chiacchiere; ma invece al marchese Alberto, sempre pieno di sè, e
sempre compreso del lustro singolare del suo nome, pareva proprio che
la gentuccia gli dovesse essere tributaria come i vassalli del buon
tempo antico. Stimava naturale che anche il signor Pompeo si pigliasse
il gusto di servirlo per godere di un tanto onore; e come pensava di
essere lui medesimo qualche cosa di straordinario, così non dubitava
nemmeno che tutto quello che gli apparteneva non fosse privilegiato; e
quando l'altro tirava in ballo la California, sorrideva non dell'idea,
ma della volgarità borghese di quella metafora.
Frattanto il Barbarò, trovandosi tra la boria del marito e la bontà
della moglie, conduceva a buon punto i propri affari, e mentre
sperava di diventar in poco tempo e con poca spesa il solo padrone di
Villagardiana pensava pure di approfittare dell'intimità che doveva
nascere dalla vita comune fra lui e i Collalto per introdursi nel bel
mondo e vincere le antipatie e la diffidenza che circondavano la sua
persona.
--Anche a me non manca più che il punto d'appoggio per sollevare il
mondo, come ad _Aristotele_!--mormorava Pompeo, che fra Donna Lucrezia
e lo Zodenigo andava accattando, a orecchio, una certa erudizione.
Ma se il primo disegno gli riusciva bene, pel secondo, invece, doveva
toccargli un fiero disinganno.
Angelica si mostrava affabile col Barbarò, ma pure nel modo stesso
con cui lo chiamava _signor Pompeo_, v'era il tono di bontà quasi
compassionevole col quale trattava le persone di condizione
inferiore. E, peggio ancora, quel _signor Pompeo_ quand'era
pronunciato dal marchese Alberto aveva un'intonazione arrogante e
un pochino canzonatoria. Egli lo comandava a bacchetta, e nelle
discussioni gli dava sulla voce aspramente. Sparlava di lui cogli
amici dipingendolo come un mezzo imbroglione, e si compiaceva di
screditarlo presso i fittaiuoli e i contadini. A pranzo il _signor
Pompeo_ aveva l'ultimo posto e non era presentato a nessuno, e con
tanta gente che frequentava Villagardiana egli, che avea sperato
di farsi strada nell'aristocrazia, non era riuscito a far amicizia
altro che coll'accordatore del pianoforte. Con tutti i suoi milioni
era considerato come l'amministratore di casa Collalto, ed anche per
le persone che dipendevano solamente da lui, e che egli manteneva e
pagava, era sempre il _signor Pompeo_; nient'altro che il _signor
Pompeo_.
Insomma dall'ultimo contadino all'arciprete (al quale il Barbarò avea
conservato una piccola prebenda perchè non voleva disgustarsi colla
Chiesa) tutti a Villagardiana non riconoscevano altri padroni che il
signor marchese, la signora marchesa e il marchesino Stefano.
Pompeo faceva ben capire ai fittaiuoli e ai coloni che il marchese era
rovinato e che lo stabile ormai era suo di fatto, ma con questi sfoghi
non giungeva se non a farsi pigliare in uggia maggiormente.
--Se non fosse stato quel tirchio del signor Pompeo,--mormoravano,--il
marchese Alberto gli avrebbe trattati come figliuoli!
Il Barbarò schiattava di rabbia, diventava sempre più duro coi suoi
dipendenti e faceva proponimento di rispondere per le rime alla prima
occasione a quel pitocco superbioso.
Ma poi, dinanzi al marchese, l'antico portinaio prendeva ancora il
sopravvento sul nuovo banchiere, e quando l'altro alzava la voce, gli
morivano le parole sulle labbra, e restando confuso, chiudeva in cuor
suo tutta la gran collera.
Si consolava poi riflettendo che venuto il momento egli sarebbe
ritornato a Milano, e avrebbe mandato il suo avvocato a regolare i
conti.--Che bomba, che bomba!--esclamava sogghignando e pensando al
giorno in cui si sarebbe vendicato col mettere i Collalto fuori di
casa; e intanto si mostrava ancora più ossequioso col signor marchese.
Se non che, quando la bomba fu in punto, e non mancava più altro che
appiccarvi il fuoco, aspettò di giorno in giorno ancora una settimana,
e poi un mese a farla scoppiare, e in fine non ci pensò più.
Egli si era invaghito della marchesa Angelica, e non voleva
allontanarla da sè, e rinunciava alla sua vendetta, per altri e nuovi
disegni e non meno malvagi che covava in cuore.
La marchesa, di primo acchito, non gli avea fatto alcuna impressione.
Doveva essere, pensava, una di quelle pallide madonnine che bisognava
adorare mettendosi in ginocchioni, impassibili come statue, e cogli
occhi e colla testa sempre nel mondo della luna. A lui, le donne,
gli piacevano propriamente donne, e le sante le lasciava ai preti!
Ma poi certe volte che vedeva di lontano, in mezzo al prato verde e
lungo l'ombra quieta del viale quella persona gentile che si moveva
con languida mollezza sotto il grande ombrellino rosso, sfolgorante,
non poteva trattenersi dal sostare e voltar il capo per ammirarla.
Quando Angelica parlava colla sua lentezza garbata, l'ascoltava muto
e rapito. Una mattina presto, l'incontrò col bimbo presso la riva
del lago: essa aveva addosso una veste di mussolina quasi gialla,
così fine che lasciava trasparire sotto le maniche il roseo delle
braccia rotonde. Il bel viso, solitamente pallido, pareva animato in
quell'ora da un'espressione luminosa di benessere. Aveva le labbra
socchiuse e i capelli biondi rialzati e raccolti sul capo scoperto. Il
Barbarò, salutandola, rimase a guardarla a bocca aperta, con desiderio
voluttuoso; pur tuttavia gli pareva sempre troppo fredda in quella
compostezza aggraziata. "Il marchese Alberto doveva sentir soggezione
a darle un bacio!" Per altro, il profumo suo, delle sue vesti, com'era
delicato e soave!... Era proprio il profumo della gran dama! Gli
ricordava quello sentito molti anni addietro... quando la signora
Alamanni passava dalla porteria. "Perchè mai i signori dovevano avere
un odore diverso dagli altri?" Egli aveva regalato alla Veronica certi
estratti sopraffini che costavano un occhio, eppure la villana sapeva
sempre di burro rancido!
Se non che un giorno il signor Barbarò venne a sapere che alla
magnifica statua batteva il cuore. Sentì dire che Angelica era
innamorata di Andrea Martinengo! Dunque non era vero che fosse fredda
e impassibile: essa era viva, proprio viva! Ma allora chi sa quanto
fuoco doveva covare sotto quella superficie di neve!... Ma allora....
Ma allora voleva riscaldarsi lui a quel fuoco: lui e non altri.
Andrea Martinengo?... Chi era poi alla fin fine, questo signor
Martinengo che osava alzar le mire alla marchesa di Collalto? Era uno
spiantato! Un misero capitano d'artiglieria che non avea un soldo più
della paga!... Balordo presuntuoso!... Ma lui, co' suoi quattrini, lo
avrebbe soppiantato!... No, no, la marchesa non gli poteva sfuggir di
mano!...
Come doveano esser dolci e carezzevoli le parolette d'amore che
uscivano da quella bocca di miele!... Sfacciata!... Avrebbe voluto
morderle le labbra mentre le profferiva! Sì, voleva averla per sè,
voleva farla sua, e che il Martinengo ne morisse di gelosia e di
rabbia!... Lo odiava quel pezzente bellimbusto!...
Ma la marchesa Angelica faceva la superba, la noncurante. Tutt'al più
degnava di un sorriso di compatimento _il signor Pompeo_! Ebbene,
facesse pure! Ma il giorno in cui egli l'avrebbe messa nell'alternativa
o di cadere in miseria o di mutare di gusti, oh la bella signora ci
avrebbe pensato due volte!... L'importante era di non lasciarsela
sfuggire; poi, una volta spinta fino all'orlo dell'abisso, pur di
ritornare indietro e salvarsi avrebbe trovato modo di vincere ogni
sua ripugnanza verso _il signor Pompeo_!... Ma anche allora sarebbe
sempre stata innamorata di un altro... E che per ciò?... Doveva essere
un ben magro conforto per il bell'Andrea!... E il Barbarò sogghignava
mentre si mordeva i peli radi e corti dei baffettini. Gli occhi della
marchesa, pensava, dovevano essere ancor più belli a vederli nuotanti
nelle lacrime! Egli l'avrebbe sentita gemere, pregare e supplicare
colla sua voce d'oro. Avrebbe veduto il bel viso farsi pallido e
spaurito per la foga dei suoi baci e delle sue carezze!... No, no, non
gli poteva sfuggire! Era lui, lui solo che teneva la cassa fra tanti
spiantati e dovea essere il padrone di tutto a Villagardiana, anche
di quella creatura che aveva il corpo di una statua e la voce di una
sirena.
Per Iddio, piuttosto di cederla al Martinengo, l'avrebbe lasciata
marcire in prigione!... Sicuro, in prigione: e perchè no?... D'ora
innanzi non avrebbe più dato un soldo al Collalto senza riceverne in
pagamento una cambiale e avrebbe voluto, per avallo, anche la firma
della marchesa!
Tuttavia, coll'andar del tempo, l'odio geloso ch'egli sentiva contro
Andrea Martinengo pareva che si dovesse acquetare. Il Martinengo era di
presidio a Napoli e non dava mai segno di vita a Villagardiana.
D'altra parte, che cosa avevano riferito al _signor Pompeo_? Che i
due giovani si amavano assai quando il conte Prampero avea costretta
la figlia, ad ogni costo, a sposare il Collalto. Poi, dopo le nozze
non si erano mai più riveduti. Insomma era stato il solito romanzetto
sentimentale che fanno tutte le ragazze col biondino spiantato, prima
di rassegnarsi... al _buon partito_! "Certo, certo, il bell'Andrea
l'aveva dimenticata!" Ma il Barbarò, non meno per ciò n'era geloso, nè
lo odiava meno, nè riusciva a frenare la sua passione per la marchesa.
Tutti i suoi pensieri erano sempre rivolti ad Angelica; tutto il suo
sangue era come infocato dalla sua immagine; e forse, trascinato
dalla bramosia, avrebbe commesso qualche imprudenza, se il timore di
perderla scoprendosi prima del tempo, prima di averla ridotta proprio
all'estremo punto del precipizio, non gli avesse dato forza per tenersi
in carreggiata.
Egli, fino allora, non avrebbe potuto altro che spogliare i Collalto di
Villagardiana e invece, per essere sicuro del colpo, bisognava tenere
sotto gli artigli tutto l'intero patrimonio.--E a buon conto,--ripeteva
fra sè, spaventato che l'amore gli potesse far commettere una qualche
minchioneria,--a buon conto non perdiamo di vista gli affari! Gli
affari devono essere come la bussola dell'uomo: quanto più soffia la
burrasca tanto più bisogna tenerla d'occhio!
Ma intanto ch'egli tendeva cautamente le sue reti la marchesa Angelica
non poteva più fare un passo senza vederselo a un tratto comparire
dinanzi.
Ogni volta che andava a passeggiare, o sola, o col piccolo Stefanuccio,
s'imbatteva sempre nel _signor Pompeo_, che sbucava all'improvviso
da una siepe, da un viottolino, o si mostrava di sotto ai pampani
della vite. In casa, appena Angelica usciva di camera, lo incontrava
sempre, o lungo i corridoi o su per le scale. E le guance stirate e
olivastre del Barbarò si tingevano allora d'una fiamma rossiccia, gli
occhi piccoli e loschi scintillavano iniettati di sangue, e la voce
gli usciva spezzata dal petto affannoso. Ma pure egli trovava sempre
qualche pretesto per fermare e intrattenere la marchesa: un giorno
aveva un'istruzione o un'informazione da chiederle: un'altra volta un
ordine da farle ripetere; e quando la trovava sola la conduceva lontano
per mostrarle qualche nuovo restauro.
Angelica, se pareva ancora una fanciulla per la squisita purezza delle
sue forme, era davvero ancora una bimba per l'ingenuità del cuore;
e invece d'indovinare ciò che l'avrebbe fatta morire di ribrezzo,
non attribuiva il gran turbamento del signor Pompeo, se non alla
soggezione ch'essa gl'inspirava. E però si studiava di mostrarsi sempre
più affabile, e sovente rideva e scherzava con lui per cercare di
rinfrancarlo.
Il Barbarò certe volte credeva d'impazzire. Il sangue gli saliva
alla testa, ansimava, non sapeva più quello che si dicesse, ma pure
guardava sempre Angelica di sottecchi non fidandosi ancora di fissarla
in volto. In sulle prime, ingannato da tanta cortesia, avea osato
concepire, nella sua volgarità di villan rifatto, una goffa speranza.
--Che la biondina--pensava--abbia già messo gli occhi sopra i miei
quattrini?--Ma poi, quando comprese che tutte le premure della marchesa
non erano altro che affabilità e degnazione, il suo livore e la sua
passione s'inasprirono maggiormente.
--Fa, fa pure la superba!--borbottava fra i denti, dopo averla
accompagnata sull'uscio di casa o del salottino ed essere stato
licenziato con un sorriso e un cenno del capo, senza una stretta di
mano.--Fa pure la superba: sfogati finchè puoi!... Ma si avvicina il
giorno nel quale dovrai smettere le smorfie! Quel giorno, marchesina
bella, dovrai essere molto umile e sottomessa col _signor Pompeo_!...
Certo, certo, non ti sembrerò un amorino come il capitano; ma sono i
milioni, core mio, sono i milioni che contano, e che cantano, e lo
saprai bene quando ti avrò nelle mani....--Sicuro!... In queste manacce
grosse e nere, che tu sdegni di toccare!
Pur tuttavia, sebbene il Barbarò sprezzasse i damerini, cercava anche
lui, adesso, di farsi bello. Si tingeva i capelli duri, a spazzola che
cominciavano a incanutire, e faceva sfoggio di ciondoli, di catene
d'oro, di bottoni e di spille di brillanti, tutta roba rimasta in casa
Barbarò dopo liquidata l'_Agenzia di prestiti sopra pegni di Via del
Pesce_. E ogni giorno aveva un abito nuovo, o troppo stretto o troppo
largo--perchè--predicava sempre a quello zuccone di Giulio--bisognava
essere uno stupido per farsi vestire dal sarto, quando lo stesso abito
si poteva comprare a metà prezzo e bell'e fatto al bazar!
Ma se l'amore lo abbelliva, o almeno lo lustrava, era certo, per
altro, che non lo ingentiliva. In casa i mostrava di un umore tristo
e inquieto; ed ogni giorno si faceva più avaro volendo rifarsi in
anticipazione di ciò che, col tempo, gli avrebbe potuto far perdere la
marchesa. Quando capitava a Milano pe' suoi affari gridava con tutti,
era sempre malcontento di tutto. Sentiva, di tratto in tratto, un
impeto di avversione strana, feroce contro la florida signora Veronica,
e allora la maltrattava e la batteva.
Quella "bestiaccia grassa e vecchia" gli faceva nausea!--Lo Sbornia non
ne indovinava una, nemmeno per sbaglio. Aveva sempre la testa intronata
per i continui rabbuffi e girava attorno balordo e addormentato colla
faccia trista e spaurita.
Il Barbarò gridava che "quei due sudicioni" gli rubavano il pane!... Si
erano fatti ladri e poltroni!... Avevano sempre la testa pesa per il
troppo mangiare e per il troppo bere.... Affogavano nel grasso.... Lo
assassinavano!
E quando alla fino del mese c'era da pagare la pensione di Beppe
Micotti, che andava a non studiar niente nell'_Istituto Tecnico_, il
Barbarò strillava tanto da farsi sentire in istrada.
--La pensione l'avrebbe pagata doppia, senza fiatare, per farlo
rinchiudere fra i discoli, quel monellaccio!
Ma non parlava così davanti al figlioccio. Una volta gli aveva tirato
troppo forte gli orecchi e il ragazzo s'era rivoltato addentandogli la
mano. D'allora in poi il padrino, quando lo vedeva, gli faceva gli
occhiacci, ma non gli diceva più nulla.
Solamente la Balladoro era rispettata in quelle furie, ed anzi se ne
avvantaggiava. Per essere un po' parente della marchesa Angelica, per
quel suo privilegio di poterle parlare dandole del _tu_, il Barbarò la
teneva in maggiore considerazione. In ogni sua corsa a Milano, egli
passava tutte le ore che aveva libere nel salottino giallo, testimonio
muto, ma sempre più unto, della taccagna ingratitudine dei ministri
italici. E lì, colla scusa dei saluti, non si faceva altro che parlare
di Angelica. Il Barbarò voleva saper tutto e conoscere tutto bene:
la sua vita di bimba e di fanciulla: i suoi gusti, le sue abitudini,
l'amoretto col Martinengo e le lacrime sparse quando avea dovuto
maritarsi contro genio. E il Barbarò lodava assai la fermezza del conte
Prampero, il quale aveva fatto benissimo a non assecondare i ghiribizzi
romantici della figliuola, a mandare a spasso il bell'Andrea e ad
obbligarla invece a sposare il Collalto. Ma sempre, a questo punto,
la discussione si riscaldava, perchè Donna Lucrezia voleva sostenere,
gridando e dimenandosi, che "_anche el cuor vol la sò parte!_" e che
"suo cugino il conte Prampero, parlando da vivo, era un _bucefalo_
spietato!"
Ma poi, a poco a poco, il Barbarò finiva di interrogare e di
contraddire, e la Balladoro continuava a parlare, a parlare, sicura che
que' discorsi piacevano al suo compagno e lo disponevano bene in suo
favore e nello stesso tempo sempre smaniosa e orgogliosa di provare
l'intimità sua coi Collalto e i Castelnovo, e la considerazione in
cui era tenuta, e l'affetto che le prodigavano. Ricordava i balocchi
"splendidi" che avea regalato all'Angelica quand'era bimba; descriveva
le feste e i doni "magnifici" ch'essa faceva all'Angelica quando andava
a levarla dal collegio, nei giorni d'uscita, e assicurava, "non per
vantarsi, ma perchè era proprio la verità," che suo cugino il conte
Prampero non avrebbe mai affidato l'Angelica in altre mani, e che
l'Angelica, quand'era ragazza, non voleva star altro che con lei!
Il Barbarò ascoltava tutto con una grande attenzione e gli pareva
che la voce rauca e raffreddata della Balladoro si facesse limpida
e insinuante per quel nome di Angelica sempre ripetuto, per quella
immagine di Angelica sempre tenuta viva dinanzi. Adesso non la
interrompeva, non fiatava più. Soltanto quando Donna Lucrezia lodava
con la sua enfatica vivacità la "maravigliosa bellezza della cugina"
e "i capelli biondi come l'oro" e "le spalle larghe e tornite, uniche
al mondo" e "i piedini, che per trovarne di simili bisognava correre
in China" e "gli occhioni ch'erano un poema" e "il bel _personale_
alto, dritto, slanciato come d'una vera dea dell'Olimpo," il Barbarò si
sentiva bruciare le gote e si spelava le dita nervosamente.
Ma intanto rimaneva allettato da quelle confidenze e da quelle
chiacchiere, e quando ritornava a Villagardiana dopo le gite di Milano,
sapeva di aver un argomento gradito per intrattenere Angelica: le
notizie e i saluti della signorina Alamanni. Angelica voleva molto bene
alla Mary, per ciò quando Pompeo parlava con la marchesa di quella
"povera signorina" si mostrava sempre commosso.
--In quanto a me, salvo il dovuto rispetto,--esclamava mettendosi
una mano sul cuore--la considero proprio come una mia figliuola!...
Vedesse, signora marchesa, si è fatta grande, graziosina....
--Ed è poi tanta buona!--concludeva Angelica con quella voce
incantevole che certe volte pareva le uscisse dall'anima come un
sospiro.--Quando ritorna a Milano, signor Pompeo, si ricordi di farmelo
sapere.
--Sempre, sempre, signora marchesa. Non mi muovo mai da Villagardiana,
senza prima venire a prendere i suoi ordini.
--Ella è ben gentile, e la ringrazio.--Ed una volta soggiunse:--Le darò
una lettera per Donna Lucrezia. Vorrei pregarla di venire colla Mary a
passare un po' di tempo sul lago.
Il Barbarò non rispose altro che con un profondo inchino; ma due
giorni dopo partiva per Milano e correva subito in _via della Spiga_
coll'invito della marchesa Angelica. Voleva che la Balladoro e la Mary
partissero subito con lui, lo stesso giorno.
--Che furia, benedetto omo, che furia!--esclamava Donna Lucrezia, alla
quale sorrideva assai quella villeggiatura, ma voleva prima avvisarne
il professore.--Lasciatemi tempo.... per respirare, santissimi numi!
Con quella mammalucca della Filomena e con quella _svanìa_ della Mary,
bisogna che faccia tutto da me! E poi, caro mio, qualche spesetta....
sarà pur troppo necessaria. Povera, ma superba: e siccome i Balladoro
in quanto a nobiltà valgono i Collalto, così non vorrei sfigurare per
tutto l'oro del mondo; e se non posso farmi almeno un abito nuovo da
sera e uno da mattina, piuttosto, lo dichiaro altamente, non mi muovo
da Milano.
--Sono proprio stato creato e messo al mondo per far da cassiere
agli spiantati!--mormorò fra sè il Barbarò nell'andarsene.--Ma una
volta che Donna Lucrezia fosse a Villagardiana, saprebbe lui come fare
per tenerla a stecchetto! Allora non ci sarebbero più scuse: non ci
sarebbero più domande di nuovi prestiti... Allora... Ma non era questo
che gli premeva... Egli credeva di avere in Donna Lucrezia una guardia
sicura da poter mettere a fianco di Angelica per sorvegliarne ogni
passo, e insieme una persona amica e di confidenza che gli avrebbe
fatta buona compagnia in mezzo a tutti quegli aristocratici che lo
guardavano d'alto in basso.
Invece, anche per questa volta, egli non avea fatto bene i suoi conti.
La Balladoro, appena arrivata a Villagardiana, si era conformata
subito all'ambiente. Lodava i meriti agricoli e amministrativi "di suo
cugino" il marchese Alberto; andava in estasi dinanzi "a sua cugina"
la marchesa Angelica, e faceva la partita ai tarocchi coll'arciprete,
chiudendo un occhio sul _Potere Temporale_. Ogni volta che il Barbarò
andava a Milano, essa lo incaricava di un monte di commissioni:
spesucce, imbasciate alla sarta, ordini per la Filomena, letterine per
il Professore. Ma poi non si perdeva in ringraziamenti; gli dava spesso
sulla voce; e avea imparato a chiamarlo _signor Pompeo_ colla stessa
aria arrogante e beffarda del marchese Alberto.
VII.
Una notte Donna Lucrezia e la Mary, che a Villagardiana dormivano nella
stessa camera, perchè la vedova in quel "palazzone sconfinato" avea
paura degli spiriti e dei topi, furono destate all'improvviso da un
rumore confuso di voci e di passi, che si udiva dal vicino corridoio.
--Santi numi del Paradiso!... I ladri di sicuro!--esclamò la Balladoro,
e ficcò il capo, spaventata, sotto le lenzuola.
--No, zia mia; ho paura piuttosto che Alberto si senta male.
La Balladoro, un po' rassicurata, si rizzò a sedere sul letto guardando
fissa la Mary cogli occhi imbambolati. Aveva ancora il viso smorto,
pieno di sonno; e il diavolino di carta, in cui la notte avvolgeva il
ricciolo alla Zodenigo, le ciondolava sulla fronte.
--_Vegno... Vegno... Adesso vegno anca mi!_
Ma Donna Lucrezia non si moveva, e l'altra non perdette tempo ad
aspettarla. Appena ebbe infilato una sottana, si buttò addosso lo
scialle e corse fuori per sapere che cos'era accaduto.
La Mary aveva proprio indovinato: il marchese Alberto stava molto male.
Già da vari giorni non si sentiva bene; ma in quella notte, tutto a un
tratto peggiorò, in modo da spaventare Angelica che avea già mandato
una carrozza a Padenghe in cerca del medico.
Questi, appena ebbe visitato il marchese, giudicò il caso gravissimo
e domandò un altro medico per fare un consulto. Il Barbarò, che pure
pareva assai inquieto e turbato, volle andare egli stesso a Desenzano
per telegrafare subito a Padova a un professore illustre, il quale
arrivò in gran pompa a Villagardiana, per dire con molta albagìa e
con una filastrocca di paroloni astrusi, quanto avea già detto più
semplicemente e più chiaramente il suo modesto collega.
Il marchese rimase in pericolo per vari giorni: poi cominciò a
rimettersi a poco a poco, ma superata a stento la crisi, rimase
condannato per tutta la vita: colpito alla spina, gli era sopravvenuta
una paralisi alle gambe, dichiarata inguaribile.
Durante il periodo più acuto della malattia, il Barbarò avea dimostrato
per il marchese tanta premura e sollecitudine, quanta di più non
avrebbero potuto averne nè la Mary, nè la stessa Angelica. Egli,
inquieto, ansioso, stava a guardia giorno e notte attorno al letto
del malato e non pensava nè a riposare, nè quasi a prender cibo.
Dopo le visite accompagnava sempre il dottore per avere le notizie
più particolareggiate e sicure, faceva continue domande alla Mary,
teneva consulto coll'arciprete, e ascoltava con attenzione anche i
suggerimenti e le profezie di Donna Lucrezia. Pareva persino, in que'
giorni, che anche il suo amore per Angelica si fosse calmato: Pompeo
Barbarò temeva, a ragione, se il marchese moriva subito, senza più
poter parlare nè scrivere, di non essere abbastanza cautelato; ma poi
quando cominciò a migliorare, e gli affari furono messi in regola,
allora gli parve che il Dulcamara di Padova lo avesse racconciato anche
troppo bene.