--Catastrofe: è proprio la vera parola.

Il signor Pompeo ormai era a cavallo, e trottò via speditamente nella

sua esposizione finanziaria, riuscendo nello stesso tempo a convincere

Angelica che tutta la colpa di quella gran disgrazia doveva attribuirsi

principalmente al signor marchese che non lo avea mai voluto lasciar

parlare, e anche un pochino alla signora marchesa che non aveva dato

importanza a certe mezze frasi, a certi sospiri pieni di sottintesi

del signor Pompeo, che pure avrebbero dovuto essere altrettante

rivelazioni. E quando tacque, finalmente, mostrandosi molto commosso e

addolorato. Angelica, appoggiata coi gomiti alla scrivania, col capo

fra le mani, scoppiò in un pianto dirotto.

--Povero figliuolo mio!... Povero il mio figliuolo!

E nella disgrazia che la colpiva proprio in quel giorno, vedeva adesso

la collera, la punizione del cielo; e pur non potendo strapparsi dal

cuore l'immagine di Andrea, che anzi fra le lacrime pareva farsi ancora

più viva e vicina, sentiva diffondersi nel dolore, nella disperazione

sua lo sgomento pauroso del rimorso.

Pompeo la guardava, la guardava fisso, e un bruciore gli saliva

sulle gote, alle orecchie, a tutta la testa. La voce di Angelica

nel piangere, nel lamentarsi, aveva intonazioni incantevoli. Così,

com'era chinata, col capo fra le palme della mano, egli le vedeva la

nuca bianchissima trasparire fra i capelli biondi e più giù, sotto la

cravatta di trine, dentro l'abito un po' sollevato, il collo morbido

che fremeva palpitante per l'urto dei singhiozzi.

Allora Pompeo col respiro grosso, affannoso; cogli occhietti accesi,

si curvò per farsi più vicino, e colle dita tremanti osò toccarle un

braccio.

--Coraggio.... si faccia coraggio.... signora marchesa....--borbottò

con voce rauca.

--Oh per me.... lo avrei il coraggio! Fossi sola mi sentirei forte,

sopporterei tutto; ma è il pensiero del mio bambino, del povero bambino

mio che mi spezza il cuore!...

Pompeo sollevandosi un po' e tirando forte la poltroncina per la

frangia, si fece ancora più vicino e con tutta la mano prese il braccio

della marchesa che continuava a piangere e a singhiozzare.

--Io.... io ho avuto sempre molta affezione per.... lei....

--Oh so, so ch'ella è buono!... buono assai!

Pompeo alzò la mano, le sfiorò il braccio dove usciva nudo dalla

manica corta, e continuò sempre balbettando, e colla voce sempre più

strozzata:--Se.... se volesse ascoltarmi si potrebbe.... sarei disposto

a tutto per.... per salvarla....

--Oh signor Pompeo, se ancora è possibile ci salvi, non ci abbandoni, e

avrà tutta la gratitudine, la riconoscenza di una madre!--Angelica avea

presa una mano del Barbarò, e lo guardava supplichevole premendola sul

cuore.

Pompeo non intese bene o intese troppo a modo suo quelle parole che

l'estremo della disperazione rendeva così espansive. Rosso in viso,

inebriato da quella bellezza ancora più attraente nel disordine del

dolore, strinse più forte il braccio di lei, poi, all'improvviso,

l'attirò contro il suo petto stringendola forte fra le braccia, e la

baciò violentemente sui capelli della nuca, sul collo, mormorando:

--La salverò!... Sarà padrona lei di tutto! come prima....

Angelica, sorpresa, sbigottita ed anche impaurita in sul primo momento,

diè solo un urlo che le restò strozzato in gola; ma poi subito, colla

forza che le dava il ribrezzo, riuscì divincolandosi a liberarsi e a

respingere il Barbarò lontano da sè.

--Fuori!... Fuori!...--pallida, fremente, non poteva dir altro

indicandogli l'uscio.

Pompeo, sconcertato e confuso, cercava il suo cappello, che era

ruzzolato fino ai piedi di Angelica. Curvo, senza più guardarla, si

avvicinò per prenderlo mentre la marchesa scostandosi rabbrividita come

alla vista di un rettile, ripetè:

--Fuori!...

--Subito.... subito.... cerco.... prendo il mio cappello....

--Fuori!... Fuori!...

Ma nell'avviarsi il timore istintivo di uno scandalo vinse il

turbamento di Pompeo e voltatosi mormorò:--Se parla lei, parlerò

anch'io!... Stamattina.... l'ho veduta....

Era tanto il turbamento e lo sdegno di Angelica, ch'essa non badò

nemmeno a quella minaccia.

--Fuori!... Fuori!...

Invece, in quei pochi istanti, Pompeo era riuscito a rimettersi.

--Diavolo! non doveva aver paura d'una donna, e il marchese non gli

poteva correr dietro in carrozzetta per bastonarlo!--Allora vedendo i

denari ancora sulla scrivania li prese, e cacciandoli in tasca disse

alla marchesa con voce malferma e senza guardarla in viso, ma pure con

un sogghignetto che già gli spuntava sulle labbra:

--Penserà lei a scusarsi col signor marchese per non aver voluto

firmare.... Badi, per altro, di non tirarmi in ballo.... in tal

caso.... parlerò anch'io!

--Fuori!... Fuori!...--ripetè Angelica che non capiva, non sentiva

altro che l'orrore che le ispirava quell'uomo. Il Barbarò uscì, chiuse

la porta, ma allora, nell'allontanarsi udì uno scoppio di pianto.

In fretta, e internamente un po' vergognoso ad onta di tutta la sua

impudenza, egli andò dritto nel suo studio e vi si richiuse. Poi, per

un momento, si fermò in mezzo alla stanza muto, immobile, ancora col

cappello in testa, a pensare.... Il tentativo gli era andato maluccio;

aveva sbagliato i suoi calcoli.... E si sentiva il petto gonfio,

oppresso, e dinanzi a' suoi occhi pareva distendersi un gran buio, un

grande squallore.... Ma presto riuscì a vincersi, e alzando le spalle

e gettando il cappello sul sofà pensò che stava proprio per commettere

una grande minchioneria.

"Quella donna infine, avrebbe imbrogliato i suoi affari! Egli,

nientemeno, correva il rischio di rimetterci Villagardiana!"

Allora pensò di scrivere subito al suo avvocato e di non aver più altra

mira che l'utile proprio.... Ma coll'utile proprio provvedeva anche

alla sua vendetta e per ciò, risoluto a pigliar le cose allegramente,

si fregò le mani, e cominciò a fischiettare.

Cavò poi di tasca il portafoglio, lo aprì, prese i due biglietti da

mille lire, e mormorò sventolandoli:--Tanti risparmiati!... Tanti

risparmiati, signora marchesa!... Con questa roba me la rido delle sue

smorfie e posso averne delle donne quante ne voglio!... Ah, Ah!...

l'aristocratica disprezza il danaro?... Non vuol capire che il danaro

è tutto a questo mondo? Preferisce le parolette dolci? Stupida; me lo

saprà dire più tardi!...

A questo punto gli balenò un pensiero che lo tenne nuovamente

sospeso:--E se una volta che cominciasse a provare lo strettezze e

le privazioni, mutasse parere? Ma non volle abbandonarsi troppo alla

speranza, e tornò ad alzare le spalle.--Chè! Chè! Anche lui aveva il

suo amor proprio, e non ci sarebbe ricaduto in quelle reti! Stava

proprio per commettere uno sproposito grosso!

--Tornate a casa, figliuolini miei, e non vi perdete mai più dietro

alle donne!--diceva poi ai due biglietti da mille lire, nell'atto di

riporli nello scrigno. --È una cattiva speculazione; perchè le donne

costano sempre più di quello che valgono!

E chiuso lo scrigno tornò a fischiettare e a cantarellare:--Tanti

risparmiati!... Tanti risparmiati!...

Ma non c'era verso; l'allegrezza non gli voleva scendere in fondo al

cuore; anche dopo avere scritto all'avvocato non era contento della sua

vendetta e pensava al modo di sciogliere "quella tresca" della marchesa

con Andrea Martinengo.

XI.

Appena Angelica potè reggersi corse subito presso il marito, e

febbrilmente, con parole tronche e concitate, gli raccontò quanto le

era accaduto.

--Mascalzone!... Brigante!... Lo caccerò via a calci, come un

cane!--esclamò il marchese, dimenticando, nel suo furore, che i piedi

e le gambe non gli servivano più nemmeno per camminare.--Quanto

a Villagardiana, prima che se ne impadronisca l'avrà da far con

me;.... farabutto! Non sono una donna io, e non mi lascio intimorire.

Chiamerò il nostro avvocato; e colui gli dovrà mostrare tutti i libri

dell'amministrazione; gli farò causa, proverò che è un ladro e lo farò

mettere in prigione!

--Ha in mano per più di sessantamila lire di cambiali: non c'è altro

da fare che pagarlo!--rispose brevemente la marchesa, la quale vedendo

come il marito continuasse nel solito metodo di pascersi d'illusioni

per risparmiarsi fastidi, credeva ormai necessario di venire alle

strette.--Non c'è altro da fare che pagar tutti i nostri debiti, o non

rimanere un minuto di più a Villagardiana....

--Ma prima voglio vedere i conti....

--Villagardiana, se non si paga, è roba sua! Pensa se possiamo rimaner

qui un minuto di più!

--Ti ha mancato di rispetto per altro!... Ha tentato di baciarti....

--Sì, ma io l'ho respinto: l'ho scacciato!...--mormorò la marchesa,

che dinanzi al pudore non voleva più nemmeno ammettere di essere stata

toccata.

--Prima di tutto mi dovrà rendere ragione!

--No; prima di tutto bisogna pagarlo!

--E tu credi a ciò che t'ha detto quel tartufo col proposito di

spaventarti?... Non capisci che sperava approfittare della mia

infermità, e della tua ignoranza?--E il marchese smaniava gridando

che voleva tirare una revolverata al Barbarò. Ma poi, vedendo che non

riusciva a commuovere la moglie, la quale rimaneva fredda a quelle

smargiassate, cominciò a sgomentarsi anch'esso, e calmandosi a un

tratto le domandò con un altro tono di voce:

--Dunque.... dunque non c'è scampo?... Siamo rovinati?

Angelica rispose appena con un cenno del capo; ma tanto eloquente per

il marchese da spingerlo alla disperazione.

--Ah mio Dio! mio Dio!--esclamò gemendo e dimenandosi sulla poltrona

dov'era sdraiato.--La rovina; la miseria!--e si rivoltò furioso contro

Angelica rimproverandola perchè non sentiva pietà del suo stato.

Se avesse avuto solo un po' di cuore, avrebbe cercato ogni via per

nascondergli una così terribile disgrazia!... Per lasciarlo morire in

pace! Ma poi pensando che non gli rimaneva più altro da sperare che

in sua moglie, e nella subitanea esaltazione avendo paura di essere

abbandonato, scoppiò in un dirotto pianto e le domandò perdono come

un bambino, dicendole che era il male, il gran male che si sentiva

addosso, che lo rendeva nervoso e irascibile.

--Dove andremo, mio Dio?... Dove mi condurrai?...--Sbigottito le prese

le mani; e ricordando le parole di Angelica, gli parve di trovar ancora

un filo di speranza, e le domandò con grande ansietà:

--Hai detto che bisogna pagare tutti i nostri debiti.... Dunque credi

che, forse, si potrebbe ancora trovar il modo di.... di.... farlo?

Angelica rimase muta, pensosa.

--Cerchi un qualche ripiego?... Pensaci! Pensaci!... Hai tanto ingegno,

tanto criterio!... Anche il signor Bernardi, il nostro ragioniere

di una volta (quello sì che era proprio un galantuomo!) anche lui

aveva molta stima di te!... Dimmi, ordina che cosa devo fare, e io ti

obbedirò ciecamente!

Angelica, dopo alcuni istanti di silenzio, un po' titubante e scotendo

il capo come per mostrare che, sebbene tenuissima, quella sua speranza

era pur la sola che ancora restasse, disse a mezza voce:

--Non ci sarebbe altri che lo zio Diego.... Se ci volesse aiutare!...

--Oh Dio! Dio mio!--esclamò il marchese Alberto stirandosi

dolorosamente.

--Pure.... ci vuole molto bene....

--Lo zio Diego vuol molto bene a tutti, quando non c'è da scomodarsi!

Angelica, quantunque non volesse abbandonarsi a troppe illusioni,

tuttavia pensò e fece osservare al marito che alla fin fine non avevano

alcun motivo per credere che lo zio fosse proprio senza cuore. Anche

nell'occasione di quella malattia d'Alberto, egli aveva scritto per

aver notizie. Non tralasciava mai di mandare un bellissimo mazzo di

fiori il giorno onomastico di Angelica e un telegramma per la festa di

Alberto, e diceva a tutti che Stefanuccio sarebbe stato il suo erede,

il successore. Di più, lo zio Diego aveva molto a cuore il lustro della

famiglia, ed anche per ciò, forse, si sarebbe lasciato indurre a fare

qualche sacrificio.

--E poi--soggiunse Angelica--non avrebbe potuto pagare tutti i debiti

che gravavano Villagardiana entrando, senz'altro, in possesso del

fondo?... Così forse, almeno, non sarebbe perduto per Stefanuccio!...

--Sicuro; e anch'io, non è vero? ci potrei rimanere questi pochi giorni

che mi restano da vivere!...

Il marchese non sperava nulla dallo zio Diego, pure fingeva di

lasciarsi persuadere dalle ragioni di Angelica, per guadagnare almeno

un po' di tempo.

--Bisognerebbe scrivere allo zio.... che uno di questi giorni, con suo

comodo, desidererei vederlo.... a Villagardiana.

--No, no; non c'è tempo da perdere!--rispose Angelica

vivamente.--Domattina colla prima corsa andrò io a Milano, e gli

parlerò!

Questa proposta e la fretta di Angelica tornò a far andar in bestia il

marito.

"Lei già quando si era messa in testa una cosa non c'era più bene;

non voleva capire che negli affari bisogna riflettere assai, prima di

muovere il primo passo!"

Ma la marchesa questa volta lo lasciò brontolare e gridare a sua posta,

senza cedere d'un punto: essa gli dichiarò esplicitamente, che non

dovevano aspettare un giorno di più a mettere ben in chiaro il loro

stato.

--Se lo zio non ci potrà aiutare--concluse con fermezza--è per altro

l'unico nostro parente e siamo in dovere, anche per non pregiudicare

l'avvenire di Stefanuccio, di metterlo a parte di questo nostro

disastro e domandargli un consiglio....

--Che consiglio ti vuoi aspettare da lui?!... Non è uomo da consigli

lo zio Diego! Finchè tu gli parlerai delle nostre disgrazie quel

vecchio ganimede non penserà ad altro che a farti la corte!--E vedendo

che Angelica rimaneva ferma nel suo proposito e che voleva partire ad

ogni costo, tornò da capo colla gelosia. Non voleva che la marchesa

andasse a Milano sola; voleva che prendesse con sè Stefanuccio, o che

si facesse accompagnare dalla Mary, o da Donna Lucrezia. Ma Angelica

continuò a mostrare in questa circostanza un'energia tutta nuova, che

fece colpo sul marchese. Essa gli rispose che non voleva prender con

sè Stefanuccio perchè sarebbe partita troppo presto;--di mattina,

all'alba, per poter essere di ritorno ancora in giornata, colla corsa

delle quattro;--e voleva che la Mary rimanesse a Villagardiana per

assisterlo durante la sua assenza. Donna Lucrezia era indisposta, poi

nel viaggio sarebbe stata un impiccio.

Alberto a quelle risposte così risolute, e con in cuore la paura

di essere rovinato, rimase confuso e quasi intimidito. Tornò a

rassegnarsi, a soffocare la gelosia, a mostrarsi docile colla

moglie, pregandola soltanto di non mancare alle sue promesse e di

essere proprio di ritorno subito subito. Egli l'avrebbe aspettata

coll'angoscia in cuore; non poteva vedersi solo, così smarrito ed

oppresso, sotto l'incubo di quella catastrofe.

Alla fine, pensando come Angelica mostrasse tanta sicurezza per il

convincimento di poter ottenere un buon esito dal viaggio, si abbandonò

a un tratto alla speranza che prima gli era sembrata assurda, e tutto

rabbonito le raccomandò più volte di dire e di ripetere allo zio Diego

che "se non faceva in modo che rimanesse a Villagardiana, sarebbe morto

subito di nostalgia!..."

Angelica aveva la febbre. A volte le pareva impossibile che lo zio,

così orgoglioso del nome comune, non li volesse aiutare. A volte invece

perdeva tutta la fede, tutto il coraggio, e vedeva distrutto per sempre

l'avvenire del suo figliuolo. Ma pure in mezzo a tanta agitazione c'era

un punto fisso attorno al quale correvano tutti i suoi pensieri e tutti

i suoi dolori: Andrea!... L'atto villano del Barbarò le rendeva ancora

più caro il segreto del suo cuore, e più strettamente la legava ad

Andrea. E quando la mattina dopo, sola sola nel suo coupé, passava da

Brescia, spinse il capo fuori dal finestrino e guardò con tenerezza

tutta quella città addormentata e avvolta dalla luce pallida e vaporosa

dell'alba.

"Che cosa faceva Andrea in quel momento? Forse dormiva ancora mentre

lei gli passava tanto vicina!... Come avrebbe voluto essere invisibile

per un momento.... e poter entrare inosservata nella cameretta di

Andrea....--Doveva essere tanto gentile e di buon gusto quella

cameretta!... E allora pensò che gli avrebbe scritto pregandolo di

dirle un po' com'era messo il suo quartierino.... Voleva sapere almeno

il colore delle stoffe e degli addobbi e lo stile dei mobili.... Voleva

potersi figurare tutti gli oggetti che lo circondavano e che gli erano

cari.... Insomma voleva colla sua mente poterlo _vedere dov'era_!"

Angelica arrivò a Milano che lo zio Diego era andato a letto appena

da poche ore. Il marchese non aveva mai perduto il suo tempo a fare

qualche cosa, e pure, alzandosi, come usava, quasi all'ora di pranzo e

andando a dormire dopo l'alba, si lamentava con tutti che le giornate

erano troppo corte, e al _Caffè Cova_, e al club, e ad ogni suo

ritrovo giungeva sempre affannato e in grande tardanza. Intanto la sua

_toilette_ richiedeva molte cure e non si poteva dire fossero spese

male, perchè il marchese Diego, alto della persona, magro, pallido,

d'un biondo che invece d'incanutire era diventato verdognolo, riusciva

ancora, veduto un po' da lontano, o in mezza luce, a sembrare quasi un

giovanotto, quantunque si avvicinasse molto alla sessantina.

Angelica, dopo essergli stata annunziata, dovette aspettare assai

nel salottino dello zio, prima di potergli parlare; e più volte si

era presentato il cameriere per dire alla signora marchesa, con una

solennità cerimoniosa, e sempre colle stesse parole e col medesimo

inchino, "che il signor marchese si scusava di doverla far aspettare

ancora un dieci minuti" e per domandarle se intanto abbisognasse di

qualche cosa.

--No, grazie. Dite al signor marchese che faccia pure tutto il suo

comodo; che non ho alcuna fretta,--rispondeva Angelica invariabilmente.

Adesso avrebbe quasi desiderato che lo zio non terminasse mai di

vestirsi; e quando sentiva camminare nelle camere vicine e poi

invece del marchese Diego vedeva comparire il servitore, provava in

sull'attimo come un senso di sollievo.

Sola e raccolta nel cantuccio del canapè, non alzava mai gli occhi

dal suo ventaglio, che continuava ad aprire e a chiudere con le dita

convulse tenendovi gli occhi fissi senza guardare; e in quel punto si

sentiva tanto agitata che non poteva più nemmeno pensare a ciò che

avrebbe dovuto dire per commuovere lo zio.

Il salottino, che sembrava quello di una signora, o meglio di una

_cocotte_, tanto era frivolo e mondano, tutto pieno di ninnoletti

eleganti e inconcludenti, di nudità non sempre artistiche e di ritratti

e di ricordi femminili messi in mostra con ridicola ostentazione, come

avrebbe fatto un fantino coi premi delle corse, non aveva mai attirata

la curiosità di Angelica in tutto quel tempo ch'era rimasta sola ad

aspettare.

Essa non osservava, non vedeva nulla, e il cuore le batteva sempre con

maggior violenza; e quando dallo scricchiolare delle scarpe indovinò

che quella volta non era il cameriere, ma proprio il marchese Diego che

stava per venire, fu presa da un subitaneo sconforto, da un avvilimento

strano.

L'accoglienza dello zio Diego fu affettuosissima. Egli non finiva

mai di scusarsi per averla fatta aspettare e mentre "valendosi dei

suoi diritti" le baciava galantemente la mano, metteva immediatamente

a disposizione dell'adorabile nipotina la propria casa, la propria

persona ed anche il proprio cuore, "pur troppo sempre giovane, anche

_fra le brine e fra le nevi_ della cadente età!"

Ma nemmeno le cerimonie nè la parlantina espansiva del marchese ebbero

virtù di rinfrancarla; e quando, in fine, dovette palesare il motivo di

quel suo viaggio. Angelica si sentiva debole, confusa e non sapeva più

trovare nè l'energia che fino allora l'aveva sorretta, nè gli argomenti

che prima le sembravano i più efficaci. Tuttavia, un po' balbettando,

un po' singhiozzando, riuscì a mettere a parte lo zio della trista

condizione in cui si trovavano; e gli riferì sinceramente il colloquio

avuto col Barbarò, tacendo solo dell'offesa che avea patita e che non

si sarebbe degnata di ripetere.

Il marchese intanto continuava a sorridere mostrando i bei denti finti

e guardando Angelica cogli occhi languidi, mentre le accarezzava una

mano affettuosamente; poi,--cara mia,--le rispose, sempre colla più

squisita affabilità,--tu sai bene che io non sono molto ricco; ho

appena lo stretto necessario per i bisogni miei, e se dovessi pagare i

debiti di tuo marito, allora capirai, bella nipotina, invece di uno, si

sarebbe in due a non averne più abbastanza!

Che cosa si poteva rispondere ad una logica tanto stringente nella sua

forma più amabile? Nulla; e così fece la povera Angelica. Essa chinò il

capo e nascose la faccia contro il cuscino del canapè balbettando, fra

i singhiozzi:--povero figliuolo mio!... povero il mio figliuolo!

Il marchese Diego la rimproverò allora dolcemente perchè si crucciava

in quel modo, a rischio d'ammalarsi, e la fece star ritta col capo,

perchè non le venisse l'emicrania.

--Coraggio, nipotina mia! non piangere così! Non voglio vederli colle

lacrime que' tuoi occhioni belli! Pensa, cara, pensa che tutte le

disgrazie di questo mondo (pur troppo parlo per esperienza) ho veduto

che hanno sempre due facce come il Giano Bifronte. Bisogna dunque,

se ce ne capita una, guardarla subito dalla parte buona.... e se ciò

non è possibile, aspettare che si volti! Intanto ecco, per esempio, un

primo conforto: il nostro nome, che giustamente ti sta molto a cuore,

come a me del resto, perchè se fosse in ballo l'onore del nome ti prego

credere che, occorrendo, venderei anche i cavalli, il nome dunque

rimane puro da ogni macchia. Non avete da pagarlo fino all'ultimo

soldo quel.... quel _Barbò_.... quel _Barabò_.... insomma quel vostro

imbroglione?

--Sì.... ma.... il decoro....

--Il decoro, sta bene, ma per mantenersi con decoro non è necessario

rimanere a Villagardiana, come vorrebbe farti credere tuo marito. In

quanto poi all'avvenire di Stefanuccio.... Ma non ti ho domandato

ancora se preferisci far colazione subito, o aspettare sino alle

dodici, che dev'essere, mi pare, la tua ora solita?

Angelica rispose ch'era indifferente, che non aveva proprio bisogno

di nulla, e allora il marchese suonò e ordinò al cameriere che la

colazione fosse pronta per il mezzogiorno. Poi continuò a parlare

girando per il salottino e prendendo qua e là dai vari vasetti alcuni

fiori coi quali cominciò a fare un mazzolino per l'Angelica.

--Dicevo dunque che all'avvenire di Stefanuccio ci penserò io.

Stefanuccio sarà.... il più tardi possibile, speriamo, sarà il mio

erede e.... Sicuro, nipotina mia, tu che hai tanto criterio, troverai

prudente che anche per questo riflesso io non debba intaccare il mio

patrimonio.--Così dicendo lo zio Diego aveva unita una rosa con un

ramettino di vaniglia e la mostrava all'Angelica.

--Guarda che bella rosa!

--Bellissima!--rispose la marchesa col viso ancora stravolto e pensando

a tutt'altro.

--È del giardino della Ninì Airaldi. Sai, la Ninì non è più bruna; è

ritornata da Parigi coi capelli chiari, quasi biondi, e ha finito tutto

col Manolo Visconti. Adesso, chi le fa la corte è il Gigino d'Atri,

e siccome tutti e due sono ufficiali di cavalleria, così a Milano la

chiamano la bella _saura_!

Angelica sorrise perchè lo zio rideva, ma senza badare a ciò che aveva

detto.

--Dimmi un po',--ripigliò il marchese dopo un momento, staccando alcune

foglioline da un ramoscello di giranio,--e la tua dote?... la dote è

inalienabile.

--Il babbo mi ha assegnato poco di dote: avrò tre.... quattromila lire

all'anno.

--Male, malissimo.... Mah!--e lo zio Diego sospirò, tagliando con una

piccola forbice i gambi del mazzolino--quel tuo genitore è sempre stato

un famoso egoista!... Per altro di tutta la sostanza Castelnuovo dovrà

rimanerti ancora qualche cosa?

--Sì.... quaranta.... cinquantamila lire....

--Ahi! Ahi!... Poco più di quanto spendevate in un anno?

--Sicuro....

I Barbarò: Le lagrime del prossimo. vol. 1 · 第 17 / 25 段