come
principi!"
"Guai se fossi stato tanto minchione da appagare una sola di quelle
ridicole pretensioni!" diceva poi il Barbarò con Don Rosario,
il cappellano di Panigale. "In tal caso i bisogni si sarebbero
moltiplicati all'infinito. I villani erano per natura avidi, furbi e
viziosi. A lasciar fare a loro, avrebbero levata anche la pelle al
povero padrone!"
Don Rosario approvava sempre e subito quanto diceva il signor Barbarò,
da cui riscoteva le prebende, curvandosi come di scatto a mezza vita,
con una mossa sussultoria, accompagnata da una risatina acuta e
squillante, che pareva il _chicchirichì_ d'un galletto.
Era costui un pretino giovane e paffutello, con certi polpacci che
avrebbero fatta la fortuna di una ballerina, e che solo pareva
delegato a essere il rappresentante della buona digestione presso
quel popolo di affamati. Fuorchè nell'inverno, si vedeva sempre,
roseo e saltellante, passeggiar per la Cura in pantofole, senza il
nicchio, e coll'ombrellino di tela bianca foderato di verde. Ma del
rimanente poteva vantarsi, e si vantava in fatti, di far sempre il suo
dovere. Se qualcuno stava per crepare, non rifiutava mai di andarlo a
benedire, magari di notte; e le domeniche e le altre feste, sebbene
non obbligato, faceva anche un po' di predica prima dell'Elevazione.
Era di solito un sermoncino in cui raccomandava l'amore al lavoro,
l'obbedienza e la fedeltà al padrone; e finiva esortando que' cenciosi
all'elemosina (spillava loro anche il quattrinello!), assicurandoli che
la vita terrena non era altro che passaggio e preparazione alla vita
celeste, e che per ciò coloro "che più tribolavano _di qua_, dovevano
consolarsi perchè il Signore li avrebbe fatti più contenti _di là_."
Il Barbarò, quando capitava a Panigale, era sempre arrabbiato. Di
solito non si fermava mai più di un giorno, ma per tutto quel giorno
non faceva altro che gridare, minacciare, strapazzare. I contadini
cominciavano a spaventarsi appena scorgevano la sua carrozza, e
correvano inquieti e sbigottiti a darsene l'annunzio:
--_El padrun!... El padrun!... Guarda, guarda che vegn el padrun!_
Ma poi se il Barbarò si fermava anche a pranzo a Panigale, invitava
sempre Don Rosario a tenergli compagnia: e allora dinanzi alla zuppiera
fumante cominciava a calmarsi, e alle frutta diventava umanitario,
e avvicinando al cappellano la bottiglia di Barolo stravecchio, si
metteva a predicare contro i _radicali_ e i liberi pensatori che
volevano spingere il mondo a fare un salto nel buio:--Sono matti; matti
da legare!
--Senza testa....
--E senza cuore. Don Rosario; senza cuore! Quando avranno tolto alla
povera gente anche quell'ultimo briciolo di fede....
--In un avvenire migliore...--interrompeva il cappellano bevendo
adagio, a centellini, e schioccando le labbra.
--....che conforto, domando io, resterà loro?
--Mah!
--Mah!... E chi allora potrà più governarli? Tenerli sotto? Farli
lavorare? Dovremo spendere di tasca nostra e rovinarci per mantenerli
in prigione a non far niente!
--Guai, guai! Grossi guai!--rispondeva Don Rosario sospirando; e a
sua volta avvicinava adagio adagio al Barbarò la bottiglia polverosa,
toccandola con rispetto e guardandola con ammirazione.
--Per me, dico la verità--continuava il signor Pompeo, diventando
sempre più espansivo--dico la verità, quando sono stato così balordo
da infognare i danari miei in terreni, che a stento rendono il tre, il
quattro per cento, e ho comperato Panigale, ho levato molti abusi, ho
introdotte grandi economie nell'amministrazione, ma il cappellano, il
medico e il veterinario non li ho voluti toccare!
Allora cominciava Don Rosario a dir le lodi del buon cuore e della
filantropia veramente cristiana e illuminata del signor Barbarò,
il quale godendosi gli elogi fatti a fin di tavola, quando appunto
l'uomo, come il coccodrillo, è più facile a intenerirsi, si sentiva
quasi commosso, e persuadendosi di essere proprio un padrone umano e
caritatevole, vuotava a poco a poco un'altra bottiglia nel bicchiere
di Don Rosario e nel suo, lamentandosi perchè in paese lo chiamavano
_mercante di pellagra_!
Don Rosario non sospirava più, ma soffiava, e stentando a tener aperti
gli occhi (era solito a schiacciare un sonnellino durante il chilo) lo
ammoniva che "non bisognava aspettarsi dagli uomini il compenso delle
nostre buone azioni, ma dal Signore che le notava incancellabilmente
sul suo gran registro del dare e dell'avere!"
--Sicuro!--concludeva il Barbarò, cominciando pure a sonnecchiare,
mentre il caffè si raffreddava:--è sempre stato il mio destino quello
di seminare benefici e raccogliere ingratitudine!
Ma appunto a Villagardiana non ne volevano sapere dei benefici del
signor Pompeo. Dopo la rottura avvenuta coi Collalto, egli era
diventato di giorno in giorno più aspro, più cattivo, e sempre più
tirchio. Ormai che gli era fallito anche il bel disegno per entrare e
spingersi nel gran mondo, non cercava più tanto nemmeno di salvare le
apparenze. Aveva messo tutti i suoi pensieri, tutta la sua volontà,
tutto il suo cuore negli affari, soltanto negli affari, e con una foga
da disperato. "Aveva perduta la partita?... Ebbene col danaro, con
molto danaro avrebbe preso la rivincita!... Che importavano i mezzi?...
Era il fine che voleva, che dovea raggiungere."
Pareva sentisse insieme colla smania e colla febbre di far quattrini,
anche un senso strano di rabbia e di odio contro tutto il genere umano;
pareva ch'egli godesse nel danaro che ammucchiava, oltre al piacere di
averlo per sè, anche il gusto di averlo tolto agli altri. Le persone
ammodo lo scansavano, mormorando ch'egli era un disonesto?... Ebbene,
lui se ne vendicava con un'alzata di spalle, e rispondendo, col solito
ghignetto, ch'erano "una folla di spiantati e di pitocchi!"
"E la marchesa di Collalto?... Ah, ah! non era stata detta ancora
l'ultima parola! Chi sa, chi sa che un giorno o l'altro non avesse
trovato anche la biondina in fondo a un sacco di marenghi!"
Pompeo Barbarò aveva finito per sentire antipatia e dispetto contro
Villagardiana. Borbottava sempre che l'aveva pagata troppo cara, che
gli rendeva pochissimo, e intanto cercava tutti gli espedienti per
cavarne il maggior frutto possibile.
Sotto i Collalto, i fondi erano in parte affittati e in parte dati a
mezzeria; invece il signor Pompeo trovò più utile di tener tutto il
fondo a mano. Ma un tale cambiamento nell'amministrazione importava
grandi spese, e lui non voleva saperne. Allora ideò e fece il suo
piccolo colpo di stato: aprì il librone dov'eran notati i debiti dei
contadini, e intimò loro, su' due piedi, di saldare le partite: era
un procedere nuovo e disumano; tutta quella povera gente che da un
momento all'altro si vedeva ridotta in miseria, gridava disperata,
invocando pietà; ma non ci fu rimedio. Il padrone, sordo alle preghiere
e alle lacrime, sequestrò ai fittaiuoli e ai mezzadri il bestiame, gli
attrezzi agricoli, tutte insomma le stime _vive e morte_, e così ebbe
quanto gli occorreva per i suoi disegni senza sottomettersi a nuove
spese. Una sera per altro che se ne ritornava a Brescia in carrozza fu
preso a sassate mentre passava sotto il _Monte del Corno_, e se non lo
accopparono dovette proprio esserne grato alle buone gambe dei cavalli
e al suo cocchiere.
In seguito a questa piccola dimostrazioncella il Barbarò rimase
parecchio tempo senza lasciarsi vedere a Villagardiana: mandava in
vece sua Beppe Micotti, il quale appunto vi capitò la prima volta in
compagnia del _vecc_; ma dopo vi andò anche solo, tranquillamente.
Appena arrivato s'era messo a dire del _sciur_ roba da chiodi. "È un
cane senza cuore! Gli s'attaglia benone quel nomaccio di _mercante di
pellagra_!... Lo avevano pigliato a sassate? Bravissimi; meritava di
peggio. Anche loro due," e con un cenno del capo indicava lo Sbornia,
che senza parlare e senza ascoltare stava intontito a guardar le
rondini che volavano stridendo intorno ai nidi del porticato, "anche
loro due ne dovevano sopportare di tutti i colori; ma non c'era
cristi: gli eran caduti nelle mani e bisognava piegare il collo!
Così, per altro, non la poteva durare. Doveva venire il giorno del
_redderationem_.... Oh, se doveva venire!" E in tal modo, dopo aver
lusingato quella buona gente e essersi fatto un po' compassionare,
Beppe Micotti eseguiva gli ordini ricevuti senza correre alcun rischio,
nemmeno ripassando sotto il _Monte del Corno_.
Ma poi, oltre a questi, egli aveva cominciato a rendere al padrino
altri servigi più importanti assai.
In quel frattempo la ditta _Micotti e figlio_ aveva assunto in
appalto la doppia fornitura delle scarpe e dei fucili per il corpo
dei Volontari, e Beppe Micotti, istruito in proposito dal Barbarò,
che viaggiava continuamente da Milano a Brescia per tenerlo d'occhio,
si comportava in modo di non far perdere alla ditta la bella fama
che si era già guadagnata in simili imprese durante la guerra del
cinquantanove.
Tuttavia il signor Barbarò, quantunque avesse fatto concorrere
i Micotti a quell'appalto, ce l'aveva sempre con Garibaldi e i
Garibaldini. Brontolava, sogghignando, che "l'eroe dei due mondi" non
era altro che un ciarlatano e un falso democratico, dominato dalla
più sfrenata ambizione; un orgoglioso che non voleva sottomettersi a
nessuno, e che avrebbe anche disfatta l'Italia, che costava a tutti
tanti sacrifici, per la smania di mettersi a fare il dittatore!...
Se non fosse stato più superbo di Lucifero, doveva contentarsi,
come il Cialdini, di ottenere il comando d'un corpo dell'esercito
regolare, senza accrescere le difficoltà al povero Lamarmora, e
senza portare un nuovo colpo alle nostre finanze. Per il Barbarò
l'esercito dei Volontari aveva questo solo di buono: in que' giorni
difficili liberava il paese dai matti e dalla canaglia: c'eran tutti
con Garibaldi! Ma il guaio serio sarebbe stato al ritorno delle bande
indisciplinate e armate di tutto punto!...--Chi sa, che cosa andava a
succedere!...--E forse fu per ragioni di prudenza, che i fucili forniti
ai Garibaldini dalla ditta _Micotti e figlio_ non eran altro che
ferravecchi.
Pure, ad onta dello sue ire e de' suoi timori, Pompeo Barbarò fu molto
contento quando seppe che suo figlio, il buon Giulietto, era partito
improvvisamente da Milano, senza dir nulla nemmeno alla Mary, per
raggiungere a Sarnico un reggimento di Garibaldini.
--Bene, benone!--pensava il Barbarò, rosicchiandosi le unghie.--Bene,
benone! Non si sa mai che cosa debba accadere nella vita, e un giorno
o l'altro mi può essere utile anche di avere un eroe in famiglia.
Questo prova intanto che ho educato mio figlio con buoni principii....
E... se per caso tornasse al mondo _Don Miao_.... E poi intanto che il
ragazzo è a Sarnico, e quando, dopo, sarà andato in Tirolo, io avrò
sempre una scusa eccellente per rimanere a Brescia a tener d'occhio gli
affari miei. "Non ci sono già" potrò dire "perchè abbia interessi colla
ditta Micotti, ma perchè voglio essere vicino il più possibile a mio
figlio.... al mio unico figlio, per bacco!"
Intanto Garibaldi era arrivato a Genova da Caprera, e da Genova correva
dritto a Como, a Lecco, a Bergamo a passarvi la prima rivista dei suoi
Volontari, seguìto dappertutto dai voti degli uomini liberi e dalle
speranze degli oppressi... e anche dai brontolamenti del signor Pompeo.
L'entusiasmo ognor crescente per Garibaldi lo infastidiva e lo irritava
sempre più: finiva coll'odiarlo quell'uomo che aveva l'amore di tutto
un popolo, l'ammirazione di tutto il mondo.
Il Barbarò, dopo la speranza di un grosso guadagno sulle forniture,
due altre ne aveva riposte nella guerra; e cioè che Andrea Martinengo
ricevesse una palla nello stomaco (magari una palla di cannone) e che a
Garibaldi toccasse la peggio. La morte del Martinengo lo avrebbe reso
felice; la sconfitta "dell'eroe dei due mondi" gli avrebbe ridato il
buon umore.
"Era tempo di finirla con quella mascherata delle camicie rosse!"
E la sera in cui Garibaldi appunto era aspettato a Brescia, dove teneva
il suo quartier generale, il Barbarò rimase solo solo e imbronciato in
un cantuccio del _Caffè del Duomo_.
La grande sala, sempre affollata e risonante pel frastuono allegro
delle voci e il continuo via vai della gente, quella sera era vuota
e deserta: tutti erano alla stazione; tutti erano andati incontro a
Garibaldi.
Pompeo borbottava:--Gl'Inglesi hanno ragione da vendere, quando ci
chiamano la carnival nassion! Con una guerra terribile alle spalle,
non si pensa ad altro che alle feste e alle luminarie. Matti; matti da
legare!
Ma così solo si annoiava. Sbadigliò, fece alcuni conticini, col lapis,
sul tavolino di marmo, poi pensò ch'era meglio andare a dormire,
e chiamò, per pagare, il cameriere. Questi si faceva attendere:
approfittando dell'occasione s'era ritirato anch'esso in un altro
cantuccio, e faceva un sonnellino.
--Crist'... oforo!--gridò Pompeo, battendo stizzito sul tavolino, colla
ghiera del bastone.--Sono andati con Garibaldi anche i camerieri?!...
Tommaso, il buon Tommaso del _Caffè del Duomo_, si svegliò allora
tranquillamente, si avvicinò bel bello, e fissando il _cabarè_,
cominciò a fare il conto ad alta voce colla sua solita cantilena:
--_Venticinque_ del caffè; _cinquanta_ del cognac; _trenta_ del
_scifone_: uno e cinque per _servirlaa_!
Pompeo buttò una lira e due soldi sul vassoio.
--Grazie al _signoree_!
Ma il buon Tommaso, svegliato del tutto oramai, desiderava fare un
po' di conversazione; e però mentre con una mano teneva sollevato il
vassoio e coll'altra, servendosi di uno strofinaccio, asciugava il
tavolino, domandò sorridendo:--Il signore è rimasto solo stasera?
Il Barbarò non rispose.
--Tutta Brescia--continuò l'altro senza scomporsi--è alla stazione per
veder Garibaldi. Ci sarà in moto, dicono, un ventimila persone!... Ed
io sono inchiodato qua dentro, cane d'un mestiere!... Lei però, che ci
poteva andare, com'ha fatto a star fermo?
Il Barbarò guardò il cameriere di traverso, cogli occhiettini loschi,
rispondendo sgarbatamente:
--Io non sono nè uno spensierato, nè un matto!
Il buon Tommaso ritto, sempre col vassoio in mano, fissò alla sua volta
l'avventore, ma con un'aria sospetta e punto benevola.
--Io penso al mio povero figliuolo--continuò Pompeo sospirando--e non
ho volontà di divertirmi.
--Il signore ha un figliuolo con Garibaldi?--domandò premurosamente il
cameriere.
--Già; con Garibaldi. Un figlio unico.
--Unico?
--Unico e solo!--Così dicendo il signor Pompeo cercò un piccolo
medaglione fra il mazzetto di ciondoli, lo aprì, e mostrò al cameriere
il ritratto di Giulio Barbarò, vestito da Garibaldino.--Deve arrivare a
Brescia domani o doman l'altro, e ci son venuto apposta per vederlo, e
per essergli più vicino!
Il buon Tommaso che aveva guardato il ritratto, tornava a guardare il
Barbarò, ma con un'espressione di simpatia.
--Non ho altro che lui al mondo!... Mia moglie, poveretta--continuò
Pompeo, che aveva notato il cambiamento--è morta nel _quarantanove_,
sicuro; in seguito allo spavento di quella notte terribile in cui
erano venuti i Tedeschi in casa nostra per...--ci pensò un poco, e poi
gli scappò detto--per condurmi al patibolo!--E a questo punto come se
avesse paura di lasciarsi vincere dalla commozione di quei ricordi, si
alzò bruscamente, esclamando forte nell'andarsene:--Buona sera!
--Buona sera, signore!--rispose il cameriere, assai rispettosamente, e
senza la solita cantilena.
Appena uscito dal _Caffè del Duomo_, Pompeo Barbarò era lì lì per
sentirsi commosso; aveva finito col crederci un po' a quanto aveva
raccontato. Ma poi, giunto che fu sotto i portici, la lunga fila di
portici che attraversa il cuore della città da _Piazza Vecchia_ al
_Corso del Teatro_, cominciò di nuovo a brontolare storpiando le
parole:--_Carnival nassion! Carnival nassion!_
I portici erano pieni di gente di ogni età, di ogni condizione. Signore
e donne in capelli, uomini del popolo e ragazzi scamiciati; e tutti si
avviavano in festa verso il _Corso del Teatro_, animati tutti da uno
stesso pensiero, Garibaldi; tutti con una sola parola sulle labbra,
Garibaldi; tutti con un'ansia sola nel cuore, vedere Garibaldi!
Il Generale doveva essere arrivato, e il suo quartiere era stato
fissato all'_Albergo d'Italia_, in faccia ai portici del Teatro; poco
lungi dall'_Albergo del Gambero_, dove aveva preso alloggio Pompeo
Barbarò. Questi per schivare l'ingombro della gente affrettò il
passo: voleva ritornare all'albergo colle costole sane!... Pure, non
ci fu verso; arrivato in fondo ai portici dovette fermarsi. Tutto il
Corso era pieno, stipato dalla folla che chiudeva gli sbocchi come
una muraglia, e che gridava acclamando ad ogni ripresa dell'_Inno di
Garibaldi_, continuamente ripetuto da una banda ormai fiacca e stonata.
Quei mille e mille occhi volevano rivedere Garibaldi al balcone
dell'Albergo; quei mille e mille cuori volevano infiammarsi ancora
alla sua voce, alla sua parola; volevano sentire dalla bocca stessa
dell'Eroe la promessa della vittoria.
--Adesso per Garibaldi non mi è più permesso di andar a
dormire!--borbottò Pompeo sbuffando.--E poi lo chiamano il campione
della libertà!
Ma aveva un bell'agitarsi: non riusciva a sbucare.
--Ecco la libertà che abbiamo guadagnata!... Evviva la libertà!
Pure anche Pompeo, senza avvedersene, rimase attratto dalla commovente
imponenza del nuovo spettacolo, e sempre brontolando si avviò passo
passo, con un muso lungo un braccio, verso l'_Albergo d'Italia_.
"Poichè si trovava lì, e non era possibile di andar a dormire, voleva
vederlo anche lui, questo Garibaldi!"
Camminava sempre sotto il portico e contro il muro per schivare la
gente che guardava di mal occhio, quando a un tratto esclamò:
--Ah, ah, lo Sbornia! Stasera ne avrà bevuti dei bicchierini alla
salute del Dittatore!
Lo Sbornia era vestito da volontario. Adesso che c'era l'aiuto di Beppe
Micotti aveva potuto arruolarsi senza che gli toccassero prediche.
Appoggiato a una delle colonne dei portici, cogli occhi intenti verso
il terrazzo dove da un momento all'altro sarebbe apparso Garibaldi,
stava immobile e muto come una cariatide. Pompeo gli si avvicinò
battendogli sopra una spalla. L'altro si voltò lentamente, ma poi
riconosciuto il padrone si rizzò subito toccandosi il berretto.