Soffriva lui e faceva soffrire gli altri; specialmente sua moglie, che
invece di tanti impiastri e moine avrebbe fatto meglio a curarlo con
due pillole di pasta badese!... Figurarsi!... quella bestia del dottore
per riuscire infallibile gli aveva detto che il Collalto avrebbe potuto
morire in pochi mesi, e campare magari anche dieci anni!... Ma in
dieci anni, coll'appetito suo, era capacissimo di rimangiare due volte
Villagardiana! A buon conto bisognava risolversi: era venuto il momento
di parlar chiaro alla marchesa. L'avrebbe condotta nel suo studio,
le avrebbe fatto vedere coi registri alla mano, che quasi quasi non
avevano più un soldo e... le avrebbe promesso di non abbandonarla. Ma
si dovevano licenziare molte persone di servizio, vendere i cavalli,
insomma diminuire di molto tutte le spese. Certo, certo; non era più
tempo di chiacchiere: ormai i Collalto erano costretti ad accettare il
suo _ultimatum_... ed anche la signora Angelica avrebbe dovuto piegare
il capo... e mostrarsi riconoscente!... Ma che diavolo aveva addosso
quella donna?!... Diventava più bella ogni giorno!
E per ciò appunto, per questa stessa bellezza che lo impacciava, il
Barbarò non sapeva mai risolversi a "parlar chiaro." D'altra parte
avrebbe desiderato trovarla sola; ma sola, adesso, non la si vedeva
mai. Aveva sempre fra i piedi quella mummietta del suo figliuolo, e
il marchese la voleva tutto il giorno vicina: non la lasciava libera
un momento! Aveva aspettato allora, quel balordo, a innamorarsene e a
esserne geloso!
E ciò era proprio vero.
Alberto di Collalto, che avea corsa allegramente la cavallina senza
darsi mai alcun pensiero di sua moglie, aveva cominciato ad esserne
geloso ai primi assalti d'ipocondria, forieri della gravissima
malattia da cui era minacciato. Poi, rimasto infermo, non potendo più
abbandonarsi ad altre distrazioni e avendo sempre dinanzi agli occhi
quella donna, quella bella signora, giovanissima e fiorente, così
soave, così serena nella sua bontà affettuosa e instancabile, se n'era
invaghito sempre più, ma a modo suo; senza il cuore; colla testa e coi
sensi.
--Quando gli avevano sposati,--ripeteva sempre all'Angelica,--essa non
era che una bimba di sedici anni, fredda, anemica! Non sapeva nulla;
non capiva nulla!... Se fosse stata allora com'era adesso, oh! egli
certo non avrebbe avuto altro pensiero che lei: l'avrebbe adorata, come
un devoto, in ginocchioni!
Sapeva e confessava di averci qualche torto e le domandava perdono,
ma in cambio della sincera confessione e del pentimento voleva essere
amato; voleva che sua moglie cominciasse allora con lui un idillio
coniugale; e perchè Angelica gli offriva il sacrificio di tutta
la sua vita, ma si ribellava a quello del suo pudore, la passione
dell'ammalato s'inaspriva e diventava quasi feroce. Ogni mattina il
fattore di Villagardiana (un pezzo d'uomo grosso e tarchiato) saliva
nella camera del marchese, lo pigliava in braccio e lo portava giù, a
terreno. dov'era messo a sedere in una piccola carrozzetta: e Angelica
tutto il giorno lo accompagnava per le stanze e per i viali del
giardino: poi, la sera, essa lo faceva adagiare sur una poltrona colle
rotelle, vicino al pianoforte, e si metteva a suonare e a cantare per
isvagarlo. Finita la musica, gli leggeva le gazzette per più d'un'ora
ad alta voce. Era sempre lei che lo aiutava a vestirsi, che lo faceva
mangiare, che gli preparava le medicine. Se appena appena lo lasciava
solo un momento, egli si metteva a gridare dimenandosi come un ossesso;
ma poi, respinto ne' suoi vaneggiamenti amorosi, contraccambiava con
sgarbi e con querimonie le premure più affettuose; chiamava "ipocrisia"
la bontà di sua moglie, e spesso, dopo averla tormentata dalla mattina
alla sera, la teneva desta anche la notte, spaventandola con gemiti e
vaneggiamenti esaltati.
Certe volte, quando Alberto soffriva la malinconia di morir presto, la
bellezza della moglie l'angosciava colle gelosie del futuro, e allora
erano tragedie per un altro verso. Egli avrebbe voluto che Angelica
diventasse tanto brutta da inspirare avversione, per essere sicuro che,
lui morto, non avrebbe potuto avere altri innamorati. Non voleva quasi
più nemmeno che si abbigliasse e la rimproverava con rabbia perchè le
sue vesti erano troppo sfarzose. Angelica cercava di mostrarsi semplice
e dimessa: ma in quella sua stessa semplicità appariva ogni giorno
più attraente; e il malato allora brontolava che era "la speranza di
trovarsi libera presto, che la faceva star così bene," e che proprio
"bisognava essere senza cuore per darsi il gusto di piacere agli altri,
mentre aveva il marito in fin di vita." La povera donna, offesa ed
afflitta da quelle ingiuste accuse si metteva a piangere; ma le lacrime
rendendola ancor più bella, infiammavano maggiormente la rabbia di
Alberto, il quale smaniava gridando "che era una civetta, una perfida e
che lo tradiva... Sì, era sicuro; glielo vedeva scritto in faccia che
lo tradiva!"
Se poi il marito per caso, o perchè avesse sonno, lasciava all'Angelica
un minuto di pace, Stefanuccio, la mummietta, come lo chiamava il
Barbarò, era subito pronto per divertirsi lui a tormentarla.
Stefanuccio era un fanciullo lungo e malaticcio, coi dentini aguzzi
come una faina ed i capelli radi come un vecchio. Dimostrava un grande
amore per la mamma; pure, a guardarci bene, in tutto quell'amore non
c'era altro che egoismo misto ad un senso strano d'invidia. Odiava la
Mary Alamanni soltanto perchè Angelica le era affezionata e fissandola
cogli occhi torvi la chiamava _pitocca_; odiava Giulio Barbarò perchè
aveva indovinato che voleva bene alla Mary e lo chiamava _plebeo_.
Quando abbracciava Angelica, la stringeva in modo che parea volesse
fare un esercizio ginnastico, ed i suoi baci, più che per l'amore
parevano dati per far dispetto alla Mary che lo ammoniva scherzosamente
"di non sciupare la mamma." Anche Stefanuccio sembrava cucito alle
sottane di Angelica; voleva dormire con lei; voleva pranzare seduto
sulle sue ginocchia; ma poi ogni volta che essa tentava di opporsi ad
un suo capriccio montava subito in furore, la percuoteva colle manine,
pestava i piedini, e strillava tanto da far borbottare fra i denti al
signor Pompeo:
--Evviva la barba del re Erode!
Ma appunto mentre il signor Pompeo invigilava attentamente la marchesa
Angelica, aspettando di trovar l'occasione propizia per poterle fare
il discorsetto che aveva già composto a mente e corretto più volte,
egli cominciò a notare in lei alcunchè di nuovo e d'insolito; molti
piccoli indizi che rivelavano un turbamento, un'ansia, un'irrequietezza
febbrile, che lo faceva maravigliare e entrare in grave sospetto.
Angelica, da alcuni giorni, pareva distratta, nervosa; arrossiva
facilmente, poi diventava pallida a un tratto, e aveva sempre secreti
con Donna Lucrezia:
--Diavolo, diavolo,--pensò il Barbarò.--Che cosa succede? Qui bisogna
tener d'occhio la giovane e la vecchia.
Era successo che, proprio in que' giorni, Andrea Martinengo aveva
scritto per la prima volta alla marchesa di Collalto.
Quando avea saputo che la Castelnovo si era sposata al marchese Alberto
(bisogna tornare addietro di parecchi anni, poco dopo la battaglia di
San Martino), Andrea giaceva ferito a Brescia in un Ospedale militare.
Da prima non avea creduto alla terribile notizia; poi, appena ne fu
certo, imprecando contro la perfida, la spergiura che lo avea tradito,
voleva morire; voleva uccidersi e in un impeto di passione e di dolore
stracciò disperato le bende che lo fasciavano. Poi, soccorso a tempo, e
rinvenuto, maledicendo all'amore, volle vivere per l'odio; per uccidere
Alberto, per isvergognare Angelica, insomma per vendicarsi!
In fine, tutto quel suo gran furore si calmò; ma era una calma solo
apparente. In fondo al cuore, durava vivo, acuto lo spasimo, e collo
spasimo l'amore.
Una signora buona e pietosa, la contessa Fanti di Brescia, zia materna
di Andrea, che lo visitava spesso all'Ospedale, aveva preso a difendere
Angelica narrandogli e spiegandogli il segreto di quel matrimonio così
precipitato.
Fra il conte Prampero di Castelnovo e la marchesa di Collalto erano
già state combinate e fissate le nozze di Alberto con Angelica, mentre
i due ragazzi non erano ancora usciti di collegio. E colle loro idee
autocratiche non ammettevano neppure che la loro volontà potesse essere
contrariata.
Quanto ad Alberto, egli sapeva che un giorno o l'altro, quando fosse
piaciuto alla signora madre, avrebbe sposato sua cugina, e aspettava
senza impazienza. Egli si sarebbe preparato al matrimonio, come avea
fatto per gli altri sacramenti: con una buona dose d'indifferenza, e
pensando a tutt'altro. Angelica, invece, si indispettiva ogni volta
che ne sentiva parlare. Alberto per quel suo fare altezzoso e beffardo
le era sempre stato antipatico. Poi, un giorno, poco prima che il
Martinengo fuggisse in Piemonte, essa tremando, dichiarò a suo padre
che tanto presto, non voleva maritarsi e che, rispetto a suo cugino,
sentiva, capiva proprio, che sposandolo non sarebbe stata felice.
Il conte Prampero per tutta risposta guardò la figliuola con occhi
torvi, e dopo averle intimato di rinchiudersi subito nella sua camera
e di non uscirne mai più, fino a nuovo ordine, corse difilato dalla
marchesa per raccontarle l'accaduto.
--Fanciullaggini--le rispose la Collalto, mostrando i bei denti, ancora
bianchissimi.--Fanciullaggini, caro Prampero; le frullerà ancora
nel capo la bella divisa bleu di un qualche collegialino che avrà
incontrato nelle uscite del Giovedì. Cercate fra le pagine dei suoi
libri di scuola, e le troverete certo un bigliettino con dei versi
scritti sotto a due cuori rossi, infilzati da una freccia gialla!
Fanciullaggini, caro Prampero, e sarà bene non parlarne nemmeno con
Alberto.
Il conte di Castelnovo ritornò a casa più tranquillo proponendosi,
per il momento, di non tornar più sull'argomento del matrimonio con
Angelica, e di stare alle vedette.
Intanto la figliuola cominciava a dimagrare, non rideva più, non
mangiava più; aveva spesso gli occhi gonfi.... Il conte Prampero,
istigato dalla marchesa, frugò tra i libri e nei cassetti
dell'Angelica, ma invece dei due cuori rossi trafitti dalla freccia
gialla, vi rinvenne, nientemeno, una lettera di Andrea Martinengo!
Quella lettera, la sola che Andrea avesse scritto alla signorina di
Castelnuovo, e la scriveva appunto la sera stessa in cui partiva pel
Piemonte, palesava l'amore più puro e rispettoso, e insieme le più
oneste intenzioni; ma con tutto ciò fu per il conte Prampero come un
fulmine a ciel sereno. Maledì la figliuola che aveva disonorato la
sua casa e volea correre anche lui in Piemonte a sfidare e uccidere
il seduttore, l'assassino, l'infame che lo avea ingannato, che aveva
tradito l'amicizia.... perchè Andrea Martinengo, quantunque minore di
età, era uno degli amici del conte di Castelnovo, il quale amava ancora
di menar la vita da giovanotto.
Ma dal tenerselo per compagno al prenderlo per genero, ci correva; e
piuttosto che cedere il signor conte avrebbe aspettato che Angelica
morisse d'amore e d'angoscia. Andrea Martinengo, punto primo e
irremovibile, non avea tutti i quarti, poi non era ricco abbastanza;
poi... poi la sua figliuola doveva sposare Alberto di Collalto.
Angelica, prima della terribile scoperta della lettera, si preparava a
resistere, a lottare e a morire anche piuttosto di venir meno alla data
fede, ma dinanzi alla catastrofe improvvisa, rimase atterrita, muta e
perdette tutto il suo coraggio.
--E la povera bimba--diceva ad Andrea la contessa Fanti, dopo avergli
raccontato quegli avvenimenti--accettò le nozze a cui la obbligavano
per salvare l'onore della famiglia, come in quel punto si sarebbe
assoggettata anche ad una condanna di morte!
--Ebbene, doveva morire!--mormorò Andrea nell'egoismo feroce del suo
amore e della sua gelosia.--Doveva morire, ma non doveva tradirmi!
Tuttavia, dopo qualche tempo, quando già cominciava ad alzarsi e
a uscire, Andrea assicurò alla contessa Fanti che aveva perdonato
all'Angelica, anzi, alla _marchesa Angelica di Collalto_, come
affettava di chiamarla, e che ormai l'aveva dimenticata. "Proprio non
metteva conto di disperarsi. Il torto era stato suo, che avea messo
il cuore in certe mani, che ancora non sapevano custodire altro che
giocattoli."
Ma tutto questo perdono, tutto questo oblìo non erano veritieri,
quantunque Andrea volesse convincersene. Egli non avea dimenticata
Angelica, non le aveva perdonato e tutto quel suo gran disprezzo non
era altro che amarezza e rammarico.
Per istordirsi, e più per un intimo desiderio di vendetta, si abbandonò
senza freno a tutti i piaceri. Volle amare e fu amato.... ma le belle
che gli posavano sul cuore, per contarne i palpiti, la manina candida e
ingemmata, non sentivano altro che l'affannoso ansimare del suo petto.
Tuttavia quegli amori senza l'amore, quei trionfi volgari e fugaci
finirono con infastidirlo. Trovò che le donne erano tutte eguali, che
tutti gli uomini erano mediocri e la vita non gli parve più altro
che una lunga seccatura. Allora si fece scettico di professione e
misantropo. Viveva sempre solo, appartato, e se la guerra coll'Austria
per la liberazione della Venezia non fosse stata vicina, avrebbe
abbandonato anche l'esercito. In quegli anni, avendo quasi consumato il
suo piccolo patrimonio, si era messo ad affettare una povertà stizzosa
e permalosa; una povertà dinanzi alla quale avrebbe voluto che tutti,
e specie i milionari, s'inchinassero col cappello in mano; e aveva poi
dichiarato un odio feroce contro i pregiudizi e la boria aristocratica.
Ma erano collere, erano sdegni che avevano, senza sua saputa, una sola
origine: Angelica.
Non l'aveva forse perduta perchè appunto egli non era nè abbastanza
nobile, nè abbastanza ricco?
Andrea credeva di aver seppellito l'amore, come fosse un cadavere,
ma invece quell'amore era il seme da cui erano generati tutti i suoi
dolori, e tutti i suoi sentimenti. Era la forza che lo trascinava
sempre e che egli voleva sempre negare; era la causa prima di tutte le
sue contradizioni strane, assurde, inesplicabili; contradizioni del
suo passato col suo presente; del suo cuore colla sua testa; dei suoi
gusti, delle sue abitudini, de' suoi affetti, colle sue teorie sociali
e filosofiche. Si spacciava per democratico e faceva boccuccia parlando
della gente bassa; voleva essere e parere cattivo e invece era buono
e generoso; odiava il mondo e malediva la vita e sarebbe bastata una
parola sola di Angelica per fargli ribenedire mille volte l'universo e
Domeneddio!
Si capisce quindi che bastava un soffio a operare il voltafaccia:
infatti, quando Andrea, invitato dalla contessa Fanti, si recò a
Brescia a passare il suo tempo di permesso e quando un giorno a caso,
per un momento, all'improvviso, simile a una apparizione rapida,
ma abbagliante, rivide Angelica, di colpo perdette subito la testa
e lasciandosi trascinare e travolgere dal cuore, le scrisse una
lettera disperata, riboccante di collera e di passione; di accuse,
di rimproveri e di preghiere, dicendole che in tutti quegli anni
avea sofferto come un dannato, e giurando che la teneva sempre viva,
possente nell'anima, come un ideale alto e puro.... Ma voleva rivederla
ancora, una volta almeno, una volta sola, l'ultima, la suprema, prima
della guerra, prima di farsi ammazzare: perchè non intendeva, non
poteva più vivere così!
E Angelica?
Povera Angelica! Essa abbruciò la lettera, appena l'ebbe ricevuta e
credette di aver fatto una gran cosa; ma invece era come niente: quella
lettera la sapeva tutta a memoria.
VIII.
Andrea aveva scritto alla marchesa senza riflettere, senza nemmeno
pensarci; come un matto che si taglia la gola perchè si sente
soffocare; eppure (il caso aiuta spesso gli innamorati) non avrebbe
potuto scegliere un momento più propizio.
Angelica era sempre stata infelice, ma adesso per di più era stanca,
abbattuta e sconfortata. Sino dal tempo della sua catastrofe infantile
essa aveva sofferto col primo dolore anche il primo disinganno. Scemato
lo sbigottimento subitaneo da cui era stata colta, indovinò presto
che suo padre, creduto da lei sempre giusto, per quanto si mostrasse
severo e inflessibile, non si era fatto scrupolo di sopraffare la sua
inesperienza e di accrescere il suo terrore per sacrificarla, con un
matrimonio forzato, a' propri desideri e a' propri interessi. No,
no; nè la lettera, nè il suo affetto per Andrea erano di tal natura
certamente da giustificare la gran collera paterna, nè da portare il
disonore in famiglia; e per ciò, mentre la figura austera del conte
Prampero scadeva di autorità, mentre capiva di essere stata ingannata
da chi aveva il supremo dovere di proteggerla e di consolarla, sentiva
pure che la disperazione e la collera di Andrea dovevano essere tanto
più grandi quanto più la sua condotta gli dovea sembrare perfida, senza
nemmeno una scusa!... Ma ormai la promessa era stata data; tornare
indietro non si poteva e Andrea.... oh, Andrea si era rassegnato
senza un lamento, senza un rimprovero!... Andrea, che avrebbe avuto
il diritto di maledirla, di ucciderla anche in un impeto di dolore,
Andrea non si era fatto più vivo!... Allora ella credette a chi le
andava mormorando, per consolarla, che il Martinengo aveva solo fatto
per chiasso, che quella sua passioncella non era stata altro che una
romanticheria, una fanciullaggine; ma credendo tutto ciò, il bel sole
della sua giovinezza si oscurava.... l'anima pativa l'uggia e il
freddo. E quando i soliti pietosi le riferirono le avventure clamorose
del galante ufficiale, il disinganno si fece più amaro e pensò che
tutti gli uomini erano senza poesia e senza cuore. Di uomini veramente
essa non conosceva altri che il marchese di Collalto, il quale dopo
pochi mesi di matrimonio l'aveva lasciata sola, per seguire una
_donna-volante_ nelle sue peregrinazioni; ma appunto per ciò tutte le
leggerezze e le colpe del marito essa le attribuiva pure ad Andrea,
coll'aggravante, per quest'ultimo, di averla illusa e ingannata.
No, no; nemmeno Andrea era migliore degli altri. Nemmeno Andrea aveva
indovinato il suo dolore immenso, il suo grande sacrificio! Egli si
era subito consolato; l'aveva subito dimenticata.... Ma pure, in que'
primi tempi, non rimase a lungo così triste e sfiduciata. Angelica
ebbe presto un bambino, e allora ritornò la vita a sorriderle piena
di speranze e di affetti; allora il sogno della vergine non fu più
rimpianto perchè la madre aveva pure sogni nuovi e dolcissimi....
Allora la tenerezza del suo cuore, la poesia appassionata della sua
anima ritrovarono la via per espandersi, e si volsero ad un nuovo
culto.
Angelica si rinchiuse nella sua casa in cui adesso non si sentiva più
sola; nella sua casa in cui era libera e signora, perchè dopo il primo
abbandono del marito non c'erano state scene nè rimproveri; soltanto
essa gli avea fatto intendere, risolutamente, che non voleva aver
nulla in comune colle donne più o meno volanti, e che per ciò egli non
avrebbe più avuto in lei altro che un'amica sincera e devota, altro che
la madre del loro figliuolo.
E per alcuni anni la vita di Angelica, se non del tutto felice, pure
scorse tranquilla. Essa divideva le ore fra le cure dedicate al piccolo
Stefanuccio e gli studi prediletti. Nella musica trovava un grande
sollievo e pareva sfogare la sua melanconia sentimentale. Spesse volte,
dopo un notturno o una romanza di Chopin o di Schuman, si alzava
dal pianoforte anelante, abbattuta, colle guance pallide, rigate di
lacrime. Victor Hugo, Leopardi, Alfredo de Musset erano i suoi poeti
favoriti. I dolori di _Esmeralda_, gli amori di _Cosette_ e di _Marius_
avevano un'eco nel suo cuore, e rimaneva triste per la tristezza di
_Rolla_ e di _Don Paez_. Ma più profondamente sentiva la melanconia
amara del Leopardi, e nel piccolo volumetto che portava sempre con sè,
la _Ginestra_, _Consalvo_, le _Ricordanze_, il _Canto del Pastore_,
erano piene zeppe di segni e postille.
Ma dopo quei primi anni non potè più ricorrere per isvagarsi e per
confortarsi altro che a questi amici del suo spirito. Dal piccolo
Stefanuccio aspettava invano un ricambio di tenerezza sentita, di
effusioni gentili. Egli cresceva arido di cuore, irascibile, caparbio
e.... E passato ancora qualche tempo, a turbarle del tutto la pace, a
renderle più amara l'esistenza, incominciarono le smanie del marchese
Alberto.
Allora anche la casa che era stata il suo nido gradito, il suo rifugio,
le diventò insopportabile come una prigione, e l'anima offesa,
soffocata anelava di uscire, di fuggire in traccia di un aere più puro,
di volare in alto, nel sereno, nella luce.
Ora appunto, mentre si sentiva fremere nel cuore l'impeto sordo della
ribellione, le giunse inaspettata la lettera di Andrea; quella lettera
che le svelava a un tratto quanto ella fosse stata ingiusta nelle sue
accuse e come Andrea l'avesse sempre amata; quella lettera in cui
sentiva parlare per la prima volta di un _ideale alto e puro_; quella
lettera infine che faceva risorgere, e risorgere più nobile e più forte
per l'eroismo stesso del lungo silenzio, il primo amore, l'unico amore
della sua vita.
Angelica aveva abbruciato subito la lettera di Andrea, ma intanto
ogni parola le era penetrata nell'anima per non uscirne mai più. E
quando essa si sentiva oppressa e avvilita, il suo pensiero ritornava
involontariamente a quell'amore così soave e rispettoso; e un giorno
finì col credere, la povera illusa, che dopo aver tutto sacrificato
al dovere, e la vita e la felicità e la pace, potesse ancora disporre
del suo cuore, e la preghiera di Andrea la trovò scossa, debole, senza
difesa....
Pure Angelica prometteva fermamente a sè stessa di perseverare nel
silenzio e di non rispondere. Ma ogni giorno la sua vita diventava più
penosa, e ci fu un momento in cui lo sdegno e il ribrezzo le fecero
apparire quasi come una redenzione, la redenzione della sua dignità e
della sua verecondia, quell'_ideale alto e puro_, quell'altro amore,
che quando aveva lo spirito tranquillo e la pace nel cuore, le sembrava
una colpa.
Poi insieme allo sconforto e allo sgomento, cominciarono anche le
insidie profonde della pietà: "Per lei, per lei sola, egli era tanto
infelice. Essa lo aveva tradito e lui l'amava sempre!... E se"
pensava Angelica "ostinandomi nel rifiuto di rivederlo per una volta
soltanto--l'ultima--la suprema--lo dovessi proprio spingere ad un atto
disperato?" E con un fremito dell'anima atterrita ripeteva a sè stessa
le ultime parole della lettera di Andrea: "voglio rivederla ancora
prima della guerra; prima di farmi ammazzare!..."
--Dio mio, Dio mio! Bisogna salvarlo! _Devo_ salvarlo! Sì, Sì. _Devo_
salvarlo a costo della mia vita! _Devo_ salvarlo!
Allora si confortò pensando che il buon Dio le leggeva nel cuore; il
buon Dio che le aveva inspirato quel sentimento di pietà!
Dunque, che cosa doveva fare?... Rispondergli?... Calmarlo? Salvarlo
dalla disperazione?... Sì, doveva salvarlo: essa non faceva nulla
di male; non correva alcun pericolo; era sicura della propria forza
e della lealtà di Andrea. E così in un contrasto atroce, fra i
turbamenti, gli sconforti e le ribellioni di tutto l'essere suo,
anche la coscienza della poveretta si oscurava, non distingueva più
nettamente il bene dal male, tentennava angosciosa fra il dubbio e il
dolore e, sola sola, pensava a chi mai avrebbe potuto rivolgersi per
aiuto, per consiglio, quando la sorte la fece imbattere in chi proprio
non era al caso di guidarla bene; in Donna Lucrezia.